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giovedì 27 novembre 2025

Un racconto poco conosciuto di di Alessandra Jesi Soligoni

 



Nella vicentina citta di Lonigo si celebra annualmente la storica Fiera dei Cavalli. Nel 1986 ad Alessandra Soligoni venne chiesto di scrivere un racconto per la preziosa pubblicazione "Il cavallo. Percorsi di una civiltà".  

Pubblico questo toccante racconto, in cui ritrovo l'abilità letteraria della scrittrice e soprattutto la delicata attitudine di leggere i cuori e la limpida compassione per uomini e donne a cui rivolge uno sguardo denso di tenerezza. 

Alessandra Soligoni

L'ULTIMO COCCHIERE

Da “Il cavallo. Percorsi di una civiltà”

Città di Lonigo 1986         

La città era stata sbranata dalla guerra e di essa restavano in piedi pochi muri e case scoperchiate, sbrecciate dallo scoppio delle bombe, cadute a tappeto su uomini ed edifici.

Anche la stazione ferroviaria era stata colpita in pieno e quando nel '45, a guerra finita, si iniziò Ia sua ricostruzione, dopo Ia rimozione dei rossi mattoni sbriciolati, fu gettato a colate il cemento, per assicurare al nuovo edificio strutture più resistenti, mentre, estirpato il ferro dai vecchi binari contorti, come Ia gramigna dal campo, altro metallo forgiato dalle presse, fu collocato sui percorsi obbligati delle locomotive.

Molte cose cambiarono dopo il secondo conflitto mondiale. Sui treni, anche i viaggiatori erano diversi, più taciturni, meno composti, meno eleganti. Solo pochi compivano percorsi abituali, altri più che viaggiatori si sarebbero detti vagabondi, con bagaglio o senza, tanto era lo stesso perché nessuno dava a vedere di possedere ancora qualcosa. La guerra si era ingoiata tutto, anche molte porzioni di ricchezza. Così il servizio di carrozze a cavalli, che faceva capo a1la stazione ferroviaria per ricevere i passeggeri in arrivo, divenne quasi del tutto inutile. Rari erano quelli che ancora ricorrevano al cocchiere, come se la sua assenza negli anni del caos avesse prodotto un'insanabile dimenticanza nel ricordo e nelle abitudini della gente.

Appena si saranno ricucite le ferite, tutto tornerà come prima, andava ripetendosi Gildo, uno dei due cocchieri ricomparsi al loro posto nel piazzale antistante la stazione, dentro una livrea sdrucita d'anteguerra: giacca nera, lucida ai gomiti, calzoni striminziti color fumo, che avevano perduto da tempo Ia stiratura, ma nell’insieme non toglievano dignità alla divisa, che si completava di una austera bombetta sul capo.

“Tutto ritornerà come prima”, ripeteva, carezzando sul collo la sua cavalla, che sempre alla sua voce annuiva col capo, rompendo solo per un momento l'immobilità che la faceva sembrare una statua di gesso.

Di fatto però l'attesa dei clienti, col passare del tempo, non si ridusse, anzi andò prolungandosi rendendo quella presenza alla stazione anacronistica, comparse d'uno spettacolo d’altra epoca d'altro costume. Eppure, ben lo sapeva Gildo, che faceva ii cocchiere di professione dal lontano 1936, quanto utile era stato il suo servizio in altri anni e quanto decoro la sua carrozza ben rifinita e la sua pomellata dal bel manto chiaro, sempre perfettamente strigliato, avevano dato alle strade cittadine nell’ora del passeggio o nei giorni di festa, quando perfino dalle campagne si veniva in città per sfilare lungo il corso e far mostra della propria eleganza e di una agiata condizione borghese. Ma la ventata violenta della guerra aveva spazzato e trascinato con sé comportamenti e consuetudini, che i superstiti non sapevano o non potevano reinventare. E la vita cambiò radicalmene, anche quella di Gildo, malgrado s'ostinasse a non crederlo e continuasse a rievocare nelle lunghe soste i tempi andati e con essi figure e modi scomparsi, demoliti anch'essi, come le case, dalla distruzione e dai bombardamenti. Pure la toponomastica urbana era stata sconvolta e buttate all’aria vie e piazze, tanto che a volte il maturo cocchiere, ritentando certi percorsi o aggirandosi fra edifici crollati e altri di nuova costruzione e incontrando slarghi improvvisi sui cumuli di macerie, provava un inconsueto disorientamento, accompagnato a smarrimento. Aveva l’impressione di trovarsi in un'altra città, una città straniera, non nella sua, di cui conosceva pietra su pietra e che aveva imparato a percorrere ad occhi chiusi. E solo ad occhi chiusi ormai riusciva a ritrovarla come era intatta, con il suo largo corso che conduceva alla piazza centrale, fiancheggiata da portici e negozi eleganti e facciate ornate di poggioli, di ampie finestre, di cornicioni decorati.

