Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.
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sabato 14 giugno 2025

Favola terzo episodio. Il cavaliere Enea e la scoperta della regola d’oro.

 Ecco la continuazione dell'esperienza di Enea 

che diventerà cavaliere solo se avrà saputo fare le scelte giuste. 

Dedico questa favola a Willy barbaramente ucciso 

mentre voleva difendere  un amico e portare la pace.

Willy ora è un vero cavaliere. 

Omicidio Willy, ecco i risultati dell'autopsia “ucciso per i colpi violenti  su diverse parti del corpo” 


fonte:  Città Nuova Settembre   favola di Annamaria Gatti

illustrazione di Eleonora Moretti 

Il castello degli apprendisti cavalieri era una severa  dimora, poca luce e  rumori sinistri popolavano le stanze “Avete paura del buio? Avete paura delle novità?” chiedeva il Grande Maestro.

“No” rispondevano gli apprendisti “noi sappiamo cavarcela bene. Andiamo finalmente a cacciare draghi?”

“Nulla del genere,  la prossima prova sarà liberare dalla torre il gran borbottone.”

I giovani si guardarono e scoppiarono in una sonora risata. Il  Maestro  li lasciò ridere, poi aggiunse: “Vedrete, non è un tipo piacevole, buona fortuna!”

 Un ululato acutissimo proveniente dalle scale della torre li fece rabbrividire.  Dopo un veloce “pari o dispari” stabilirono l’ordine dei tentativi. “Parto!” disse il primo un po’ titubante “sarò velocissimo”. Infatti velocissimo… ritornò contrariato: “Beh pensateci voi, è così brontolone che non lo sopporto. E poi ho il cuore in gola: c’erano ombre strane lungo la scala!”

Si sentirono ruggiti raccapriccianti e tutti si guardarono preoccupati. Comunque, anche il secondo tornò solo: “E’ insopportabile! E’ un maleducato, non gli va bene niente!”

Il terzo si fece coraggio, salì guardingo ed entrò. Gli  promise mari e monti, poi lo prese in giro pesantemente e iniziò anche a minacciarlo se non fosse partito con lui. Il borbottone si accucciò in un angolo e, spaventato, non si mosse più. Anche il giovane tornò giù tremante di paura e di rabbia.

Era il turno di Enea. Strana prova: sembrava un giochetto e invece…

Entrò nella cella della torre. Borbottone,  un omino ossuto,  vestito elegantemente, ma sgradevole a vedersi, stava lamentandosi:  “Nessuno mi  capisce, mi chiudono qui perché brontolo sempre,  questa torre è una prigione! Voglio tornare a casa, giocherò con i nipotini anche se mi tireranno la barba, prometto, non brontolerò più…”

Enea era sempre là seduto ad ascoltare.

L’omino lo guardò. Enea lo guardò.

L’omino  gli sorrise. Enea gli sorrise.

“Sei venuto a liberarmi?” gli chiese.

“Beh, se vuoi sì. Se io fossi nei tuoi panni, mi farebbe piacere che qualcuno mi ascoltasse e mi capisse.”

“Amico,  hai fatto con me quello che vorresti fosse fatto a te, quindi hai superato la prova. Ora vengo.”

La scala era ripida, ma il Borbottone la scese in fretta fino a sbattere contro il barbone del Gran Maestro.

“Ullallah! Ecco trovato il cavaliere che ha scoperto la regola d’oro.” Esclamò il Maestro, osservando curioso il borbottone.

“Me ne vado Maestro, hai trovato il tuo apprendista in gamba. Io torno a casa e… venite a trovarmi ragazzi ma non bevete tutto il mio sidro e non mangiatemi tutto il cinghiale e poi non lasciate le armi sparse nel cortile e poi… e poi…”

“Sì, sì signore… abbiamo capito!” urlarono in coro tutti. Che razza di brontolone, questo borbottone!

 E anche gli altri giovanotti impararono che è meglio fare agli altri quel che vorresti fosse fatto a te.                                      

pubblicato da Annamaria Gatti

illustrazione  A Willy di Kitoshi Kimmo,  da Frosinone Today.

 

 

 

 

 

 

martedì 3 giugno 2025

Favola secondo episodio. Saper chiedere aiuto, anche questo è diventare saggi!


ENEA CHIEDE AIUTO

Forse che sia la cosa più difficile chiedere aiuto? 
La saga del Cavaliere Enea prova a spiegarlo
In un tempo tragico come il nostro, dove vorremmo salvare lo sguardo e il cuore dei nostri bambini,  leggiamo buone storie.
Fonte Città Nuova
Favola di Annamaria Gatti
Illustrazione di Eleonora Moretti

C’era  una volta l’apprendista cavaliere Enea, giovane coraggioso e di gran cuore.
Un giorno il compito dei  futuri cavalieri era un cosetta da nulla: niente draghi o draghetti,  niente mostri o giganti orribili.

 I giovani dovevano  solo liberare il villaggio Felix dal virus DIVOC 91 che uccideva i bambini.
Ora… che volete che sia liberare un villaggio da un virus, per gente abituata a salvare principesse, paesi interi, castelli e regni?

Ma il compito era apparso arduo: chi era partito corazzato e con la spada, chi con la lancia, qualcuno con una terribile balestra… ma tutti erano tornati malconci, perchè il mostriciattolo era invisibile… e affamato di cuori buoni.
“Enea, gli altri non ci sono riusciti e tu cosa pensi di fare?” aveva chiesto il Gran  Maestro Cavaliere.
“Ora ci penso, Maestro,  poi agirò come farebbe un cavaliere.”

Enea si ritirò nelle stanze della torre a est e nel silenzio, pensando e ripensando, con calma, cercò la soluzione: CHIEDERE AIUTO ALLA PERSONA GIUSTA.
 “Gran Maestro, per sconfiggere questo mostro invisibile devo chiedere aiuto al medico cerusico del Regno di Fortebraccio, forse lui potrà indicarmi la soluzione che non trovo.” E partì.

Arrivato finalmente al castello di Fortebraccio dopo un viaggio faticoso, annunciò:  “Sono Enea, giungo a chiedere aiuto al vostro sapiente”.
Il medico arrivò con barbone, cappello stellato e ampio mantello e ascoltò Enea. Poi ordinò:  “Studiamo insieme i miei libroni e troviamo il rimedio a tanto dolore.”  Sul far della sera partirono alla ricerche delle erbe e delle pietre, utili a preparare una pozione di guarigione. Passarono due notti e due giorni nella foresta, senza dormire e senza mangiare.

Enea lottò con un orso e una gigantesca anaconda. Entrò nella grotta delle pietre accecanti e delle stalagmiti velenose, sconfisse le terrificanti volpi volanti, ma alla fine trovò tutto ciò che serviva. E la pozione fu preparata.

