Benvenuti ai genitori...e ai bambini!
sabato 18 luglio 2026
Traghettare Infanzia e adolescenza oltre questo tempo, con un aiuto anche e soprattutto ai neo genitori.
mercoledì 4 febbraio 2026
Maria Rita Parsi: prima di tutto i bambini. E non è un addio.
Rilancio l'articolo di Avvenire del 2 febbraio, a firma di Viviana Daloiso, dedicato alla grande figura di Maria Rita Parsi, che ci ha lasciati improvvisamente appunto due giorni fa, che ben sintetizza il contributo importante dato da questa professionista alla lettura della realtà dell'infanzia e dell'adolescenza in particolare. Un aiuto per tutti gli adulti a comprendere con autorevolezza e con attenzione l'essere umano, una serie di interventi e collaborazioni importanti in difesa dei bambini a livelli istituzionali e mediatici.
"Non è stata
soltanto una delle psicologhe e psicoterapeute più autorevoli del nostro tempo,
Maria Rita Parsi; è stata, prima ancora, una coscienza vigile del Paese, capace
di attraversare i fatti – anche i più oscuri della cronaca – senza cedere alla
semplificazione o al moralismo, riportando sempre il discorso là dove, per lei,
doveva stare: sui bambini, sugli adolescenti, sui giovani feriti prima ancora
che devianti.
Del loro
modo di vedere la realtà, e dei sempre più complicati rapporti con gli adulti,
aveva parlato con il suo tradizionale entusiasmo ancora domenica pomeriggio in
televisione, all’interno del programma di approfondimento Check Up su Raiuno.
E forse
anche per questo la notizia stamattina della sua morte, a Roma, per un malore,
ha lasciato tutti senza parole. Anche noi, qui ad Avvenire, che per tanti anni
(i suoi primi interventi sul giornale risalgono al 1993) abbiamo avuto con lei
un rapporto di amicizia intellettuale e di dialogo franco.
Maria Rita
Parsi, che era nata proprio nella capitale il 5 agosto del 1947, ha dedicato
d’altronde l’intera esistenza allo studio, alla tutela e alla difesa dei
diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, intrecciando in modo raro e coerente
l’attività clinica con l’impegno istituzionale, la ricerca scientifica con la
divulgazione, la formazione con la sensibilizzazione sociale.
Un lavoro instancabile, condotto con rigore e
passione, che l’ha resa un punto di riferimento non solo in Italia, ma anche a
livello internazionale. Dopo una lunga carriera come docente, psicopedagogista
e psicoterapeuta, Parsi ha elaborato e messo a punto una metodologia operativa
originale, la “psicoanimazione”, applicabile in ambito psicologico,
socio-pedagogico e terapeutico.
Un approccio
di matrice umanistica, orientato allo sviluppo del potenziale umano, capace di
trasformare i concetti teorici in strumenti concreti di aiuto e di crescita.
Attorno a questa visione ha fondato e diretto la Scuola italiana di psicoanimazione (Sipa), un istituto di ricerca che ha formato generazioni di operatori.
Nel 1992 ha dato vita all’Associazione onlus Movimento per, con e dei bambini, divenuta dal 2005 Fondazione Movimento Bambino onlus, oggi uno dei principali centri di riferimento per la diffusione della cultura dell’infanzia e dell’adolescenza, impegnato nel contrasto agli abusi e ai maltrattamenti e nella tutela giuridica e sociale dei minori.
La sua visione era semplice, dirompente: ascoltare davvero i più piccoli, riconoscerne i bisogni, garantire protezione e strumenti di crescita, prima che le ferite diventino destino.
