Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che... rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

mercoledì 30 dicembre 2015

Per te genitore, per te educatore... vali di più!




Tre parole sole: vali di più.
Quante volte ce lo siamo detti e lo abbiamo sussurrato o gridato.
E' uno dei messaggi espliciti degli interventi televisivi di Nembrini su TV 2000 nel programma
                                       "Nel mezzo del cammin"
in onda ogni luned', dal 7 dicembre 2015 per 34 puntate e vi assicuro essere un vero gioiello.
(puntata del 7 dicembre: https://www.youtube.com/watch?v=gLaiMyfbvgM)

Franco Nembrini ci affascina con il suo approccio  alla Divina Commedia.
Da insegnante, anzi da Educatore. Con la maiuscola. E a  noi piace essere trascinati a volare alto, E soprattutto ci piace pensare che vi siano (e ci sono!) insegnanti che sanno accompagnare i giovani a porsi le domande giuste, con fiducia nell'autorevolezza che si costruisce con tanta passione, coerenza, attraverso il riconoscimento del loro  essere.
                     
Il professor Nembrini (http://www.franconembrini.it/chi-sono/) racconta di un allievo che, portato a visitare la Basilica di San Marco a Venezia, domanda quanto vale il tesoro  della Pala D'Oro di San Marco. La saggia guida dà una risposta di questo tenore "Vale moltissimo, quanto non saprei dirti, ma una cosa è certa: tu vali molto di più."
E questa risposta ha segnato un cambiamento del ragazzo. Un fiorire umano determinato da quell'incontro, da quel riconoscimento.
Come collegare questo con Dante, con la sua  Divina Commedia? Da scoprire...!!!

Fatevi un regalo. Vedetevi in replay se non potete in diretta i lunedì sera, questo cammino dantesco.
Per molti sarà meraviglioso recuperare la voglia di andare a scuola per  essere incontrati. E arricchire il proprio patrimonio di capacità educativa.

Pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it
foto La Pala D'Oro  da teatrimusei.it
e Franco Nembrini,  da  TV 2000

domenica 20 dicembre 2015

Natale favola.





Se la cicala sventatella e le formiche operosissime si fossero trovate nei pressi di Betlemme, forse le cose sarebbero andate all'incirca così ... Così mi piace pensare che si riscattino tutti, nel presepe di Gesù.
IL NATALE DELLA CICALA E DELLA FORMICA
di Annamaria Gatti
Fonte: Città Nuova
La formichina Gilda aveva lavorato tutta l’estate e ora nel suo formicaio, nell’angolo di una grotta, assaporava il calduccio emanato  dal bue che ruminava presso la mangiatoia.




“Sono  fortunata” pensava, “non come la cicala Lilla, che ha solo cantato e non avrà niente da mangiare”.


In quel momento qualcuno entrò nella grotta con un asinello e in fretta sistemava della paglia sul terreno.  Gilda pensò: “Ora vado a riposare, quei due  non sono un pericolo per il  formicaio!” Ma aveva appena voltato le zampe, che sentì un pianto bambino.

“Che succede stanotte? La donna ha dato alla luce un Bambino!”

Quando  le altre formiche accorsero, una luce si diffuse nella grotta e le cose che accaddero dopo lasciarono… senza antenne tutti gli insetti.

“Qui deve essere accaduto qualcosa di straordinario!” si dicevano.

Gilda guardava il Bimbo fra le braccia della Mamma e sentiva i suoi occhietti scuri su di sé.

TOC, TOC, TOC! Chi bussava alla porta del formicaio?

“Sono la cicala Lilla, ho freddo e fame.”

“Proprio tu. E cosa hai fatto tutta  l’estate?” chiese Gilda.

“Ho cantato”.

“Hai cantato? Allora continua a cantare!” E chiuse malamente la porta.

Poi si voltò, incrociò lo sguardo del Bambino: era sorridente e guardava ancora proprio lei.

