Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

martedì 30 luglio 2019

EDUCARE ALLA FELICITA' : ridere a scuola conviene?

Educare alla felicità




Dalla bella terra di Puglia un libro da non perdere.
L'autrice di "EDUCARE ALLA FELICITA'", EDITRICE LA MERIDIANA, MOLFETTA,  è LUCIA SURIANO, insegnante e madre di tre figlie.
Conoscerla è come incontrare un torrente fresco e rilassante, accompagnato da un entusiasmo contagioso, frutto di tenacia e di coraggio.
Lucia ha  fatto dell'insegnamento una vera missione e si è giocata il tutto per tutto, con il desiderio di portare un cambiamento sostanziale, un benessere per chi la scuola la fa e la vive, insomma auspicheremmo il motore e l'obiettivo  nel DNA di ogni docente.
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Incontrarla a Molfetta presso l'editrice La Meridiana,  mi ha appunto contagiato e in lei ho trovato molte conferme e condivisioni. Il suo libro è esattamente la copia dell'autrice, frizzante e impegnativo, mai banale e scontato, molto vissuto e curioso, soprattutto per chi non ha mai incrociato lo Yoga della Risata, di cui lei è "teacher". Le ho chiesto un'intervista che lei ha gentilmente rilasciato e da cui si ricavano informazioni interessanti e l'umile e intelligente certezza che il cammino è sempre aperto e destinato a contaminarsi, crescendo in qualità.

 Lucia Suriano,quali sorprese ha riservato questo lavoro? 

Molte sono state le sorprese che sono giunte con la pubblicazione di Educare alla Felicità, innanzitutto vedere il mio lavoro divulgato in tutta Italia ed essere accolto con grande entusiasmo nel mondo educativo e della scuola, leggere e ricevere feedback molto positivi circa l’esperienza proposta e le idee racchiuse nel libro è stato molto bello e gratificante. Partecipare a convegni nazionali per comunicare e condividere la mia idea di scuola, ha fatto sì che io iniziassi a dialogare e a progettare formazione  per generare concretamente un cambio di paradigma nel mondo della scuola italiana, forse questa è la sorpresa che ho accolto e vivo con maggiore responsabilità. Incontrare centinaia di colleghi insegnanti e provare con loro a trovare strade possibili per realizzare una scuola più felice è senza ombra di dubbio ciò che mi sorprende e spinge a continuare a studiare e a sperimentare. C’è un bisogno che io avevo intuito ed al quale ho dato voce con educare alla felicità, mi sorprendo ad essere parte di una comunità molto ampia che al contrario di quanto si pensa, lavora quotidianamente sul campo per vedere la scuola del nostro Paese stare Bene.
Infine ma non ultima tra le sorprese, la grande opportunità di avere Edizioni la meridiana come casa editrice che mi ha seguita, ha creduto in me e mi ha permesso di spiccare il volo, rimanendo sempre porto sicuro.

 Il libro propone sezioni di narrazione. Quanta storia personale nel tuo lavoro?


Molto, se non tutto, parte dalla mia storia personale, poiché io sono fermamente convinta del valore delle nostre biografie. Un insegnante, un genitore, un educatore non può prescindere dalla sua storia personale, poiché da essa nel bene e nel male si genera ciò che siamo. Riflettere e lavorare sulle esperienze vissute ci rende consapevoli del nostro agire e sentire, dunque, rende possibile anche la scelta di operare cambiamenti nel nostro modo di essere e nelle nostre convinzioni per diventare professionisti consapevolmente umani.



   Quando si scrive si vuole comunicare ad ...altro. A chi si rivolge in particolare l'autrice del libro?

Educare alla Felicità è rivolto a tutti, poiché tutti nella vita ci occupiamo di educare. Insegnanti, educatori e genitori senza ombra di dubbio i principali interlocutori, ma tutti nella vita siamo continuamente educatori di noi stessi e di chi incontriamo nella nostra quotidianità.

    Tre buoni motivi per educare alla felicità a scuola...

·         Per apprendere di più e meglio
·         Per stare bene e imparare che la felicità non sta negli obiettivi da perseguire,     ma è uno stile di vita, è una scelta che facciamo quotidianamente anche quando le esperienze che viviamo non sono “facili”
·         Per offrire ai nostri bambini e ragazzi strumenti di vita che li porteranno ad essere prima di tutto persone di valore.


Da quale età iniziare? Si potrebbe rispondere dalla vita intrauterina...

