Nella vicentina citta di Lonigo si celebra annualmente la storica Fiera dei Cavalli. Nel 1986 ad Alessandra Soligoni venne chiesto di scrivere un racconto per la preziosa pubblicazione "Il cavallo. Percorsi di una civiltà".
Pubblico questo toccante racconto, in cui ritrovo l'abilità letteraria della scrittrice e soprattutto la delicata attitudine di leggere i cuori e la limpida compassione per uomini e donne a cui rivolge uno sguardo denso di tenerezza.
Alessandra Soligoni
L'ULTIMO COCCHIERE
Da “Il cavallo. Percorsi di una civiltà”
Città di Lonigo 1986
La città era stata sbranata dalla guerra e di essa
restavano in piedi pochi muri e case scoperchiate, sbrecciate dallo scoppio
delle bombe, cadute a tappeto su uomini ed edifici.
Anche la stazione ferroviaria era stata colpita in
pieno e quando nel '45, a guerra finita, si iniziò Ia sua ricostruzione, dopo
Ia rimozione dei rossi mattoni sbriciolati, fu gettato a colate il cemento, per
assicurare al nuovo edificio strutture più resistenti, mentre, estirpato il
ferro dai vecchi binari contorti, come Ia gramigna dal campo, altro metallo
forgiato dalle presse, fu collocato sui percorsi obbligati delle locomotive.
Molte cose cambiarono dopo il secondo conflitto
mondiale. Sui treni, anche i viaggiatori erano diversi, più taciturni, meno
composti, meno eleganti. Solo pochi compivano percorsi abituali, altri più che
viaggiatori si sarebbero detti vagabondi, con bagaglio o senza, tanto era lo
stesso perché nessuno dava a vedere di possedere ancora qualcosa. La guerra si
era ingoiata tutto, anche molte porzioni di ricchezza. Così il servizio di
carrozze a cavalli, che faceva capo a1la stazione ferroviaria per ricevere i
passeggeri in arrivo, divenne quasi del tutto inutile. Rari erano quelli che
ancora ricorrevano al cocchiere, come se la sua assenza negli anni del caos
avesse prodotto un'insanabile dimenticanza nel ricordo e nelle abitudini della
gente.
Appena si saranno ricucite le ferite, tutto tornerà
come prima, andava ripetendosi Gildo, uno dei due cocchieri ricomparsi al loro
posto nel piazzale antistante la stazione, dentro una livrea sdrucita
d'anteguerra: giacca nera, lucida ai gomiti, calzoni striminziti color fumo,
che avevano perduto da tempo Ia stiratura, ma nell’insieme non toglievano dignità
alla divisa, che si completava di una austera bombetta sul capo.
“Tutto ritornerà come prima”, ripeteva, carezzando
sul collo la sua cavalla, che sempre alla sua voce annuiva col capo, rompendo solo
per un momento l'immobilità che la faceva sembrare una statua di gesso.
Di fatto però l'attesa dei clienti, col passare
del tempo, non si ridusse, anzi andò prolungandosi rendendo quella presenza
alla stazione anacronistica, comparse d'uno spettacolo d’altra epoca d'altro
costume. Eppure, ben lo sapeva Gildo, che faceva ii cocchiere di professione
dal lontano 1936, quanto utile era stato il suo servizio in altri anni e quanto
decoro la sua carrozza ben rifinita e la sua pomellata dal bel manto chiaro, sempre
perfettamente strigliato, avevano dato alle strade cittadine nell’ora del
passeggio o nei giorni di festa, quando perfino dalle campagne si veniva in
città per sfilare lungo il corso e far mostra della propria eleganza e di una
agiata condizione borghese. Ma la ventata violenta della guerra aveva spazzato
e trascinato con sé comportamenti e consuetudini, che i superstiti non sapevano
o non potevano reinventare. E la vita cambiò radicalmene, anche quella di
Gildo, malgrado s'ostinasse a non crederlo e continuasse a rievocare nelle
lunghe soste i tempi andati e con essi figure e modi scomparsi, demoliti
anch'essi, come le case, dalla distruzione e dai bombardamenti. Pure la
toponomastica urbana era stata sconvolta e buttate all’aria vie e piazze, tanto
che a volte il maturo cocchiere, ritentando certi percorsi o aggirandosi fra
edifici crollati e altri di nuova costruzione e incontrando slarghi improvvisi
sui cumuli di macerie, provava un inconsueto disorientamento, accompagnato a
smarrimento. Aveva l’impressione di trovarsi in un'altra città, una città
straniera, non nella sua, di cui conosceva pietra su pietra e che aveva
imparato a percorrere ad occhi chiusi. E solo ad occhi chiusi ormai riusciva a
ritrovarla come era intatta, con il suo largo corso che conduceva alla piazza
centrale, fiancheggiata da portici e negozi eleganti e facciate ornate di
poggioli, di ampie finestre, di cornicioni decorati.