Quindi tornò nel suo regno e arrivò a Felix, dove subito andò dalle bambine e  dai bambini,  che presero la pozione-medicina e ascoltarono le sue avventure  a bocca aperta.

“Quale è stata l’avventura più difficile?” gli chiese una bambina affascinata.
“Chiedere aiuto ad altri!” rispose Enea sicuro.
 “Bravo!” osservò il Gran Maestro. “Per essere cavalieri occorre anche saper riconoscere di non poter risolvere tutto e cercare aiuto e poi darsi da fare!”
E questa è un’altra avventura dell’apprendista cavaliere Enea.


pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it


martedì 8 ottobre 2024

Piccolo merlo e i girasoli, favola per la resilienza in giorni speciali

Ricominciare ogni giorno, non abbattersi, 
se lo facciamo noi lo faranno anche loro, i bambini. 
E saranno più sereni
Merlo in Girasoli Immagine gratis - Public Domain PicturesPer natura i bambini sono sempre pronti a ricominciare, 
ma questa sicurezza 
gliela dobbiamo far scoprire, sperimentare sempre.
Una favola per parlarne.
Buoni giorni a voi tutti con affetto grande










Piccolo merlo e i girasoli
di Annamaria Gatti, illustrazione di Eleonora Moretti
Fonte:  Città Nuova, febbraio 2018, n°2, anno LXII

I girasoli popolavano il campo immenso, come tanti soldatini allineati, rivolti sempre verso il sole.
Il piccolo merlo dal becco giallo, appena abile al volo, allegramente volava attorno al campo, alla ricerca di qualcosa di interessante da raccontare.

“Ma perché guardi sempre verso il sole, tu girasole, grande e grosso come sei, potresti farti gli affari tuoi senza dar retta sempre al sole! …Che ti costringe a far quello che vuole lui. Guarda me, che volo dove voglio e mi diverto.”
“Piccolo merlo, io volentieri seguo il sole, da lui ho luce per vivere e crescere… per te è diverso e imparerai anche tu cosa vuol da te la vita…”

Da quel giorno piccolo merlo si divertiva a scuotere dal sonno i girasoli e con qualche fischio ben assestato li costringeva a dirigere la corolla altrove, con un po’ di fastidio di tutti i fiori. Quel piccolo uccello li richiamava ad una libertà che non conoscevano, strana.

“Ehilà ragazzi! Guardate che bravo son diventato!”  E sfoderava qualche acrobazia suscitando gli OH! più disparati.
Poi un giorno di fine luglio il cielo si fece cupo e rovinò sul campo chicchi di grandine a ferire le corolle.
Poi l’arcobaleno annunciò che il peggio era passato… ma che disastro!

Tutti i girasoli alzarono la corolla ferita con un solo desiderio: ricominciare… e guardarono verso sud… da dove il sole aveva ripreso a brillare. E conquistarono forza.
Il sole riappariva sempre, era la loro certezza, qualsiasi cosa fosse accaduta!

Poi un fischio doloroso: piccolo merlo svolazzava qua e là smarrito. La tempesta aveva distrutto tutto, anche il suo nido e vagava in cerca di riparo.
“Vieni qui fra noi, piccolo merlo!”  gli gridò un girasole.
Piccolo merlo si fermò e saltellando mesto si accoccolò presso il fiore maestoso pur se ferito.

“Ricominciamo, piccolo merlo, non ci spaventiamo, guardiamo sempre al sole, senza perderlo mai di vista! Qui sta la nostra forza. E non ci sentiamo meno liberi di te che voli senza costrizioni, ma che devi combattere anche tu con quel che la vita ti fa incontrare.”

Piccolo merlo aveva capito,  nascose il becco fra le ali e si addormentò consolato.


E tu, bambino mio, hai il tuo sole a cui guardare sempre per ricominciare?

Pubblicato da Annamaria Gatti
foto da Public Domain Pictures


mercoledì 4 ottobre 2023

San Francesco inventa il Presepe. Storia per un Natale di pace: L’ ARMA PIU’ FORTE

Questa Storia è la quinta puntata  delle vicende di Enea, un giovane apprendista cavaliere medioevale, che scopre i pass... per diventare un valente cavaliere. In questo cammino fa un' esperienza straordinaria, là dove storia e fantasia si incontrano, creando anche un' occasione per ripensare al Natale, ma quello vero appunto, degno di un cavaliere, degno dell'Umanità. (Le puntate sono state pubblicate sul periodico Città Nuova 2020/2021) 


fonte:  Città Nuova, Roma,  gennaio 2021             (elaborazione)

racconto di Annamaria Gatti  illustrazione di Eleonora Moretti


MA INSOMMA QUANDO ENEA DIVENTERA’ CAVALIERE? Mi chiedo. 

E VOI COSA PENSATE?

Il nostro aspirante cavaliere doveva scoprire ancora un paio di cose. Quindi restiamo in attesa e qualcosa accadra’. Infatti… “Un lupo sta infestando la regione. Divora pecore e agnelli, ferisce uomini donne e bambini, una vera calamità.” Aveva esclamato il Gran Maestro rivolgendosi ai suoi apprendisti che, gridando “EHIHA-OOO!” radunarono le loro armi e partirono, come sempre!

Enea, Marillo, Giangiacomo e Norberto prontamente raggiunsero galoppando la radura dietro al borgo infestato dalla feroce bestia: tutti erano serrati in casa e non c’era nessun segno di vita.

“Tocca a noi!” esclamò Marillo.

“Dobbiamo trovare il feroce lupo! Insieme lo accerchieremo e lo uccideremo” aveva aggiunto trionfante Norberto.

Il “tutti per uno,  uno per tutti” di Enea era stato condiviso, con  soddisfazione del Gran Maestro.

Scesero da cavallo e insieme seguirono Enea che si era avviato. I giovani si muovevano con cautela fra i cespugli e gli alberi secolari, senza far rumore.

Ma del lupo nemmeno l’ombra. Solo in lontananza un mormorio. C’era qualcosa di insolito in quel silenzio.

Poi all’improvviso ecco, sotto una quercia…

Un piccolo frate stava “conversando” con il lupo, grosso e minaccioso. Enea si preparò a difendere l’ uomo, ma poi si fermò.

“Ehi, il lupo si accovaccia ai suoi piedi” bisbigliò, “si fa accarezzare e ora lo segue mansueto. Che miracolo è mai questo?”

“Seguiamolo da lontano” propose Giangiacomo allarmato. E lo seguirono per molte ore,  fino ad un  villaggio sperduto sui monti, sempre con il lupo accanto. Come un fidato cagnolino.

E giungeva la notte.