Accanto al lavoro clinico e istituzionale, Maria Rita Parsi ha sempre saputo parlare anche al grande pubblico. Ha partecipato a numerose trasmissioni televisive come esperta, ha condotto programmi come Junior Tv e, già nel 1986, si era cimentata anche nella sceneggiatura televisiva collaborando alla serie Professione vacanze. Dal 1995 era iscritta all’Ordine dei giornalisti del Lazio come pubblicista e ha collaborato con continuità a molte testate nazionali – Il Messaggero, Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione, Oggi, Donna Moderna, Starbene – con uno stile capace di coniugare solidità scientifica e chiarezza divulgativa. Con Avvenire, si diceva prima, una lunga frequentazione. Anche negli ultimi giorni: appena giovedì scorso l’avevamo intervistata nell’ambito di un approfondimento che pubblicheremo nel corso della settimana sul bullismo, affrontando un tema spesso rimosso, quello del bullismo che nasce dentro le mura domestiche, quando sono i genitori a esercitare forme di sopraffazione sui figli, lasciando ferite profonde e durature (qui sotto pubblichiamo il testo integrale): un lascito ulteriore della sua capacità di vedere dove altri distolgono lo sguardo.
Non era la prima
volta che, sulle pagine del giornale, Maria Rita Parsi aiutava a leggere il
presente. L’ultima ampia intervista risaliva al 2023, firmata da Lucia Bellaspiga,
all’indomani dell’assassinio di Giulia Cecchettin: un dialogo lucido e doloroso
sulla fragilità del maschile, sulle radici culturali e affettive della
violenza, sulla necessità di un’educazione emotiva che parta dall’infanzia e
interroghi il mondo adulto.
Il suo impegno istituzionale è stato altrettanto rilevante. Dal 2021 faceva parte del gruppo di lavoro istituito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sulla Child Guarantee; dal 2020 era esperta dell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza presso il Dipartimento per le Politiche della famiglia. Nel 2012 era stata eletta al Comitato Onu per i diritti del fanciullo, a Ginevra, contribuendo a definire politiche e standard di tutela a livello globale.
In Italia è stata consulente tecnico del Tribunale civile di Roma, della Commissione parlamentare per l’infanzia, membro di comitati contro l’abuso sessuale dei minori e di organismi di autoregolamentazione pubblicitaria e televisiva. Autrice prolifica, ha pubblicato oltre cento libri tra saggistica scientifica, divulgazione e narrativa. Da Le mani sui bambini a S.O.S. Pedofilia a Maladolescenza fino al più recente Manifesto contro il potere distruttivo, il filo rosso della sua scrittura è rimasto sempre lo stesso: dare parole a chi non ne ha, smascherare le forme invisibili della violenza, difendere i più fragili.
Numerosi anche i riconoscimenti, dal titolo di Cavaliere al merito della Repubblica al Premio Paolo Borsellino, dal Premio Hemingway al Premio Eccellenza Donna. Ma il segno più profondo resta forse quello ricordato oggi dal mondo della ricerca, dall’Ordine degli psicologi, dalle istituzioni tutte: per tutti una voce capace di «parlare al cuore e alla coscienza del Paese», un insegnamento che la comunità professionale si impegna a custodire e a far vivere.
Maria Rita Parsi
d’altronde lascia un’eredità esigente: chiede agli adulti di non voltarsi
dall’altra parte, di non usare i bambini come alibi o come schermo e di
riconoscere che ogni disagio ha una storia e ogni violenza un’origine
educativa. Ciò che interpella tutti, ben oltre il mondo della psicologia"
Pubblicato da Annamaria Gatti
foto da Avvenire
giovedì 26 giugno 2025
Favola quarto episodio in onore alle Mammenopfas e all'epocale sentenza che condanna l'inquinamento da PFAS "Quando i draghi sorridono perdono tutta la loro forza"...
Quarto appuntamento con le avventure di Enea apprendista cavaliere
Favola dedicata alle mamme nopfas del Veneto
che lottano da anni per avere acqua non avvelenata per i loro figli
e che oggi, 26 giugno 2025, hanno esultato
per la condanna giusta dei responsabili.
Grazie Mammenopfas e tutti i cittadini attivi in questa lotta non
violenta, ma per questo molto determinata e autorevole.
IL CAVALIERE ENEA SCONFIGGE
IL DRAGO PIFASSS
testo di Annamaria Gatti
Illustrazione di Eleonora Moretti
fonte: Città Nuova, Roma
BARABABOOM!
