Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

sabato 29 giugno 2019

Tempo di voti per tutti: studenti e insegnanti


                                                                                                                            

Io amo la scuola  


Dal capitolo  "La Valutazione"  del libro 
IO AMO LA SCUOLA      Come insegnare e stare bene in classe
di Annamaria Gatti e Annamaria Giarolo   -  Ed. La Meridiana

Ogni capitolo presenta un argomento riferito alle criticità che si incontrano a scuola, che è proposto in 3 sezioni: 
A) Quale è il problema - descrizione della tematica
B) Un aiuto in più         - indicazioni di lavoro riassunte in tabelle
C) La narrazione esperienziale di una insegnante e del suo team di lavoro


                                      Immagine correlata

            C)      A SCUOLA CON LA MAESTRA LAURA


“Quel che può fa, quel che non può non fa” (Alberto Manzi)


La scuola è fatta per fare felici i ragazzi che la frequentano. Laura aveva questo chiodo fisso, che si scontrava puntualmente con tanti di quei limiti, che la figura di insegnante-Don Chisciotte non le sembrava poi così improbabile.
Però tale sogno l’aveva sempre appagata e consolata quando, nel suo piccolo percorso professionale, aveva esercitato la “valutazione” con la “docimologia dell’eccellenza”.

Non è dato sapere se avesse mutuato la misura più da Don Milani, da Montessori o da qualche altro “grande”, ma certo valutare un bambino sull’abilità “aver dato il meglio di se stesso ed essere arrivato a mete apprezzabili”, ed essere felice di questo, le aveva risolto molti quesiti e problemi di coscienza. Poi l’entusiasmo che aveva caratterizzato alcune posizioni poco conformiste, ma tanto salutari come la decisione (sanzionata) del maestro Alberto Manzi di rifiutarsi di valutare con voti, ma con 
QUEL CHE PUO’ FA, QUEL CHE NON PUO’ NON FA”, aveva fatto il resto.
La valutazione del raggiungimento di obiettivi formativi non era semplice, soprattutto per chi era cresciuto in una scuola competitiva e selezionatrice. Anche se le maestre con la penna rossa in mano erano da tempo superate, le risultava che penne rosse ne giravano ancora molte. Troppe.

-          Cos’è questa storia delle penne colorate per la correzione? - le aveva chiesto il maestro Sergio un giorno.
-          Semplice: chiedo a loro con che colore preferiscono che segnali gli errori che dovranno correggersi. Il rosso me lo chiedono in pochi, ma va molto l’arancione, il fucsia e le sfumature di verde… - aveva risposto Laura divertita.
Sergio, che voleva stupire, aveva aggiunto:  - Io continuerò con la mia fedele rossa! Credo che possano dare il massimo anche, anzi soprattutto, con questo segnale di allarme.

Lo sguardo arcigno e seccato di Sergio le confermava che le penne servivano solo ai maestri e lei invece avrebbe voluto che fosse arcobaleno anche la correzione.
In team la valutazione quadrimestrale era sempre stata un momento difficile, direi di più, controverso.
-    Il nostro ruolo è quello di determinare il livello raggiunto in capacità organizzative, impegno, in stabilizzazione dell’insegnamento. Per questo però dobbiamo uniformarci: numeri o lettere che siano, io il 10 o la A non la darò mai, men che meno nel primo quadrimestre, nella scheda di valutazione - aveva stabilito Sergio.

L’insegnante Anita non era dello stesso parere:  - Forse hai paura di dare voti alti? Temi che non mantengano il livello nel secondo quadrimestre?
-  No, non li do per partito preso, se si vuol dire così. A me nessuno ha mai dato 10, un 10 è troppo pericoloso. E poi chi ha una prestazione così pulita da meritarselo? Nessuno.

Laura aveva pensato che si poteva avviare un bel dibattito scanzonato: - Ai nostri tempi non esisteva una scala docimologica abitualmente così espansa, per cui il massimo era un otto, ok, oggi non è più così. Non credi che ci si potrebbe adeguare alle indicazioni senza troppi timori, o forse sarebbe meglio approfondire didatticamente e pedagogicamente il problema. Se tanti sono alla ricerca di chiarezza, e questo sarebbe molto interessante e salutare, potremmo di nuovo chiedere un aggiornamento o un auto aggiornamento sul tema.

