Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

venerdì 31 ottobre 2014

Uffabaruffa: leggere per difenderli, internet e dintorni 1°

Uffabaruffa-colpisce-ancora-Annamaria-Gatti-Citta-Nuova-I-colori-del-mondo



Incontrare bambini che leggono e vogliono leggere è sempre un'esperienza molto gratificante. Il personaggio di Uffabaruffa (nel logo di questo blog) attrae e piace ancora, se non di più, col passare del tempo. Dovrei dedicare più forze a dialogare con i bambini, scolaresche "assetate" d'esperienze (incredibile ma vero...)
Loro, il nostro futuro, sono un campo arato e da seminare di bellezza e bontà: ne vale la pena, come recita la nostra strega/fata.

In una sera come questa poi, direi che sottolineare e partecipare la bellezza ( a fronte della bruttezza dell'halloween di turno, io la penso così...) segna un solco ben definito e un messaggio chiaro.
Scusate ma non possso fare a meno di riportare l'ansia di un bambino di 8 anni, una confidenza di ieri: "Mi fanno così paura i morti viventi" tema della festicciola organizzata per questa sera dal gruppetto di amichetti, forse con adulti al seguito (?!). Io preferisco pensare che domani è la festa dei buoni che ci hanno rpeceduto su questa terra, e sono tanti!

Per questo vi (e mi) regalo una delle pagine del mio libro "UFFBARUFFA COLPISCE ANCORA"  2004 (dagli otto anni), seguito del più famoso e premiato "UFFBARUFFA COME SEI BUFFA"  III ed.2001 con le illustrazioni indovinatissime di Laura Cortini.

Uffabaruffa, strega divenuta fata per saggia convenienza (...le streghe con la loro cattiveria finiscono tutte male e io perchè dovrei fare lo stesso?), sventa l'attacco informatico delle streghe che vogliono distruggere i bambini e le fate con pasticche e polverine... A cadere saranno le streghe, per espressa volontà dei miei lettori di allora (oggi cresciutelli ormai...) anzi di più... le streghe accedendo al fattore buono di internet si trasformeranno in bellissime e piacevolissime persone...
A sognare non si sbaglia mai.

....
da pag. 53 a pag 58. 
(Stonata è la strega che si è finta bambina per carpire il segreto delle fate ai bambini amici di Uffabaruffa. Uffabaruffa è la voce narrante in prima persona delle sue avventure perchè dice "... non mi fido troppo di questa ...scrittrice...")
RIUSCIRA’ STONATA A INGANNARE I BAMBINI?
Ecco qui  come è andato l’incontro di Stonata con gli ingenui bambini, che in lei vedono solo una

piccola bambina di nome Stefania. Non sanno invece che è lì per catturare i segreti delle fate.


