Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

domenica 27 settembre 2020

ENEA CI MANDA UN'ALTRA STORIA DELL'APPRENDISTA OMONIMO: CAVALIERE SENZA CUORE E CAROTE!

😋E ora bambini ecco un'altra avventura dell'apprendista cavaliere Enea.  

😉E QUESTA VOLTA CHI TE L'HA MANDATA?

LO STESSO BAMBINO, ENEA!👦💪

😃DAI, CAPPERI, CHE FANTASIA!  LA STORIA DEL GIGANTE ERA PROPRIO DIVERTENTE 😂😂😂😂. LE RAPE...

RAPE SI' E QUI C'ENTRANO LE CAROTE... 👀

😍DEVE ESSERE UN AMANTE DELLE VERDURE! CAVOLO!

PERCHE'  QUI USA I CARATTERI MAIUSCOLI?

COSI'  LEGGONO LA STORIA ANCHE  I BAMBINI. MAGARI E' PIU' FACILE PER LORO.👫😙

👏VERO! CE LO SALUTI QUESTO BAMBINO ENEA? ORA LEGGIAMO ANCHE QUESTA STORIA! 

CERTAMENTE, SE VUOI SCRIVETEVI, USATE LA MIA MAIL!😄😄😄😄😄😄😄😄😄😄😄😄😊😊😊😊😊😊😊😊😊

gatti54@yahoo.it


                          IL (QUASI) CAVALIERE ENEA 👑

           CONTRO IL CAVALIERE SENZA CUORE KARIT

                                (con note della redazione) 

 

CLOPPETE CLOPPETE CLOPPETE  (è il galoppo di un cavallo, ma non è un cavallo...) 😉


UN CAVALIERE COMPLETAMENTE NASCOSTO NELLA SUA ARMATURA DI ACCIAIO LUCCICANTE STAVA GALOPPANDO NEL REGNO,  A CAVALLO DEL SUO SPAVENTOSO DRAGO AZZURRO.

🐉       (azzurro ho detto, azzurro...)

🐋...NOOO,   

(ho detto drago azzurro, non un delfino) Andiamo avanti. 😅


DUNQUE... (ricominciamo) 


 UN CAVALIERE COMPLETAMENTE NASCOSTO NELLA SUA ARMATURA DI ACCIAIO LUCCICANTE STAVA GALOPPANDO NEL REGNO,  A CAVALLO DEL SUO SPAVENTOSO DRAGO AZZURRO.


I QUATTRO APPRENDISTI CAVALIERI ERANO NEL BORGO E VIDERO GIUNGERE IL CAVALIERE SUL SUO  DELFINO... 😆😵 (nooooooooooooooooooooo,  era a cavallo di un drago, azzurro per giunta!)


VABBEH!

 

ESCALAMARONO  TUTTI IN CORO: “IL CAVALIERE SENZA CUORE KARIT!”


ALLORA ENEA, IL NOSTRO EROE, EBBE UNA MAGNIFICA IDEA E DISSE AI SUOI COMPAGNI: “ E SE LO FACESSIMO NOSTRO AMICO?”


GIANGIACOMO (uno degli apprendisti cavalieri) OSSERVO’: “MA IL CAVALIERE SENZA CUORE E’ ANCHE SENZA CORPO, QUINDI NON PUO’ AIUTARCI A COSTRUIRE CASE E PAESI OPPURE A SCONFIGGERE GLI ESERCITI.  UNO DI NOI PUO' SOLO PRENDERE LA SUA ARMATURA E QUINDI VEDREMO CHI E’ STATO IL PIU’ BRAVO A SCONFIGGERLO.”


ENEA ALLORA RISPOSE: “NO GIANGIACOMO, NON POSSIAMO PRENDERE LA SUA ARMATURA PER IL PIU’ BRAVO DI NOI. COSA FA UNO SOLO? NIENTE.

POSSIAMO PRENDERE LA SUA ARMATURA DI ACCIAIO E FARNE ALTRE UGUALI PER NOI QUATTRO.”

 

ALLORA I QUATTRO GIOVANI  CERCARONO DI SCONFIGGERE IL CAVALIERE KARIT, PER PRENDERE LA SUA ARMATURA E FARNE DELLE COPIE UGUALI PER TUTTI.


QUANDO FURONO VICINO A KARIT ESTRASSERO DUE CAROTE A TESTA PERCHE’ SAPEVANO CHE KARIT ADORAVA LE CAROTE,  MOLTO PIU' DI UN CONIGLIO! 