Pietro era sempre più pensieroso. Poi era sbottato, con un lampo di stanchezza negli occhi: - Non male come idea, per esempio mi scontro ancora con il problema delle valutazioni per gli alunni con disabilità o con bisogni educativi speciali: la loro valutazione non può seguire le modalità del gruppo, ma attenersi agli obiettivi formativi ed educativi del PEI (Piano Educativo Individualizzato) o del PDP (Piano Didattico Personalizzato). Alcuni miei colleghi faticano a comprendere che non possono dare un giudizio uniformandosi ai criteri della classe, così fioccano 5 e 6,  ….dove invece io riscontro miglioramenti di performance significativi, che meriterebbero voti migliori!
-  Beh, se non raggiungono determinati standard di apprendimento…è giusto! - aveva obiettato Sergio.

-     Non dimenticare che questi tuoi (e nostri) allievi hanno un Piano Educativo Individualizzato o un Piano Didattico Personalizzato, che sono stati stesi collegialmente e approvati da specialisti e famiglie con  i loro obiettivi. Disattenderli o ritenerli insuperabili ci costringe a rivedere, con genitori e specialisti, i contenuti e le metodologie: serve cioè una revisione formale -  aveva ricordato Laura con un moto di impazienza di cui si era subito pentita. Ma non tanto in fondo!
-   Allora, -  aveva aggiunto Caterina, - lasciamoci guidare e aggiornare dall’insegnante di sostegno di questo team. Ricordiamoci le linee guida e la corretta valutazione, perché la scuola sia davvero fonte di crescita per tutti, momento di esercizio delle proprie capacità e superamento dei propri punti deboli. Fuori le idee!!!
Il brainstorming era iniziato e tutti avevano detto la loro:
-       Diamo allora questi voti, sì, spiegandoli ai ragazzi, motivando le nostre scelte, valorizzando le capacità messe in gioco e l’impegno, dove c’è stato.
-       Cerchiamo fra noi del team un’unitarietà di valutazione…
-        Troviamoci un’altra volta dopo aver rivisto personalmente i nostri giudizi in quest’ottica.
-        Io non rivedo nulla…  ma ci rifletterò su.
-     Perché non chiediamo ai genitori di venire a discutere dei voti con i ragazzi stessi, perché si responsabilizzino?  Ormai sono grandi e non si accontentano più di un giudizio generale.
-          Che esagerazione! Su questo non sono d’accordo! Troppa carne al fuoco, si dice…
-     A me non dispiace l’idea, l’autonomia si favorisce anche così! E noi abbiamo bisogno che diventino autonomi.
Laura aveva tirato le somme:
-    Possiamo condividere qualsiasi scelta riteniamo più adeguata. Manteniamo però sempre il nostro ruolo: essere di stimolo, aperti al dialogo, promuovere il ragazzo, anziché giudicarlo per quel che non è riuscito a fare. Poi ci mettiamo in discussione: se molti non sono arrivati alla meta, forse dobbiamo correggere il percorso scelto per raggiungerla dopo aver conosciuto meglio i ragazzi stessi.

Un primo “match” era stato chiarificatore, ma sul tappeto altri nodi avrebbero dovuto essere risolti.
Si erano poi lasciati davvero con il compito di valutare l’area didattica alla luce delle considerazioni di “eccellenza=successo=dare il meglio di sé=felicità” ed era troppo bello questo percorso per non condividerlo con i ragazzi e i loro genitori.

Laura quella sera aveva dovuto combattere ancora con un sonno inquieto, a cui aveva risposto quindi con una lettura avvincente: il quarantaquattresimo romanzo poliziesco di Simenon “Maigret ha un dubbio” che nella versione francese del 1954 però era intitolato “Maigret a scuola”. Ecco ora i conti tornavano: la scuola talvolta è un romanzo…poliziesco


Da "IO AMO LA SCUOLA COME INSEGNARE E STARE BENE IN CLASSE" 
                                        


pubblicato da Annamaria Gatti
foto da Atlantide

giovedì 27 giugno 2019

Bambini traditi: nessuno finga di non sapere

Risultati immagini per immagini gabbiano



Valeria annegata  aggrappata  a padre nell'attraversamento del Rio Grande. Sdegno e scandalo.

E Marina Corradi ci dà un commento forte su questo fatto, che segue altri analoghi drammi, da non dimenticare, che fare?