Se solo avessi pensato che a qualcuno fosse venuto in mente di intrufolarsi nel gruppo dei bambini miei amici, mi sarei data da fare per organizzare qualche bello scherzetto… E invece…
Stonata ha fatto una capatina alla biblioteca  e dopo alcune ricerche è riuscita a trovare la magia giusta per trasformarsi  in una graziosissima bimbetta, con una manciata di lentiggini e due adorabili treccioline. Poi ha anche sussurrato:
“Dunque… cosa  portava sempre con sé quella stramba di Uffabaruffa? Secchiello, paletta, setaccio e formelle… ecco ora ho tutto, devo solo spiegare il mio inganno agli spiritelli della falsa foresta e … il gioco è fatto!”
E guardandosi allo specchio si è accorta di aver fatto proprio un buon lavoro. Solo nello sguardo le restava quella luce cattiva che la caratterizzava.
Ah, se l’avessi vista o se l’avessi sentita parlare… se Buc fosse stato in spiaggia quel giorno, certamente io e il cane  l’avremmo riconosciuta. Ma Stonata è arrivata in un bel pomeriggio luminoso e fresco, mentre io non c’ero e invece i bambini sì, erano tutti lì in spiaggia, intenti al gioco delle biglie su un percorso attorno alla torre costruita il giorno prima e rimasta, chissà come, intatta.
“Mi fate giocare per piacere?” ha chiesto Stonata.
“Certo, come ti chiami?” ha chiesto Tonio.
“Sto… ehm… Stefania” ha risposto Stonata
“Ciao Stefania, vieni… prenditi le biglie blu.”
“Che bella torre! Chi vi ha insegnato a costruire così bene?” ha chiesto Stonata-Stefania.
“Oh, beh, ci ha insegnato tutto una persona speciale!”
“Un maestro?”
“No no… una fata.”
“Una fata?”
“Sì, una fata speciale.”
“Ma le fate esistono davvero?”
“Sì, esistono, esistono! Anche Dodo non ci credeva….ma poi…”
“E chi è Dodo?”
“Dodo è il nostro amico. E’ fortissimo con il computer…”
“Sapete usare  il computer?”
“Sì, un poco, ma… te l’ho detto, lui è veramente bravo, il migliore! Ha anche una e.mail, che io so a memoria, senti: dodo@sbam!.alt
“Fa ridere… ma tu dicevi delle fate, che esistono davvero… e fanno gli incantesimi, sono proprio invincibili?” ha chiesto l’intrigante Stonata-Stefania.
“Certo fanno gli incantesimi e sono invincibili” continuava a rispondere Tonio.
“No, Tonio, lo sai che non sono proprio invincibili… Hanno un punto debole…” ha corretto ingenuamente Luisa.
“Davvero e quale?” ha chiesto la strega, che non pensava di giungere così in fretta alla verità.
Tonio era un po’ sorpreso da tanta curiosità e,  presentendo il pericolo, ha osservato con fermezza:
“Zitta Luisa, a lei non interessa certo come vincere il mondo delle fate.”
“Oh no” si è precipitata a confermare la bambina-strega, “io amo molto le fate, perciò se avete un segreto potete dirmelo…Sono o non sono una bambina come voi? Insomma : qual è il loro punto debole?”
Prima che Tonio potesse intervenire, Lucia ha spiegato:
“Non bisogna distruggere la bontà nel mondo. Soprattutto nei bambini, perché proprio così gli incantesimi non si potranno più avverare.”
“Davvero? Allora dobbiamo essere buoni!”
“Sì, buoni e veri, dobbiamo essere buoni ed essere … noi stessi!”
“Ma…” ha chiesto ancora Stonata-Stefania, “siamo sicuri che sia proprio così?”
“Certo, ce lo ha rivelato Uffabaruffa, la nostra fata…”
Ormai il pasticcio era fatto, Tonio l’ha  guardata negli occhi e si è accorto di sentirsi inquieto, così ha detto:
“Tu però devi prometterci di non raccontare a nessuno questo segreto. Se le streghe dovessero conoscerlo…sarebbero guai!!”
“Non ti preoccupare, non ti preoccupare…!” ha ripetuto Stonata, fingendo di provare molto interesse per il gioco delle biglie, per evitare qualsiasi domanda…
Però ogni volta che vinceva una biglia ripeteva mentalmente:
“Uffabaruffa, questa volta sei perduta!”
Ah, se fossi andata in spiaggia quel giorno, l’avrei riconosciuta e avrei scoperto l’inganno!!! Per mille pizzette!!!

                                 ...il seguito al prossimo post!






 



lunedì 6 ottobre 2014

Prendere coraggio insieme: storia di Ondina

di Annamaria Gatti
Illustrazione (come sempre poeticamente affascinante) di Eleonora Moretti

fonte: Città Nuova


C’era una volta una farfalla colorata, bellissima con le sue ali blu e con le sfumature gialle.

La farfalla si chiamava Ondina perchè amava il mare e spesso, quando c’era bonaccia, se ne andava a chiacchierare con le onde che lei vedeva forti, decise, capace di superare anche le bufere.

Ondina invece era delicata e molte cose le facevano paura.

Paura del venticello, che poteva strapazzarla di qui e di là, paura del buio, perchè non vedeva dove posava le zampette, paura della pioggia che le impediva di vedere...


Ondina quel giorno non se lo aspettava proprio quel messaggio, portato da un cardellino:

Vieni a trovarmi, ho bisogno di te. Subito.”

Era la Farfalla Regina. E doveva andare.

Cominciò a tremare e così andò dalle onde del mare per ragionarci su e trovare conforto.

Dunque come può chiedermi questo la Regina? Lo sa che sono paurosa e che vivo bene senza troppi scossoni!”.

Però ha chiamato proprio te, non altri, forse vuole dirti qualcosa di importante!”

Già, ma il viaggio è lungo per me e temo di trovare qualche difficoltà...”