Il boato ruppe il silenzio. Gli apprendisti cavalieri
balzarono giù dalle brande e si precipitarono in sala grande. “Armatevi e
partite!” urlò il Gran Maestro, “la prova che volevate è arrivata: un drago sta
distruggendo tutto!”
Marillo, figlio del conte Della Marca esplose in un: “Finalmente,
un vero drago da uccidere!”
Norberto, nipote di re Giulio di Fiandra aggiunse: “Sono
pronto!”
Giangiacomo di Borgo Val Del Sole proclamò: “A noi due drago,
ti annienterò!”
Enea, con la fidata spada ai fianchi, propose con decisione:
“Andiamo, insieme lo combatteremo con forza e furbizia! Tutti per uno, uno per
tutti, dicevano…”
“Non insieme” risposero, “dobbiamo superare la prova e quindi ciascuno per sé.”
Enea scosse la testa incredulo. “I miei compagni non pensano
molto. La vedremo!”
Il drago era un esemplare goffo e maldestro, con tutti gli
optional: codone uncinato, testa a pera, narici sporgenti, pancione
tartarugato. Era verde e rosso e stava distruggendo il bosco: sollevava con le
sue zampacce gli alberi secolari. Dalle casupole gli abitanti scappavano
terrorizzati.
Marillo si parò davanti al drago, che gli chiese:
“Cosa vuoi tu, formichina?”
lasciandolo a lancia sospesa per lo stupore.
“Tu…tu…” balbettò “Tu parli.”
“Certo, sono il drago PIFASSS e mi hanno dato l’incarico di
rendere invivibile questo regno…AH AH AH!”
Marillo gli lanciò la mazza chiodata sul cuore, ma fece
solo il solletico al drago, che la sbriciolò e gli gridò un BUUUUUUUUUU
spaventoso, mettendolo in fuga.
Stessa fine per Norberto e Giangiacomo che si trovarono senza
le loro balestre infallibili con cui avevano cercato di fermare il drago. Prima
PIFASSS dall’argine aveva scaricato tonnellate di sporcizia inquinando il corso
d’acqua, che cominciò a restituire carpe
e trote morte. Poi dal monte alto aveva sparso un gas micidiale, che accecava
gli animali in fuga: una vera catastrofe.
Allora Enea si nascose fra i massi e gridò con voce cavernosa contraffatta:
“Sono tutti capaci di distruggere. Non sei capace di ricostruire però.
Ah, non vali molto come drago, orgoglioso PIFASSS!”
Tutto si fermò, pure il drago, che cercò chi mai avesse osato
mettere in dubbio i suoi talenti. “Vieni fuori verme” borbottò seccato e
minaccioso.
“No che non vengo, mi faresti fuori subito. Sei capace solo
di questo tu.”
“NON E’ VERO!” tuonò PIFASSS più rosso del solito per la rabbia “e te lo dimostrerò. Vedi questo fiume?
Tornerà come prima…”
E con un soffio micidiale vomitò una colonna di fuoco che
ridusse tutto in polvere. Come per incanto pian piano dalla sorgente riprese a
zampillare acqua fresca e limpida. E il fiume riprese a vivere.
PIFASSS sorrise. Ma quando i draghi sorridono
perdono tutta la loro forza e la loro cattiveria.
Enea sbucò dal nascondiglio fra le rocce e, brandendo la sua
bellissima e pericolosa spada, si
avvicinò al drago, che piangeva. Ma erano lacrime di liberazione e sussurrava:
“Non conviene proprio fare i cattivoni!”
E anche questa volta l’aspirante Enea vinse la gara per
diventare cavaliere.
pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it
sabato 14 giugno 2025
Favola terzo episodio. Il cavaliere Enea e la scoperta della regola d’oro.
Ecco la continuazione dell'esperienza di Enea
che diventerà cavaliere solo se avrà saputo fare le scelte giuste.
Dedico questa favola a Willy barbaramente ucciso
mentre voleva difendere un amico e portare la pace.