Allora le tremarono tutte le sei zampette, tornò alla porta e chiamò:

“Lilla, Lilla! Scaldati e  mangia qualcosa!”

Lilla  entrò e sospirò un debole grazie.

“Rimettiti in sesto, c’è del lavoro da fare, cara Lilla! Portiamo del cibo a quei poveretti. Tu  potresti anche cantare  per loro…”

Lilla abbracciò la formica, facendola ruzzolare. Gilda così riuscì a nascondere la sua commozione.

Quando i pastori  entrarono nella grotta, si inginocchiarono accanto a Gesù e sentirono  il concerto della cicala Lilla, che cantava una ninna nanna per il Re del mondo. Poi, stupiti, si accorsero che il Bimbo indicava qualcosa con la manina: era il corteo delle mille formichine che portavano semini e briciole ai santi genitori di Gesù.
Foto dal film "The Nativity story"



martedì 15 dicembre 2015

Una balena per imparare.


LA BALENA DELLA TEMPESTA

di Benji Davies
traduzione di Anselmo Roveda
Ed. Giralangolo
recensione di Annamaria Gatti 
fonte Città Nuova, dicembre 2015

Una balena, anche se piccola, è una faccenda “grossa”.
Se poi la trovi e la salvi nascondendola nella vasca, beh! …Diventa una faccenda anche complicata. Se a lei ti affezioni potrebbe non essere strano, per i bambini è facile amare gli animali.  
Che a papà però serva trovare quella balena nella vasca per capire che sei solo, allora… la storia è fatta!
Così è accaduto  a Nico, che vive isolato dal paese  con il  papà pescatore, sulla riva del mare.
Papà scopre la verità, ma non si adira, non sgrida nessuno,  quando trova la balenottera in vasca.
Il papà non si arrabbiò. Era stato così occupato da non accorgersi che Nico si sentiva solo.”
Il padre comprende il cuore bambino   e si allea con il figlioletto per ridare ciò che la balena attende dal suo piccolo amico: la libertà.   Da quel momento  papà e Nico staranno molto più  tempo insieme.
Poche ma  essenziali parole commentano le  illustrazioni ben fatte, che narrano la storia con una favorevole lentezza, come sempre accade per questa editrice di ampio respiro e di qualità. La parallela uscita “Sulla collina” sul valore dell’apertura all’amicizia, conferma queste scelte editoriali, attente al mondo affettivo dei bambini.


domenica 13 dicembre 2015

Favola di Santa Lucia. ...Giovannino Guareschi scrive sempre con misericordia

                   


Oggi, festa di Santa Lucia, i bambini di alcune città italiane  fra cui Lodi dove sono cresciuta e Lonigo, dove vivo da molti anni, ricevono i doni da questa dolce santa.
In onore suo e di Giovannino Guareschi, scrittore di fama internazionale e padre del Mondo Piccolo di Don Camillo e Peppone,  pubblico la tenerissima storia di un bambino che a Santa Lucia ha creduto davvero con tutto il cuore, trasformando i cuori induriti degli adulti attorno a lui.
Una storia che sa di misericordia.... 

FAVOLA DI SANTA LUCIA

Cesarino si alzò e, prima ancora di lavarsi, prese il lapis blu e cancellò sul calendario un altro giorno. Ne rimanevano ancora tre che poi erano due in quanto il terzo era quello famoso. Mentre si lavava con l’acqua gelata, Cesarino d’improvviso ebbe un pensiero: “E la crusca?” Era una cosa importante. ma risultava anche logico che non ci avesse pensato perché fino all'anno prima, tutto si era svolto laggiù, al paese dove per trovare della crusca, bastava allungare una mano. Gli venne in mente il pane fatto in casa, e il profumo che usciva dal forno. Risentì il cigolio della gramola e pensò a sua madre. Uscì in fretta e passando dalla portineria, si fermò per consegnare la chiave alla portinaia: suo padre era andato via alle quattro perché, in quei giorni, c’era un sacco di lavoro per chi aveva un camion. 