Di certo, pari smarrimento aveva provato Bella, la sua cavalla, quando rimossa dalla stalla e riattaccata alla carrozza, dopo la forzata inattività della guerra, fu riammessa in strada perduti i punti di riferimento lungo il percorso, cambiato il tracciato della via, scomparse le facciate di edifici familiari, fu costretta ad affidarsi interamente alle redini e ai segnali trasmessi dalla mano del padrone. Sopravvissuta a fatica alle prolungate privazioni, Bella, che da tempo certamente non era più tale, aveva perduto la lucentezza del manto grigio in cui s'erano innestate chiazze di pelo più rado, come la ruggine sul ferro, e aveva smesso la fierezza del collo, che non teneva più eretto ma ripiegava debolmente verso il basso, segno di una stanchezza che le era piombata addosso con gli anni e con gli stenti.

Non erano bastate le premure di Gildo e le parole d'incoraggiamento che l'uomo le rivolgeva ogni giorno, mentre le rinnovava il letto di paglia o sedeva sullo sgabello accanto a lei, nella stalla, a vederla mangiare le ridotte razioni di biada o le manciate di fieno, frutto di una difficile ricerca nelle campagne circostanti.

“Vedrai, Bella, tornerà anche il nostro momento. Questa maledetta guerra finirà, deve finire”, ed insieme avevano nutrito quella vaga speranza, anche in mezzo alla morte e alla distruzione.

“Ti ricordi di Vincenzo, quel ragazzo che saltandomi al fianco, a cassetta, non sapeva dove tenere le gambe, che si erano allungate troppo? Ora le tiene ben distese, povero ragazzo, sotto due spanne di terra. Rimasto anche lui al fronte, come Tonino...”.

Tonino non era il figlio di Gildo, perché Gildo non si era mai sposato, ma era stato il suo nipote prediletto, a cui aveva sempre pensato di lasciare il mestiere e quel poco di eredità, con la carrozza" che era ben conservata e ancora di qualche valore. Invece Tonino se l'era preso la guerra e del povero giovane neppure il corpo era stato restituito. Per questo, il Giorno dei Morti Gildo si recava al cimitero a portare i crisantemi su una fossa dimenticata. Tutti i morti sono uguali, pensava. Tutti i morti sono come un solo morto, il suo Tonino.

Bella capiva e in risposta abbassava ancor più il collo. Gildo le lisciava la criniera, come una madre che vuol consolare d'un dolore la propria creatura e tentava di riprendere sottovoce un vecchio ritornello, che in altri tempi aveva cantato, accompagnandosi col mandolino. Non per nulla lo avevano soprannominato “Mandolin” e quell'appellativo aveva del tutto oscurato il suo vero nome, tanto che per tutti era diventato solo Mandolin, anche per i suoi clienti. Quella del mandolino, di fatto, era stata la seconda grande passione della sua vita. La prima, senza dubbio, era quella dei cavalli. Ma l’una e l'altra si legavano intimamente fra loro e avevano radici nella sua infanzia, nelle sue origini contadine, perché la sua famiglia aveva sempre lavorato la terra e sudato sui campi del padrone, a mezzadria.

