Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

lunedì 21 marzo 2022

Dopo il covid, la guerra mette sempre più a rischio i bambini

 

Dopo il Covid, la Guerra. Minori sempre più a rischio Salute Mentale

Lancia l’allarme la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Sinpia) che esprime profonda preoccupazione per gli effetti della guerra in Ucraina sulla salute fisica, mentale e sociale dei soggetti più fragili come sono i bambini e gli adolescenti, ancora di più se affetti da qualunque tipo di disabilità.

Sono fortemente vulnerabili allo stress e con minori capacità di adattamento ai traumi, con conseguenze devastanti sul loro sviluppo e quindi sul loro futuro che è il futuro del mondo”, spiega Elisa Fazzi, Presidente della Sinpia e direttore della Uo Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza Asst Spedali Civili e Università di Brescia.

È con infinito sconforto, incredulità e dolore  che siamo testimoni, dopo due anni di Pandemia che ha duramente provato tutta la comunità mondiale ed in modo specifico la salute mentale dei bambini e degli adolescenti, del palesarsi dei venti di guerra nel continente europeo con uno scenario che non ci saremmo mai aspettati di rivedere dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non pensavamo che ciò sarebbe mai accaduto di nuovo in Europa".

La guerra arriva in un momento già critico per il benessere dei soggetti più fragili. Secondo i dati di un ampio studio internazionale sull’impatto della Pandemia sulla salute mentale e fisica di bambini e adolescenti recentemente presentato al Congresso Sinpia, il benessere psichico dei minori è diminuito di più del 10% a livello globale, con il raddoppio dei bambini con bisogno di supporto specialistico, e con un aumento di rabbia, noia, difficoltà di concentrazione, senso di solitudine e di impotenza, stress, disturbi del sonno.

A questo scenario ora si aggiungono le conseguenze della guerra scoppiata in Europa. La letteratura riporta numerosi studi sulle conseguenze dei conflitti armati sugli individui in età evolutiva, come ad esempio un più elevato rischio di nascita prematura ed un incremento di mortalità infantile e l’aumento del numero di bambini orfani. Durante l’infanzia e l’adolescenza viene segnalata una più alta incidenza di disturbi d’ansia e dell’umore, con evoluzione, nel 30-40% dei casi, in un disturbo post-traumatico da stress. Tale condizione psicopatologica determina un’importante compromissione della salute psichica anche in età adulta.

Recenti ricerche evidenziano inoltre come le conseguenze psichiche della guerra perdurino nelle generazioni successive, determinando ripercussioni negative transgenerazionali sulla salute mentale. Questo vale per i bambini dei Paesi dove la guerra c’è, ma vale in qualche misura anche per i bambini che la guerra la vedono alla televisione o attraverso i racconti degli adulti.

Per la Sinpia, così come a livello europeo per la Escap – European Society for Child and Adolescent Psychiatry di cui fanno parte molti specialisti anche ucraini e russi, il primo obiettivo deve essere quello di tutelare al massimo la salute psicofisica di ogni bambino e adolescente e quindi di ogni essere umano, per consentire ai bambini e ai ragazzi italiani, europei, ma anche di tutto il mondo, di crescere al sicuro dalle minacce e dalle conseguenze dei conflitti armati.

In questo tempo di grande incertezza – aggiunge Antonella Costantino, Past President della Sinpia e Direttore dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Uonpia) della Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano – è indispensabile fare tutto il possibile per proteggere i nostri ragazzi, chiedendo a gran voce di cessare la guerra, ogni guerra. Sfortunatamente, questa guerra aggiungerà molti altri al numero di bambini che subiranno lesioni potenzialmente letali o causa di disabilità future, così come traumi che comprometteranno la loro salute mentale”.