La strada era piena di gente che aveva una premura maledetta e la nebbia di quella fradicia mattina di dicembre era traditrice perché macchine e ciclisti saltavano fuori d’improvviso da ogni parte e bisognava stare attenti. Non poté pensare molto alla faccenda della crusca, ma quando fu a scuola, riprese a pensarci. Aveva dimenticato l’asino e adesso erano guai. Bisognava mettere sul davanzale, vicino alla scarpa, anche il sacchetto pieno di crusca per l’asino che portava le ceste dei regali. A non mettere la crusca, Santa Lucia si sarebbe offesa certamente. 

Cesarino, quando alle dodici e mezzo lo lasciarono libero, corse subito alla panetteria e domandò un po’ di crusca. Ma di crusca non ne avevano. Ed era anche logico perché, in una città come Milano, a cosa potrebbe servire la crusca? Provò da un altro panettiere, poi da un terzo e, alla fine, perdette la speranza. 

Arrivato a casa, trovò la chiave ancora in portineria: suo padre non era ancora arrivato e Cesarino mangiò da solo nella cucina fredda e in disordine. Il padre tornò la sera, ma non salì neppure in casa: lo chiamò dal cortile e assieme andarono alla trattoria dell’angolo. 

La minestra calda diede a Cesarino tanta gioia da fargli dimenticare tutte le sue preoccupazioni ma, quando ebbe finito di mangiare, le preoccupazioni ritornarono a galla. Cesarino aveva una soggezione tremenda di suo padre che era un uomo cupo e di poche parole, quindi fece una fatica matta a entrare in argomento. Alla fine gli disse: — Ci vorrebbe un po’ di crusca. — 

Il padre di Cesarino stava parlando con un uomo in tuta che era venuto a bere un bicchiere in compagnia: si volse sbalordito e domandò: 

— Crusca? E cosa te ne fai della crusca? 

— Ci vuole per l’asino, — balbettò il ragazzo. 

L’uomo in tuta si mise a sghignazzare e domandò di che asino si trattasse. 

— L’asino di Santa Lucia, — spiegò Cesarino timidamente. 

L’uomo in tuta sghignazzò ancora più forte, ma il padre di Cesarino gli strinse d’occhio poi, rivoltosi al ragazzino, gli disse brusco: 

— Lascia perdere l’asino. Qui Santa Lucia non usa. 

Il ragazzo lo guardò perplesso: 

— Santa Lucia sul calendario c’è! 

— C’è, ma non usa! — esclamò secco il padre. — Sul calendario c’è anche Sant’llario allora: ma, qui, invece, usa Sant’Ambrogio. Ogni città ha i suoi santi. Qui è il Bambino che porta i regali. Qui usa il Bambino. 

Il ragazzo guardò l’uomo in tuta, e quello gli confermò il fatto. 

— Perbacco, è proprio così! I santi sono delle autorità provinciali e ognuno ha la sua provincia. Qui la faccenda è di competenza del Bambino. 

Cesarino abbassò la testa, poi preoccupatissimo obiettò: 

— Ma il Bambino non mi conosce: è soltanto sei mesi che sono a Milano. 

L’uomo in tuta lo rassicurò: 

— Stai sicuro che il parroco del tuo rione lo ha già informato che siete qui tu e tuo padre! Ad ogni modo, per essere più sicuro, scrivi a De Gasperi così lui glielo dice. 

Altri due o tre che si erano avvicinati si misero a ridere e allora il padre intervenne e disse a Cesarino: 

— Adesso va a casa e mettiti a letto. Lascia la chiave sulla porta. 

Il ragazzino uscì e il padre spiegò la storia a quello della tuta ed agli altri: 

— Sono stupidaggini, ma non posso dirglielo così, in quattro e quattr’otto! È sua madre che gli ha messo in testa queste cretinate e, anche il giorno prima di morire, mi ha raccomandato: “Carlo, lascialo stare, il ragazzo. Lascialo così com’è. Quando sarà ora, capirà da solo. Non mi far dispetto quando sarò morta.” 