MA… CHE CI FANNO QUATTRO APPRENDISTI CAVALIERI DIETRO A UN FRATICELLO CON UN LUPACCHIONE AL SEGUITO? MISTERO.

Erano giunti ad una stalla. Fu allora che il fraticello si rivolse ai quattro giovani che non pensavano di essere stati scoperti:

“Avete avuto una bella costanza, miei giovani amici. Non vi ha fatto paura la fatica e siete arrivati fin qui con me. Bravi, siete coraggiosi, volete arrivare in fondo al vostro compito.  Se volete ora potete riposarvi. So cosa cercate. Non temete:  fratello lupo ora sa che attende il cibo dagli uomini, senza più aggredire nessuno. Io ora però ho molto da fare. Devo aiutare il mio amico Giovanni signore di Greccio a fare un presepe.”

E si mise ad aiutare un uomo dai nobili vestiti e  che stava preparando qualcosa in quella stalla. Ma cosa? Mentre il lupo si scaldava al fuocherello, acceso in un angolo.

Un invito al riposo come quello però convinse i quattro stanchissimi giovanotti a gettarsi sul primo pagliericcio lì vicino,  dove consumarono finalmente un sonno ristoratore.

Per poco però perché nel bel mezzo dei sogni, ecco rumori e sospiri ed esclamazioni di stupore:  “Possibile a Greccio? In una stalla?”

“Eppure è accaduto,  corri, il Bambino è apparso fra le  braccia di frate Francesco. Un miracolo di certo!”

“Francesco,  l’amico del nobile Giovanni di Greccio?”

“Sì, lui il frate di Assisi, che ha placato il lupo feroce a Gubbio, ha preparato un Presepe e il Bambino Gesù è apparso fra la paglia, proprio come 1223 anni fa a Betlemme!” 

Enea e i suoi compagni balzarono in piedi e,  prese le armi e pronti a difendere qualcuno che fosse  in pericolo,  si sporsero verso l’entrata della  capanna.

Nel bel mezzo della stalla ecco alcune pecorelle, un asino e un bue, qualche pastore,  una donna, un uomo e accanto a loro il frate con un lupo accovacciato ai suoi piedi e accanto a un agnello candido.

“Vedi anche tu quello che vedo io?” chiese Norberto ad Enea.

“Sì” rispose Enea. E basta, tanto era emozionato.

Il frate aveva qualcosa di incredibile in braccio:  un neonato, che di più belli mai ne avevano visto uno.

“Com’è luminoso, com’è bello il Bambino” sussurrò Enea.

Fu in quel momento che il fraticello si rivolse a Enea e ai suoi compagni:

“Guardate, Gesù nato in una stalla 1223 anni fa ora si fa dono per voi, uomini e donne e bambini e cavalieri, perché ammiriate la forza e l’arma più potente della terra: l’Amore.” Enea non riusciva a distogliere gli occhi dallo sguardo del Bambino che gli sorrideva.

Poi Gesù gli indicò il lupo accoccolato ai piedi di Francesco. L’amore può davvero tutto sembrava gli sussurrasse: anche trasformare un cuore feroce, in un cuore capace di pace.

Giangiacomo era stupito e il suo  sguardo incontrò quello commosso  del Gran Maestro,  che dal fondo della stalla si era inchinato a tanto splendore.

Marillo era silenzioso, con una mano sul cuore,  Norberto stendeva il suo mantello davanti a Francesco mentre  Enea posava la sua spada ai piedi del Bimbo e capirono che il cammino degli aspiranti cavalieri stava per concludersi.


 

 

 

martedì 17 gennaio 2023

Figli forti. Capaci di attesa.



                           
Spesso in questo blog hanno trovato spazio la riflessione e l'esperienza di tutti i giorni che pongono attenzione massima ai fattori che favoriscono la crescita di bambini, ragazzi, giovani, uomini e donne forti, capaci di resilienza e di affrontare le difficoltà della vita senza rinunciare a se stessi e ai valori che con loro vanno condivisi e soprattutto testimoniati.

Un'insegnante appassionata, Chiara Ruffin,  mi aveva mandato questa breve considerazione condivisa, che è così attuale e si ricollega al post sulla necessità di operare con pazienza. E, come al solito, più che le parole, bambini e ragazzi vogliono gesti di vita vera. 

"Se non abituiamo i bambini all'attesa, alle piccole frustrazioni a stare da soli senza sentirsi soli, a cavarsela nei tempi morti, a tirare fuori la creatività e il desiderio si rischia di  produrre adolescenti incapaci di sopportare le più piccole frustrazioni, le più lievi sensazioni disturbanti, come per esempio due ore di ozio... 
E se non riescono a contenere e a riempire tempi così brevi , figuriamoci gli obiettivi della vita, i progetti e i desideri che proprio perchè tali implicano l'attesa, l'impegno, la dilazione, il futuro,
Il volere tutto e subito di numerosi adolescenti, affonda le radici proprio in questa difficoltà..."


E loro ci interrogano, sempre. E implorano risposte.


pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it

illust. Charlie Mackesy


domenica 17 aprile 2022

Parlare ai bambini della Resurrezione

Resurrezione, rinascita, rivedere la luce dopo il buio.  
Affidiamo questa desiderata nostra rinascita a Colui che non ha tradito l'uomo. 
In questi giorni duri, troviamo e trasmettiamo forza e luce. 
E' compito nostro.

Non abbiamo dubbi di comunicare e far provare ai nostri bambini la resurrezione: loro la comprendono molto meglio di noi, per quel naturale "livello alto" da cui provengono,  verso cui tendono e a cui aspirano prima che noi adulti  spegniamo in loro la Luce e li catapultiamo brutalmente su questa vecchia, amata Terra...

Comunichiamo loro che la morte è stata vinta, che il male è stato sconfitto, che le persone di buona volontà sono serene e nel loro cuore viene conservata "quella" Luce... Che non sono solo parole, ma sono fatti di tutti i giorni. Ci saranno grati per questa forza comunicata e vissuta.

Dal libro "Una mamma di Galilea. Il rosario narrato ai bambini" di Annamaria Gatti ed. Effatà

LA RESURREZIONE DI GESU'

Dio aveva permesso che il suo diletto figlio morisse per salvare tutti gli uomini dal buio del peccato e perché aprissero i loro occhi alla legge e all'amore del Signore. Quanto doveva avere patito nel vedere le sofferenze di Gesù. Ma  all'amore di  Dio tutto è possibile!

Quella mattina presto le donne camminavano silenziose per il sentiero: Gesù era morto ed era stato sepolto nel sepolcro. 
Tutte le speranze erano svanite, la tristezza aveva invaso il loro cuore. Nonostante ciò Maria di Magdala e l'altra Maria  si accingevano a visitare il sepolcro, per affetto e rispetto verso Gesù .
Una preoccupazione le accompagnava e si chiedevano:
“Come potremo spostare la pesante pietra?”
“Forse  qualcuno ci aiuterà...” osservò  alla fine Maria  Maddalena, piena di speranza.