Mai cominci il viaggio, mai saprai se sei capace, mai saprai cosa vuole da te la Regina!” sussurrarono le onde, “è giunto il momento di trovare il coraggio in te e partire!”

...E come?”

Con la nostra fiducia. Noi siamo certe,” cantarono le onde al soffio del vento “che tu riuscirai a fare grandi cose, prova ad avere fiducia, a non scoraggiarti e a ripartire ancora una volta”.


Ondina fece qualche voletto sempre più deciso. Trattenne un momento il respiro e sentì che quelle parole le facevano bene.

Svolazzò ancora intorno, poi aprì le ali e con una piroetta disse:

VVVVVAI! Parto sì, però voi mi accompagnate un pochino!”

E si diresse verso sud, dove l’apettava la Farfalla Regina.

Le onde del mare sciacquarono un bel po’ intorno al voletto di Ondina e poi si addormentarono serene, sognando il ritorno glorioso di Ondina.

Chissà come sarà finita la sua storia...






martedì 23 settembre 2014

Il valore della vecchiaia insegnato ai bambini

 
Una favola per raccontarti quanto vale un nonno.
recensione di Annamaria Gatti
font: e "Città Nuova" n° 10 settembre 2014


La scrittrice Lorenza Farina raccoglie in questa favola, già premiata nel 2009, molte delle ragioni per cui ama il suo lavoro di bibliotecaria: narrare è rispondere al bisogno di ciascuno di vedere la vita con occhi incantati e quindi più veri, scoprire cosa può accadere dietro un arcobaleno, un colpo di vento o un lampo…   E la natura fra queste pagine, illustrate con  fantasia innovativa da Manuela Simoncelli, sussurra nel fare da strada e da compagna del cammino.

Il  guerriero è un fiero albero raccontafavole che, dopo aver soddisfatto il bisogno di “favolare” di tanti amici,  giunto nell’inverno della vita, perde la capacità di raccontare. Non c’è più memoria, né voce… solo immobilità silenziosa e cupa.

L’inverno però si trasforma per l’antico guerriero, quando le storie ritornano nel racconto di tutti coloro che le hanno ascoltate e lo consolano, lo accompagnano ignaro, ma sereno. E’ la risposta saggia e generosa di chi ha dato e ha regalato e, nel momento dell’assenza, trova chi gli porge la culla per consegnarsi alla vita.

L’autrice ci accompagna con una suggestiva similitudine a considerare il bisogno di favole/attenzione per coloro che dopo aver dato tanto e tutto, trovano nella memoria e nello sguardo benevolo  altrui  il sapore del rispetto e della solidarietà umana.

Un libro da capire e da proporre anche per una educazione al rispetto e alla valorizzazione degli anziani, alla scoperta della lettura dei  messaggi della vita.
Un coraggioso progetto editoriale di Lineadaria, piccola editrice biellese, che così si distingue nello scaffale della letteratura per ragazzi.





domenica 21 settembre 2014

LA SCUOLA SBAGLIATA

Illustrazione di Eleonora Moretti


di Annamaria Gatti
illustrazione di Eleonora Moretti
fonte Città Nuova, 10 settembre 2012

Papà Orso è inquieto: la scuola del bosco non aiuta i cuccioli a camminare insieme. Per questo è sbagliata.
Papà Orso si levò quella mattina di pessimo umore, come quando il tuo papà ha dormito male la notte.


Non fece colazione e non si lavò neppure le orecchie, non salutò nessuno, neppure i tre orsacchiotti, che stavano uscendo per andare alla scuola, che era incominciata da pochi giorni.

Mamma Orsa gli sussurrò:

“Ebbene… cosa ti succede questa mattina?”

“La scuola del bosco è tutta sbagliata!” sbottò Papà Orso.

“Perché ce l’hai con la scuola del bosco?” chiese Mamma Orsa.

“Ma l’hai vista la scuola quest’anno? Spenta, scuola di libri. Tutti i cuccioli in fila e guai se uno di loro sussurra un ciao… E poi niente canti, niente storie, niente ascolto del canto dei nostri uccelli, niente corse nel bosco, niente scoperte della vita sotto la corteccia degli alberi, niente visite all’alveare.”

“Esagerato.” pensò Mamma Orsa.

Poi Papà Orso riprese la sua tiritera:

“…Nessuna camminata al lago per vedere i castori che si costruiscono la diga. Nessuno più saprà come si prepara il nido la cinciallegra, o come cresce la felce nel sottobosco, o come si difende il cuculo.”