LO ACCERCHIARONO E GLI ALLUNGARONO LE CAROTE. 

QUANDO KARIT  SE LE BUTTO’ IN BOCCA, ATTRAVERSO L’ELMO, DA DIETRO I QUATTRO TRAMORTIRONO IL DELFINO AZZURRO😂😂😂😂😂😂😂


IL DRAGO... DRAGO...DRAGO...AZZURRO...💥💥💥💥💥💥😂


ASSALIRONO KARIT  E LO TRASCINARONO AL CASTELLO. ANCHE SE ORMAI NON ESISTEVA PIU’.


ESISTEVA SOLO LA SUA INFALLIBILE ARMATURA E  POTEVANO FARNE  FARE  ALTRE PER TUTTI LORO. E DIVENTARE MOLTO FORTI.

 

IL GIORNO DOPO GLI APPRENDISTI USCIRONO CON LE LORO NUOVE ARMATURE D’ACCIAIO  LUCCICANTI COME L’ARGENTO E TUTTI SI CHIESERO: “MA QUANTO SONO RICCHI QUEGLI APPRENDISTI?” 


MA ERANO SOLO ARMATURE DI ACCIAIO. 

                                      AH AH AH!👍💪👏👏👏


😅E IL DRAGO AZZURRO? 


👩IL DRAGO AZZURRO NON ERA MORTO, ERA SOLO TRAMORTITO.


👦QUANDO SI SVEGLIO' CHIESE UN PO' DI CAROTE E ,MIRTILLI PER CONSERVARE IL COLORE  E, SALUTANDO EDUCATAMENTE, PREFERI' TORNARE NEL SUO LAGO IN MEZZO ALLA FORESTA. CHE ERA MEGLIO PER LUI!


                                               CIAO A TUTTI 

                                        DA ENEA👦👏👏👏👏👏 

                                                       6 ANNI 



 pubblicato da Annamaria Gatti 



sabato 26 settembre 2020

MI HANNO REGALATO UNA STORIA NUOVA DEL CAVALIERE ENEA: GIGANTI E RAPE!!!

😀Chi mi ha regalato una storia dell'apprendista cavaliere Enea? 

Un bambino di 6 anni che  si chiama proprio ENEA!👦👍👍💓

😏Perchè?

Perchè gli piacciono le storie del cavaliere che deve diventare cavaliere.💪😍

😎😏😬😱La sua storia fa paura?

NO,  FA RIDERE!!!! AH AH AH!!!!!!!!!!!!!!!😂😂😂😂😂🙋

(C'ENTRANO LE RAPE!)😱😬😅😂😂😂

                          

👀(L'ILLUSTRAZIONE VE LA MANDO QUANDO MI AGGIUSTANO IL COMPUTER!)

            IL (QUASI) CAVALIERE ENEA 

               CONTRO IL GIGANTE RABIS

CRAC SCATATRASH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Una casa del regno è caduta. 

Gli apprendisti cavalieri si sono svegliati di soprassalto e hanno detto “Che cos’è questo fragore? Andiamo a vedere cosa è successo.”

I quattro apprendisti vanno alla finestra e vedono un gigante, armato di mazza chiodata.

Enea dice: “Dobbiamo sconfiggerlo!”

Gli apprendisti dicono: “Ok!”

CRAC SCATATRASH CRAC SCATATRASH!!!!!!!

Ma il gigante, conosciuto con il nome di Rabis, sta continuando il suo lavoro di distruzione.

 Allora i quattro giovanotti dicono : “Dobbiamo fermarlo  accerchiandolo su quattro angoli, così non potrà scappare. Ma dobbiamo andare con cautela e furbizia. Dobbiamo nasconderci dietro alle macerie delle case distrutte.”

Allora i quattro quasi… cavalieri si misero in cammino e si divisero da soli nei quattro angoli a croce.

Rabis, il gigante, che non era molto furbo, voleva ucciderli con la sua spaventosa mazza chiodata, ma i quattro coraggiosi tirarono fuori dalle loro tasche due rape ciascuno. 

Il gigante Rabis sorrise, se le prese e se le ingoiò in un solo boccone.

Allora accadde una cosa miracolosa: il gigante disse: “Grazie per le ottime rape.”

Enea dice al gigante: “Ma tu sai parlare?”

“Ma certamente, nanetto! Io riesco a parlare benissimo! Ma non ero mai diventato buono, non voglio più diventare cattivo, da buoni si sta troppo bene.”