Senza ombra di dubbio! Offrire ai nostri bambini gravidanze serene, ricche di esperienze emotive di significato, fa sì che sin dalla vita intrauterina si inizino a generare tracce che poi potranno essere meglio segnate in tutto lo sviluppo post natale.

    
Quali ricadute sugli insegnanti? E sui genitori?

Le ricadute sugli insegnanti e sui genitori sono collegate soprattutto alla possibilità di crearsi uno spazio di decompressione dalle fatiche che l’educare comporta.

Abbiamo letto nel tuo libro di applicazioni della metodologia dello Yoga della Risata e interazioni in ogni  zona d'Italia. A tuo parere dove ha trovato la migliore accoglienza e perchè, secondo te?


 Io non credo ci sia un luogo dove si sia sviluppato meglio o abbia avuto migliore accoglienza, ci sono esperienze molto significative in tutta Italia, la differenza la fanno le persone, io ho incontrato moltissimi leader e teacher di yoga della risata, quelli che ho ritenuto molto validi sono coloro che già erano professionisti della scuola o psicologi o educatori. Sono fermamente convinta che la differenza la facciano solo ed esclusivamente le persone, i loro bagagli culturali ed esperienziali che costituiscono poi la qualità umana e la qualità di ciò che mettono in campo realizzando progetti di valore.


    Occorre diventare quel genere di teacher per educare alla felicità? 

Come ho più volte detto non esiste una certificazione per diventare insegnanti “Educare alla Felicità”, io nel libro propongo lo yoga della risata come strumento molto valido per recuperare la dicotomia tra risata e scuola.
Per educare alla felicità occorre molto di più che una certificazione e questo gli insegnanti lo sanno molto bene, per questo il lavoro nei corsi di formazione con me non è mai uguale, partendo da una base di studio fondata sugli studi delle neuroscienze, di psicologia positiva e di molto altro, lavoro sulla costruzione di percorsi che poi ciascun insegnante realizzerà in autonomia e completa originalità.


  Quali consigli per chi intenda proporre questo percorso?

Essere autenticamente convinti che la risata sia uno strumento utile, non una strategia didattica, ma un ingrediente imprescindibile nel modo di incontrare gli alunni e di offrire loro opportunità di crescere in modo sano e completo puntando allo sviluppo armonico e mai separato di cuore, corpo e mente.

Quali sono le caratteristiche che tu vedi necessarie in un insegnante che voglia riflettere sulle tue proposte e applicarle? 

Io credo che la caratteristica fondamentale per un insegnante che educa alla felicità sia prima di tutto la voglia di mettersi costantemente in gioco, educare alla felicità ti chiede di lavorare molto su te stesso ancor prima che sui tuoi alunni.

 ...Quindi più che una nuova materia di studio è una esperienza di vita?

Educare alla Felicità non è un metodo. Uno stile di vita? Può esserlo, si. Del resto quale è lo scopo che un educatore persegue nella sua attività, se non quello di offrire opportunità di crescita? Ecco cosa è Educare alla Felicità: una opportunità per chi educa e per chi si lascia educare, per vivere accogliendo tutto ciò che accade come occasione per diventare persone migliori.

Tre buoni motivi per leggere il tuo libro…  comunque si decida di applicare le tue proposte.

Oggi ci troviamo di fronte alla perdita di valore dell’istituzione educativa per eccellenza, se accade vuol dire che qualcosa è andata storta, se accade vuol dire che abbiamo la possibilità di cambiare rotta, di permettere alla scuola italiana di riprendere il suo spazio, ma questo non è possibile se rimaniamo ancorati a convinzioni rigide e gerarchiche. Abbiamo bisogno di un cambiamento, il cambiamento che io propongo non è affatto semplice ma è il cambiamento più necessario quello che passa attraverso la cura di chi la scuola la vive, la fa e la costituisce. Questo è il motivo che mi spinge a cercare strade possibili, mai uguali, che trovano fondamento in quella intuizione che quattro anni fa mi spinse ad uscire dalla mia zona di comfort e mettermi in gioco per un progetto molto più grande di me quale è Educare alla Felicità.

Quali progetti sta studiando e preparando  Lucia Suriano?