“Beh, questo mi dispiacerebbe…” sospirò Mamma Orsa.

“Nessuno saprà leggere il cammino del sole, né il succedersi delle stagioni, né saprà individuare le orme degli animali sul terreno, né rispettare le ragnatele, le larve e le uova nei nidi!”

“Accipicchia!” sbottò Mamma Orsa, poi soggiunse:

“Papà Orso qualche ragione ce l’hai, proviamo a parlarne con Maestro Gufo e i suoi aiutanti, vedrai che qualcosa capiremo meglio anche noi e loro ascolteranno i tuoi dubbi!”

“Forse, forse… ma la cosa che mi fa più imbestialire è quella divisione in classi: sezione delle volpi, sezioni degli orsi, sezione delle salamandre, sezione dei cerbiatti, sezione dei lupacchiotti, insomma, come imparano a vivere bene i nostri figli, se vivono separati?”

A quelle parole Mamma Orsa si diede una decisa grattatina, prese borsetta e cappellino, chiuse casa e si avviò verso la scuola del bosco, trascinandosi Papà Orso che brontolava in continuazione.

Eh sì, qualche cosa bisognava proprio cambiarla in questa scuola nel bosco!

Anche Maestro Gufo avrà ringraziato Papà Orso per le belle idee! E i cuccioli avranno fatto festa.



mercoledì 17 settembre 2014

Primi giorno in classe prima

   
                  

Ciao, 
             sono un bambino di sei anni compiuti  e faccio la prima classe. 
Non ho ancora imparato che si dice "frequento" la prima classe... E' un modo di dire che mi sta scomodo.
E' passato ormai qualche giorno e devo dire che è stato bello incominciare. 
Non mi pesa tanto alzarmi, vestirmi e  prepararmi per uscire. 
L'unica cosa che vorrei è avere qui con me mamma e papà sempre al mattino per fare colazione insieme: deve essere bellissimo...
Mamma mi mette lo zaino sulle spalle e io vado a scuola e mi sento importante! Lei dice che devo diventare forte: per questo non me lo porta lei , lo zaino... E vuole che mi allaccio da solo le scarpe. Sono molto fiero della mia mamma! E lei di me, lo so!
Comunque quando arrivo le maestre sono sempre sorridenti. 
E questo mi piace molto. 
Una volta ho sentito dire che non sarà  sempre facile per loro accogliere così i bambini, perchè anche le maestre hanno le loro patate bollenti (mangeranno solo patate? o cosa vuol dire?) 
Mi piace l'intervallo: si gioca in cortile, ma mi piacciono anche altre cose che prendo molto sul serio. 
Ho tre maestre e un maestro: niente male! Cambio visi e classe, per seguire le lezioni. Papà mi ha detto che fanno così anche all'università. 
Mi piacciono tutte le materie, ma preferisco andare in palestra e ascoltare storie. 
Non mi piace incollare le schede: meno male le mie maestre  ne usano poche! Dicono che la scuola non è una scheda, che bisogna scrivere e disegnare, pensare molto ed essere felici delle nostre pagine costruite da soli, anche se facciamo meno cose e  secondo me hanno ragione!
Le maestre dicono anche che non importa se uno non scrive benissimo o fa qualche pasticcio: l'importante è che comprenda, si  corregga e partecipi alla lezione, abbia curiosità e voglia di imparare. E sia felice. Poi le cose matureranno, dicono. 
E se lo dicono loro vuol dire che è vero, dice la mamma che ha molta fiducia nelle maestre.
Questa cosa della felicità mi fa un po' pensare. Vorrei che tutti siano felici.
Però devo dire che mi piace quando lavoriamo, coltiviamo, ritagliamo, incolliamo, modelliamo e costruiamo! Impareremo anche a nuotare in piscina: io però sono già capace e potrò mostrare al mio amico Andrea che sono come  un piccolo delfino!
Andrea potrà stare in acqua comodo comodo, su un materassino. Andrea non può camminare, però per noi è l'amico migliore che ci sia. 
Adesso vado, la maestra ci porta in palestra: la mia scuola preferita! Andrea ride un sacco in palestra, si diverte e anch'io. Tutti si divertono a stare insieme.
Ah! Dimenticavo di dirvi che qui mi insegnano a  leggere e scrivere... Vi farò sapere qualcosa di questa nuova avventura.