L’indomani il gigante Rabis lavorò con le sue manozze per ricostruire le case distrutte dalla sua mazza!


giovedì 10 settembre 2020

Il cavaliere Enea e la scoperta della regola d’oro. Terzo appuntamento! Dedicato a Willy.

 Ecco la continuazione dell'esperienza di Enea 

che diventerà cavaliere solo se avrà saputo fare le scelte giuste. 

Dedico questa favola a Willy 

barbaramente ucciso 

mentre voleva difendere  un amico e portare la pace.

Willy ora è un vero cavaliere. 

Omicidio Willy, ecco i risultati dell'autopsia “ucciso per i colpi violenti  su diverse parti del corpo” 


fonte:  Città Nuova Settembre 2020 

favola di Annamaria Gatti

illustrazione di Eleonora Moretti 

Il castello degli apprendisti cavalieri era una severa  dimora, poca luce e  rumori sinistri popolavano le stanze “Avete paura del buio? Avete paura delle novità?” chiedeva il Grande Maestro.

“No” rispondevano gli apprendisti “noi sappiamo cavarcela bene. Andiamo finalmente a cacciare draghi?”

“Nulla del genere,  la prossima prova sarà liberare dalla torre il gran borbottone.”

I giovani si guardarono e scoppiarono in una sonora risata. Il  Maestro  li lasciò ridere, poi aggiunse: “Vedrete, non è un tipo piacevole, buona fortuna!”

 Un ululato acutissimo proveniente dalle scale della torre li fece rabbrividire.  Dopo un veloce “pari o dispari” stabilirono l’ordine dei tentativi. “Parto!” disse il primo un po’ titubante “sarò velocissimo”. Infatti velocissimo… ritornò contrariato: “Beh pensateci voi, è così brontolone che non lo sopporto. E poi ho il cuore in gola: c’erano ombre strane lungo la scala!”

Si sentirono ruggiti raccapriccianti e tutti si guardarono preoccupati. Comunque, anche il secondo tornò solo: “E’ insopportabile! E’ un maleducato, non gli va bene niente!”

Il terzo si fece coraggio, salì guardingo ed entrò. Gli  promise mari e monti, poi lo prese in giro pesantemente e iniziò anche a minacciarlo se non fosse partito con lui. Il borbottone si accucciò in un angolo e, spaventato, non si mosse più. Anche il giovane tornò giù tremante di paura e di rabbia.

Era il turno di Enea. Strana prova: sembrava un giochetto e invece…

Entrò nella cella della torre. Borbottone,  un omino ossuto,  vestito elegantemente, ma sgradevole a vedersi, stava lamentandosi:  “Nessuno mi  capisce, mi chiudono qui perché brontolo sempre,  questa torre è una prigione! Voglio tornare a casa, giocherò con i nipotini anche se mi tireranno la barba, prometto, non brontolerò più…”

Enea era sempre là seduto ad ascoltare.

L’omino lo guardò. Enea lo guardò.

L’omino  gli sorrise. Enea gli sorrise.

“Sei venuto a liberarmi?” gli chiese.

“Beh, se vuoi sì. Se io fossi nei tuoi panni, mi farebbe piacere che qualcuno mi ascoltasse e mi capisse.”

“Amico,  hai fatto con me quello che vorresti fosse fatto a te, quindi hai superato la prova. Ora vengo.”

La scala era ripida, ma il Borbottone la scese in fretta fino a sbattere contro il barbone del Gran Maestro.

“Ullallah! Ecco trovato il cavaliere che ha scoperto la regola d’oro.” Esclamò il Maestro, osservando curioso il borbottone.

“Me ne vado Maestro, hai trovato il tuo apprendista in gamba. Io torno a casa e… venite a trovarmi ragazzi ma non bevete tutto il mio sidro e non mangiatemi tutto il cinghiale e poi non lasciate le armi sparse nel cortile e poi… e poi…”

“Sì, sì signore… abbiamo capito!” urlarono in coro tutti. Che razza di brontolone, questo borbottone!

 E anche gli altri giovanotti impararono che è meglio fare agli altri quel che vorresti fosse fatto a te.

                                             

pubblicato da Annamaria Gatti

illustrazione  A Willy di Kitoshi Kimmo,  da Frosinone Today.

 

 

 

 

 

 

giovedì 3 settembre 2020

Preoccupati per l'inizio dell'anno scolastico?

 Lo psicologo Ezio Aceti,  sulla pagina di Città Nuova on line,  risponde a una mamma  preoccupata, come tutti i genitori, per l'inizio della scuola. E dà motivo di riflessione e rassicurazione anche agli insegnanti, che vivono un momento complesso, dove in gioco sono la competenza pedagogica e soprattutto la  capacità di accoglienza e incontro. L'empatia.