Willy ora è un vero cavaliere.
fonte: Città Nuova Settembre favola di Annamaria Gatti
illustrazione di Eleonora Moretti
Il castello degli apprendisti cavalieri era una severa dimora, poca luce e rumori sinistri popolavano le stanze “Avete
paura del buio? Avete paura delle novità?” chiedeva il Grande Maestro.
“No” rispondevano gli apprendisti “noi sappiamo cavarcela
bene. Andiamo finalmente a cacciare draghi?”
“Nulla del genere, la
prossima prova sarà liberare dalla torre il gran
borbottone.”
I giovani si guardarono e scoppiarono in una sonora risata. Il Maestro li lasciò ridere, poi aggiunse: “Vedrete, non
è un tipo piacevole, buona fortuna!”
Un ululato acutissimo proveniente
dalle scale della torre li fece rabbrividire. Dopo un veloce “pari o dispari” stabilirono
l’ordine dei tentativi. “Parto!” disse il primo un po’ titubante “sarò
velocissimo”. Infatti velocissimo… ritornò contrariato: “Beh pensateci voi, è
così brontolone che non lo sopporto. E poi ho il cuore in gola: c’erano ombre
strane lungo la scala!”
Si sentirono ruggiti raccapriccianti e tutti si guardarono
preoccupati. Comunque, anche il secondo tornò solo: “E’ insopportabile! E’ un maleducato,
non gli va bene niente!”
Il terzo si fece coraggio, salì guardingo ed entrò. Gli promise mari e monti, poi lo prese in giro pesantemente
e iniziò anche a minacciarlo se non fosse partito con lui. Il borbottone si
accucciò in un angolo e, spaventato, non si mosse più. Anche il giovane tornò
giù tremante di paura e di rabbia.
Era il turno di Enea. Strana prova: sembrava un giochetto e
invece…
Entrò nella cella della torre. Borbottone, un omino ossuto, vestito elegantemente, ma sgradevole a
vedersi, stava lamentandosi: “Nessuno mi capisce, mi chiudono qui perché brontolo
sempre, questa torre è una prigione! Voglio
tornare a casa, giocherò con i nipotini anche se mi tireranno la barba,
prometto, non brontolerò più…”
Enea era sempre là seduto ad ascoltare.
L’omino lo guardò. Enea lo guardò.
L’omino gli sorrise.
Enea gli sorrise.
“Sei venuto a liberarmi?” gli chiese.
“Beh, se vuoi sì. Se io fossi nei tuoi panni, mi farebbe
piacere che qualcuno mi ascoltasse e mi capisse.”
“Amico, hai fatto con
me quello che vorresti fosse fatto a te, quindi hai superato la prova. Ora
vengo.”
La scala era ripida, ma il Borbottone la scese in fretta fino
a sbattere contro il barbone del Gran Maestro.
“Ullallah! Ecco trovato il cavaliere che ha scoperto la
regola d’oro.” Esclamò il Maestro, osservando curioso il borbottone.
“Me ne vado Maestro, hai trovato il tuo apprendista in gamba.
Io torno a casa e… venite a trovarmi ragazzi ma non bevete tutto il mio sidro e
non mangiatemi tutto il cinghiale e poi non lasciate le armi sparse nel cortile
e poi… e poi…”
“Sì, sì signore… abbiamo capito!” urlarono in coro tutti. Che
razza di brontolone, questo borbottone!
E anche gli altri giovanotti impararono che è meglio fare agli altri quel che vorresti fosse fatto a te.
pubblicato da Annamaria Gatti
sabato 31 agosto 2024
Bambini e bambine in una prima classe speciale?
sabato 24 agosto 2024
Intervista ad Annamaria Giarolo e Annamaria Gatti. Intorno al libro "Io amo la scuola Come insegnare e stare bene in classe"

- persone si è sempre e ovunque e quando insegni ed educhi la tua persona fa la differenza e la qualità delle relazioni e dell'insegnamento.
- la classe, i colleghi, le famiglie, le difficoltà e le buone prassi, gli errori, le soluzioni, le fonti, le criticità sociali, i conflitti e le risorse generazionali, i dirigenti, la legislazione, le linee guida, metodi e strategie...