pubblicato da Annamaria
Illustrazione di Laura Cortini 
da:  "Uffabaruffa come sei buffa! Una fiaba per conoscersi ed essere felici" ,  Annamaria Gatti, la meridiana Editrice, Molfetta, 2022

martedì 16 settembre 2014

Vita da maestra: per esempio...

 
da: Permettere al bambino 
di diventare 
ciò che davvero è...
di Annamaria Gatti

in ETICA DELLE PROFESSIONI
Fondazione Lanza - Padova   
Dossier "Cura dei minori"
pubblicazione agosto 2014

...
Quando apro la porta di una classe, il mondo mi viene incontro. E’ un insieme misterioso di visi, occhi, espressioni, voci e rumori, timori e gioie. Sempre si propone come  un mondo di diversità e di analogie di grande impatto emotivo e intellettuale, che esige di  risvegliare la parte migliore della sensibilità e della volontà dell’insegnante. Anima l’atto educativo la determinazione a “farsi uno” con ciascuno di loro e ad accogliere i loro punti di forza come quelli di debolezza. Ma soprattutto a mettersi in comunicazione con loro, presentando la propria persona innanzitutto, allora il proprio ruolo sì,  ma filtrato dal proprio essere umanità in cammino con loro, disposta a mettersi prima di tutto in ascolto, in attesa, in osservazione, per conoscere ciò che senz’altro è diverso.

In classe i bambini ci conducono e ci si lascia accompagnare da eventi famigliari,  delusioni, gioie, interrogativi, paure e successi. La giornata inizia  con un “ti racconto che…” dal sapore un po’ antico e qualche volta un po’ trasgressivo, pronto a trasformarsi nel programma di lavoro della giornata, da condividere e da organizzare insieme.
Oggi per esempio lezione di storia: l’uomo primitivo risolve i suoi problemi di sopravvivenza.
E dietro a quegli occhi, intriganti e amabili,  si profilano i disagi.

Laura è pesantemente distratta e scostante  provoca: altro si muove nel cuore e deve raccontare alla maestra cosa sta accadendo in famiglia che la preoccupa tanto e viene tranquillizzata: le viene promesso un tempo speciale tutto per lei al primo break della mattinata. Poi gli insegnanti incontreranno i genitori e con loro definiranno le misure utili e la collaborazione per sostenere Laura in questo momento delicato.

Paolo invece ha fatto partire il suo turbo-motore, come lo chiama il maestro Mario, e non riesce già più a stare fermo, capacità attentiva neutralizzata… Il setting del banco, primo input per iniziare con soddisfazione la giornata, ha già subito notevoli scombinate variazioni sul  tema… Paolo necessita quindi di accoglienza del suo naturale funzionamento, ma anche di tutoraggio e di conduzione graduale dei comportamenti efficaci. Il team pedagogico in un incontro con i genitori e con gli specialisti verificherà le strategie utilizzate ed aggiornerà le prassi relative al disturbo di attenzione e iperattività.

L’insegnante intanto “fa scuola”  e propone la lezione,  prevede proposte didattiche organizzate in  prassi di collaboratività fra i  bambini.  Ma il clima si accende, l’insegnante deve subito fare una scelta attenta e non facile. L’ occhio ha dovuto allenarsi per  leggere fra le righe gli effetti manifestati da  altri bambini che si portano appresso evidenti criticità che mettono alla prova le loro capacità di soluzione dei problemi, di apprendimento, di approccio relazionale al gruppo e all’attività, alunni con bisogni educativi speciali.

Hafiz guarda interrogativamente, e con occhi sinistramente lucidi, la maestra: è appena arrivato dal Bangladesh e nella sua “full immersion” linguistica freme, osservando quelle immagini sul libro che lo incuriosiscono, ma di cui evidentemente ignora il lessico primario. E non sa dire neppure quel “non capisco” “cos’è questo?” che gli permetterebbero almeno di comunicare tutta l’ansia che lo prende in questo nuovo Paese a contatto con tante novità ancora innominabili. La maestra sa che sta affrontando il momento importante del silenzio, sta immagazzinando le strutture linguistiche, deve ascoltare ed è felice di trasmettergli la calma necessaria e la sicurezza che imparerà con la presenza di un mediatore per alcune ore a scuola che aiuterà tutti i compagni a capire il nuovo amico. Il giorno dopo, con un mediatore, sono convocati i genitori che conosceranno i docenti del figlio, l’ambiente e le regole scolastiche, il piano didattico personalizzato del bambino che prevede l’apprendimento dell’Italiano innanzitutto e a cui chiederanno un’ efficace collaborazione.