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/nessuno-finga-di-non-vedere


Non so voi ma anch'io, come altri, più di quelli che pensiamo forse,  stanotte non abbiamo potuto riposare, perchè avevamo e abbiamo negli occhi la fotografia di Valeria, morta abbracciata al suo papà.
Così come sempre più spesso accade,  si documentino gli strazi di bambini dietro le sbarre, di celle disumane o bambini barbaramente uccisi.
Bambini.

Bambini come i nostri. Come quelli che siamo stati, bambini come sono stati coloro che alzano muri, incatenano e schiavizzano bambini, impediscono loro una vita normale e rendono disperati i loro genitori.

Per chi crede: Dio abbia pietà e ci dia la forza per rendere testimonianza della solidarietà.
Per chi non crede: la fede nella vita e nei valori di sana umanità ci dia la forza di rendere testimonianza della solidarietà.
UGUALE conclusione: la responsabilità a cui siamo chiamati si manifesta nel fare ciò che è giusto là dove siamo e come possiamo.
L'omissione sia reato, ci fa notare  l'economista  prof. Zamagni.

pubblicato da Annamaria Gatti

Foto da "occhioche"

giovedì 20 giugno 2019

Caro dirigente. Dal libro "Io amo la scuola" La Meridiana Editrice

Risultati immagini per io amo la scuola immagini 

                                           Annamaria Gatti e Annamaria Giarolo
                                              presentazione laboratoriale, sede de La Meridiana, Molfetta - 13 Maggio 2019

Risultati immagini per io amo la scuola immagini



CARO DIRIGENTE...

A) IL PROBLEMA
Ed eccoci al nodo cruciale di quanto avviene nel sistema scolastico: la necessità di una leadership che sappia gestire al meglio la complessità delle relazioni, della normativa, dell’amministrazione, che sia in grado di mantenersi in equilibrio tra i tanti poteri che vi ruotano attorno e non si faccia intimorire da chi invece il sistema vorrebbe demolirlo.
“Non esiste una persona in grado di far tutto questo”, dicono alcuni, mentre altri rispondono che è soltanto un problema di organizzazione.

Anche stavolta proviamo ad andare per ordine e, per primo, mettiamo in luce ciò che è necessario, al sistema scolastico, per il suo buon funzionamento:
-          Ogni docente si aspetta un sistema di regole di comportamento, nell’ambiente di lavoro, ben definito e coerente che rappresenti una sorta di aggancio sicuro nelle relazioni sia con i colleghi che con le famiglie, oltre che con gli alunni, naturalmente.
-          È necessario, inoltre, poter fare riferimento a chi, di quel sistema si fa garante ed essere certi che le regole valgano per tutti (va tenuto conto che nel mondo delle relazioni la flessibilità e la discrezionalità vanno lasciate nelle mani di chi si assume la responsabilità delle scelte).
-          Ci si aspetta poi di ricevere gratificazioni, non soltanto economiche, ma anche in termini di riconoscimento valoriale (sentirsi dire di aver fatto un buon lavoro e avere indicazioni su come è possibile migliorarsi).
-          Riuscire a comunicare in modo efficace con il dirigente, e viceversa, è essenziale, vale a dire che è necessario poter esprimere opinioni ed effettuare proposte e, nel contempo, ricevere indicazioni precise sul da farsi (comunicazione top down, comunicazione down top).
-          Una suddivisione organizzata degli incarichi aiuta la gestione della complessità e, quel che serve, è un organigramma definito con una delega chiara da parte della direzione (delegare non significa abdicare o rinunciare al proprio ruolo, semmai è nel controllo delle attività messe in atto che la delega diventa efficace).
-          Infine, e non meno importante, serve un rapporto di fiducia reciproca: chi sta ai vertici sa che riconoscere i propri collaboratori e stabilire un rapporto di rispetto e di stima condivisa aiuta l’intero sistema e sostiene la motivazione anche quando il carico di lavoro diventa pesante.

Un altro nodo cruciale riguarda la comunicazione: accade, purtroppo facilmente, che frasi dette o non dette, che i ‘sentito dire’ o i fraintendimenti diventino pietre miliari su cui le relazioni vanno a poggiarsi e, purtroppo, anche a complicarsi o rompersi. Comunicare in modo chiaro e preciso sia intenzioni che azioni è necessario così come lo è risalire alla fonte ogniqualvolta si viene a contatto con quel che gli altri dicono. Allora diventa utile riferirsi al dirigente o al suo delegato (da qui nasce la necessità di chiarezza nelle deleghe e nel controllo) quando si necessita di chiarimenti, indicazioni, informazioni per prendere decisioni, oppure quando si avverte il bisogno di comprendere meglio avvenimenti ma anche frasi riportate che, a volte, possono essere fraintese o riportate in modo scorretto.