Quando arrivarono però la pietra era già stata fatta rotolare e c'era lì un angelo del Signore, con un vestito candido come la neve. Sembrava che stesse aspettandole.
Lì per lì si spaventarono,  ma l'angelo le tranquillizzò e  disse loro:
“Non abbiate paura, so che cercate Gesù il crocifisso, ma Lui non è più qui.  E' risorto, vi ricordate? L'aveva detto! Venite, venite  a vedere il luogo dove è stato sepolto, vedete? E' vuoto! E poi, presto! Andate ad avvisare i suoi discepoli! Dite loro che ora Gesù  è in Galilea e là lo rivedrete finalmente!”

Le donne partirono subito per avvertire i discepoli della grande novità!

Erano così esultanti e commosse che  non smettevano un momento di parlare dell'angelo e della resurrezione miracolosa di Gesù!

pubblicato da Annamaria Gatti 
foto digilander.libero.it

venerdì 9 aprile 2021

MIRTA SI FIDA, il bel libro sull'affido edito da La Meridiana

Mirta si fida


Un onore aver collaborato con autorevoli  professionisti a questa opera di eccellenza,  con una storia che  stupisce, per la semplicità e la profondità. Le prime pagine spiegano lo straordinario percorso di queste  pagine.
La storia creata da Elisabetta Basili con illustrazioni tenerissime, a cui mi è stato chiesto di dare le parole, merita di fare del bene, di  viaggiare a lungo e di incontrare molti: bambini, famiglie, operatori, persone... Mirta conquisterà il cuore e la volontà di molte persone e sorprenderà ancora, incontrando molte persone in varie occasioni.


Mirta si fida è un libro
dove si incontrano due storie


La storia di  Mirta, una bambina vivace ma con genitori fragili che faticano a prendersi cura di lei.
La storia  della Famiglia Bottoni, una famiglia accogliente, che sceglie di prendersi cura di Mirta per un periodo della sua vita.
Il libro, nato da una campagna di sensibilizzazione del Centro per l’Affido e la Solidarietà Familiare di Bassano del Grappa (VI), risponde alle domande: cos’è l’affido familiare e a quali bisogni viene incontro?
Come scrive Paola Milani nella Prefazione: 
"non si tratta di togliere un figlio a dei genitori, di escludere una famiglia dalla vita di un figlio, ma di aggiungere una famiglia nella vita di un bambino. La storia di Mirta propone una visione secondo cui non si allontana per sostituire una famiglia e garantire al bambino la protezione che gli è dovuta, quanto per allargare quella famiglia, integrare le sue risorse e, in questo modo, garantire al bambino la protezione che gli è dovuta".
Pagine dove le parole di Annamaria Gatti e le illustrazioni di Elisabetta Basili  danno corpo a ‘una pluralità di storie attraversate in anni di ascolto, progetti, innovazioni, incontri fatti da un gruppo di lavoro straordinario di professionisti che non hanno mai smesso di formarsi, confrontarsi per aprire nuovi sentieri’ per promuovere la cultura e la pratica dell’affido.
Mirta e la Famiglia Bottoni accompagnano i lettori, piccoli e adulti a incontrarsi stabilendo legami di fiducia.  Perchè l'affido questo è. Questo consente.
Un libro utile e necessario pubblicato nella collana curata da Paola Scalari
https://www.lameridiana.it/mirta-si-fida.html

Pubblicato da Annamaria Gatti

martedì 23 marzo 2021

Cosa vuoi fare... di grande?


Condivido questo articolo illuminante di Alessandro D'Avenia (Corriere della Sera, 22 marzo) 
Cambiare una preposizione semplice dà a tutto il suo significato. E sostiene in questi giorni per nulla luminosi. C'è già tutta la grandezza nei nostri bambini e ragazzi, a noi coltivarla, concimarla darle la possibilità di farsi conoscere e di fiorire. 

E... aprite le scuole! Non scuole catene di montaggio, ma botteghe, botteghe di vita vera!

... Senza storie l’uomo non scopre di che pasta è fatto e non trova quindi la propria storia. L’ho imparato da Dante (voglio celebrare così il giorno a lui dedicato: il 25 marzo), che ha descritto in pochi versi l’essenza del rapporto tra maestro e discepolo. Nel XV canto dell’Inferno (parentesi umanissima nel luogo senza speranza), Brunetto Latini, politico, poeta, filosofo di cui Dante aveva ascoltato lezioni e con cui aveva spesso conversato, riconosce il discepolo e ne afferra la veste, gridandogli: «Qual meraviglia!». Il rapporto maestro-discepolo comincia da qui: il primo prova stupore di fronte alla novità (unicità) del secondo, e così Brunetto chiama Dante «figliuol mio» e gli chiede di conversare un po’, camminando insieme. Maestro e discepolo sono due che esplorano la vita e il primo è chiamato, guardandolo bene, a dire all’altro che cosa vede, perché il secondo da solo non riesce ancora a vedersi: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorioso porto/ se ben m’accorsi ne la vita bella». Così Brunetto indica la costellazione dei Gemelli, generosa in doni intellettuali e segno di Dante, o semplicemente il suo destino, perché un maestro sa che ogni uomo ha un porto glorioso.

L’aggettivo «glorioso», in Dante sinonimo dell’azione divina nella realtà, non indica la fama ma l’impegno di Dio per il compimento di ogni creatura, il completo venire alla luce della sua unicità, le cui potenzialità sono già presenti ma da attualizzare, e questo è affidato agli altri uomini. L’uomo fiorisce solo attraverso la cura: è l’unico essere vivente che viene educato e non semplicemente addestrato. Per questo invece di chiedere ai bambini che cosa vuoi fare «da» grande, dovremmo domandare che cosa vuoi fare «di» grande, perché la grandezza dell’umano non è qualcosa che si raggiunge per età o successo, ma è già tutta lì. Si tratta di portarla a compimento e i maestri esistono per aiutare a farlo: dare luce e dare alla luce. Brunetto infatti si rammarica: 

«s’io non fossi morto, 

vedendo il cielo a te così benigno,

dato t’avrei a l’opera conforto». 

Il maestro dà «conforto», cioè protegge e dà forza a qualcosa che c’è già, è un giardiniere che conosce l’essenza del seme, ne rispetta le stagioni e offre le cure specifiche. Dante risponde infatti come un figlio grato di quanto ha ricevuto: nella 

«mente m’è fitta, e or m’accora, 

la cara e buona imagine paterna 

di voi quando nel mondo ad ora ad ora 

m’insegnavate come l’uomo s’etterna». 