Di certo, pari smarrimento aveva provato Bella, la
sua cavalla, quando rimossa dalla stalla e riattaccata alla carrozza, dopo la
forzata inattività della guerra, fu riammessa in strada perduti i punti di
riferimento lungo il percorso, cambiato il tracciato della via, scomparse le
facciate di edifici familiari, fu costretta ad affidarsi interamente alle
redini e ai segnali trasmessi dalla mano del padrone. Sopravvissuta a fatica alle
prolungate privazioni, Bella, che da tempo certamente non era più tale, aveva perduto
la lucentezza del manto grigio in cui s'erano innestate chiazze di pelo più
rado, come la ruggine sul ferro, e aveva smesso la fierezza del collo, che non
teneva più eretto ma ripiegava debolmente verso il basso, segno di una
stanchezza che le era piombata addosso con gli anni e con gli stenti.
Non erano bastate le premure di Gildo e le parole
d'incoraggiamento che l'uomo le rivolgeva ogni giorno, mentre le rinnovava il letto
di paglia o sedeva sullo sgabello accanto a lei, nella stalla, a vederla
mangiare le ridotte razioni di biada o le manciate di fieno, frutto di una
difficile ricerca nelle campagne circostanti.
“Vedrai, Bella, tornerà anche il nostro momento.
Questa maledetta guerra finirà, deve finire”, ed insieme avevano nutrito quella
vaga speranza, anche in mezzo alla morte e alla distruzione.
“Ti ricordi di Vincenzo, quel ragazzo che
saltandomi al fianco, a cassetta, non sapeva dove tenere le gambe, che si erano
allungate troppo? Ora le tiene ben distese, povero ragazzo, sotto due spanne di
terra. Rimasto anche lui al fronte, come Tonino...”.
Tonino non era il figlio di Gildo,
perché Gildo non si era mai sposato, ma era stato il suo nipote prediletto, a
cui aveva sempre pensato di lasciare il mestiere e quel poco di eredità, con la
carrozza" che era ben conservata e ancora di qualche valore. Invece Tonino
se l'era preso la guerra e del povero giovane neppure il corpo era stato
restituito. Per questo, il Giorno dei Morti Gildo si recava al cimitero a
portare i crisantemi su una fossa dimenticata. Tutti i morti sono uguali,
pensava. Tutti i morti sono come un solo morto, il suo Tonino.
Bella capiva e in risposta
abbassava ancor più il collo. Gildo le lisciava la criniera, come una madre che
vuol consolare d'un dolore la propria creatura e tentava di riprendere
sottovoce un vecchio ritornello, che in altri tempi aveva cantato,
accompagnandosi col mandolino. Non per nulla lo avevano soprannominato “Mandolin”
e quell'appellativo aveva del tutto oscurato il suo vero nome, tanto che per
tutti era diventato solo Mandolin, anche per i suoi clienti. Quella del
mandolino, di fatto, era stata la seconda grande passione della sua vita. La prima,
senza dubbio, era quella dei cavalli. Ma l’una e l'altra si legavano
intimamente fra loro e avevano radici nella sua infanzia, nelle sue origini
contadine, perché la sua famiglia aveva sempre lavorato la terra e sudato sui campi
del padrone, a mezzadria.