Gildo era nato in una vecchia casa rurale, sperduta nella campagna, nel grande camerone sopra la stalla, sul sacco di cartoccio rinnovato in autunno dalla madre, dopo la raccolta del granturco.

E quando fu in grado di distinguere i rumori e le voci della casa, assieme a quella materna imparò a riconoscere il lungo muggito delle mucche, che saliva dal basso e il nitrito del grosso cavallo da tiro, di recente introdotto nella stalla. E quel nitrito gli entrò nell'anima. Cominciò da fanciullo a condividere coi maschi della casa l’ orgoglio per quell'acquisto del padrone, che aveva sostituito al bue lento e pesante un esemplare di razza belga, per il tiro e l'aratura. Non esisteva famiglia di mezzadri nel raggio di dieci chilometri che vantasse nella stalla un capo come quello.

Gildo accompagnandosi al nonno, imparò la cura del cavallo, il rito mattutino della pulizia, il linguaggio dei gesti, le leggi del lavoro in coppia con l'animale, la soddisfazione della fatica alleviata e condivisa. E quando nel filò, la sera, ascoltava gli adulti narrare delle quotidiane vicende, nessun racconto teneva lontano da lui il sonno quanto le prodezze del nuovo cavallo, la sua forza, il suo tiro possente, che rimuoveva senza sforzo il pesante aratro, affondato fra le zolle. E certe volte, a lavori compiuti, nel clima di festa che accompagnava il raccolto, il nonno staccava dalla parete della cucina il mandolino, che assieme al cavallo dava prestigio all'intera famiglia, e cominciava a pizzicare le corde con le grosse dita ruvide, ricavando dallo strumento suoni striduli e lamentosi, come il pianto dell'ultimo nato. Ma per i commensali attorno al lungo tavolo di cucina cosparso di boccali, quella era una melodia, un prodotto e un evento miracoloso, come la nascita del grano o l'apparizione del sole, dopo la notte.

Quando il nonno morì, Gildo ereditò il mandolino ma non il cavallo, perché la brava bestia apparteneva al padrone, che decise di portarla al vicino foro boario, in giornata di mercato e di venderla. Così la famiglia perdette molto del suo prestigio e si smembrò, cambiando casa e vita e lavoro. Anche Gildo allora dovette prendere la sua strada, con ben poco di suo, se non quel mandolino e l'amore per i cavalli.

Vennero per lui anni duri, di bracciantato e sacrifici, ma finalmente nel '36 si presentò l’occasione attesa e Gildo non se la lasciò sfuggire.

La società delle corse dell'Ippodromo cittadino aveva messo in vendita una cavalla, allevata per il trotto, ma rivelatasi di carattere bizzarro e particolarmente ombroso che la portava ad impennarsi per un nonnulla. Dopo mesi d'addestramento s'imbizzarriva ancora all'improvviso e scalciava come al primo anno, tanto che s'era spezzata un garretto contro la staccionata e non riusciva più a tenere il trotto con regolarità, facendosi squalificare in pista dalla commissione per tre volte consecutive.

Un pessimo investimento, insomma, per i proprietari che decisero di disfarsene, dopo un ennesimo tentativo di recupero fallito. Gildo invece lo considerò un vero affare da non perdere e ancor più se ne convinse quando vide coi propri occhi la cavalla, che gli sembrò bellissima e di linea perfetta ed altezzosa, proprio come l'aveva sempre pensata. Comperandola, sentiva di soddisfare tutte le sue aspirazioni e da quel momento non chiese altro che di fare il cocchiere e di porsi alla guida di una carrozza degna di lei e di quel nome. Di fatto, con l'acquisto, Gildo salvò la cavalla dal macello e Bella gliene fu sempre riconoscente. Con lui imparò l'obbedienza, e negli anni di convivenza che seguirono, non gli si ribellò mai. E non Io fece neppure quando, dopo la guerra, fu ricondotta davanti alla stazione, sul piazzale percorso da crepe profonde, dove le buche erano state malamente colmate dai calcinacci. Appena qualche sobbalzo alla carrozza, ma nessuna impennata. Anzi Bella riprese il suo vecchio posto con pazienza, ignorando, più di quanto non sapesse fare il suo padrone, le trasformazioni e i cambiamenti intervenuti, e fors'anche la distruzione passata.