Il maestro segnala al discepolo come «eternarsi», cioè diventare chi, solo lui, può diventare: il modo unico in cui realizza l’umano. L’eredità dei maestri sono infatti le vite «eterne» (uniche) dei discepoli. Per questo noi ricordiamo i maestri (Gabriella, Aldo, Mario, Pino i miei...) che ci hanno guardato in modo unico, ci hanno fatto «sentire grandi» (si diventa ciò che si vede in anticipo negli occhi di chi ci educa), ridimensionando la nostra paura di non essere abbastanza o all’altezza, oggi evidente nella forma dell’ansia, prodotta dalla cultura della perfezione (anziché del compimento) e della prestazione (anziché della presenza). Attraverso un libro, uno sguardo, una chiacchierata... un maestro segnala al discepolo come diventare eterno, cioè come «vivere», e non gli permette di accontentarsi di «vivacchiare». Nel sistema scolastico odierno farlo è difficile, per questo dovremmo trasformare la scuola-catena-di-montaggio in scuola-bottega: l’umano non è mai in serie, è sempre un pezzo unico.

Troppi ragazzi, dopo 13 anni di scuola, sono persi sulla scelta futura e quindi in balia dei copioni dominanti, quelli a cui ci si aggrappa quando si sa poco o nulla di se stessi. Per ognuno invece c’è un porto glorioso e la scuola è il tempo di scoprirlo sulla mappa del desiderio (infanzia e adolescenza hanno questo fine e non quello di trovar lavoro), invece spesso i ragazzi escono da scuola sapendo poco di tutto e nulla di sé, esito del divorzio tra istruzione (il cui fine è la cultura) e educazione (il cui fine è la libertà). Se ciò che imparo non serve a conoscermi e diventare più autonomo (unico) sono al circo (addestramento e ripetizione), se invece mi fa crescere in libertà, sono a scuola (scoperta e coraggio). Che cosa vuoi fare di grande non significa inseguire miraggi di fama, ma aiutare l’altro a riconoscere la sua grandezza, anche nei limiti, come la rosa nel seme. Dice un proverbio: «Il diavolo non puzza di merda, ma ti fa dubitare che la rosa profumi». Un maestro, al contrario del diavolo, ti racconta il profumo, mentre concima il seme. Anche con il letame.

pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it

foto da greenme.it

venerdì 9 ottobre 2020

Perchè questo libro? "Dall'altra parte del mondo"

                                                   Annamaria Gatti - Dall’altra parte del mondo Storia di Vera e Trysa


Come promesso,  ecco le ragioni del libro in un'intervista da www.paroleinfuga.it
Desidero condividere le motivazioni di questo libro per adolescenti.
Mi piacerebbe che arrivassero al cuore di chi cerca al di là del visibile qualcosa e qualcuno a cui affidare la cura della propria speranza.

 Intervista ad Annamaria Gatti, autrice del romanzo
“Dall’altra parte del mondo Storia di Vera e Trysa”
Ed. Aletti 

D. Partiamo proprio dal titolo, come mai “Dall’altra parte del mondo  Storia di Vera e Trysa”?
Molto semplicemente questa è la storia di una grande amicizia fra due adolescenti, che si conoscono in una situazione particolare, attraverso coincidenze non proprio casuali, che riservano sorprese e un po’ di suspense.
Una di loro farà l’esperienza esistenziale poi di andarsene a vivere lontano, agli antipodi, dall’altra parte del mondo.
Questo non incrinerà il loro rapporto sincero e i loro sentimenti, anzi… la lontananza renderà ancora più intensa la condivisione esistenziale.

D.  Quali sono gli argomenti ricorrenti, o per lei fondamentali, che tratta in questo volume?
L’amicizia, oltre la lontananza e la morte, è il filo conduttore. Quando perdiamo una persona cara resta di lei tutto ciò che ha saputo trasmettere e condividere. Nulla va perduto di ciò che è fatto per amore.
La musica assume il ruolo di  veicolo di comunicazione oltre lo spazio e il tempo, oltre la diversità  ed è capace di unire, di superare gli stereotipi e di annullare la distanza.
La presenza di un “Altro” , in questo caso rappresentato  dal  Vento del Crepuscolo, che accompagna l’esistenza e ha a cuore le vicende di chi lo sente e lo condivide, supporta, anche  al di là della metafora,  la realizzazione di questi percorsi esistenziali.

D.  Quanto la realtà ha inciso nella scrittura?
Tutto ciò che accade nel racconto è mutuato dall’ esperienza reale. Il racconto iniziale in particolare era nato, prima dell’ elaborazione in romanzo breve, dalla perdita di un’amica  da parte di una nipote, a causa di  un grave incidente. Da qui il desiderio di parlare ai ragazzi della morte e della capacità di elaborarne il vissuto.
Le vicende narrate poi certamente non fanno riferimento specifico a fatti accaduti, ma le mie figlie hanno studiato musica, una di loro il violino, e ho indirettamente sperimentato  sentimenti ed eventi legati a questo mondo.
Anche nelle brevi descrizioni e ambientazioni sono riconoscibili  alcuni scorci di città venete a me, lombarda trapiantata in Veneto, comunque care: Montagnana, Vicenza e Soave.

D.  La scrittura come valore testimoniale, cosa ha voluto salvare e custodire dall’oblio del tempo con questo suo libro?
Grazie per questa domanda di qualità.
Ogni desiderio di comunicazione che si traduce in un libro è espressione di dono e partecipazione. Questo ha sempre caratterizzato ogni mia produzione in questi vent’anni di collaborazioni e di edizioni.
In questa ultima  avventura editoriale certamente riconosco l’intento inconscio di raccontare valori di vita: i frutti della tenacia del lavoro e dello studio, il rispetto per l’altro, la tolleranza e la solidarietà e l’invito a guardare oltre il tempo, oltre lo spazio, credendo che ogni attimo vissuto con  amore resta.
Ricordo la lettura fatta agli adulti del racconto che avrebbe dato poi origine al romanzo, in momenti formativi per genitori ed educatori sul valore della lettura, e le restituzioni di gradevolezza e di emozione. Queste esperienze  mi hanno convinto che il racconto avrebbe potuto diventare qualcosa di più, per essere condiviso non solo con i ragazzi, ma anche con gli adulti,  per comprendere meglio questi giovani, per porsi in  ascolto dei loro sentimenti e delle aspirazioni e per camminare insieme.