Gildo era nato in una vecchia
casa rurale, sperduta nella campagna, nel grande camerone sopra la stalla, sul
sacco di cartoccio rinnovato in autunno dalla madre, dopo la raccolta del
granturco.
E quando fu in grado di
distinguere i rumori e le voci della casa, assieme a quella materna imparò a
riconoscere il lungo muggito delle mucche, che saliva dal basso e il nitrito
del grosso cavallo da tiro, di recente introdotto nella stalla. E quel nitrito
gli entrò nell'anima. Cominciò da fanciullo a condividere coi maschi della casa l’ orgoglio per quell'acquisto del padrone, che aveva sostituito al bue lento e
pesante un esemplare di razza belga, per il tiro e l'aratura. Non esisteva
famiglia di mezzadri nel raggio di dieci chilometri che vantasse nella stalla
un capo come quello.
Gildo accompagnandosi al nonno,
imparò la cura del cavallo, il rito mattutino della pulizia, il linguaggio dei
gesti, le leggi del lavoro in coppia con l'animale, la soddisfazione della
fatica alleviata e condivisa. E quando nel filò, la sera, ascoltava gli adulti
narrare delle quotidiane vicende, nessun racconto teneva lontano da lui il
sonno quanto le prodezze del nuovo cavallo, la sua forza, il suo tiro possente,
che rimuoveva senza sforzo il pesante aratro, affondato fra le zolle. E certe
volte, a lavori compiuti, nel clima di festa che accompagnava il raccolto, il
nonno staccava dalla parete della cucina il mandolino, che assieme al cavallo dava
prestigio all'intera famiglia, e cominciava a pizzicare le corde con le grosse dita
ruvide, ricavando dallo strumento suoni striduli e lamentosi, come il pianto
dell'ultimo nato. Ma per i commensali attorno al lungo tavolo di cucina
cosparso di boccali, quella era una melodia, un prodotto e un evento
miracoloso, come la nascita del grano o l'apparizione del sole, dopo la notte.
Quando il nonno morì, Gildo
ereditò il mandolino ma non il cavallo, perché la brava bestia apparteneva al
padrone, che decise di portarla al vicino foro boario, in giornata di mercato e
di venderla. Così la famiglia perdette molto del suo prestigio e si smembrò, cambiando
casa e vita e lavoro. Anche Gildo allora dovette prendere la sua strada, con
ben poco di suo, se non quel mandolino e l'amore per i cavalli.
Vennero per lui anni duri, di
bracciantato e sacrifici, ma finalmente nel '36 si presentò l’occasione attesa
e Gildo non se la lasciò sfuggire.
La società delle corse
dell'Ippodromo cittadino aveva messo in vendita una cavalla, allevata per il
trotto, ma rivelatasi di carattere bizzarro e particolarmente ombroso che la
portava ad impennarsi per un nonnulla. Dopo mesi d'addestramento s'imbizzarriva
ancora all'improvviso e scalciava come al primo anno, tanto che s'era spezzata un
garretto contro la staccionata e non riusciva più a tenere il trotto con
regolarità, facendosi squalificare in pista dalla commissione per tre volte
consecutive.
Un pessimo investimento, insomma,
per i proprietari che decisero di disfarsene, dopo un ennesimo tentativo di
recupero fallito. Gildo invece lo considerò un vero affare da non perdere e
ancor più se ne convinse quando vide coi propri occhi la cavalla, che gli sembrò
bellissima e di linea perfetta ed altezzosa, proprio come l'aveva sempre pensata.