Il primo giorno di scuola è sempre stato per bambini e ragazzi un momento importante, per vari motivi dovuti soprattutto alla novità, alla curiosità e alle attese.

Infatti le emozioni che bambini e ragazzi vivono sono molteplici, a seguito di vari fattori:

  • desiderio di incontrare gli amici o i nuovi compagni dopo le vacanze
  • novità (soprattutto per i bambini di prima elementare, della scuola dell’infanzia e i ragazzi di prima media) per le nuove conoscenze, accompagnata da un certo timore e da varie attese.
  • tensione determinata dalla paura di “fare brutta figura”, per la consapevolezza del giudizio degli altri che incomincia ad essere importante, soprattutto per i ragazzi delle medie.
  • timore e curiosità rivolta alle nuove insegnanti, che comunque rimangono sempre figure adulte di riferimento verso le quali render conto.

Sappiamo che per moltissimi anni è stato così e soprattutto la pedagogia moderna è andata sempre più raffinandosi, strutturando momenti di accoglienza particolari con attenzioni pedagogiche ai bisogni dei bambini e dei ragazzi.

Ma… oggi c’è il coronavirus, questo piccolo, minuscolo nemico col quale dobbiamo fare i conti. E che conti! Assistiamo alla televisione ad un fermento, un subbuglio, un’agitazione per garantire in salute e sicurezza l’inizio dell’anno scolastico.

Tutto ciò è corretto, perché è necessario tutelare la sicurezza e la salute di tutti. Ma, chiediamoci, per i bambini e i ragazzi come sarà questo primo giorno al tempo del coronavirus? Sappiamo che la tensione è molto alta in quanto i ragazzi vengono da un periodo di assenza che ha interrotto i rapporti vidiretti. In più, il desiderio di incontrarsi è fortissimo e le aspettative molteplici, mentre le raccomandazioni dei genitori sui rischi del contagio e sulla prudenza che devono mantenere rimbombano nelle loro teste.

Per non parlare delle insegnanti che, pur con le loro caratteristiche specifiche, sono tutte alle prese con un carico d’ansia di gran lunga maggiore rispetto agli anni precedenti, dovuto a:

  • Il timore del contagio
  • La responsabilità nei confronti dei bambini
  • La paura di portare il contagio ad altri e anche ai loro famigliari

Insomma si può ben dire che la tensione è alta, particolarmente alta. Chiediamoci: cosa fare? Cosa è giusto per i bambini e per i ragazzi? Come strutturare l’accoglienza?

È stato Konrand Lorenz (1903-1989), premio Nobel per l’etologia ad aprirci la strada sull’importanza dei primi contatti, delle prime relazioni scoprendo e studiando quel fenomeno particolare da lui chiamato imprinting.

L’imprinting è quella prima esperienza che si struttura durante l’incontro e che tende a mantenersi a lungo e a determinare gran parte del resto della relazione. Curare bene l’imprinting allora significa, nel nostro caso, curare bene questa prima relazione.

Gli studi di psicologia evolutiva inoltre ci confermano che, per quanto riguarda i bambini e i ragazzi, è importante che questo primo giorno soddisfi tre bisogni fondamentali:

  1. accoglienza: i bambini devono sentirsi accolti e ben-voluti. Devono sentire che, nonostante tutto, è bello stare insieme. A questo proposito è importante esporre all’interno della scuola, della classe, un cartello, un disegno, una frase accogliente e soprattutto l’appello iniziale deve durare molto, in quanto è bene che l’insegnante chieda al bambino come è andata, come sta… insomma che i ragazzi si sentano accolti nel loro vissuto.
  2. responsabilità: i bambini e i ragazzi hanno il diritto di sapere la verità. Sarà importante parlare del Coronavirus con parole adeguate, facendo riferimento alla scienza. È importante però che questo venga fatto una volta solaripeto una volta sola. Questo per evitare di aumentare la tensione e soprattutto , dire ai ragazzi che se vorranno potranno chiedere tutto quanto ritengono giusto sapere.
  3. motivazione: i bambini e i ragazzi devono sentire che ci si fida di loro e che loro sapranno far bene. Devono sentire che in loro c’è la capacità di impegnarsi, di raggiungere dei risultati e che, se per caso sbaglieranno, potranno sempre recuperare.