- Un manuale quindi, 10 problemi affrontati e raccontati,
- un manuale consultabile agilmente nelle parti teoriche e in quelle esperienziali.
Intervista di Adriano Lubrano ad Annamaria Gatti
Intervista di Adriano Lubrano ad Annamaria Giarolo
mercoledì 17 gennaio 2024
Ebo elefantino trombettiere, favola sugli errori e sull'autostima

favola di Annamaria Gatti illustrazione di Eleonora Moretti
fonte: Città Nuova, aprile 2020, Città nuova Editrice, Roma
“Stai attento al Maestro, invece di lamentarti” lo aveva apostrofato mamma elefante.
Insomma, suonare soffiando nella proboscide, non era poi tanto facile!
Ecco, il Maestro aveva dato il "la" e la prova generale del concerto era iniziata. EBO doveva stare attento e lanciare i suoi strombettamenti nasali al tempo giusto. Però…
Il direttore lo stava fissando intensamente, che vuol dire con molto interesse.
mercoledì 23 agosto 2023
Il bambino ad alto potenziale va a scuola
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Qualche spunto per i docenti, dal video della professoressa Lucangeli sul tema.
I bambini ad alto potenziale, richiedono un supporto importante nella scuola, per la serenità di tutti, bambini e insegnanti.
Nella distribuzione normale i bambini "si distribuiscono" equamente, quindi devono esserci in classe oltre a bambini con difficoltà, altrettanti bambini plusdotati.
Ma sono invisibili... non riconosciuti. E sono tanti e spesso sofferenti.
Cosa sappiamo dei bambini che hanno tanta capacità che non vengono visti da chi si occupa di loro?
I bambini "gifted" hanno doni, talenti che si manifestano in una o più aree potenziate, ma spesso non riescono a realizzare questi doni, devono adeguarsi, spegnersi forse.
Se ci si occupa di loro diventano risorsa e dono per tutti. E vederli fiorire valorizza anche il lavoro educativo.
L'iperdotazione è legata alla misura del QI, superiore alla norma, ma non solo, è vasto l'argomento da approfondire.
L'OMS (organizzazione mondiale della sanità) denuncia una vasta popolazione con alto quoziente intellettivo, a rischio di disturbi dell'umore. Mentre se sono VISTI! possono davvero diventare sereni e ben inseriti, quindi vediamoli e occupiamoci di loro!
"Matteo 11 anni: "Il mio più grande desiderio è essere normale ... invisibile...perchè è vero che per le creature alate il volo è pericoloso se i nemici sparano..."
E' ora di smetterla di sparare a tutti... a tutti indistintamente!!!" Conclude la dottoressa Lucangeli, che potete ascoltare nei pochi minuti sul tema al link che ripropone un altro appuntamento:
https://www.facebook.com/danielalucangeliofficial/videos/1680521212029491/
(Vedi anche gli altri post che riprendono alcuni video-interventi)
pubblicato da Annamaria Gatti
foto: asilonido whinnie de pooh
lunedì 7 novembre 2022
UN PUGNO DI SEMI splendido messaggio di inclusione
di Lorenza Farina
illustrazioni di
Lucia Ricciardi
Edizioni Paoline,
2022
Recensione di Annamaria Gatti
Fonte: Città Nuova novembre 2022
E’ accaduto ancora. L’autrice
Lorenza Farina ha incrociato una mano fatata, quella di Lucia Ricciardi e il
sogno si è realizzato. Un albo illustrato di pregio. E di questi tempi, davvero
duri, perle come questi libri, luccicano
di una luce vivida e consolante.
La scrittrice narra ai bambini
questa volta di diversità e di inclusione, di fuga e di accoglienza. Temi sempre più sentiti nella quotidianità,
pressanti anzi. I bambini si fanno molte domande e sanno già molte delle
risposte, ma le incertezze e la gravità di questi tempi li segnano e hanno
bisogno che gli adulti glieli rendano leggibili, chiariscano e diano loro le
coordinate su cui riprendere il respiro, gli abbracci e i sorrisi e i giochi.
