Articolo interessante e denso di Alberto Pellai che propongo volentieri sulla responsabilità di conoscere i danni che il digitale ha fatto e sta facendo ai nostri figli e figlie. E la scuola si deve interrogare.
IL “FALSO MITO” DELL’APPRENDIMENTO DIGITALE:
PERCHE’ DOBBIAMO PRETENDERE PIU’ SCUOLA ANALOGICA
E MENO SCUOLA DIGITALE
In questi fine settimana estivi, condivido con voi lunghi
articoli di approfondimento sulla questione digitale. Questo articolo su cui io
ho lavorato per molte ore, a voi richiede almeno dieci minuti di lettura, è
ricco di informazioni necessarie per chi ha figli che vanno a scuola e serve a
sviluppare un pensiero critico che aiuti a comprendere come mai i nostri figli
oggi hanno competenze cognitive molto più limitate rispetto alle generazioni
passate. Quindi leggete questo articolo se davvero avete un tempo utile per
farlo e pensate che questo tema sia importante per la crescita di vostro figlio
o figlia.
In questi anni, sempre più adulti si sono resi conto di
quanto l’ingresso precoce nel digitale abbia danneggiato in modo evidente la
salute mentale e fisica dei minori. Inoltre, tutte le ricerche hanno
evidenziato un calo drastico della soglia di attenzione nelle nuove generazioni
ridotta ad una manciata di secondi, cosa che rende sempre più difficile
coinvolgere chi cresce, in attività impegnative sul fronte dell’ingaggio
cognitivo. Una delle ragioni principali di tale fenomeno è rappresentata dalla
frequenza del mondo online con le sue caratteristiche di iperstimolazione e
distrazione costante favorite dallo scrolling infinito, dalla frammentazione
della visione imposta dal succedersi di video brevissimi presenti sulle
piattaforme social.
Nonostante queste evidenze, la scuola vive una situazione
paradossale: da una parte i docenti si trovano di fronte a studenti che hanno
problemi sempre più evidenti a seguire una lezione e a rimanere concentrati
sulle richieste di apprendimento che vengono loro fatte. Dall’altra, ai docenti
viene proposto di aumentare sempre più l’ingaggio digitale all’interno delle
loro lezioni. La spiegazione che sta alla base di questa richiesta è sempre la
stessa: “gli studenti oggi non sono più in grado di fruire della lezione
analogica, la loro mente oggi funziona in modo totalmente diverso rispetto al
passato”.
Si dimentica in questa narrazione che la mente oggi funziona
in modo diverso rispetto al passato, perché è stata danneggiata proprio da
quegli stessi strumenti e ingaggi che oggi vengono proposti come rimedio alla
difficoltà di apprendimento evidenziata, tra l’altro, dal crollo pandemico e
globale degli indicatori oggettivi rivelati da ricerche standard come i dati
PISA. Insomma il paradosso è rappresentato da questo fatto: si propone come
rimedio al danno oggettivo lo stesso fattore di rischio che quel danno ha
provocato.
Provo a riformulare l’intera questione in altro modo e lo
faccio perché tra poco ricomincia un nuovo anno scolastico e noi abbiamo
bisogno di nuovi paradigmi rispetto a quelli oggi vigenti e fortemente imposti
al sistema scolastico da logiche di mercato, a loro volta derivanti dall’enorme
potere che le Big Tech hanno sui sistemi politici e decisionali. Se in classe
gli studenti hanno gravi problemi di attenzione (ma anche di memorizzazione e
comprensione del testo, così come di molte altre competenze cognitive) è perché
il loro potenziale cognitivo è stata fortemente compromesso da un’abitudine
costante a permanere nel mondo digitale che è interamente basato
sull’iperstimolazione del cervello emotivo, con scarsissimo ingaggio e
potenziamento dei funzionamenti cognitivi.
Il cervello in età evolutiva sviluppa le sue competenze cognitive molto più attraverso un approccio analogico basato sulla lentezza, condizione che facilita l’apprendimento profondo e complesso, favorendo il cablaggio di reti neuronali che devono essere sviluppate nel tempo della crescita.
Se ciò non avviene in età evolutiva, il rischio è che tale perdita si
cronicizzi nel medio e lungo termine. L’età evolutiva è un tempo che richiede
al cervello di strutturare le reti neuronali che rimarranno con noi per tutta
la vita. Affinchè ciò avvenga, il soggetto deve allenarsi ripetutamente e a
lungo in attività che rinforzano la funzione di cui deve essere abile. Vale per
il cervello la stessa regola che vale per il nostro apparato muscolare: se
alleni un muscolo, sottoponendolo ad esercizi costanti che lo rinforzano, quel
muscolo ti renderà capace di affrontare le richieste basate sul suo ingaggio
attivo. Se quel muscolo non l’hai allenato, qualsiasi richiesta che si basa sul
suo ingaggio attivo, lo troverà debole e incapace di assolverla. Traducendo questo
ragionamento in ambito scolastico, noi – in questo momento – abbiamo studenti
che apprendono poco perché hanno allenato troppo il cervello nella palestra
sbagliata: ovvero nel mondo virtuale.