Tutto ciò dovrà essere fatto lasciando spazio alla fantasia e all’inventiva delle insegnanti. Per realizzare tutto questo, l’insegnante ha uno strumento, lo strumento più importante degli esseri umani: la parola. L’utilizzo corretto della parola è di estrema importanza per la riuscita della relazione e del rapporto. Parlare è importante perché aiuta ad elaborare l’ansia e a trovare forza e risposta dentro di se.

Il parlare allora dovrà contenere tre concetti che corrispondono ai tre bisogni dei bambini e dei ragazzi:

  • l’empatia, che corrisponde all’accoglienza. Il bambino deve sentire che l’insegnante è con lui, che lo comprende. Questo lo può manifestare dicendo: sono molto contenta di cominciare con voi… e va detto anche se magari c’è un po’ di trepidazione, di tensione.
  • la realtà, che corrisponde alla responsabilità. Descrivere quello che sta succedendo senza allarmismi e nella verità, ma lasciando liberi di fare domande.
  • il sostegno, che corrisponde alla motivazione. È il più importante perché dimostra che l’insegnante si fida delle capacita dell’alunno e invita l’alunno ad entrare dentro di se e a scoprire le sue risorse. L’insegnante può terminare quanto sta dicendo affermando: «sono sicura che voi saprete come fare, che troverete voi il modo giusto di rapportarvi e di stare a scuola, che ve la caverete».

 

Se faremo così allora forse si riuscirà nell’ intento fondamentale in questo periodo: quello di non togliere la paura, ma dare la possibilità di gestirla in modo intelligente e semplice.


pubblicato da Annamaria Gatti

illustrazione Eleonora Moretti, Città Nuova, giugno 2020

lunedì 31 agosto 2020

Maria Montessori e la morte della pedagogia in Italia


 

Un articolo realistico e inquietante  di Daniele Novara. Oggi su CPP. 

Il metodo di Maria Montessori è pratico e operativo

Nel giorno che ricorda i 150 anni della nascita di Maria Montessori, occorre chiedersi perché il nostro paese ha sempre avuto un rapporto difficile con la più grande pedagogista mai esistita.

Il metodo di Maria Montessori è pratico e operativo: i bambini non mettono crocette su delle schede, ma operano concretamente, a livello sensoriale, con dei materiali, con i quali imparano anche a leggere e scrivere, in linea con le sue indicazioni di far lavorare i bambini liberamente e in maniera attiva.

Niente di più lontano dalla metodologia di Maria Montessori è l’idea che a scuola si vada per ascoltare l’insegnante. Questo è il cardine della pedagogia cosiddetta idealistica tradizionale che, basata sulla magistralità, pretende che ci sia questa infusione di sapere dal maestro, dall’ insegnante o dal professore ai suoi alunni o allievi, in un passaggio che non ha nulla né di reciproco né di concreto e pratico. 

Nella tradizione scolastica italiana l’insegnante sta al centro dell’attenzione, tutti gli sguardi convergono su di lui, come se dovesse tenere sempre, ossessivamente il controllo sui suoi alunni. 

Esattamente il contrario di quella libertà operativa, autodisciplinata, di cui hanno goduto e godono i bambini della Montessori e che anch’io porto avanti nella logica del mio metodo, che ho definito maieutico proprio in virtù del dare il protagonismo ai bambini, per poter vivere esperienze concrete basate sulle loro capacità, le loro risorse e specialmente su una valutazione non più incentrata sulla ricerca dei loro sbagli e dei loro errori, ma su una valutazione focalizzata sulla valorizzazione e sul riconoscimento dei loro progressi.

Non sarebbe stato e non è complicato diffondere il metodo montessoriano nelle scuole italiane. In particolare da circa vent’anni a questa parte, grazie al Regolamento sull’Autonomia Organizzativa e Didattica delle Istituzioni Scolastiche, per avere nelle scuole pubbliche delle classi montessoriane occorre che il collegio docenti approvi tale possibilità e la deliberi. 

Nella realtà, purtroppo, risulta terribilmente complicato ottenere sezioni montessoriane: difficoltà burocratiche e motivazionali mortificano questa possibilità.

Sono assolutamente dell’idea che la pedagogia non sia quel corpus di concetti e teorie filosofiche, o addirittura spiritualistiche, che hanno abbondantemente insegnato, e ancora insegnano, in tante facoltà (da un paio di anni si parla di dipartimenti), ma che sia come l’architettura o la medicina: una disciplina di scienza pratica, che per essere efficace deve raccogliere altre discipline scientifiche, come possono essere l’antropologia, la psicologia o la sociologia, e anche, oggi più che mai, le neuroscienze, per riuscire a realizzare interventi concreti che abbiano un sufficiente valore scientifico. 