Intanto oggi, alle prese con la preistoria, lo aiuta Valerio che, con un disturbo specifico di apprendimento,  ha imparato a rappresentare la parola e ha fra le mani una bellissima pagina illustrata sul tema e con pochissime parole chiave che anche Hafiz , che conosce solo un po’ di alfabeto latino, può cominciare a capire.  Sono le  misure compensative che Valerio usa solitamente come previsto dal suo piano didattico personalizzato e concordate con i genitori in un documento stilato con i docenti e su indicazione degli specialisti


Ma c’è una’altra  difficoltà che fa capolino subito: Ana è insofferente di tutte quelle attenzioni per il nuovo arrivato. Anche lei era una novità e al centro della scena appena giunta dal Ghana e i genitori adottivi, con il fratellino, erano intervenuti a scuola a raccontare ai suoi compagni il viaggio della sua fragile vita, suscitando tante domande-bambine e tanti scambi di sorprese. Anche Ana ha bisogno di  prendere coscienza del suo bisogno e viene rassicurata: ora è lei in grado di capire il nuovo compagno e di insegnargli i primi strumenti linguistici per giocare insieme. Le viene affidato un compito che potrà eseguire sicuramente e ampliare così un obiettivo importante del suo piano educativo individualizzato.  Gli insegnanti sono in stretto contatto con i genitori e potranno comunicare loro questo nuovo item di lavoro per la loro bambina.

Per esempio Ivan fatica a portare a termine il lavoro assegnatogli nel gruppo e si arrabbia con veemenza, aggredisce i compagni di gruppo, mettendo a dura prova, come spesso accade, la pazienza della maestra e di qualche compagno che protesta. Risolvere il litigio, dare gli strumenti per leggere la difficoltà è anche compito dei bambini, come da protocollo. L’insegnante supervisiona e interviene su richiesta. Dirige se necessario e valuta incoraggiando. Ma registra questa difficoltà sempre più evidente in questo bambino che pare riproporre schemi violenti di reazione alla frustrazione. Con i colleghi di italiano e matematica del team pedagogico dovrà esaminare anche questo problema comportamentale ed esaminare le soluzioni di aiuto.

Ma questa maestra quanti occhi e quante orecchie e quante mani dovrebbe avere in una classe di ventisei bambini? E quanta pazienza e coraggio per affrontare ogni giorno quello che qualche genitore (dicendo: io non  riuscirei proprio a starci) chiama “la fossa dei leoni”?
Non chiedete all’insegnante perchè torna sfinita a casa. Sfinita per il lavoro svolto, gratificata talvolta dal sorriso e dall’abbraccio di un bambino e dal saluto fiducioso dei genitori all’uscita. Qualche volta è invece  amareggiata e sconfitta, ma consapevole che i bambini hanno i loro tempi e lei i suoi punti di debolezza con cui fare i conti ogni giorno. Senza drammi. Processo di resilienza non facile  per gli insegnanti, spesso  così poco riconosciuti nella loro professione.
....

Solo ciò che si conosce poi si può incontrare davvero, solo colui che non sentendosi trasparente, come di vetro…si manifesta e a cui è permesso di manifestarsi e che si sente riconosciuto, potrà interagire con l’educatore, con la persona che è il docente.
Potrà mai una meraviglia come un tramonto esplosivo sulla campagna o un’alba tenera e chiara sul mare  essere da noi mutata? Il bambino è innanzitutto ciò che deve essere, nella sua meravigliosa, appunto, manifestazione.
Nel frattempo attingerà dall’insegnante tutto ciò che il docente gli permetterà di condividere, nella scienza e soprattutto nell’anima. Perché non è possibile comunque essere insegnanti  senza essere in divenire uomini e donne formati, capaci di forte  testimonianza, di onestà intellettuale e di esercizio quotidiano di prosocialità.
Un augurio colmo di simpatia perciò a tutti i docenti, perché comunque scoprano la profondità e la bellezza della loro professione, soprattutto nei momenti duri e meno gratificanti, avendo lo sguardo rivolto ai valori e alle vigorose luci che illuminano la professione.

illustr. di Nicoletta Costa