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Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che... rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

giovedì 8 aprile 2010

I PRIMI MILLE GIORNI DI VITA 1





Tavola rotonda

Tavola rotonda

ACCOGLIERE IL BAMBINO: LA RELAZIONE, L’AMBIENTE, L’EDUCAZIONE NEI PRIMI MILLE GIORNI DI VITA


I BAMBINI VENGONO AL MONDO CON LA MOTIVAZIONE E LA CAPACITA’ PER STABILIRE UN’ IMMEDIATA RELAZIONE SOCIALE
CON CHI LI CURA”
(Volkmar et al.1997)


Dagli anni 70 le ricerche intraprese da pediatri e psicologi sulle attività e competenze del neonato e del lattante hanno evidenziato le sue interazioni precoci con il padre e la madre in un dialogo alternato, dove le risposte del bambino (lo sguardo, la postura, i movimenti del viso, i vocalizzi) si alternano ai segnali dello stesso tipo inviati dai genitori.

Numerose conferme sperimentali hanno illuminato questa predisposizione innata del bambino ad essere “attivo nella relazione”e non ricevitore passivo dei messaggi altrui.

Successivamente gli studi di neuroscienze (studi di neurologia, psicologia cognitiva,visualizzazione dell’attività elettrica e metabolica del cervello) si sono evoluti rapidamente confermando le precoci e sviluppate capacità “sociali” del cervello umano.

Fin dalla nascita dunque compare l’intersoggettività, la capacità di relazionarsi costruendo con l’altro emozioni condivise. Il bambino “parla”con gesti e suoni e il genitore “risponde”, spesso imitandolo. Il genitore “parla” e il bambino “risponde”.

Anche padre e madre sono geneticamente predisposti a interagire col neonato adattandosi a lui. Ne è prova il “motherese” , il tipo di linguaggio che spontaneamente i genitori adottano, del tutto adeguato ai bisogni del piccolo di essere cullato da un tono e da un ritmo vocale che lo rassicura e lo rende attento alla relazione con chi usa questa forma di comunicazione.

Nel primo anno di vita il bambino scopre se si può fidare o no del mondo.

E’ il processo di attaccamento, un processo che parte dalla naturale predisposizione genetica alla reciproca accoglienza per sviluppare nel tempo una relazione così forte che per tutta la vita farà sentire sicuri e amati.

Un legame che serve al bimbo per sentirsi protetto e che diventa uno schema interno a cui riferirsi per sempre: “sono amato, dunque valgo, posso farcela”si potrebbe dire…

E’ fondamentale che i genitori mostrino responsività ai bisogni del loro bambino , che siano prevedibili e affidabili, perché è così che in lui si costruisce un modello di sé “competente”. Si parla in questo caso diattaccamento sicuro”.

Se il genitore non rispondesse al bisogno di attaccamento, il bambino ben presto imparerebbe ad inibirlo, non sentendosi accolto e riconosciuto. Se il genitore non fosse sufficientemente costante, e prevedibile, il bambino non potrebbe predirne il comportamento, soffrendo per questo e diventando incapace di capire chi è lui stesso per il genitore.

Questi disturbi del processo di attaccamento esistono (si parla di un attaccamento “evitante”, di un attaccamento “ansioso”) e in clinica si curano, aiutando la relazione a ritornare sana, nutrita di fiducia. Di questo nutrimento il bambino ha estremo bisogno per costruirsi un’identità, il suo IO .

Amare il proprio bambino è dunque aiutarlo a diventare una persona.

E’ il primo compito dei genitori : trattare il bambino con il rispetto dovuto ad una persona diversa da loro.

E’ un ruolo di servizio, non nel senso di un asservimento ai bisogni del bimbo, ma nel senso di offrire le risposte via via che il bambino esprime bisogni o formula domande.

Alcune volte bisogni e domande sono implicite, specie quando il bimbo è meno capace di farsi capire col comportamento e il linguaggio. Certi capricci ad esempio sono domande implicite di aiuto o di rassicurazione. E così certi sguardi di richiesta, un avvicinarsi senza parole,un comportamento scontroso…sono solo alcuni esempi.

Pubblicato da Maddalena Petrillo Triggiano

drtriggiano@tin.it

foto: Andrea Peroni, CIAI



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