La scuola italiana si è allontanata da questo indispensabile connubio e oggi si trova orfana di un impianto scientifico. 

Mi auguro che tutto il legittimo e autorevole profluvio di ricordi e commemorazioni della grande Maria Montessori segni un’inversione di tendenza, per restituire la scuola italiana alla pedagogia di qualità e la pedagogia di qualità alla scuola italiana.


Articolo di Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP, pubblicato in occasione dei 150 anni della nascita di Maria Montessori.


pubblicato da Annamaria Gatti

foto di MMCG

MARIA MONTESSORI la più amata dai genitori italiani.

 ...Ma le sue scuole in Italia sono molto poche. Lo sappiamo. E i genitori cercano con affanno talvolta una scuola montessoriana. Conosco famiglie che si trasferiscono pur di offrire questo dono ai figli.  Talvolta le scuole "montessoriane" non rispondono appieno al metodo della dottoressa, non sempre il loro cammino è facile. 

Maria Montessori ha saputo in anni oscuri, trovare e dare un metodo che rispetti il bambino e soprattutto ne faccia un uomo migliore. Il contributo di Novara riproposto sui social,  rinnova quella tensione, spiega  il merito grande di aver studiato e costruito una metodologia ancora oggi "faro" per tutti. 

Amiamo in tanti questa donna forte e controcorrente.  Desidero celebrarla e onorarla  anche oggi, a 150 anni dalla nascita,  nella speranza che molti giovani educatori si avvicinino a questa scelta pedagogica.

Al Gloria omaggio a Maria Montessori – Corriere di Como

Tutto è connesso

L’attualità della pedagogia di Maria Montessori

 di Daniele Novara

 

È sempre imbarazzante per un pedagogista italiano come il sottoscritto, affrontare l’opera e l’esperienza di Maria Montessori, la più grande e importante collega che  sta alle spalle del mio lavoro professionale. Imbarazzante in quanto l’Italia è il suo paese ma è anche un paese dove le sue scuole e il suo pensiero hanno fatto e fanno più fatica a trovare una collocazione adeguata. Nei miei viaggi ricordo di aver trovato le scuole montessoriane o ad ispirazione montessoriana nelle più disgraziate favelas  brasiliane come negli sperduti paesini dell’Irlanda. Così come è stato sorprendente a Perugia nel ‘99 essere invitato a parlare di Educazione alla pace alle direttrice e ai direttori delle scuole montessoriane di tutto il mondo con presenze dal Pakistan, Bangladesh, Australia, Nuova Guinea, tanto per dire i paesi e i continenti più lontani. Non solo, rovistando negli scaffali pedagogici delle librerie di varie città del mondo la Montessori è sempre presente, la stessa cosa purtroppo non si può dire per l’Italia.

Senz’altro per noi educatori italiani l’episodio più curioso si ebbe qualche anno fa quando la rivista WIRED rivelò, nel numero del settembre 2011, che i giovani guru dell’economia digitale internazionale si erano proprio formati da piccoli nelle scuole montessoriane e che anzi quella sembrava essere la loro matrice più forte e significativa. Sto parlando proprio di Jeff Bezos fondatore di Amazon, Jimmy Wales creatore di Wikipedia e soprattutto di Larry Page e Sergey Brin che hanno dato vita a uno dei fenomeni mondiali più innovativi ossia Google, il sistema di connessione tecnologica internazionale. E se si va sui personaggi meno noti, l’elenco dei protagonisti delle nuove tecnologie che stanno rivoluzionando la nostra vita contempla ulteriori rappresentanti dell’apprendimento montessoriano.

I commentatori non hanno esitato a collegare la creatività di questi personaggi alla loro stessa formazione scolastica, alle loro radici infantili in un humus educativo che proprio come voleva Maria Montessori stimola i bambini a tirar fuori il meglio di sé, a creare le condizioni perché possano sviluppare tutto il loro potenziale, tutto quello che hanno dentro.

Forse è il caso di tornare sui propri passi e di riscoprire la modernità, l’attualità, la forza della nostra pedagogista, il significato attualissimo della sua proposta.

Ci sono insomma buone ragioni per tenere Maria Montessori come punto di riferimento per il futuro dei nostri figli, dei nostri bambini, dei nostri ragazzi. Cercherò di dimostrarlo.