Riaffondò per metà il muso ne1 sacco di biada e lasciò andare mollemente la muscolatura del corpo, ormai senza fremiti. Un'altra carrozza si affiancò a quella di Gildo: il compagno, il grosso e vecchio “Fantin”, lui pure resuscitato dalle macerie della città con cocchio e cavallo, aveva ripreso quel gramo mestiere, spinto dalla minaccia della disoccupazione. Col suo ronzino, nell'ultimo tempo si era rassegnato ai trasporti più umili: traslocava mobili e masserizie, caricava materiale d'ingombro destinato al macero o alle discariche, tanto per non stare a morire d'inedia nell'attesa d'un vero cliente, ma soprattutto per rimediare quattro soldi per la biada del cavallo e per un bicchiere all'osteria.

Su queste commissioni Gildo non era molto d’accordo, gli sembravano una contaminazione del mestiere.

“A ognuno ii suo compito” borbottava scuotendo il capo e disapprovando l'impiego che il compagno faceva della sua carrozza e della sua divisa.

“Non si mangia con l’ambizione. Bisognava pur vivere in qualche modo...”. Fantin si era creato la sua filosofia, in tanti anni di cassetta.

“Prendi tutto quello che puoi, ciò che conta è sopravvivere, senza dipendere da nessuno, neppure dai figli”. E quella era diventata la sua legge, a cui aveva adeguato anche la vita del cavallo. Il giorno che quel ronzino non ce l'avesse più fatta a tirare, senza frusta, l'avrebbe lasciato al suo destino, che non è poi molto diverso per gli uomini e gli animali.

Gildo aveva smesso di contraddirlo e gli bastava vederlo tornare alla stazione, con la sua carrozza sgangherata, per scambiare con lui due parole e bere assieme un bicchiere, tanto per scaldarsi, all'osteria di fronte, anche se di recente la mescita era stata rinnovata e non esponeva più l’insegna di “Osteria del cavallino” ma una moderna scritta al neon, secondo una nuova moda. A dire i1 vero, se non fosse stato per Fantin che riusciva a trascinarvelo, Gildo in quel locale così trasformato non avrebbe più messo piede.

“Che vi servo, due calici?”.

“Due ombre di rosso” ribatteva prontamente al barista il grosso cocchiere, mentre soffiava sulle mani paonazze, per riportarle al giusto calore.

Gildo non si era mai spiegato come quel barile d’uomo, con quell'enorme corporatura, fosse stato davvero, un tempo, un agile fantino. E d'esserlo stato e d'aver condotto in pista fior di cavalli, dei veri purosangue, il compare glielo aveva giurato sul nome della moglie, che il Padreterno aveva già accolto nella sua gloria. D'altronde il soprannome di Fantin, che gli era stato appiccicato in gioventù e che da allora non aveva più smesso, toglieva ogni dubbio sul suo passato.

Gildo gli si era affezionato anche per questo e gli perdonava l'abitudine di alzare il gomito, acquisita negli anni, e la trascuratezza nei modi e nella persona, in contrasto col mestiere di cocchiere, che richiedeva invece una buona dose di compostezza e decoro e rispetto della convenienza. Di fatto, Fantin era una pasta d'uomo, sempre pronto a dare una mano e a chiudere un occhio perfino con i numerosi monelli, che accorrevano al passaggio della carrozza (carrozza, si fa per dire) e facevano codazzo, sedendo sulla barra posteriore e rimanendo con le gambe penzoloni, per fare un giretto gratis. Sia cocchiere che cavallo percepivano quella presenza in appendice, ma entrambi fingevano di non sentire e rallentavano il passo, perché i passeggeri clandestini non perdessero l'equilibrio, a rischio di rotolare sulla strada. Specialmente dopo la guerra, per quei ragazzini nati negli anni duri, le carrozze rappresentavano una sorpresa e una rarità.