In questo periodo sto completando il mio nuovo lavoro editoriale, frutto dell’esperienza vissuta in questi ultimi cinque anni come insegnante di sostegno, un lavoro faticoso che mi ha portata a scoprire il grande potere della fragilità. Sto continuando a studiare e a mettere insieme idee e intuizioni per portare nella scuola del nostro Paese la centralità dello stare bene per poter attuare percorsi educativo-didattici di alta qualità.



Pubblicato da Annamaria Gatti
foto da adiscuola

mercoledì 10 luglio 2019

Anche Superman era un rifugiato

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AA.VV.
Anche Superman era un rifugiato  
Storie vere di coraggio per un mondo migliore
UNHCR     -   IL BATTELO A VAPORE

fonte Città Nuova Luglio 2019

Recensione di Annamaria Gatti

Fuggono dal peggio. 
Resistono a ogni genere di violenza e traversia. 
Non si perdono d’animo e, stringendo i denti,  arrivano a toccare una terra straniera che diventa Patria, un abbraccio materno che consola. 
Qualcuno trova una vita nuova e straordinaria. 
Nello sguardo il seme della fuga dal male.


Così erano i personaggi illustri, eroi, donne e uomini di cultura, di sport e dello spettacolo, rifugiati e prima fuggitivi, alla ricerca di un mondo che sapevano potevano rendere migliore con la loro arte, il loro coraggio e abilità  e la loro diversità come risorsa.

Nureyev e Comàneci, Enea e Dante, Conrad e Dietrich, Chagall e Buarque… si materializzano in questa raccolta di racconti paralleli, una storia vissuta, accostata a  una ancora in atto, che l’UNHCR ha affidato a dodici scrittori e a dodici illustratori, per ricordare agli uomini,  monito e speranza, che siamo quel che siamo dono l’uno all’altro, che lo si voglia o no.

Mi dice una giovane mamma, che ha procurato questo libro per il figlio undicenne: “Devi leggere qui la testimonianza di Alidad Shiri, nato in Afganistan e giunto nel 2005 in Alto Adige, dopo un viaggio incredibile e con l’orrore vissuto e visto con gli occhi di un tredicenne.” Ed è  con un brivido che leggo la conclusione del suo racconto:

La maggior parte dei rifugiati ha vissuto situazioni ancora peggiori della mia.
Il mio non è un manifesto politico:  è un semplice invito all’umanità.”

Sono i ragazzi e i giovani che diventano depositari di questa verità e a loro è dedicato questo libro, a loro che dovranno con forza, nonostante tutto, diventare forti e essere aiutati a distinguere il bene dal male, anche grazie alla testimonianza di chi trova il coraggio di lottare per la vita e la solidarietà.

lunedì 8 luglio 2019

C'è del buono in te, favoletta in fondo al mare

     SEI TRISTE PERCHE' NON TI SENTI NESSUNO?
NON SAI PERCHE' NON TROVI AMICI?
VORRESTI SCOMPARIRE?
CERCHI QUALCUNO A CUI RACCONTARLO?

LEGGI LA STORIELLA E POI ... SORRIDI!
E VAIIIIII!


polipetto_conchiglietta


una favola di Annamaria Gatti
Illustrazione di Eleonora Moretti
fonte: Città Nuova, 2010
Durante una bella virata Polipetto perse l’orientamento e andò a sbattere contro qualcosa di solido.
“Ahi!”, sentì provenire dalla conchiglia che aveva disturbato.
“Scusa!”, esclamò Polipetto confuso e ammaccato. “Sto facendo le prove per la gara del “Polipo scattante” e tu cosa fai?”.
“Niente”.
“Perché?”.
“Perché mi va così”.
“Esci fuori da quella cosa dura, no?”.
“Preferisco di no. è molto tempo che non esco più”.
“Perché?”, incalzò Polipetto.
“Oh, come sei invadente… Non succede niente di bello lì fuori”.
“Non è vero” ribatté il piccolo polipo “dovresti vedere le nostre gare per esempio, o le danze delle meduse! La tua è una scusa per stare chiusa in te stessa”.
“Mhh, mhh”, la conchiglia era rimasta senza parole.
“Intanto, ce l’hai un nome?”.
“Quasi non me lo ricordo, ah sì, Conchiglietta”.
“Adesso dimmi perché, Conchiglietta, ti chiudi in casa”, sollecitò Polipetto che, generoso com’era, ormai ne aveva fatto un caso da risolvere.
“Perché sono brutta”.
“Davvero?”.
“E nessuno mi vuole”.
“Che disgrazia!”.
“Già”.
“Ma davvero sei così brutta?”.
“Penso di sì, non mi sono mai vista”.
“Ecco, diamoci una sbirciatina”.
Conchiglietta ci pensò ancora un po’, ma neppure tanto, e si aprì. Polipetto spalancò occhi e tentacoli per la sorpresa.
Poi balbettò: “Ma, ma… ma tu sei bellissima!”.
Una perla luminosa scintillava dentro Conchiglietta, che arrossì per l’emozione.
“Perché mai tieni questo tesoro solo per te?”.
“Ti assicuro, non sapevo neppure di averlo!”.
“Aspetta qui”.
Polipetto fece un giretto mega-veloce per annunciare la scoperta. E poi tutti vennero a conoscere Conchiglietta, che prese coraggio, si fece molti amici e abbandonò la tristezza, donando la propria bellezza e la propria innata simpatia.
Anche tu conosci qualcuno che sta sempre da solo? Forse è perché si è convinto di non poter dare nulla agli altri, ma si sbaglia di grosso!
Ci vuole un po’ di coraggio e di fantasia.