 

Sei buone ragioni per tenersi ben stretta la Montessori

 

  1. Perché per i bambini imparare è la cosa più importante

La Montessori crede e imposta tutta la sua attività scientifica nella consapevolezza che i bambini hanno una naturale predisposizione a imparare e che questa loro forza interna debba semplicemente trovare lo spazio e le occasioni per potersi sviluppare e manifestare.

Già nelle sue prime esperienze, quando è ancora molto giovane, scopre che bambini considerati minorati mentalmente, addirittura tenuti negli ospedali psichiatrici degli adulti, posti in ambienti accoglienti e con materiali sensoriali adeguati possono acquisire apprendimenti non solo significativi ma per l’epoca (stiamo parlando dei primi del ‘900) superiori agli stessi bambini delle scuole tradizionali abituati a metodi molto meno esperienziali, più trasmissivi e più passivi.

Maria Montessori applica un’idea molto semplice confermata anche dalle moderne neuroscienze: se imparare è anzitutto un’esperienza occorre che le scuole stesse siano impostate su situazioni di coinvolgimento concreto, attivo, diretto. Non ci può essere una passività recettiva ma una sintonizzazione con il mondo della realtà, del fare, dello scoprire sensoriale.

Mette in atto una rivoluzione che è semplicemente la conferma metodologica di quello che ciascuno di noi fin da piccolo vive, ossia l’imparare facendo, l’imparare nella scoperta, nel poter sbagliare e nel poter ripetere fino a raggiungere una vera e propria competenza.

Racconta Lorella Boccalini, formatrice pedagogica del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) che ha scelto per le sue figlie le scuole montessoriane: “Mi convinceva l’idea che si potesse lasciare ad ogni bimbo il tempo per sperimentare il proprio modo di apprendere, che anzi venisse incoraggiato, attraverso l’uso del materiale di italiano e di matematica a disposizione nel lavoro libero, a concentrarsi, a trovare il proprio interesse dentro di sé, ad esercitare l’impegno non arrendendosi davanti all’errore, ma avendo il tempo di riprovare senza essere giudicato, cercando le proprie strategie anche per fare le cose più impegnative. Imparando e essere rispettati e a rispettare gli altri. Mi bastava pensare che Irene sarebbe stata in un ambiente ricco di proposte ma non competitivo, dove avrebbe alimentato l’interesse, che si vede nei bambini, per ciò che le veniva proposto e avrebbe esercitato la sua passione e la sua volontà, dove lo scambio tra bambini anche più grandi o più piccoli l’avrebbe aiutata ad imparare ma anche ad avere interesse per gli altri, a chiedere ma anche ad aiutare i compagni in difficoltà, a prendersi cura delle cose comuni”.

Il suo metodo in altre parole asseconda le naturali tendenze infantili e umane ad assorbire l’esperienza e a trasformarla in nuove capacità.

 

  1. Non si basa sulla correzione ma sulla libertà

L’idea che i bambini sbagliano e fanno le cose sbagliate, che sono capricciosi, disturbatori, oppositori, distratti, incapaci, opportunisti, provocatori, è dura a morire. Immaginiamo allora l’epoca di Maria Montessori quando la concezione stessa del bambino è ancora circondata da un alone di incompiutezza, di deficitarismo, di mancanza, quando i metodi sono terribilmente crudeli, legati anche all’indigenza (pensiamo al lavoro minorile, alle punizioni corporali nelle famiglie e nelle scuole, alle fasciatura dei neonati). Quanti genitori ancora oggi andando ai colloqui con gli insegnanti si sentono ripetere “suo figlio potrebbe fare di più; suo figlio non è concentrato; suo figlio è molto distratto; suo figlio non esegue; non ascolta”. Tutto questo incalzare di giudizi negativi sui bambini trova nella pedagogia montessoriana il suo definitivo superamento.

Non si tratta di correggere ma di far nascere. “Chi tenta di correggere il bambino con la forza e con il peso della propria autorità si accorgerà ben presto di aver fallito nel suo intento. Il bambino risponderà in modo forte, esplicito perfino violento”.(Il nuovo adulto, Quaderno Montessori n.73, Castellanza, VA, primavera 2002, pag.61)

Si tratta per Maria Montessori di sostenere il bambino senza invadenza, senza oppressione per consentire alla sua forza vitale di esprimersi creando l’ambiente e le connessioni metodologiche adeguati. Si tratta di aiutarlo in maniera indiretta piuttosto che indicargli continuamente quello che è giusto e quello che è sbagliato, quello che deve fare e quello che non deve fare. La pedagogia correttiva purtroppo resta ancora molto presente nei nostri immaginari sia in famiglia che nelle scuole con conseguenze devastanti per il potenziale di crescita infantile.