Il protagonista di “Un pugno di
semi” è Nabil, giunto nel nuovo Paese
con in tasca i semi di acacia, dono del nonno. In questi semi si nasconde un
mandato e il desiderio di non scordare colori, sguardi e voci, con il sogno di
superare la paura e lo scoraggiamento e di ricominciare insieme ad altri suoni
e ad altre tonalità. Ci riuscirà perché, grazie a quei semi, non avrà smarrito
le radici della sua esistenza e saprà superare il dolore e la delusione,
ricostruendo relazioni d’amicizia.
Le intuizioni dell’autrice sono
forti e coinvolgono il piccolo lettore, trascinandolo in pagine che
l’illustratrice commenta con sensibilità poetica e talento: il verde degli
alberi, presente e predominante, sembra portare fortuna a Nabil e al suo
ritrovato amico, complici poi due denti caduti, come di prassi nella dentatura
di un settenne, e un pallone, che permette di dimostrare abilità insospettate
nel mettere in rete i goal.
E ha fatto centro anche Nabil, ma lo fanno anche tutti i bambini e gli adulti che sanno vivere di empatia, una risorsa umana che permette di superare barriere e pregiudizi. E anche la violenza della guerra.
martedì 25 ottobre 2022
Educazione, scuola, merito e dintorni e libro CUORE: ancora una volta Luigino Bruni apre scenari profondi
Avvenire del 22 ottobre ci propone un nuovo appuntamento con Luigino Bruni
che ci emoziona ancora con i suoi editoriali.
Questo è l'ottavo per la serie RADICI DI FUTURO, non perderei l'occasione di leggermi i 7 precedenti.
Attenzione! Se avete amato/odiato CUORE di De Amicis la prospettiva in questo editoriale è assolutamente una sorpresa.
LA MEDAGLIA DI UN ALTRO MERITO
Il libro Cuore è un libro sulla scuola, e quindi non è un libro sul merito. La scuola, tutta la scuola, non è stata mai fondata sul merito. Se la guardiamo da lontano e in superficie, vediamo i voti, qualche bocciatura, e pensiamo che la scuola somigli alle imprese: i voti come i salari, il profitto scolastico come l’avanzamento di carriera. Ma questa è una visione troppo distante e quindi sbagliata della scuola (e delle imprese). L’ideologia meritocratica che sta cercando con successo di occupare anche la scuola si basa sul dogma che i talenti siano meriti e quindi chi ha più talento deve essere premiato di più. Ma tutti sappiamo che questo dogma è un imbroglio, o quantomeno è illusione, per la società e ancor più per la scuola. Perché i talenti sono doni, e le nostre performance nella vita dipendono dai talenti-doni ricevuti, molto poco dai meriti (perché anche la mia capacità di impegno è dono). Quale merito per essere nato intelligente, ricco, persino buono? Per questa ragione la scuola si è ispirata a valori non solo diversi da quelli della meritocrazia ma opposti.
La scuola di tutti e per tutti è stata pensata e voluta per ridurre le diseguaglianze sociali e naturali che la meritocrazia, cioè l’ideologia del merito, invece aumenta. Tutti i bambini e le bambine vanno e devono andare a scuola, non solo i meritevoli. Tutti devono essere messi nelle condizioni di poter fiorire e raggiungere la loro eccellenza, non solo i più meritevoli. Tutti hanno diritto a cura, stima, riconoscimento, ammirazione, dignità anche se non hanno molti meriti o se ne hanno meno degli altri. Inoltre, la scuola è un meraviglioso giardino con fiori di talenti diversi: «Precossi, ti do la medaglia. Nessuno è più degno di te nel portarla. Non la do soltanto alla tua intelligenza e al tuo buon volere, la do al tuo cuore, al tuo coraggio, al tuo carattere di bravo e di buon figliolo. Non è vero – soggiunse voltandosi verso la classe – che egli la merita anche per questo? Sì, sì, risposero tutti a una voce». Precossi era figlio di un fabbro che beveva e ogni tanto lo picchiava. Ma anche lui ebbe la sua medaglia.