giovedì 27 giugno 2019

Bambini traditi: nessuno finga di non sapere

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Valeria annegata  aggrappata  a padre nell'attraversamento del Rio Grande. Sdegno e scandalo.

E Marina Corradi ci dà un commento forte su questo fatto, che segue altri analoghi drammi, da non dimenticare, che fare?

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/nessuno-finga-di-non-vedere


Non so voi ma anch'io, come altri, più di quelli che pensiamo forse,  stanotte non abbiamo potuto riposare, perchè avevamo e abbiamo negli occhi la fotografia di Valeria, morta abbracciata al suo papà.
Così come sempre più spesso accade,  si documentino gli strazi di bambini dietro le sbarre, di celle disumane o bambini barbaramente uccisi.
Bambini.

Bambini come i nostri. Come quelli che siamo stati, bambini come sono stati coloro che alzano muri, incatenano e schiavizzano bambini, impediscono loro una vita normale e rendono disperati i loro genitori.

Per chi crede: Dio abbia pietà e ci dia la forza per rendere testimonianza della solidarietà.
Per chi non crede: la fede nella vita e nei valori di sana umanità ci dia la forza di rendere testimonianza della solidarietà.
UGUALE conclusione: la responsabilità a cui siamo chiamati si manifesta nel fare ciò che è giusto là dove siamo e come possiamo.
L'omissione sia reato, ci fa notare  l'economista  prof. Zamagni.

pubblicato da Annamaria Gatti

Foto da "occhioche"

giovedì 20 giugno 2019

Caro dirigente. Dal libro "Io amo la scuola" La Meridiana Editrice

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                                           Annamaria Gatti e Annamaria Giarolo
                                              presentazione laboratoriale, sede de La Meridiana, Molfetta - 13 Maggio 2019

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CARO DIRIGENTE...

A) IL PROBLEMA
Ed eccoci al nodo cruciale di quanto avviene nel sistema scolastico: la necessità di una leadership che sappia gestire al meglio la complessità delle relazioni, della normativa, dell’amministrazione, che sia in grado di mantenersi in equilibrio tra i tanti poteri che vi ruotano attorno e non si faccia intimorire da chi invece il sistema vorrebbe demolirlo.
“Non esiste una persona in grado di far tutto questo”, dicono alcuni, mentre altri rispondono che è soltanto un problema di organizzazione.

Anche stavolta proviamo ad andare per ordine e, per primo, mettiamo in luce ciò che è necessario, al sistema scolastico, per il suo buon funzionamento:
-          Ogni docente si aspetta un sistema di regole di comportamento, nell’ambiente di lavoro, ben definito e coerente che rappresenti una sorta di aggancio sicuro nelle relazioni sia con i colleghi che con le famiglie, oltre che con gli alunni, naturalmente.
-          È necessario, inoltre, poter fare riferimento a chi, di quel sistema si fa garante ed essere certi che le regole valgano per tutti (va tenuto conto che nel mondo delle relazioni la flessibilità e la discrezionalità vanno lasciate nelle mani di chi si assume la responsabilità delle scelte).
-          Ci si aspetta poi di ricevere gratificazioni, non soltanto economiche, ma anche in termini di riconoscimento valoriale (sentirsi dire di aver fatto un buon lavoro e avere indicazioni su come è possibile migliorarsi).
-          Riuscire a comunicare in modo efficace con il dirigente, e viceversa, è essenziale, vale a dire che è necessario poter esprimere opinioni ed effettuare proposte e, nel contempo, ricevere indicazioni precise sul da farsi (comunicazione top down, comunicazione down top).
-          Una suddivisione organizzata degli incarichi aiuta la gestione della complessità e, quel che serve, è un organigramma definito con una delega chiara da parte della direzione (delegare non significa abdicare o rinunciare al proprio ruolo, semmai è nel controllo delle attività messe in atto che la delega diventa efficace).
-          Infine, e non meno importante, serve un rapporto di fiducia reciproca: chi sta ai vertici sa che riconoscere i propri collaboratori e stabilire un rapporto di rispetto e di stima condivisa aiuta l’intero sistema e sostiene la motivazione anche quando il carico di lavoro diventa pesante.