“Hai portato anche principi e principesse?” chiese una volta una bambina, dal faccino pallido e incantato, a cui il nonno offrì un giretto col cavallo per le vie della città. Era una giornata limpida, che invitava all'avventura.

E Fantin, in risposta, la riempì di emozione raccontando che sul suo cocchio una volta aveva preso posto perfino un re, con la consorte al fianco, la regina, che portava il diadema in testa e aveva Io strascico che scendeva fino a terra, coprendo il predellino.

Altra cosa era adesso, che re e principi erano scomparsi, e non si incontravano per la strada che poveri diavoli.

Gildo, a quell'uomo fantasioso doveva i pochi momenti allegri della sua giornata e le occasioni per ridere, a sentirlo raccontare delle passate avventure. Ma certo la più comica di tutte era la fiorita descrizione di quando era finito in un fossato, con cavallo e carrozza, mentre mostrava con troppa disinvoltura le bellezze della campagna ad una vivace signorina di città, in cerca d'aria fresca e di evasione.

Negli ultimi tempi però, il colore dei suoi racconti si era sbiadito e con esso la volontà di ricordare.

Così un giorno, quasi all'improvviso, Fantin ruppe decisamente con il suo passato e annunciò la decisione di ritirarsi, cedendo carrozza e cavallo. Anzi a dirla tutta, aveva fatto sua la decisione del figlio, che aveva messo in vendita quel povero ronzino rinsecchito, per alleggerirsi dalle spese del mantenimento e dell'affitto del posto in stalla.

Gildo, all'annuncio, provò una fitta al cuore, anche se si convinse presto che era più giusto fare la fame da solo che in due. Quel giorno stesso, per reagire allo scoramento, andò a comprare una coperta nuova per Gilda, per mostrare alla cavalla e a sé stesso che non bisognava mollare, che l'impegno continuava anche se erano rimasti soli, sul piazzale della stazione, ad aspettare l’inverno.

“Segui il mio esempio, chiudi baracca e burattini”, lo esortò ripetutamente Fantin, prima di andarsene. “Che stai qui a fare?  Forse aspetti ancora che ritorni la tua bella signora, a chiederti un giro in carrozza?”.

Gildo, alla battuta del tutto inaspettata, si confuse e diventò rosso in viso, come per una trasfusione troppo rapida di sangue e non riuscì a sorridere. Anzi la sua confusione divenne via via maggiore per la quantità di sentimenti che quel ricordo sollevò nel suo petto, come la burrasca che rimuove i fondali marini e rende torbida l'acqua ed impossibile all'occhio umano penetrarne i segreti.

La storia si era risaputa in giro, ne avevano parlato in molti, nell'ambiente dell'osteria e delle carrozze. E qualcuno aveva riso, alle sue spalle, e avanzato dell’ironia sul fatto che una dama dell'alta società, una giovane signora con cappello e veletta, avesse scelto proprio lui, come cocchiere, per il suo giro abituale in città. Non era stato un sogno.

“Mi dicono che sapete suonare il mandolino... È questa, dunque, la ragione di un nome tanto curioso!”. Il sorriso delle labbra e degli occhi della donna, imbrigliato dalla veletta di tulle ed un'ombra calata sulla fronte dall'ampia tesa del cappello.

“Non mi burli, so solamente pizzicare le corde...”.

“Anch'io, sapete, Mandolin (posso chiamarvi così?) anch'io amo suonare. Il violino. La musica è il mio mondo, è tutto per me”.

Quel mondo incantato, che portava con sé, percorrendo a piedi il lungo viale attraverso il parco, fino al cancello, dove la carrozza attendeva. Tutti i giorni, alla stessa ora del pomeriggio, e in quello spazio, fra la bianca facciata della villa sullo sfondo e il cancello, rimaneva chiuso, agli occhi di Mandolin, il mistero di quella donna, della sua esistenza. Era l'anno in cui il mondo si preparava alla guerra. Le carrozze s'incrociavano ancora sul corso e Bella era bella davvero, perfino superba quando portava la signora: manteneva un trotto lento, regolare, che favoriva le confidenze.