La comunicazione diventa cruciale anche nello stabilire, mantenere, coltivare e incentivare relazioni interne ed esterne al sistema: saper dire con efficacia ciò che si fa, come lo si fa e per chi lo si fa diventa fondamentale nel collocare l’organizzazione all’interno del vasto mondo di cui essa fa parte. Circolari interne ed esterne, comunicazioni di avvenimenti, avvisi alle famiglie, i contenuti del sito dell’Istituto e i suoi link, persino le targhe con i nomi degli addetti o l’indicazione degli uffici sono comunicazione e costituiscono un biglietto da visita spesso determinante nella definizione del sistema.
Chiarezza va fatta anche sul significato di autorità, quella che, impersonata dal dirigente, può risultare scomoda e controproducente per il sistema stesso se si esprime in modo unilaterale e non si preoccupa delle ragioni di chi ascolta e deve eseguire; oppure, al contrario, si rende protagonista di continui ripensamenti o perché sostiene, con un colpo al cerchio e uno alla botte, tutti coloro che esprimono un parere, oppure perché risulta deficitaria sia di informazioni che di opinioni.
L’autorità può invece risultare efficace, quando si dimostra capace di stimolare una percezione del sistema il più possibile aderente alle caratteristiche dell’organizzazione. Colui che impersona quell’autorità deve sapersi assumere la responsabilità delle scelte, in coerenza con quanto stabilito dalle regole interne, anche di quelle che possono apparire scomode e che, invece, ne aumentano la credibilità e ne legittimano il ruolo.

È a questo punto che emerge un’altra caratteristica importante del dirigente: la trasparenza. Ogni componente del gruppo, del sistema, deve cogliere e condividere il senso di quello che sta per fare, deve conoscere il significato delle scelte e deve saperle inserire nell’insieme di cui egli è un elemento importante e imprescindibile. Se l’organigramma dell’Istituto è ben definito e le singole unità ben organizzate tra loro, gli sprechi diminuiscono e le energie vengono impiegate per raggiungere efficacemente gli obiettivi previsti.

In sintesi, quali sono allora le caratteristiche di un leader che voglia soddisfare i bisogni del sistema?
F. Alberoni (v. bibliografia) ne indica alcune a proposito dell’arte del comando:
- il comando raggiunge i suoi fini e la sua efficienza solo quando è giusto, nel senso che si fonda, per raggiungere la missione di cui è investito, su valori e regole morali;
- chi si muove per il prestigio personale può raggiungere risultati importanti ma solo chi opera per un fine, per il conseguimento di una missione, riesce a compiere azioni inimmaginabili, spinte dal desiderio di costruire, con gli altri, qualcosa che riguarda tutti;
- il leader è soprattutto un ‘custode della meta’, colui che ricorda e indica a tutti dove si deve andare e controlla che la rotta sia tenuta;
- una comunità si regge sulla compartecipazione di tutti, quando cioè tutti, dal presidente al fattorino, sono orgogliosi di appartenervi e di contribuire al suo sviluppo;
- il leader deve anche saper scegliere le persone fidate, deve saper individuare le qualità dei propri collaboratori assegnando loro le mansioni giuste e allontanare coloro che alimentano negativamente lo spirito di squadra;
- elogiare e ricompensare, rimproverare e sanzionare sono necessità per la missione del leader: se l’Istituzione è una comunità chi ne fa parte deve sapere che esiste un giudizio per coloro che sbagliano, che nessuno può permettersi di mentire, truffare, ingannare e, per questo, rimanere impunito;
- chiunque abbia un ruolo di comando, all’interno del sistema scuola, vale per i dirigenti e vale anche per i docenti, deve prendersi cura di tutti coloro che dipendono da lui e la cura può esprimersi anche con programmi di formazione e di riqualificazione.

La strada è lunga, lo sappiamo, ma essere avviati sulla buona strada è già un lavoro efficace: “Nessuna carovana ha mai raggiunto il suo miraggio ma solo i miraggi hanno messo in moto le carovane”.

                               https://www.lameridiana.it/io-amo-la-scuola.html


pubblicato da Annamaria Gatti
foto:  La Meridiana Editrice


sabato 8 giugno 2019

Favola: potrà un leoncino "imbranato" diventare un eroe?