Un altro nodo cruciale riguarda la comunicazione: accade, purtroppo facilmente, che frasi dette o non dette, che i ‘sentito dire’ o i fraintendimenti diventino pietre miliari su cui le relazioni vanno a poggiarsi e, purtroppo, anche a complicarsi o rompersi. Comunicare in modo chiaro e preciso sia intenzioni che azioni è necessario così come lo è risalire alla fonte ogniqualvolta si viene a contatto con quel che gli altri dicono. Allora diventa utile riferirsi al dirigente o al suo delegato (da qui nasce la necessità di chiarezza nelle deleghe e nel controllo) quando si necessita di chiarimenti, indicazioni, informazioni per prendere decisioni, oppure quando si avverte il bisogno di comprendere meglio avvenimenti ma anche frasi riportate che, a volte, possono essere fraintese o riportate in modo scorretto.

La comunicazione diventa cruciale anche nello stabilire, mantenere, coltivare e incentivare relazioni interne ed esterne al sistema: saper dire con efficacia ciò che si fa, come lo si fa e per chi lo si fa diventa fondamentale nel collocare l’organizzazione all’interno del vasto mondo di cui essa fa parte. Circolari interne ed esterne, comunicazioni di avvenimenti, avvisi alle famiglie, i contenuti del sito dell’Istituto e i suoi link, persino le targhe con i nomi degli addetti o l’indicazione degli uffici sono comunicazione e costituiscono un biglietto da visita spesso determinante nella definizione del sistema.
Chiarezza va fatta anche sul significato di autorità, quella che, impersonata dal dirigente, può risultare scomoda e controproducente per il sistema stesso se si esprime in modo unilaterale e non si preoccupa delle ragioni di chi ascolta e deve eseguire; oppure, al contrario, si rende protagonista di continui ripensamenti o perché sostiene, con un colpo al cerchio e uno alla botte, tutti coloro che esprimono un parere, oppure perché risulta deficitaria sia di informazioni che di opinioni.
L’autorità può invece risultare efficace, quando si dimostra capace di stimolare una percezione del sistema il più possibile aderente alle caratteristiche dell’organizzazione. Colui che impersona quell’autorità deve sapersi assumere la responsabilità delle scelte, in coerenza con quanto stabilito dalle regole interne, anche di quelle che possono apparire scomode e che, invece, ne aumentano la credibilità e ne legittimano il ruolo.

È a questo punto che emerge un’altra caratteristica importante del dirigente: la trasparenza. Ogni componente del gruppo, del sistema, deve cogliere e condividere il senso di quello che sta per fare, deve conoscere il significato delle scelte e deve saperle inserire nell’insieme di cui egli è un elemento importante e imprescindibile. Se l’organigramma dell’Istituto è ben definito e le singole unità ben organizzate tra loro, gli sprechi diminuiscono e le energie vengono impiegate per raggiungere efficacemente gli obiettivi previsti.