D.  Quali sono le sue fonti di ispirazione: altri autori che ritiene fondamentali nella sua formazione culturale?
La  formazione psicologica e pedagogica mi accompagna e impregna ogni mio lavoro e ogni intervento, devo ammetterlo! Ma lo fa, spero, con la leggerezza che tanti anni trascorsi con bambini e genitori mi hanno  imposto e donato. 
Altri autori? La rosa  a cui faccio riferimento è assolutamente varia e particolare. In qualche caso sono per me, indegna allieva,  maestri di vita a diverso titolo: Guareschi, Ada Negri, Manzoni, Rigoni Stern, Pennac… in compagnia di  altri artisti, musicisti e pittori, che rendono giustizia alla incomparabile bellezza e alla profonda  solennità della vita.


D.  Preferisce il libro tradizionale cartaceo o quello digitale?
            Trovo che la versione digitale sia una grande opportunità. Molti la utilizzano per  “leggere”     
            servendosi della sintesi vocale  e sopperiscono così alla difficoltà di lettura per disturbi  
            specifici o per  mancanza di tempo, ascoltando autentici capolavori o le ultime uscite.  
            Niente mai riuscirà però a sostituire l’ infinita poesia del piacere di leggere un libro cartaceo,
            il libro per eccellenza!


D.  Qual è stato il suo rapporto con la scrittura, durante la composizione del libro?
Per me scrivere è un bisogno e uno stimolo comunicativo molto sentito, misto ad ansia di raccontare e di interagire. Non vi sono intenti educativi, ma ho sempre davanti a me l’interlocutore, il lettore che sento vicino e attento. Qualche osservazione su alcune scelte particolari.
La lettera maiuscola usata per lo stesso nome in alcuni contesti, e non in altri, nasce dal riconoscimento che da quel punto in avanti ci troviamo a relazionarci con un vero personaggio, riconosciuto dalle protagoniste con cui interagiscono, mentre prima era per loro solo un evento.
La scelta di privilegiare il dialogo, man mano che il romanzo scorreva, è stata dettata dall’incontro con alcuni  ragazzi che mi hanno trascinato in questa scelta, che ben si accordava con l’incalzare degli eventi stessi e con  la narrazione fatta in prima persona da Vera, una delle protagoniste.
Anche la presenza di frequenti puntini di sospensione (forse in eccesso?), rispecchiano il carattere di suspense che caratterizza alcune pagine: non è l’adolescenza tutta sospesa verso il futuro?
Vera e Trysa comunicano, dopo la partenza di quest’ultima, con l’e.mail. Mi è parso naturale utilizzare questo mezzo: all’epoca della scrittura di queste pagine whatsapp  non era ancora in auge e la mail riservava quella necessaria tempestività e semplicità d’uso che viene riconosciuta ai ragazzi, oltre alla possibilità di riflessione,  che ben si addice ai caratteri di Vera e Trysa.
La decisione di dedicare quest’opera alla mia famiglia, a mio marito, alle mie figlie e ai miei nipotini, è per ringraziare dei doni  di cui mi fanno oggetto ogni giorno, prima fra tutti la fiducia nella vita.

D. Un motivo per cui lei comprerebbe “Dall’altra parte del mondo -  Storia di Vera e Trysa” se non lo avesse scritto.
            Lo regalerei volentieri guardando la copertina, leggendo la quarta, lo maneggerei con cura e   curiosità e poi mi troverei un’oretta di pace per gustarmelo.  Chi lo ha già letto osserva che
            non è un romanzo solo per adolescenti, ma che  anche adulti navigati hanno apprezzato la
            vicenda narrata fino al finale che, a giudizio di alcuni di loro, riesce ad essere
            drammaticamente sereno e solenne, appunto, come lo è l’esistenza stessa.

D  Quali sono i settori che la vedono impegnata nella scrittura?
Sono nata come scrittrice di libri per bambini, tradotti all’estero. Sono stata per questo premiata e due miei libri sono stati oggetto di rappresentazioni teatrali di spessore in Italia e in Argentina.
Sono autrice di favole, articoli, recensioni, di una biografia e volumi di didattica e di psicologia. Questo è il primo romanzo per una fascia d’età che comprende l’adolescenza.
Buona lettura! E se qualcuno vuole contattarmi o farmi giungere un parere o una condivisione, lascio alcuni recapiti. Grazie per  l’attenzione!

....
gatti54@yahoo.it             

da www.paroleinfuga.it


domenica 27 settembre 2020

ENEA CI MANDA UN'ALTRA STORIA DELL'APPRENDISTA OMONIMO: CAVALIERE SENZA CUORE E CAROTE!


armature d'argento? noooooo...leggete...

😋E ora bambini ecco un'altra avventura dell'apprendista cavaliere Enea.  

😉E QUESTA VOLTA CHI TE L'HA MANDATA?

LO STESSO BAMBINO, ENEA!👦💪

😃DAI, CAPPERI, CHE FANTASIA!  LA STORIA DEL GIGANTE ERA PROPRIO DIVERTENTE 😂😂😂😂. LE RAPE...

RAPE SI' E QUI C'ENTRANO LE CAROTE... 👀




😍DEVE ESSERE UN AMANTE DELLE VERDURE! CAVOLO!

PERCHE'  QUI USA I CARATTERI MAIUSCOLI?

COSI'  LEGGONO LA STORIA ANCHE  I BAMBINI. MAGARI E' PIU' FACILE PER LORO.👫😙

👏VERO! CE LO SALUTI QUESTO BAMBINO ENEA? ORA LEGGIAMO ANCHE QUESTA STORIA! 

CERTAMENTE, SE VUOI SCRIVETEVI, USATE LA MIA MAIL!😄😄😄😄😄😄😄😄😄😄😄😄😊😊😊😊😊😊😊😊😊

gatti54@yahoo.it


                          IL (QUASI) CAVALIERE ENEA 👑

           CONTRO IL CAVALIERE SENZA CUORE KARIT

                                (con note della redazione) 

 

CLOPPETE CLOPPETE CLOPPETE  (è il galoppo di un cavallo, ma non è un cavallo...) 😉


UN CAVALIERE COMPLETAMENTE NASCOSTO NELLA SUA ARMATURA DI ACCIAIO LUCCICANTE STAVA GALOPPANDO NEL REGNO,  A CAVALLO DEL SUO SPAVENTOSO DRAGO AZZURRO.

🐉       (azzurro ho detto, azzurro...)

🐋...NOOO,   

(ho detto drago azzurro, non un delfino) Andiamo avanti. 😅


DUNQUE... (ricominciamo) 


 UN CAVALIERE COMPLETAMENTE NASCOSTO NELLA SUA ARMATURA DI ACCIAIO LUCCICANTE STAVA GALOPPANDO NEL REGNO,  A CAVALLO DEL SUO SPAVENTOSO DRAGO AZZURRO.


I QUATTRO APPRENDISTI CAVALIERI ERANO NEL BORGO E VIDERO GIUNGERE IL CAVALIERE SUL SUO  DELFINO... 😆😵 (nooooooooooooooooooooo,  era a cavallo di un drago, azzurro per giunta!)