Oggi serve invertire la rotta: serve riportarli nel mondo analogico.
Come alla scuola primaria ci sono bambini che dopo pochi minuti smettono di
colorare perché i muscoli delle loro dita (non abituati alla motricità fine, ma
solo allo scrolling) si stancano velocemente a tenere stretto un pastello tra
pollice e indice, così alla scuola secondaria i docenti si rendono conto che
dopo cinque minuti di lezione alcuni studenti hanno già perso l’attenzione
necessaria a stare nel flusso della spiegazione. Viene costantemente ribadito
dai fautori dell’apprendimento digitale, che la lezione “vecchio stampo” è
noiosa e inadeguata per gli studenti di oggi, perché il loro cervello oggi
funziona in modo diverso. Ma è proprio quel “modo diverso di funzionare” che va
corretto e rimesso nelle condizioni adatte a sviluppare le competenze di cui
oggi i nostri figli e figlie sono così carenti.
Chi ha compreso bene questa lezione, oggi sta facendo marcia
indietro. Prima fra tutte la Svezia, che dopo aver aderito al tecno-entusiasmo
scolastico e favorito in ogni modo l’apprendimento digitale, oggi ha promosso
nuovi metodi didattici, che in realtà sono i “vecchi metodi” che erano stati
abbandonati per promuovere l’ingresso degli schermi a scuola.
Oggi a scuola serve un metodo lento e analogico che aiuti
cervelli troppo stimolati e poco attenti ad abituarsi all’esatto contrario:
ovvero a lavorare con una ridotta stimolazione, dedicandole un’attenzione
profonda così da apprendere ciò che in queste esperienze l’educatore mette al
centro del proprio progetto formativo.
E’ interessante parlare con docenti che abituano la propria
classe all’esperienza della lettura ad alta voce di un libro. Tutti dicono che
all’inizio è faticoso tenere gli studenti in una condizione di ascolto attivo e
partecipante. Partono con sessioni brevi e poi progressivamente aumentano il
tempo di ascolto. Con il giusto libro, dopo alcune sessioni, conquistano la
capacità della classe di stare in ascolto per un tempo molto significativo.
Ecco, questo è un esempio di come si allena l’attenzione protratta: non servono
stimoli digitali, serve una relazione, una stimolazione coinvolgente (il libro
da leggere deve essere naturalmente adatto all’età degli studenti e in grado di
attirarne l’interesse) e la volontà dell’adulto di allenare qualcosa che tutti
oggi ritengono difficilmente recuperabile. Invece, la neuroplasticità del
cervello in età evolutiva rappresenta un’enorme risorsa: perché in età
evolutiva noi possiamo molto facilmente permettere ad un cervello poco allenato
all’attenzione e ad altri funzionamenti cognitivi di riconquistare le abilità
su cui è stato reso fragile, spesso a causa dell’eccesso di offerta di schermi
digitali.
Ho scritto questo lungo articolo, sperando che lo
diffondiate il più possibile con genitori, educatori e docenti. In previsione
dell’inizio dell’anno scolastico, noi dobbiamo pretendere dalle scuole
frequentate dai nostri figli che gli schermi digitali abbiano uno spazio e un
tempo davvero marginali e che i docenti si impegnino il più possibile a
riallenare gli studenti, attraverso metodi analogici, a ridiventare capaci di
scrivere con carta e penna, di disegnare con pennarelli e pastelli, di pensare
con la loro intelligenza naturale. non con quella artificiale.
Dico questo perché non voglio il digitale nelle loro vite e
nelle loro scuole? No, dico questo perché voglio che quando il digitale entrerà
nelle loro vite, i loro cervelli siano pronti a renderlo strumento del loro
funzionamento reso abile e competente da validi processi di apprendimento.
Perché se ciò non avviene, ciò che accadrà è che i cervelli dei nostri figli
saranno gli strumenti che il mondo digitale userà per rendere le loro vite
strumento del suo profitto, come – del resto – sta già avvenendo da troppo
tempo.
Se credete che questo articolo contenga contenuti degni di essere diffusi,
condividetelo con altri genitori e docenti,
attivatevi per lanciare un Patto Digitale di Comunità nella vostra scuola,
verificate con i
docenti dei vostri figli che non richiedano l’uso di strumenti digitali per
l’attività di studio, soprattutto quella fa svolgere a casa in autonomia.
Come al solito affrontando questi temi, avrò molti
detrattori, quindi se volete e potete vi invito a commentare confermando
eventualmente questa visione e questo approccio al problema. Buon fine
settimana
pubblica Annamaria Gatti
foto focus.it
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