L’uomo allargò le braccia: 

— Ragazzi, se si tratta di far dispetto a un vivo, ci sto anche se c’è da scannarsi: ma non mi va di far dispetto a un morto. È soltanto sei mesi che è morta! 

Quello dalla tuta scosse il capo: 

— Sentimentalismi idioti, roba da medioevo! Intanto tu, per non far dispetto a un morto, fai dispetto a tuo figlio vivo perché gli lasci la testa piena di stupidaggini. 

— Non ti preoccupare, — ribatté il padre di Cesarino. — Quando vedrà che né santi né Madonna gli portano più niente, si convincerà da solo. 

Cesarino si svegliò presto, quella mattina. Cancellò ancora col lapis blu un altro giorno del calendario, ma aveva la testa piena dei ragionamenti della sera precedente e la cosa, invece di dargli gioia, lo angustiò. Adesso, il tempo passava troppo alla svelta. Riuscì a bloccare suo padre prima che uscisse: 

— Chi è De Gasperi? — domandò. 

— È uno che sta a Roma, — borbottò il padre. 

— Pensa piuttosto a fare i tuoi compiti. che sarà meglio! 

Roma doveva essere in capo al mondo e chi sa quanto tempo ci voleva perché una lettera arrivasse. Oramai era troppo tardi. 

E poi a Cesarino interessava Santa Lucia. Bisognava trovare il modo di farlo sapere a Santa Lucia. 

Aveva più d’un’ora davanti a sé, prima della scuola: riuscì a ispezionare quattro chiese, ma in nessuna c’era un’immagine di Santa Lucia. La conosceva benissimo e, se ci fosse stata, anche piccola, l’avrebbe subito vista. 

Uscito da scuola Cesarino abbandonò le sue ricerche. Aveva perso un sacco di tempo e si trovava a mani vuote, senza neppure la crusca per l’asino. Pensò allora che se, invece di crusca, avesse riempito un sacchetto di crostini di pane, la cosa avrebbe funzionato ugualmente. Col pane vecchio trovato in casa, riuscì a combinare poco o niente. Aggiunse mezzo del suo della colazione di mezzogiorno e, siccome il pane era fresco e molliccio, lo tagliò a pezzetti e lo fece abbrustolire sul gas. 

La sera, il padre rincasò tardi: aveva portato un fagottino di roba e mangiarono in cucina, senza parlare.Prima di addormentarsi, Cesarino ci mise parecchio tempo. Comunque il fatto del sacchettino pieno di crostini gli dava una relativa tranquillità. 

Alle sei, quando suo padre se ne fu andato, Cesarino saltò giù dal letto. Ormai non c’era più niente da cancellare sul calendario e gli parve che la notte dovesse arrivare fra pochi minuti anche se si trattava di parecchie ore. Alle sette e mezzo uscì di casa e incominciò a camminare in fretta e camminò fino a quando non si trovò fuori dalla città, al margine di una grande strada piena di autocarri che andavano e venivano. 

Gli era venuta una fame tremenda e non poté resistere: mangiò due o tre crostini dell’asino: 

"Capirà...", pensò. 

Riprese il cammino e continuò a camminare altre due ore. Poi il cuore gli diede un tuffo perché, fermo a far nafta a un distributore, vide un camion che portava sulla targa due lettere che Cesarino conosceva bene. E il muso del camion era rivolto anche per il verso giusto. Quando il camionista fu risalito e stava per chiudere la portiera, Cesarino si fece avanti. Il camionista lo lasciò salire e, due ore e mezzo dopo lo scaricò al Crocile. Qui bisognava prendere la strada della Bassa, altri trenta chilometri, ma Cesarino doveva arrivare. Prese a camminare ma, fatto un chilometro, dovette mangiare altri due crostini dell’asino. Quando Dio volle, passò un carro trascinato da un trattore e Cesarino saltò su. Il tran-tran del carro gli faceva venire un sonno maledetto; ma Cesarino resistette e non mollò: conosceva la strada, adesso e, al bivio del Pontaccio, saltò giù perché il carro aveva preso la strada di destra mentre a Cesarino serviva la strada di sinistra. A un certo punto, il ragazzino lasciò la strada e prese una carrareccia: il buio incominciava a diventare spesso, ma Cesarino ci sarebbe arrivato a occhi chiusi nel posto dove aveva in mente di andare. E così, si trovò ad un tratto davanti ad una casa buia e silenziosa e, più che vederla, l’indovinò. 