VABBEH!

 

ESCALAMARONO  TUTTI IN CORO: “IL CAVALIERE SENZA CUORE KARIT!”


ALLORA ENEA, IL NOSTRO EROE, EBBE UNA MAGNIFICA IDEA E DISSE AI SUOI COMPAGNI: “ E SE LO FACESSIMO NOSTRO AMICO?”


GIANGIACOMO (uno degli apprendisti cavalieri) OSSERVO’: “MA IL CAVALIERE SENZA CUORE E’ ANCHE SENZA CORPO, QUINDI NON PUO’ AIUTARCI A COSTRUIRE CASE E PAESI OPPURE A SCONFIGGERE GLI ESERCITI.  UNO DI NOI PUO' SOLO PRENDERE LA SUA ARMATURA E QUINDI VEDREMO CHI E’ STATO IL PIU’ BRAVO A SCONFIGGERLO.”


ENEA ALLORA RISPOSE: “NO GIANGIACOMO, NON POSSIAMO PRENDERE LA SUA ARMATURA PER IL PIU’ BRAVO DI NOI. COSA FA UNO SOLO? NIENTE.

POSSIAMO PRENDERE LA SUA ARMATURA DI ACCIAIO E FARNE ALTRE UGUALI PER NOI QUATTRO.”

 

ALLORA I QUATTRO GIOVANI  CERCARONO DI SCONFIGGERE IL CAVALIERE KARIT, PER PRENDERE LA SUA ARMATURA E FARNE DELLE COPIE UGUALI PER TUTTI.


QUANDO FURONO VICINO A KARIT ESTRASSERO DUE CAROTE A TESTA PERCHE’ SAPEVANO CHE KARIT ADORAVA LE CAROTE,  MOLTO PIU' DI UN CONIGLIO! 


LO ACCERCHIARONO E GLI ALLUNGARONO LE CAROTE. 

QUANDO KARIT  SE LE BUTTO’ IN BOCCA, ATTRAVERSO L’ELMO, DA DIETRO I QUATTRO TRAMORTIRONO IL DELFINO AZZURRO😂😂😂😂😂😂😂


IL DRAGO... DRAGO...DRAGO...AZZURRO...💥💥💥💥💥💥😂


ASSALIRONO KARIT  E LO TRASCINARONO AL CASTELLO. ANCHE SE ORMAI NON ESISTEVA PIU’.


ESISTEVA SOLO LA SUA INFALLIBILE ARMATURA E  POTEVANO FARNE  FARE  ALTRE PER TUTTI LORO. E DIVENTARE MOLTO FORTI.

 

IL GIORNO DOPO GLI APPRENDISTI USCIRONO CON LE LORO NUOVE ARMATURE D’ACCIAIO  LUCCICANTI COME L’ARGENTO E TUTTI SI CHIESERO: “MA QUANTO SONO RICCHI QUEGLI APPRENDISTI?” 


MA ERANO SOLO ARMATURE DI ACCIAIO. 

                                      AH AH AH!👍💪👏👏👏


😅E IL DRAGO AZZURRO? 


👩IL DRAGO AZZURRO NON ERA MORTO, ERA SOLO TRAMORTITO.


👦QUANDO SI SVEGLIO' CHIESE UN PO' DI CAROTE E ,MIRTILLI PER CONSERVARE IL COLORE  E, SALUTANDO EDUCATAMENTE, PREFERI' TORNARE NEL SUO LAGO IN MEZZO ALLA FORESTA. CHE ERA MEGLIO PER LUI!


                                               CIAO A TUTTI 

                                        DA ENEA👦👏👏👏👏👏 

                                                       6 ANNI 


 pubblicato da Annamaria Gatti 

illustrazioni da Looney Tunes e da  cinema e medioevo : Lancillotto e Ginevra di R. Bresson.


lunedì 31 agosto 2020

MARIA MONTESSORI la più amata dai genitori italiani.

 ...Ma le sue scuole in Italia sono molto poche. Lo sappiamo. E i genitori cercano con affanno talvolta una scuola montessoriana. Conosco famiglie che si trasferiscono pur di offrire questo dono ai figli.  Talvolta le scuole "montessoriane" non rispondono appieno al metodo della dottoressa, non sempre il loro cammino è facile. 

Maria Montessori ha saputo in anni oscuri, trovare e dare un metodo che rispetti il bambino e soprattutto ne faccia un uomo migliore. Il contributo di Novara riproposto sui social,  rinnova quella tensione, spiega  il merito grande di aver studiato e costruito una metodologia ancora oggi "faro" per tutti. 

Amiamo in tanti questa donna forte e controcorrente.  Desidero celebrarla e onorarla  anche oggi, a 150 anni dalla nascita,  nella speranza che molti giovani educatori si avvicinino a questa scelta pedagogica.

Al Gloria omaggio a Maria Montessori – Corriere di Como

Tutto è connesso

L’attualità della pedagogia di Maria Montessori

 di Daniele Novara

 

È sempre imbarazzante per un pedagogista italiano come il sottoscritto, affrontare l’opera e l’esperienza di Maria Montessori, la più grande e importante collega che  sta alle spalle del mio lavoro professionale. Imbarazzante in quanto l’Italia è il suo paese ma è anche un paese dove le sue scuole e il suo pensiero hanno fatto e fanno più fatica a trovare una collocazione adeguata. Nei miei viaggi ricordo di aver trovato le scuole montessoriane o ad ispirazione montessoriana nelle più disgraziate favelas  brasiliane come negli sperduti paesini dell’Irlanda. Così come è stato sorprendente a Perugia nel ‘99 essere invitato a parlare di Educazione alla pace alle direttrice e ai direttori delle scuole montessoriane di tutto il mondo con presenze dal Pakistan, Bangladesh, Australia, Nuova Guinea, tanto per dire i paesi e i continenti più lontani. Non solo, rovistando negli scaffali pedagogici delle librerie di varie città del mondo la Montessori è sempre presente, la stessa cosa purtroppo non si può dire per l’Italia.

Senz’altro per noi educatori italiani l’episodio più curioso si ebbe qualche anno fa quando la rivista WIRED rivelò, nel numero del settembre 2011, che i giovani guru dell’economia digitale internazionale si erano proprio formati da piccoli nelle scuole montessoriane e che anzi quella sembrava essere la loro matrice più forte e significativa. Sto parlando proprio di Jeff Bezos fondatore di Amazon, Jimmy Wales creatore di Wikipedia e soprattutto di Larry Page e Sergey Brin che hanno dato vita a uno dei fenomeni mondiali più innovativi ossia Google, il sistema di connessione tecnologica internazionale. E se si va sui personaggi meno noti, l’elenco dei protagonisti delle nuove tecnologie che stanno rivoluzionando la nostra vita contempla ulteriori rappresentanti dell’apprendimento montessoriano.