Fonte: Quotidiano Sanità http://www. quotidianosanita.it/ scienza-e-farmaci/ articolo.php?articolo_id=102855

Pubblicato da Annamaria Gatti

foto dreamstime


domenica 20 marzo 2022

Chiediamo con i bambini a Dio la pace

 

E. S. P. - La mia pace

Cosa dicono i bambini?
Cosa sognano i bambini?
La pace per tutti.
Hanno paura. Soffrono.
E si fanno molte domande 
sugli adulti che fanno la guerra.
Domani un vento nuovo potrebbe indebolire 
le irragionevoli resistenze 
e riportare la ragione ad aprire 
uno squarcio di speranza 
nel buio che accompagna questi giorni.
I bambini, i ragazzi e i giovani 
sognano e pregano. 
Preghiamo con loro 
che Dio, Padre di tutti,  mandi la pace.
Pubblicato da Annamaria
Foto di E.P.

venerdì 18 marzo 2022

Le parole dell'editore e il nostro nuovo libro speculare Papà Nuvola Papà Mare

FESTA DEL PAPA', quando diventa la luce che consola e guida. In questi giorni durissimi per molti bambini e bambine, guardiamo ai padri come fonte di luce, forza, fiducia...

  Superare la paura dell’ignoto e dell’abbandono, trovando il proprio porto sicuro, come l’abbraccio di una persona amata: è questo il tema principale di «Papà Nuvola & Papà Mare», il nuovo albo scritto da Annamaria Gatti e illustrato da Basili Elisabetta.

L’autrice ha voluto incrociare i sentimenti e le esperienze dei bambini che ha conosciuto nel corso della sua carriera di psicologa, formatrice e insegnante, e ha voluto raccontare la sintonia tra i sentimenti dei più piccoli e quelli degli adulti. Il libro è scandito dai passi dei protagonisti che, metaforicamente, si riferiscono ai passi della crescita e alla conquista dell’autonomia personale, mescolandosi al desiderio di trovare conferma e sicurezza tra le braccia di chi accompagna i bambini nei loro percorsi. In questo caso, il papà.
Le illustrazioni, colorate e suggestive, riproducono luoghi reali della costa ligure e della misteriosa taiga e ne tratteggiano ogni singolo dettaglio, cogliendone le sfumature culturali e ambientali e scandendo i sentimenti dei protagonisti.
«Papà Nuvola & Papà Mare» è scritto da Annamaria Gatti e illustrato da Elisabetta Basili. Lo trovate sul nostro sito www.lebrumaie.it 🎈

venerdì 25 febbraio 2022

Come e quando parlare della guerra ai bambini?

un'altra tempesta sui nostri bambini

Daniele Novara: da leggere. Qualche riflessione del pedagogista Daniele Novara può aiutare a dirigere le nostre parole e le nostre attenzioni, in un tempo ancora una volta difficile per i nostri bambini. Tocca ancora agli adulti fare scelte.

Da Redattore Sociale:

Innanzitutto, da che età è opportuno parlare di guerra con i bambini? E fino a quando, invece, è meglio proteggerli dalle notizie e le immagini dei conflitti?
La guerra è un fenomeno molto lontano sul piano cognitivo dal mondo dei bambini. Ci sono contenuti sostenibili su piano neurocognitivo e neuroemotivo, altri non sostenibili. In linea di massima, direi che almeno fino a 7-8 anni sia meglio proteggere: a quell'età, il bambino non ha il senso della distanza. Ricordo che, quando cadevano missili su Bagdad, i più piccoli domandavano quando sarebbero caduti sulle nostre teste. Dai 9-10 anni si può iniziare a parlarne, tenendo lontane le immagini di distruzione e di morte. Non abbiamo nessun vantaggio nel creare il panico nei nostri bambini. Anche nel caso della pandemia, abbiamo avuto prova che se l'ambiente è ansiogeno, i bambini diventano ansiosi, possono fare confusione, pensare di essere in pericolo. E quando un bambino pensa di essere in pericolo, dal punto di vista emotivo si attivano corti circuiti non indifferenti, che possono impedire di vivere normalmente: entra in uno stato di contrazione emotiva, che produce anche uno stato di contrazione psicologica e cognitiva. Potrebbe iniziare a dormire male e avere attacchi di aggressività. Non dimentichiamo che lo stesso bambino è già molto provato dalla pandemia, che lo ha sottoposto alle più gravi restrizioni, tuttora in vigore. Se ora aggiungiamo la guerra in Ucraina, raccoglieremo i nostri figli e nipoti col cucchiaino! I bambini hanno bisogno di leggerezza. A me sembra che, in generale, abbiamo perso, come società adulta, la cognizione di quale sia la percezione della vita e della realtà di un bambino. Tendiamo troppo e troppo male a pensare che i bambini siano come gli adulti, ma ovviamente non è così: dovremmo avere molto più rispetto. Ora, come società adulta, dobbiamo impedire a tutti i costi che la guerra entri nel nostro immaginario. Questo è un gravissimo incidente di percorso, visto che nell'ambito della Comunità europea guerre non ci sono più state: l'Europa è un'altra cosa, ma quando si costruiscono troppe armi, il bisogno di usarle diventa quasi insopprimibile. C'è un apparato militare e industriale che ogni tanto deve scatenare una ragione di esistere.