Giorgy, leone imbranato



Fonte: Città Nuova, Giugno 2019
favola di Annamaria Gatti
Illustrazione di Eleonora Moretti

Il  leoncino Giorgy era un bel tipo: faceva morire dal ridere, sapeva imitare quasi tutti gli animali della savana, sapeva ingegnarsi in ogni necessità e aveva forza  e intelligenza da vendere.

Ma era distratto. Così distratto, che quando iniziava a fare qualcosa, se la sua attenzione  veniva attirata da altro, perdeva ogni concentrazione. Se rincorreva una gazzella e quella gli faceva un indovinello… si fermava a discutere e  diventavano  amici.

Se stava stanando un’antilope che gli voleva svelare il segreto del leopardo con la tosse,  Giorgy non poteva resistere, interessato com’era alla sorte del cugino.

Tutti lo chiamavano “il leone imbranato”. E Giorgy  un po’ ci soffriva, ma poi sentiva la fiducia di mamma e  papà che  pensavano: ce la farà questo figliolo, perché ha tante risorse!

Un  giorno le leonesse proposero la consueta  gara di corsa per  provare le abilità dei cuccioli che stavano crescendo. Tutti partirono e anche Giorgy.  Ma  uno dei leoncini arrancava con fatica.  Fu allora che Giorgy tornò indietro.
Il coccodrillo urlò: “Il solito imbranato, era primo e finirà ultimo!”  Anche gli altri leoncini lanciarono urla di scherno. Poi ci fu silenzio, mentre  Giorgy  aiutava l’avversario deboluccio a riprendere la corsa:
“Dai che ce la facciamo insieme! Non ti fermare, l’importante è arrivare in fondo!”
“Ma tu perderai la gara, per aiutarmi.”
“Oh… se mi racconterai la barzelletta del coccodrillo col mal di pancia,  giuro che non mi importerà nulla di vincere” commentò Giorgy allegramente,  perché sentiva che stava facendo la cosa giusta.

Arrivarono alla meta della corsa che li iniziava alla vita di caccia e lì accadde un fatto strano:   il leone più anziano,  d’intesa con le leonesse cacciatrici,  gli si avvicinò.  

Guardandolo intensamente  negli occhi e, fra lo stupore di tutti,  pronunciò la formula del vincitore:

“Hai vinto Giorgy. 
La gara era l’ occasione
 per  stabilire  chi di voi avesse avuto  l’abilità più necessaria: 
la generosità.”

Da allora nessuno più ebbe il coraggio di chiamarlo “imbranato”. E Giorgy acquistò più sicurezza e padronanza della sua attenzione.

Mi dicono che Giorgy poi è  diventato un grande capo del suo branco, valoroso nella difesa dei cuccioli. Lo avete mai incontrato?

mercoledì 5 giugno 2019

I nonni nei temi di bambini e ragazzi. Un Premio. Buona scuola e buona vita.