Era la vecchia casa dove, fino a sei mesi prima, Cesarino aveva abitato coi suoi. Suo padre aveva sempre sognato di abbandonare il paese e così, mortagli la donna, aveva caricato un po’ di roba e il ragazzino sul camion, ed era andato a Milano dove aveva già dei parenti che lavoravano nei trasporti. 

E la casa era rimasta lì, deserta e abbandonata. 

Cesarino cavò di tasca la grossa chiave e, dopo aver lavorato un bel pezzo perché la serratura era piena di ruggine, si trovò nell’andito basso e buio. 

Infilò la porta della cucina. Sentì l’odore del camino. Passò la mano sull’asse del camino, trovò un mozzicone di candela e un mazzetto di fiammiferi. 

Quel po’ di luce gli fece sembrare ancora più deserta e abbandonata la vecchia casa ed ebbe paura. Poi pensò a Santa Lucia e gli venne l’idea che di sicuro, da qualche parte ci doveva essere della crusca. 

Se trovava un po’ di crusca, avrebbe potuto mangiare i crostini del sacchetto. Ma la credenza era vuota e, anche negli altri posti, non c’erano che polvere e ragnatele. 

Mangiò ancora un po’ di crostini dell’asino. Poi sentì suonare al campanile una quantità enorme di ore e gli venne l’orgasmo. 

Per l’amor di Dio che Santa Lucia non lo trovasse sveglio! Si tolse la scarpa destra, la ripulì e, aperte le ante della finestra di cucina, la mise sul davanzale, come aveva sempre fatto e vicino depose il sacchetto dei crostini. Poi chiuse le imposte a vetri e salì su nella sua stanza, camminando con una scarpa sì e una no. I vecchi letti tarlati c’erano ancora, ma senza materassi. Nella camera della nonna il letto aveva il pagliericcio e Cesarino si buttò lì sopra. Non avrebbe voluto spegnere la candela, ma l’idea che la luce disturbasse Santa Lucia lo convinse a rimanere al buio. Non fece neppure a tempo ad aver paura perché la stanchezza lo sprofondò a capofitto nel sonno. 

All’una di notte una motocicletta si fermò nella strada, davanti alla casa solitaria. 

Scese un uomo intabarrato che traversò l’aia e, arrivato davanti alla porta, accese una torcia elettrica. Il cerchio di luce vagò sulla facciata e si fermò sulla finestra con gli antoni spalancati e con la scarpa e il sacchetto sul davanzale. L’uomo intabarrato rimase lì un bel pezzo a guardare quella scarpa. Poi ritornò sulla strada e, messa da parte la motocicletta, si incamminò verso il paese addormentato. Fu quella la notte che a Cibelli rimase impressa come la più strampalata della sua placida vita di bottegaio. Cibelli fu svegliato infatti all’una e mezzo da qualcuno che stava sulla strada e, affacciatosi, riconobbe chi lo chiamava e scese domandandosi che accidente volesse a quell’ora. E quando ebbe saputo quello che voleva esclamò: 

— Carletto, l’aria di Milano ti ha fatto diventare matto? 

Cesarino si svegliò di soprassalto alle nove del mattino e subito si cavà fuori dal pagliericcio dentro il quale s’era avvoltolato e corse giù in cucina a spalancare la finestra. 

La scarpa era zeppa di fagottini e altri fagottini erano sul davanzale, vicino alla scarpa. 