Non era la medaglia di Derossi, il primo della classe. Era la medaglia di una scuola diversa. Dopo De Amicis è arrivata Maria Montessori che ha eliminato i voti, e quindi don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana. La democrazia è stata una moltiplicazione delle medaglie di Precossi, che oggi si chiamano inclusione scolastica e insegnanti di sostegno; perché abbiamo imparato che nella vita dei bambini non ci sono solo i meriti: c’è la vita. Il giorno in cui qualcuno ci convincerà che anche la scuola deve essere fondata sulla meritocrazia inizieremo a dare medaglie tutte uguali e sempre agli stessi alunni, faremo classi e scuole speciali per i demeritevoli, le diseguaglianze esploderanno e la democrazia avrà finalmente ceduto il passo alla meritocrazia, che è il principale tentativo di legittimazione etica della diseguaglianza.
In Cuore si parla molto anche di lavoro. In quell’Italia lavoravano i poveri. Nei campi, nelle officine, nelle fabbriche non c’erano i ricchi, gli avvocati e i professori. Cuore ha donato parole molto buone sul lavoro degli operai e degli artigiani. Così scrive suo padre a Enrico: «Quando tu sarai all’Università o al Liceo, andrai a trovare i tuoi compagni di classe nelle botteghe o nelle officine… ; disprezza le differenze di fortuna e di classe, sulle quali i vili soltanto regolano i sentimenti e la cortesia». La neonata Italia stava provando a prendere sul serio quel principio di fraternità, caro anche a Mazzini, e sperava che le persone appartenenti a classi sociali diverse potessero imparare a scuola a sentirsi fratelli e cittadini prima delle molte diversità.
Il muratorino. È figlio di un muratore, uno dei compagni più amati da Enrico – che invece era di famiglia benestante. Un giorno lo invita a casa: «Il muratorino è venuto oggi, tutto vestito di roba smessa da suo padre, ancora bianca di calcina e di gesso». Cuore ci mostra spesso il muratorino nel suo gesto caratteristico e più simpatico: era un fenomeno a fare il “muso di lepre”, una risorsa relazionale che usa ogni tanto per trasformare un rimprovero severo del maestro in un sorriso corale. Parlando e giocando, il muratorino «mi disse della sua famiglia: stanno in una soffitta, suo padre è alle scuole serali a imparar a leggere, sua madre è biellese». La descrizione della scuola serale degli operai è tra le pagine più belle: stavano «a bocca aperta a sentire la lezione». In quegli uomini affamati di sapere ho rivisto i ragazzi incontrati nelle scuole dell’Africa e dell’Asia, con la stessa fame di sapere e di una vita migliore. Fanno poi merenda insieme, sul sofà: «Quando ci alzammo, mio padre non volle che ripulissi la spalliera che il muratorino aveva macchiata di bianco con la sua giacchetta». De Amicis conclude l’episodio con un brano di una lettera del papà di Enrico, dove troviamo parole sul lavoro tra le più belle della nostra letteratura: «Lo sai, figliolo, perché non volli che ripulissi il sofà? Perché ripulirlo era quasi fargli un rimprovero d’averlo insudiciato. … E quello che si fa lavorando non è sudiciume, è polvere, è calce, è vernice, è tutto quello che vuoi; ma non sudiciume. Il lavoro non insudicia: non dir mai di un operaio che vien dal lavoro: è sporco». C’erano anche queste pagine nell’anima collettiva degli italiani che li fecero capaci di scrivere decenni dopo: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» (Articolo 1).
I poveri. È un’altra lettera scritta dal papà a Enrico: «Non abituarti a passare indifferente davanti alla miseria che tende la mano». Noi invece ci siamo perfettamente abituati alla miseria del mondo; poi abbiamo capito che questa nostra indifferenza è diventata una nuova grande povertà del nostro tempo che ci impedisce di soffrire per la povertà degli altri per atrofia dell’anima. Non soffriamo più per la miseria perché ci siamo immiseriti moralmente noi.