Immagine correlata



Su Avvenire del 4 giugno Marina Corradi ci regala un altro spaccato di vita vera. Che costruisce. Che consola e va nella profondità e nella realtà della vita.
  NONNI UNA PRESENZA PIU' FORTE DI OGNI DISTACCO
"Avevi delle mani bellissime, sai, a volte mi sembra ancora di vederle mentre stringono la stoffa dei pantaloni del pigiama che indossi. Ricordo anche quello; come ricordo la tua tuta grigia e pesante e tutte le volte in cui papà ti ha nascosto le pastiglie nei fagiolini, pur di fartele prendere. Ti vedo sulla poltrona, seduta accanto al nonno, e poi sul letto, mentre Loredana ti cambia. Ti sento cantare i ritornelli che avevi imparato da bambina.. ".
È l’incipit del tema di una studentessa delle superiori di Udine, Angelica Ippolito, che racconta la nonna scomparsa. Angelica è fra i vincitori del concorso “Io e i nonni”, indetto nelle scuole italiane dall’associazione “Nonni 2.0” e dal giornale 'Tempi'Presidente della giuria Davide Rondoni, la premiazione avviene in Senato. 2.414 ragazzi, dalle elementari al liceo, da tutta Italia, hanno raccontato i loro nonni. Un singolare spaccato del Paese ne emerge: un’Italia di affetti forti, in cui magari, come spesso succede, i genitori sono divisi, ma la casa dei nonni resta un approdo fermo e sicuro.
Una porta sempre aperta, una tavola apparecchiata con cura, cose buone da mangiare. Soprattutto, qualcuno che ha tempo e voglia di starti ad ascoltare. Un’Italia in cui già le etnie più diverse di intrecciano, e magari, come racconta una bambina, una nonna é polacca e un nonno indiano: eppure quando arrivano i figli dei propri figli lo schema tradizionale sembra ricomporsi, non poi tanto diverso da quello delle nostre città e campagne. La domenica, si va dai nonni. Tutte le nonne, pare, sono bravissime a cucinare.
Tutti i nonni, sembra, sanno riparare i giocattoli rotti. Un momento di pace, di dolce rallentamento del tempo, alla fine della settimana. Un regalo, una mancia, un cinema, e poi quelle meravigliose crostate. «I nonni sono abbondanti», sintetizza con efficacia un ragazzino: e dà l’idea di una generosità gratuita, di mura solide fra le quali riparare. Nonni, e bisnonni, perché i più piccoli li hanno ancora. I bambini di oggi mostrano grande stupore per la vita che si faceva un tempo, alla loro stessa età. Povertà, lavoro nei campi, o in fabbrica, e anche fame. I nipoti non si capacitano, cresciuti come sono fra le corsie traboccanti di merce degli ipermercati. Anche la guerra, resta tramandata nella memoria dei più anziani: la paura, i nazisti, i campi di prigionia. Che cose incredibili, paiono pensare i nipoti con sgomento.
Questi temi vergati con calligrafia larga e infantile, o già scritti in Word, sul pc, testimoniano quanto rapidamente l’Italia sia cambiata, nel giro di appena tre generazioni. I vecchi non si capacitano di quegli smartphone sempre nelle mani dei nipoti, e quelli ascoltano muti storie di un tempo in cui, la sera, si giocava a carte, o si pregava. Un rapporto comunque forte e fecondo. Si meravigliano, gli adolescenti del 2019, che i nonni siano rimasti assieme per tutta la vita. Eppure questo li colpisce, come se si sentissero dire: volersi bene per sempre è possibile. I nonni, poi, sono i primi volti che vengono a mancare nella vita di un bambino. Il primo schiaffo della morte, la porta che era sempre aperta ora serrata. Ma, anche, la prima occasione di pensare a cosa ci attende, e a cosa resta, delle persone che ci sono care. Il vincitore della sezione scuole primarie, Dario La Russa, di Trapani, racconta che un giorno scende le scale e torna a bussare a quella porta ormai chiusa. E gli pare di entrare, e di risentire il profumo di rose della nonna Nice, di vedere la farina che macchiava il suo vestito nero, quando preparava i dolci. «Dicono che non ci sei più, ma io sento che non è così», scrive il bambino, con amorosa testardaggine. Ci sono radici e domande che restano sempre, e anche oggi. I temi di migliaia di bambini e adolescenti lo testimoniano.

Pubblicato da Annamaria Gatti
foto:  Udine today

martedì 4 giugno 2019

Un comune con vita a misura di bambini? Si può...

Risultati immagini per castelnuovo del garda immagini



Una notizia che non viene certo riportata a gran voce dai media: il comune di Castelnuovo del Garda ha curato dal 2004, in particolare,  la gestione dei servizi per le famiglie, le scelte amministrative scolastiche, sanitarie e sociali, la partecipazione e la condivisione, ottenendo un innalzamento della qualità della vita notevole, incrementando nascite e matrimoni, e raggiungendo obiettivi insperati, passando da 9000 abitanti a 13000 circa, per esempio, con un elevato, se non totale,  consenso popolare.  Oggi  un comune oggetto di studio internazionale sulle buone pratiche amministrative del benessere sociale.

Segno che la strada giusta è proprio valutare quanto la famiglia sia un elemento indispensabile e da cui non si possa e non si debba  prescindere,  se si vuole amministrare bene. Ed essere eletti, anche!

Siamo il fanalino di coda in Europa per cura della famiglia e ci facciamo male da soli, pur sapendolo. Nulla si muove  di serio, a dire il vero...  E la conflittualità non serve ai nostri bambini.
Chissà se il serio progetto di legge per la famiglia depositato nel 2015, oggetto di lavoro di esperti  di notevole spessore,  come il dott. Donati verrà rispolverato.
Poche informazioni, giusto dalla parte dei bambini e delle loro famiglie. Buon cammino!