Cesarino portò tutto sulla tavola e già si apprestava a sciogliere le funicelle dei pacchetti, quando sentì arrivare nell’aia una motocicletta. Poco dopo, compariva sulla porta della cucina suo padre. 

— Tutta la notte che ti cerco! — gridò l’uomo cavandosi fuori dal tabarro. — Da Milano in moto son venuto qui! 

Cesarino lo guardò a bocca aperta. 

— Quando siamo a casa regoliamo i conti, — urlò con voce tremenda il padre. — E se fai ancora una cosa così, ti ammazzo! 

Cesarino scosse il capo: 

— Non lo faccio più, — balbettò. — Ormai Santa Lucia lo sa che sono a Milano... Le ho messo un bigliettino dentro la scarpa, e il bigliettino lo ha preso... 

Era una bella giornata di dicembre con un sole limpido e splendente: il padre, con un urlaccio uscì dalla cucina e tornò portando una gran bracciata di legna che buttò sul fuoco. 

La fiamma divampò nel camino: 

— Scàldati. assassino! — urlò l’uomo agguantando Cesarino per una spalla e ficcandolo su una sedia, davanti al fuoco. 

Poi uscì e tornò con due scodelle di latte bollente e una micca di pane fresco. 

— Mangia! — gridò l’uomo mettendogli fra le mani pane e scodella. — E lascia stare quelle stupidaggini! E rimettiti la scarpa! 

Cesarino era in una confusione spaventosa per via del pane, del latte, dei fagottini aperti. di quelli ancora da aprire. E poi la fiamma gli imbambolava gli occhi. Intanto il padre mangiava cupo e accigliato a occhi bassi. 

Poi non poté più resistere e si volse un momentino, e lei era lì, dietro di lui, e gli sussurrava: 

— Da che ci siamo conosciuti questo è il primo regalo che mi fai. Carletto. Ma è un gran regalo... Non me lo guastare, Carletto, il mio ragazzo. Lascialo così... 

Il padre ebbe un ruggito e, piantati due occhi feroci in faccia a Cesarino, urlò: 

— E così, per colpa tua, io ho perso una giornata! 

Invece non l’aveva persa per niente. E lo sapeva, ma non voleva confessarselo.

pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it

martedì 8 dicembre 2015

Maria una di noi. La nascita a Betlemme




Copertina del libro Una mamma di Galilea





Centinaia  di entrate nei post tratti dalle  pagine di questo libro mi invitano rispondere all'interesse dei frequentatori di questo blog e a pubblicare un altro mistero di questo "Rosario narrato ai bambini" e lo faccio, dopo l'annunciazione e la visita di Maria a S. Elisabetta, pubblicando la narrazione della nascita di Gesù.
Ci aiutino questi racconti di storia vera vicina a noi, ai nostri figli e nipoti, a permettere ai bambini di guardare a Gesù come luce, consolazione, certezza della loro vita. Non facile.


di Annamaria Gatti
da "Una mamma di Galilea. Il rosario narrato ai bambini"
Edizioni Effatà



E' ACCADUTO A BETLEMME!