I commentatori non hanno esitato a collegare la creatività di questi personaggi alla loro stessa formazione scolastica, alle loro radici infantili in un humus educativo che proprio come voleva Maria Montessori stimola i bambini a tirar fuori il meglio di sé, a creare le condizioni perché possano sviluppare tutto il loro potenziale, tutto quello che hanno dentro.

Forse è il caso di tornare sui propri passi e di riscoprire la modernità, l’attualità, la forza della nostra pedagogista, il significato attualissimo della sua proposta.

Ci sono insomma buone ragioni per tenere Maria Montessori come punto di riferimento per il futuro dei nostri figli, dei nostri bambini, dei nostri ragazzi. Cercherò di dimostrarlo.

 

Sei buone ragioni per tenersi ben stretta la Montessori

 

  1. Perché per i bambini imparare è la cosa più importante

La Montessori crede e imposta tutta la sua attività scientifica nella consapevolezza che i bambini hanno una naturale predisposizione a imparare e che questa loro forza interna debba semplicemente trovare lo spazio e le occasioni per potersi sviluppare e manifestare.

Già nelle sue prime esperienze, quando è ancora molto giovane, scopre che bambini considerati minorati mentalmente, addirittura tenuti negli ospedali psichiatrici degli adulti, posti in ambienti accoglienti e con materiali sensoriali adeguati possono acquisire apprendimenti non solo significativi ma per l’epoca (stiamo parlando dei primi del ‘900) superiori agli stessi bambini delle scuole tradizionali abituati a metodi molto meno esperienziali, più trasmissivi e più passivi.

Maria Montessori applica un’idea molto semplice confermata anche dalle moderne neuroscienze: se imparare è anzitutto un’esperienza occorre che le scuole stesse siano impostate su situazioni di coinvolgimento concreto, attivo, diretto. Non ci può essere una passività recettiva ma una sintonizzazione con il mondo della realtà, del fare, dello scoprire sensoriale.

Mette in atto una rivoluzione che è semplicemente la conferma metodologica di quello che ciascuno di noi fin da piccolo vive, ossia l’imparare facendo, l’imparare nella scoperta, nel poter sbagliare e nel poter ripetere fino a raggiungere una vera e propria competenza.

Racconta Lorella Boccalini, formatrice pedagogica del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti) che ha scelto per le sue figlie le scuole montessoriane: “Mi convinceva l’idea che si potesse lasciare ad ogni bimbo il tempo per sperimentare il proprio modo di apprendere, che anzi venisse incoraggiato, attraverso l’uso del materiale di italiano e di matematica a disposizione nel lavoro libero, a concentrarsi, a trovare il proprio interesse dentro di sé, ad esercitare l’impegno non arrendendosi davanti all’errore, ma avendo il tempo di riprovare senza essere giudicato, cercando le proprie strategie anche per fare le cose più impegnative. Imparando e essere rispettati e a rispettare gli altri. Mi bastava pensare che Irene sarebbe stata in un ambiente ricco di proposte ma non competitivo, dove avrebbe alimentato l’interesse, che si vede nei bambini, per ciò che le veniva proposto e avrebbe esercitato la sua passione e la sua volontà, dove lo scambio tra bambini anche più grandi o più piccoli l’avrebbe aiutata ad imparare ma anche ad avere interesse per gli altri, a chiedere ma anche ad aiutare i compagni in difficoltà, a prendersi cura delle cose comuni”.

Il suo metodo in altre parole asseconda le naturali tendenze infantili e umane ad assorbire l’esperienza e a trasformarla in nuove capacità.

 

  1. Non si basa sulla correzione ma sulla libertà

L’idea che i bambini sbagliano e fanno le cose sbagliate, che sono capricciosi, disturbatori, oppositori, distratti, incapaci, opportunisti, provocatori, è dura a morire. Immaginiamo allora l’epoca di Maria Montessori quando la concezione stessa del bambino è ancora circondata da un alone di incompiutezza, di deficitarismo, di mancanza, quando i metodi sono terribilmente crudeli, legati anche all’indigenza (pensiamo al lavoro minorile, alle punizioni corporali nelle famiglie e nelle scuole, alle fasciatura dei neonati). Quanti genitori ancora oggi andando ai colloqui con gli insegnanti si sentono ripetere “suo figlio potrebbe fare di più; suo figlio non è concentrato; suo figlio è molto distratto; suo figlio non esegue; non ascolta”. Tutto questo incalzare di giudizi negativi sui bambini trova nella pedagogia montessoriana il suo definitivo superamento.

Non si tratta di correggere ma di far nascere. “Chi tenta di correggere il bambino con la forza e con il peso della propria autorità si accorgerà ben presto di aver fallito nel suo intento. Il bambino risponderà in modo forte, esplicito perfino violento”.(Il nuovo adulto, Quaderno Montessori n.73, Castellanza, VA, primavera 2002, pag.61)

Si tratta per Maria Montessori di sostenere il bambino senza invadenza, senza oppressione per consentire alla sua forza vitale di esprimersi creando l’ambiente e le connessioni metodologiche adeguati. Si tratta di aiutarlo in maniera indiretta piuttosto che indicargli continuamente quello che è giusto e quello che è sbagliato, quello che deve fare e quello che non deve fare. La pedagogia correttiva purtroppo resta ancora molto presente nei nostri immaginari sia in famiglia che nelle scuole con conseguenze devastanti per il potenziale di crescita infantile.

Credo che l’aspetto più rivoluzionario del Metodo Montessori sia proprio questo: sospendere ogni forma di correzione infantile, di intervento diretto invasivo nei confronti di quello che i bambini stanno facendo, lasciando che siano loro stessi a fare le scoperte necessarie. È una sottolineatura che ricorre anche negli scritti di Grazia Honnegger Fresco, grande pedagogista italiana “Non occorre che l’adulto metta costantemente in evidenza gli sbagli e li corregga. Anzi, l’atteggiamento giudicante è un attacco alle capacità maieutiche dell’essere umano, all’autostima del bambino”.(G. Honnegger Fresco, Maria Montessori, una storia attuale, l’ancora del mediterraneo, Napoli-Roma, 2007, pag.163)

Il seguito al link:

 https://www.montessoribs.it/tutto-e-connesso-lattualita-della-pedagogia-di-maria-montessori-di-daniele-novara/?fbclid=IwAR2j6qkh49HEMGtaWbphZ7bPwd_ydvbquOkqcS8jIZjp-82rgJ3ASz3MI9U

Associazione Montessori Brescia, 2016

pubblicato da Annamaria Gatti

Foto: da Corriere di Como