In sintesi, quali sono allora le caratteristiche di un leader che voglia soddisfare i bisogni del sistema?
F. Alberoni (v. bibliografia) ne indica alcune a proposito dell’arte del comando:
- il comando raggiunge i suoi fini e la sua efficienza solo quando è giusto, nel senso che si fonda, per raggiungere la missione di cui è investito, su valori e regole morali;
- chi si muove per il prestigio personale può raggiungere risultati importanti ma solo chi opera per un fine, per il conseguimento di una missione, riesce a compiere azioni inimmaginabili, spinte dal desiderio di costruire, con gli altri, qualcosa che riguarda tutti;
- il leader è soprattutto un ‘custode della meta’, colui che ricorda e indica a tutti dove si deve andare e controlla che la rotta sia tenuta;
- una comunità si regge sulla compartecipazione di tutti, quando cioè tutti, dal presidente al fattorino, sono orgogliosi di appartenervi e di contribuire al suo sviluppo;
- il leader deve anche saper scegliere le persone fidate, deve saper individuare le qualità dei propri collaboratori assegnando loro le mansioni giuste e allontanare coloro che alimentano negativamente lo spirito di squadra;
- elogiare e ricompensare, rimproverare e sanzionare sono necessità per la missione del leader: se l’Istituzione è una comunità chi ne fa parte deve sapere che esiste un giudizio per coloro che sbagliano, che nessuno può permettersi di mentire, truffare, ingannare e, per questo, rimanere impunito;
- chiunque abbia un ruolo di comando, all’interno del sistema scuola, vale per i dirigenti e vale anche per i docenti, deve prendersi cura di tutti coloro che dipendono da lui e la cura può esprimersi anche con programmi di formazione e di riqualificazione.

La strada è lunga, lo sappiamo, ma essere avviati sulla buona strada è già un lavoro efficace: “Nessuna carovana ha mai raggiunto il suo miraggio ma solo i miraggi hanno messo in moto le carovane”.

                               https://www.lameridiana.it/io-amo-la-scuola.html


pubblicato da Annamaria Gatti
foto:  La Meridiana Editrice


sabato 8 giugno 2019

Favola: potrà un leoncino "imbranato" diventare un eroe?


Giorgy, leone imbranato



Fonte: Città Nuova, Giugno 2019


favola di Annamaria Gatti
Illustrazione di Eleonora Moretti

Il  leoncino Giorgy era un bel tipo: faceva morire dal ridere, sapeva imitare quasi tutti gli animali della savana, sapeva ingegnarsi in ogni necessità e aveva forza  e intelligenza da vendere.

Ma era distratto. Così distratto, che quando iniziava a fare qualcosa, se la sua attenzione  veniva attirata da altro, perdeva ogni concentrazione. Se rincorreva una gazzella e quella gli faceva un indovinello… si fermava a discutere e  diventavano  amici.

Se stava stanando un’antilope che gli voleva svelare il segreto del leopardo con la tosse,  Giorgy non poteva resistere, interessato com’era alla sorte del cugino.

Tutti lo chiamavano “il leone imbranato”. E Giorgy  un po’ ci soffriva, ma poi sentiva la fiducia di mamma e  papà che  pensavano: ce la farà questo figliolo, perché ha tante risorse!

Un  giorno le leonesse proposero la consueta  gara di corsa per  provare le abilità dei cuccioli che stavano crescendo. Tutti partirono e anche Giorgy.  Ma  uno dei leoncini arrancava con fatica.  Fu allora che Giorgy tornò indietro.
Il coccodrillo urlò: “Il solito imbranato, era primo e finirà ultimo!”  Anche gli altri leoncini lanciarono urla di scherno. Poi ci fu silenzio, mentre  Giorgy  aiutava l’avversario deboluccio a riprendere la corsa:
“Dai che ce la facciamo insieme! Non ti fermare, l’importante è arrivare in fondo!”
“Ma tu perderai la gara, per aiutarmi.”
“Oh… se mi racconterai la barzelletta del coccodrillo col mal di pancia,  giuro che non mi importerà nulla di vincere” commentò Giorgy allegramente,  perché sentiva che stava facendo la cosa giusta.

Arrivarono alla meta della corsa che li iniziava alla vita di caccia e lì accadde un fatto strano:   il leone più anziano,  d’intesa con le leonesse cacciatrici,  gli si avvicinò.  

Guardandolo intensamente  negli occhi e, fra lo stupore di tutti,  pronunciò la formula del vincitore:

“Hai vinto Giorgy. 
La gara era l’ occasione
 per  stabilire  chi di voi avesse avuto  l’abilità più necessaria: 
la generosità.”

Da allora nessuno più ebbe il coraggio di chiamarlo “imbranato”. E Giorgy acquistò più sicurezza e padronanza della sua attenzione.

Mi dicono che Giorgy poi è  diventato un grande capo del suo branco, valoroso nella difesa dei cuccioli. Lo avete mai incontrato?

mercoledì 5 giugno 2019

I nonni nei temi di bambini e ragazzi. Un Premio. Buona scuola e buona vita.