E a scuola? Come dovrebbe essere affrontato il tema della guerra? E quali errori rischiano di commettere gli insegnanti?
C'è un messaggio molto chiaro, che anche i bambini possono capire e sono quelli della nostra Costituzione: l'Italia ripudia la guerra. Inviterei tutti gli insegnanti a far dipingere dai loro alunni l'articolo 11, così che ogni scuola diventi un monumento parlante di questa scelta di pace. Quello che invece deve essere assolutamente evitato è un errore in cui cadono alcuni insegnanti: mettere in relazione la guerra con i litigi tra bambini. “E' come quando tu litighi con i tuoi compagni” è una frase sbagliata, è terrorismo educativo. La guerra è violenza, distruzione totale, non c'entra niente coi litigi dei bambini, coi conflitti tra ragazzi. Anzi, come io insegno da sempre, più bambini e ragazzi imparano a litigare bene, più avremo persone contro la guerra. È imparando a gestire i conflitti, che si riduce la violenza.

I social, come la tv, sono pieni di immagini di guerra, sempre più nitide, con volti e armi in primo piano. Questa esposizione può danneggiare i bambini e i ragazzi?
Da tempo i ragazzi sono a contatto con immagini di guerra tramite i social e gli schermi. Pensiamo alla Siria e all'Afghanistan: in quel caso, i nostri ragazzi hanno potuto vedere i tagliatori di teste! Da sempre, come pedagogisti, diciamo ai genitori di non cenare con la televisione e con l'informazione. Questa guerra presenta grosse inquietudini e novità, ma le immagini di distruzione e di morte sono diventate di casa già da tempo, sia con l'invasione dei social, sia tramite i tanti canali televisivi. Genitori e insegnanti hanno la responsabilità di non lasciarsi loro stessi travolgere, di non diventare vittime a loro volta di quello che è uno dei primi scopi della guerra: creare paura e una sensazione di impotenza.

I videogiochi, in particolare Fortnite, hanno in un certo senso “sdrammatizzato” e “deumanizzato” la guerra. C'è il rischio che i bambini lo vivano come “un gioco” e quindi senza empatia?
Non abbiamo prove scientifiche di questo. Certo, sappiamo che i videogiochi portano il cervello dei bambini e dei ragazzi in uno stato di torpore, di annichilimento cognitivo. Non abbiamo riscontri, però, di un automatismo tra contenuto di guerra del videogioco e tolleranza alla guerra reale. Ma il vero antidoto a guerra e violenza è la capacità di gestire bene i conflitti, che va educata fin da piccoli. In seconda analisi, penso sia centrale il tema della memoria: l'attuale generazione di giovani in Europa non vive una guerra da due generazioni. In Europa si muore più di covid che di guerra e questa è una novità storica. I ragazzi hanno dunque una memoria senza guerra e non sono disposti a praticare qualcosa che ormai è uscito dall'immaginario genealogico. Nel 2000 andai ad aiutare i bambini in Kosovo: per loro la memoria genealogica della guerra era molto forte e questo creava, a livello mentale e psicologico, delle disponibilità neurocerebrali: come dire, 'lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo'. Non è questo il caso della Comunità europea, dove la memoria della guerra si è spenta, creando al suo posto una memoria positiva dei vantaggi della pace. Più complessa è la situazione in Russia, dove guerre ci sono state anche recentemente ed esiste dunque come un'attitudine, che crea un immaginario di un certo tipo. La guerra, fortunatamente, non è nel nostro immaginario: dobbiamo respingere ogni possibilità che torni a essere presente nel nostro immaginario.


da: https://www.redattoresociale.it

L'orrore della guerra negli occhi dei bambini che vedono arrivare i carri armati

Abbiamo visto piangere i bambini e le madri che sanno i loro figli chiamati alla guerra.