Credo che l’aspetto più rivoluzionario del Metodo Montessori sia proprio questo: sospendere ogni forma di correzione infantile, di intervento diretto invasivo nei confronti di quello che i bambini stanno facendo, lasciando che siano loro stessi a fare le scoperte necessarie. È una sottolineatura che ricorre anche negli scritti di Grazia Honnegger Fresco, grande pedagogista italiana “Non occorre che l’adulto metta costantemente in evidenza gli sbagli e li corregga. Anzi, l’atteggiamento giudicante è un attacco alle capacità maieutiche dell’essere umano, all’autostima del bambino”.(G. Honnegger Fresco, Maria Montessori, una storia attuale, l’ancora del mediterraneo, Napoli-Roma, 2007, pag.163)

Il seguito al link:

 https://www.montessoribs.it/tutto-e-connesso-lattualita-della-pedagogia-di-maria-montessori-di-daniele-novara/?fbclid=IwAR2j6qkh49HEMGtaWbphZ7bPwd_ydvbquOkqcS8jIZjp-82rgJ3ASz3MI9U

Associazione Montessori Brescia, 2016

pubblicato da Annamaria Gatti

Foto: da Corriere di Como

martedì 25 agosto 2020

Riprendere la scuola in sicurezza... anche pedagogica

Dal Blog del Centro Ermes  si segnala il quinto contributo conclusivo  della pedagogista  e insegnante Annamaria Giarolo sulla gestione del rientro a scuola. 

Responsabilità e adeguata competenza pedagogica devono affiancare le disposizioni sanitarie in questo rientro difficile per i nostri bambini e i nostri ragazzi. 

Impossibile dimenticare l'aspetto emotivo e socioaffettivo. Impossibile trascurare l'alta missione della scuola.

                                      

                                  NON DI SOLO BANCHI VIVE LA SCUOLA

"Se servono spazi, probabilmente a livello locale le risorse ci sono per permettere un distanziamento che sia rispettoso di tutti e soprattutto della missione educatrice della scuola.

Ma qui emerge un altro problema: la suddivisione delle classi utilizzando il criterio delle competenze, cioè suddividere una classe per gruppi di livello!

Purtroppo, sembra che, in alcuni ambienti scolastici, sia una scelta molto gettonata. Su quale grande teoria pedagogica sia fondata non è dato saperlo (o forse torniamo all’amato libro di De Amicis, fine secolo XIX?).

Che i bambini imparino con gli altri, nella relazione con i pari e in un contesto che sostiene e rafforza l’autostima l’hanno sostenuto nella teoria, ma anche nella pratica, i grandi del socio-costruttivismo: Piaget e Vygotskji, solo per citarne qualcuno. E perché no, anche Don Milani che nel suo I care riassumeva la necessità di pensare all’altro come a me stesso.

Allora come posso credere veramente che alunni svantaggiati traggano frutto dallo stare tra loro sapendo di essere in difficoltà e che non ce la faranno mai a raggiungere i compagni?

Torniamo alle classi differenziali? Qualcuno sostiene che, a forza di “bastonate” (bocciature, note sul diario, voti sempre più bassi, …), un alunno/studente dovrebbe trovare la motivazione per impegnarsi e faticare: anche questa teoria trova poco fondamento nella ricerca attuale, piuttosto porta dritto verso la dispersione scolastica.

Cosa fare dunque se si dovranno dividere le classi?

Si formano gruppi di lavoro, eterogenei, che si ricompattano di tanto in tanto nella piccola comunità classe per condividere risultati e obiettivi raggiunti

Chi ha più competenze si mette alla prova nel sostenere il compagno che ne ha bisogno e, accade sempre, sarà poi uno scambio reciproco perché i punti di forza di chi è svantaggiato emergono e diventano una spinta per migliorarsi, entrambi e l’intera comunità.

Fiducia e rispetto, sostegno e collaborazione, motivazione ed empatia, clima di classe positivo per star bene insieme e mettere le basi per una società che sappia riconoscere, accettare e valorizzare le diversità.

Non è forse questa la missione educatrice della scuola?

Annamaria Giarolo


Consultabili gli interventi precedenti al sito. 

https://www.centroermes.co/post/non-di-soli-banchi-vive-la-scuola-parte-prima


Annamaria Giarolo è coautrice del volume

"Io amo la scuola Come insegnare e stare bene in classe" ed. La meridiana, Molfetta 2018

Io amo la scuola

pubblicato da Annamaria Gatti

foto da Centro Ermes