Giuseppe  era preoccupato: avrebbe dovuto andare a Betlemme a farsi registrare con Maria, ma
per lei il viaggio era molto faticoso.
“Vedrai, andrà tutto bene...” lo tranquillizzava la sposa che avrebbe dato alla luce Gesù di lì a pochi giorni. Partirono così con il loro asinello, cavalcato da Maria. Quando finalmente giunsero a Betlemme però, non trovarono posto  negli alberghi.
“La mia sposa deve partorire proprio   in questi giorni...” supplicava Giuseppe. Un albergatore, impietosito dalla giovane prossima madre, indicò loro una stalla, che già ospitava un bue. L'asinello si riposò, mentre Giuseppe si dava da fare ad aiutare la sua sposa. Maria, proprio quella notte, diede alla luce il Bambino. I cuori di Giuseppe e Maria battevano di commozione: il Figlio di Dio era lì nelle loro braccia e dormiva.
Intanto, nei pressi, il pastorello Daniele stava per addormentarsi, vicino alle sue pecore, cullato dal crepitio della fiamma e dal profumo del pascolo umido.  “Svegliati Daniele! Ascolta...” il fratello maggiore   gli scuoteva la spalla. Era buio, anzi no, qualcosa scintillava sopra il pascolo. Daniele balbettò: “Sono angeli”.
“...Non temete,” cantavano “ vi annunziamo una grande gioia: oggi è nato un Salvatore. Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia... Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra  agli uomini che egli ama”. Raggiunsero in fretta la stalla, sopra cui si era fermata una stella incandescente. Una giovane donna cullava  un  neonato, sotto lo sguardo vigile e buono di un uomo. C'era ancora quella luce! “La sala del re non deve  essere più bella”,  pensava  Daniele.
Daniele se ne stava in un angolo buio,  mentre fissava la madre del  Bimbo, che all'improvviso gli fece un cenno e lo chiamò. “Vieni qui, Daniele”. Pieno di tenerezza, fece qualche passo verso la mangiatoia. Vide da vicino il Bambino mentre lei sussurrava:
“Lui è Gesù.” Gesù si scosse un poco, aprì la boccuccia e si stiracchiò ben bene.
Daniele lo accarezzò sulla manina e quel Gesù sorrise nel sonno.
Altri pastori stavano arrivando, si fermavano intimoriti e curiosi all'ingresso della stalla ed esclamavano: “Oh, oh c'è davvero il Bambino!” E si fermavano per adorarlo.
Daniele tornò al pascolo, ma  deciso che sarebbe ritornato da Gesù con una bella ciotola di latte appena munto. “Tornerò al villaggio e racconterò questa buona notizia: io l'ho visto, è nato a Betlemme il Salvatore!”
E avrebbe raccontato l'accaduto  ai figli e ai figli dei suoi figli.




domenica 6 dicembre 2015

"Chiamatemi Francesco" un ottimo film. No bambini, prego.

Ho assistito alla proiezione del film "Chiamatemi Francesco".
                Locandina


E' un'opera pregevole, ben interpretata, almeno per me che sono profana di linguaggio cinematografico e senza aver consultato ad oggi alcuna recensione. 
L'ho apprezzata: è uno sforzo  notevole il racconto della giovinezza di Bergoglio e soprattutto del  periodo argentino di Papa Francesco! 
Ne sono uscita convinta che questo grande Papa ha davvero alla spalle una storia di  sofferenza  e  di coraggiosa coerenza, accanto  al popolo affidatogli.
Il film si incentra soprattutto sul periodo della dittatura argentina di Videla. Con tutta la sua crudeltà.
Sono rimasta stupita nel vedere molti bambini in platea. 
Non ritengo che un film sul Papa debba essere interdetto ai bambini, ma non essendo il racconto della vita da bambino al soglio pontificio, occorreva  forse informarsi che tipo di approccio  avrebbe avuto l'opera di  Daniele Lucchetti.
La dittatura è stata caratterizzata da eventi funesti di violenza inaudita. Anche questa violenza viene sceneggiata. 
Ritengo che i genitori dovrebbero aggiornarsi prima di portare i loro figli a vedere qualsiasi film... E purtroppo questo non  sempre avviene.
In questo caso eccezionale e lodevole, il film è stato  pensato per adulti. E ne ho avuto la conferma.

E ora:  chi vorrà raccontare ai bambini con un film, adeguato alla loro emotività,  la vita di questo Papa dall'infanzia a San Pietro? Una bella idea e una sfida.
In attesa di questo film... parliamo ai bambini di questo papa, raccontiamo loro dei gesti e delle parole, dei fatti e della bellezza di questa vita che Francesco ci insegna, diciamo di quanto amore circonda i bambini e quanto si batte perchè loro, i bambini, abbiano un futuro di speranza, quello che Gesù vuole per loro.

pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it