“Chi vi ha insegnato, Mandolin, a suonare? Chi è stato il vostro maestro?”.

“Io, un maestro? Io, figlio di contadini...”. Nessuna vergogna, solo pudore. “Il nonno cantava in chiesa, la domenica. E tutti dicevano che sapeva suonare il mandolino, meglio di chiunque altro al paese”.

Che emozione parlare del nonno con quella dama! Lei così fine, così delicata, come avrebbe potuto anche solo immaginare le grosse dita ruvide del rozzo contadino, che afferravano le corde dello strumento come se avessero voluto strapparle.

“Non voglio altro cocchiere che voi, per la mia passeggiata in città. Voi mi siete simpatico, Mandolin. A domani, dunque, non mancate”.

Gildo, per un anno intero non mancò all’appuntamento, finché non venne la guerra a porvi fine. Un giorno di giugno, all'ora fissata, la signora non comparve. E non comparve sul viale neppure nelle ore e nei giorni successivi. Gildo non la vide più.

Qualcuno gli riferì che gli occupanti della grande casa in fondo al viale erano tutti improvvisamente scomparsi: forse fuggiti, o forse arrestati, perché erano ebrei.

Gildo ritornò molte volte, in seguito, davanti al cancello chiuso e Bella lo assecondava paziente, s'arrestava, attendeva. A volte rizzava le orecchie, per alimentare l'illusione.

“Hai sentito anche tu, Bella? Mi è sembrato di udire le note di un violino”. Poi se ne tornava lentamente a casa, con la carrozza mota, Mandolin a cassetta, con la bombetta rigida in capo e il freddo nelle ossa.

A guerra finita, un'altra famiglia occupò la grande villa e si videro dei fanciulli giocare in giardino e un'auto di grossa cilindrata entrare e uscire dal cancello, coprendo ogni impronta, ogni orma sul viale.

Gildo dimenticò, o credette di dimenticare. Poi, d'un tratto, quella frase di Fantin: la battuta che colpisce e la mente che precipita nei ricordi. Inutile il tempo trascorso, inutile il silenzio. Davanti a lui ancora tante ore, tante sere lunghe per pensare in solitudine, per ricordare, per fantasticare.

“Che ne diresti, Bella, se ce ne tornassimo a casa? È buio ormai, è tardi. La giornata, se Dio vuole, è finita”. La cavalla annuì. Gildo s'arrampicò a cassetta, avvolse il pastrano attorno alle spalle (d'inverno anche i cocchieri hanno freddo) e con una mano afferrò le briglie, mentre nell'altra impugnò la frusta. Uno schiocco debole a tagliare l'aria umida della sera.

“Via Bella, a casa”.

Le ruote si mossero sul selciato irregolare e il mezzo traballò, superando una buca più profonda di altre. I fari delle automobili gettarono i loro fasci di luce irrispettosi sull'uomo a cassetta, che conduceva una vecchia carrozza in mezzo al traffico cittadino, ogni giorno più intenso.

“Questa non è più vita” mormorò il cocchiere, girando gli occhi abbagliato “questa non è più vita”.

Trascorse ancora qualche tempo, forse mesi o un intero anno. Poi un giorno, di colpo, la città si accorse che nel piazzale della stazione non sostavano più le carrozze. neppure una. Anche l'ultima era scomparsa. I taxi, nello spazio loro riservato e delimitato dalle strisce gialle, erano passati da due a quattro e la SIP aveva installato la colonnina con il telefono, per la chiamata.

Mandolin e la sua Bella forse avevano cambiato città, o forse continente. O semplicemente si erano posti in cammino, assieme, come sempre, alla ricerca della gentile signora che suonava il violino, per ritrovarla, e offrirle ancora il loro servizio. Quasi certamente si erano diretti al luogo dove vanno a finire tutte le cose perdute e fra esse i momenti felici dell'esistenza.

 

Pubblicato da Annamaria Gatti

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