Con il cuore in subbuglio abbiamo visto i loro sguardi smarriti e abbiamo ascoltato i nostri ragazzi chiedere: MA NON HANNO ANCORA  IMPARATO  CHE LA GUERRA FA SOLO DANNI A TUTTI? CHE E' UN ORRORE?

                 Elvira Zaccagnino, direttrice de La Meridiana, ha scritto:

Un pensiero.

A salire sugli aerei da guerra sono uomini (non donne e bambini).
A guidare i carri armati sono uomini (non donne e bambini).
Nella guerra a usare le armi sono uomini nel senso di maschi.

In questa guerra che ha tanto di antico nella pretesa di legittimità a farla, che invoca sogni di potere imperiale, che sovrappone carte geografiche ormai archiviate a quelle più recenti, che non ha paura di sfidare chiunque in nome di un delirio di onnipotenza che nasconde interessi e antiche rivalse, ogni immagine, fotogramma dell'avanzata dell'esercito consegna maschi di ogni età diventati soldati, militari obbedienti.

Eppure sono anche loro padri, figli, compagni, mariti.
Ogni volta che lasciano andare una bomba colpiranno i figli, le mogli, le compagne di altri maschi che nel gioco della guerra uccideranno  figli,  mogli, compagne, madri ...

Perchè nessuno di quei maschi che fanno i soldati prima di obbedire all'ordine ricevuto non pensano che uccideranno bambini, mogli, madri, compagne?

L'orrore della guerra non si vede nelle immagini dei carri armati che avanzano, ma negli occhi dei bambini che li vedono arrivare...

                                                                              Elvira Zaccagnino 

pubblicato da Annamaria Gatti
foto da: Corriere

giovedì 17 febbraio 2022

Storia di carnevale: La lacrima di Pierrot

 


fonte Città Nuova, Roma 
autrice Annamaria Gatti
illustrazione di Eleonora Moretti

C’era una volta un Pierrot, mio amico. 

Di solito i Pierrot hanno una maschera triste e delicata, con una bella lacrima disegnata sul volto. Ma non tutti i Pierrot sono uguali. Quello che conosco io non voleva saperne di quella cosina triste disegnata là. Non si sentiva per niente così infelice. 

Nel suo abito vaporoso era amico di tutti, faceva compagnia a bambini e a vecchietti, preferiva il gelato alla fragola e giocava a nascondino con le farfalle. Dovete anche sapere che il mio amico abitava in un casa meravigliosa, veramente speciale, che si poteva vedere dopo un temporale, se non si ha troppa fretta: Pierrot abitava sull’arcobaleno e andava e veniva dalla Terra su una nuvola sempre pronta. Insomma, si capisce perché non poteva fare a meno di pensare che quella lacrima sul viso era proprio una nota stonata. 

Così, una mattina di carnevale particolarmente serena, Pierrot si alzò festoso e gridò a tutte le altre maschere: “Oggi mi laverò via la lacrima!”. Raggiunse la fontana del parco, ma per quanto si fregasse, la lacrima era sempre lì, non se ne andava. “Forse potrei tentare con la gomma con cui si cancellano gli errori sui quaderni o con qualche detersivo, di quelli potenti”. Ma non risolse il suo problema: frega, frega non successe niente. 

Tornando verso casa un po’ deluso, incontrò Fatina, un’altra famosa maschera, che gli chiese:

 “Posso aiutarti? Mi sembri così a terra!” Pierrot le spiegò il suo desiderio di cancellare quel segno di tristezza, che portava grigiore intorno a sé. 

“Caro Pierrot – spiegò Fatina -, non è semplice esaudire questo tuo desiderio… Vi riuscirai solo se farai scomparire la tristezza dal volto di qualche essere umano. Pensaci, non sarà facile!”

Pierrot pensò e ripensò, ma non sapeva proprio come affrontare la situazione: doveva far piangere qualcuno? Doveva forse accordarsi con qualche anima triste? Sbuffò rumorosamente, salì sulla prima nuvola di passaggio e poi scese verso terra, a divertirsi nel parco che di solito a quell’ora era pieno di bambini. …E invece era deserto! 