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Su Avvenire del 4 giugno Marina Corradi ci regala un altro spaccato di vita vera. Che costruisce. Che consola e va nella profondità e nella realtà della vita.
  NONNI UNA PRESENZA PIU' FORTE DI OGNI DISTACCO
"Avevi delle mani bellissime, sai, a volte mi sembra ancora di vederle mentre stringono la stoffa dei pantaloni del pigiama che indossi. Ricordo anche quello; come ricordo la tua tuta grigia e pesante e tutte le volte in cui papà ti ha nascosto le pastiglie nei fagiolini, pur di fartele prendere. Ti vedo sulla poltrona, seduta accanto al nonno, e poi sul letto, mentre Loredana ti cambia. Ti sento cantare i ritornelli che avevi imparato da bambina.. ".
È l’incipit del tema di una studentessa delle superiori di Udine, Angelica Ippolito, che racconta la nonna scomparsa. Angelica è fra i vincitori del concorso “Io e i nonni”, indetto nelle scuole italiane dall’associazione “Nonni 2.0” e dal giornale 'Tempi'Presidente della giuria Davide Rondoni, la premiazione avviene in Senato. 2.414 ragazzi, dalle elementari al liceo, da tutta Italia, hanno raccontato i loro nonni. Un singolare spaccato del Paese ne emerge: un’Italia di affetti forti, in cui magari, come spesso succede, i genitori sono divisi, ma la casa dei nonni resta un approdo fermo e sicuro.
Una porta sempre aperta, una tavola apparecchiata con cura, cose buone da mangiare. Soprattutto, qualcuno che ha tempo e voglia di starti ad ascoltare. Un’Italia in cui già le etnie più diverse di intrecciano, e magari, come racconta una bambina, una nonna é polacca e un nonno indiano: eppure quando arrivano i figli dei propri figli lo schema tradizionale sembra ricomporsi, non poi tanto diverso da quello delle nostre città e campagne. La domenica, si va dai nonni. Tutte le nonne, pare, sono bravissime a cucinare.
Tutti i nonni, sembra, sanno riparare i giocattoli rotti. Un momento di pace, di dolce rallentamento del tempo, alla fine della settimana. Un regalo, una mancia, un cinema, e poi quelle meravigliose crostate. «I nonni sono abbondanti», sintetizza con efficacia un ragazzino: e dà l’idea di una generosità gratuita, di mura solide fra le quali riparare. Nonni, e bisnonni, perché i più piccoli li hanno ancora. I bambini di oggi mostrano grande stupore per la vita che si faceva un tempo, alla loro stessa età. Povertà, lavoro nei campi, o in fabbrica, e anche fame. I nipoti non si capacitano, cresciuti come sono fra le corsie traboccanti di merce degli ipermercati. Anche la guerra, resta tramandata nella memoria dei più anziani: la paura, i nazisti, i campi di prigionia. Che cose incredibili, paiono pensare i nipoti con sgomento.
Questi temi vergati con calligrafia larga e infantile, o già scritti in Word, sul pc, testimoniano quanto rapidamente l’Italia sia cambiata, nel giro di appena tre generazioni. I vecchi non si capacitano di quegli smartphone sempre nelle mani dei nipoti, e quelli ascoltano muti storie di un tempo in cui, la sera, si giocava a carte, o si pregava. Un rapporto comunque forte e fecondo. Si meravigliano, gli adolescenti del 2019, che i nonni siano rimasti assieme per tutta la vita. Eppure questo li colpisce, come se si sentissero dire: volersi bene per sempre è possibile. I nonni, poi, sono i primi volti che vengono a mancare nella vita di un bambino. Il primo schiaffo della morte, la porta che era sempre aperta ora serrata. Ma, anche, la prima occasione di pensare a cosa ci attende, e a cosa resta, delle persone che ci sono care. Il vincitore della sezione scuole primarie, Dario La Russa, di Trapani, racconta che un giorno scende le scale e torna a bussare a quella porta ormai chiusa. E gli pare di entrare, e di risentire il profumo di rose della nonna Nice, di vedere la farina che macchiava il suo vestito nero, quando preparava i dolci. «Dicono che non ci sei più, ma io sento che non è così», scrive il bambino, con amorosa testardaggine. Ci sono radici e domande che restano sempre, e anche oggi. I temi di migliaia di bambini e adolescenti lo testimoniano.

Pubblicato da Annamaria Gatti
foto:  Udine today