Poi, come un arcobaleno inatteso, dentro queste parole sui poveri troviamo parole che mi hanno trafitto l’anima e l’intelligenza per la loro bellezza e verità: «I poveri amano l’elemosina dei ragazzi perché non li umilia, e perché i ragazzi che hanno bisogno di tutti, somigliano a loro». Questa frase è un distillato di un mare di sapienza. Quelle poche volte che un bambino o un ragazzo riesce ad avvicinare e a incontrare una persona in povertà – evento sempre più raro, perché la separazione dei ragazzi dalle povertà è uno dei tratti del nostro tempo impoverito che pensa che immunizzare i figli dalle povertà della vita sia per loro una ricchezza –, quegli incroci di sguardi è tra gli spettacoli più mirabili. Si crea una meravigliosa improbabile fraternità. I bambini, le bambine, i fanciulli e qualche volta i giovani non distinguono gli adulti tra ricchi e poveri: per loro sono tutti “uomini”. Certo, vedono le differenze nell’apparire, ma è come se non le vedessero, perché vedono l’anima. Quindi non provano quel senso sbagliato di compassione che umilia il compatito. Dall’altra parte, il “povero” (non amo usare la parola “povero” in modo generico) sa che il bambino è povero come lui – «hanno bisogno di tutti» – e così sperimenta con lui una vera uguaglianza. Nella mia infanzia sono stato amato da molti poveri, che mi hanno arricchito con la loro povertà, senza l’intenzione di volermi amare, semplicemente essendo quello che erano. E anche io ho amato loro con la mia infanzia e fanciullezza naturalmente fraterna e assolutamente sincera. Allora è vero che solo i bambini possono dare o fare qualcosa per i poveri senza umiliarli, insieme a quegli adulti che hanno lottato tutta la vita per salvare qualche dimensione della loro infanzia - da adulto mi è molto difficile stare da fratello accanto a un “povero”, ma quando accade è bello come nei miei giorni di fanciullo: «L’elemosina di un adulto è un atto di carità; ma quella di un fanciullo è insieme un atto di carità e una carezza: capisci?». Sì, lo capiamo.
L’officina. Precossi, un altro compagno, è figlio di un fabbro che suo figlio riuscì a redimere da una vita sbagliata grazie alla sua medaglia. Il ragazzo «studiava la lezione» sopra una «torricella di mattoni, col libro sulle ginocchia». Il padre invece lavorava: «Alzò un grosso martello e cominciò a picchiare una spranga, spingendo la parte rovente ora di qua ora di là tra una punta dell’incudine e il mezzo». E intanto «il suo figliolo ci guardava, con una certa aria altera, come per dire: “Vedete come lavora mio padre!”».
L’orgoglio per il lavoro dei genitori è come il pane buono dei bambini e dei ragazzi. La stima per il mondo e per gli adulti inizia stimando nostro padre mentre lavora – che i genitori lavorino è importante anche per la stima dei nostri ragazzi: i figli sanno anche che il papà e la mamma sono buoni e bravi anche se non lavorano, ma è compito di una buona società mettere ogni persona nelle condizioni di poter lavorare anche perché i figli possano dire con aria altera: “Vedete come lavora mio padre!”. I figli e le figlie sono orgogliosi per ogni tipo di lavoro dei genitori. Neanche qui distinguono i lavori che la società considera prestigiosi da quelli più umili, perché è la bellezza dei loro genitori a far belli i lavori che fanno – per i bambini i genitori sono la cosa più bella del mondo. Ecco perché forse non c’è dolore più grande di quello che prova un bambino quando sente umiliare il lavoro dei suoi genitori. È una profanazione nel cuore. La meritocrazia è anche una fabbrica di umiliazione di molti lavoratori e dei loro figli.
Da grandi, e al momento opportuno, i bambini capiranno che non tutti i lavori sono uguali, non tutti sono degni, non tutti sono pagati in modo giusto. Ma da bambini devono solo poter dire alteri: “Vedete come lavora mio padre!”.
l.bruni@lumsa.it
pubblicato da Annamaria Gatti
illustrazioni: studenti.it - antichi libri online