Tutti infatti erano alla festa del carnevale. Solo un ragazzino vagava lungo il vialetto lì davanti e Pierrot incuriosito lo raggiunse e lo salutò: “Ciao!”. 

“Ciao” ricambiò Tonino con gli occhi lucidi. Si vedeva che aveva pianto. “Piangi?”. “No”. “Però hai pianto”. “Sì”. “Perché?” “Tutti i miei amici hanno avuto una bella maschera per questo carnevale. Io invece no, perché ho dovuto aiutare il papà fino a tardi e non ho potuto procurarmela. In piazza ormai la festa è cominciata”. 

Pierrot sospirò. Poi con un balzo improvviso si affiancò a Tonino e si incamminò con lui. Saltellandogli intorno gentilmente, gli chiese: “Ti andrebbe un costume da Pierrot?” “Siiii! Sarebbe bellissimo, ma dove lo trovi?” “Sull’arcobaleno, è là che io abito” “Sull’arcobaleno?” “Se ti fidi di me ti porto a casa mia in un moment,  chiudi gli occhi e dammi la mano”

Tonino chiuse gli occhi e gli sembrò di sognare, di essere entrato in una favola. Con un balzo Pierrot lo condusse sulla prima nuvola di passaggio, fino all’arcobaleno. Poi in un lampo furono di ritorno. Tonino riaprendo gli occhi, si guardò e quasi non si riconosceva neppure nel nuovo costume da Pierrot. Abbracciò festoso quell’amico un po’ magico e corse alla festa, mentre Pierrot pensava che sarebbe stato bello partecipare alla sfilata, se non fosse stato per quella lacrima...

 Commentando fra sé e sé il fatto, si sporse sullo specchio della fontana ed esclamò: “Ohhhhh!”. Disse solo “ohhh”, perché rimase senza parole: la lacrima non c’era più, al suo posto invece luccicava una stellina. Pierrot sorrise, era proprio bella e come si sentiva felice e commosso per quel regalo! 

Il suo desiderio si era avverato, come aveva detto Fatina. …E una lacrimona di gioia scivolò giù, lungo il viso di Pierrot e cantò nell’acqua, creando tanti cerchi concentrici che avevano proprio il colore dell’arcobaleno.



A cento anni dalla nascita di Mario Lodi: il bellissimo mestiere di maestro

 


A cento anni dalla nascita ricordare Mario Lodi è affermare  la bellezza di una scelta grande e importante: fare i maestri. 

Mario Lodi, maestro per passione e per quindi per scelta di camminare a fianco delle bambine e dei bambini con empatia con alcuni punti fermi sempre da scoprire nei suoi diari, veri capolavori di ricerca e di pedagogia. Una figlia, Cosetta Lodi, che ha preso in consegna l'eredità del padre nella " Casa delle arti e del gioco" di Drizzona, nel cremonese, titolo che dice tutta la pedagogia che ha portato Lodi ad essere così amato e adottato come faro da tanti maestri e maestre, fin dagli anni cinquanta. 

Pilastri restano la pedagogia dell'ascolto, della cura e dell'attenzione ad ogni bambino il rispetto dei tempi-bambini, la cura della creatività, la fiducia nei bambini,  ma soprattutto oggi sentiamo vero il richiamo alla gentilezza, alla fiducia nel pensiero dei bambini e dell'umano che va oltre le difficoltà, nella scienza...

Lodi con grande apertura ci ricorda ancora oggi  che "...Se si può fare nel piccolo,  si può fare ovunque..."  

Oggi i maestri stanno facendo e possono fare  un gran lavoro per il bene del mondo, avanti quindi e grazie a Mario Lodi, senza di lui avremmo fatto scuola in modo diverso.

Studiamo e amiamo i suoi libri,  scrigni di saggezza, gentilezza e di umanità.

UN GRAZIE A TUTTE LE MAESTRE E I MAESTRI APPASSIONATI E CHE SI APPASSIONERANNO

A questo link, breve intervista del 2012

https://www.youtube.com/watch?v=sPnm6TrutrY



foto da Mondo alla rovescia