Comperandola, sentiva di soddisfare tutte le sue aspirazioni e da quel momento
non chiese altro che di fare il cocchiere e di porsi alla guida di una carrozza
degna di lei e di quel nome. Di fatto, con l'acquisto, Gildo salvò la cavalla
dal macello e Bella gliene fu sempre riconoscente. Con lui imparò l'obbedienza,
e negli anni di convivenza che seguirono, non gli si ribellò mai. E non Io fece
neppure quando, dopo la guerra, fu ricondotta davanti alla stazione, sul
piazzale percorso da crepe profonde, dove le buche erano state malamente
colmate dai calcinacci. Appena qualche sobbalzo alla carrozza, ma nessuna
impennata. Anzi Bella riprese il suo vecchio posto con pazienza, ignorando, più
di quanto non sapesse fare il suo padrone, le trasformazioni e i cambiamenti intervenuti,
e fors'anche la distruzione passata.
Riaffondò per metà il muso ne1
sacco di biada e lasciò andare mollemente la muscolatura del corpo, ormai senza
fremiti. Un'altra carrozza si affiancò a quella di Gildo: il compagno, il
grosso e vecchio “Fantin”, lui pure resuscitato dalle macerie della città con
cocchio e cavallo, aveva ripreso quel gramo mestiere, spinto dalla minaccia
della disoccupazione. Col suo ronzino, nell'ultimo tempo si era rassegnato ai
trasporti più umili: traslocava mobili e masserizie, caricava materiale
d'ingombro destinato al macero o alle discariche, tanto per non stare a morire
d'inedia nell'attesa d'un vero cliente, ma soprattutto per rimediare quattro
soldi per la biada del cavallo e per un bicchiere all'osteria.
Su queste commissioni Gildo non
era molto d’accordo, gli sembravano una contaminazione del mestiere.
“A ognuno ii suo compito” borbottava
scuotendo il capo e disapprovando l'impiego che il compagno faceva della sua
carrozza e della sua divisa.
“Non si mangia con l’ambizione.
Bisognava pur vivere in qualche modo...”. Fantin si era creato la sua
filosofia, in tanti anni di cassetta.
“Prendi tutto quello che puoi,
ciò che conta è sopravvivere, senza dipendere da nessuno, neppure dai figli”. E
quella era diventata la sua legge, a cui aveva adeguato anche la vita del
cavallo. Il giorno che quel ronzino non ce l'avesse più fatta a tirare, senza frusta,
l'avrebbe lasciato al suo destino, che non è poi molto diverso per gli uomini e
gli animali.
Gildo aveva smesso di
contraddirlo e gli bastava vederlo tornare alla stazione, con la sua carrozza
sgangherata, per scambiare con lui due parole e bere assieme un bicchiere,
tanto per scaldarsi, all'osteria di fronte, anche se di recente la mescita era
stata rinnovata e non esponeva più l’insegna di “Osteria del cavallino” ma una
moderna scritta al neon, secondo una nuova moda. A dire i1 vero, se non fosse
stato per Fantin che riusciva a trascinarvelo, Gildo in quel locale così
trasformato non avrebbe più messo piede.
“Che vi servo, due calici?”.
“Due ombre di rosso” ribatteva
prontamente al barista il grosso cocchiere, mentre soffiava sulle mani paonazze,
per riportarle al giusto calore.
Gildo non si era mai spiegato
come quel barile d’uomo, con quell'enorme corporatura, fosse stato davvero, un
tempo, un agile fantino. E d'esserlo stato e d'aver condotto in pista fior di cavalli,
dei veri purosangue, il compare glielo aveva giurato sul nome della moglie, che
il Padreterno aveva già accolto nella sua gloria. D'altronde il soprannome di
Fantin, che gli era stato appiccicato in gioventù e che da allora non aveva più
smesso, toglieva ogni dubbio sul suo passato.
Gildo gli si era affezionato
anche per questo e gli perdonava l'abitudine di alzare il gomito, acquisita
negli anni, e la trascuratezza nei modi e nella persona, in contrasto col
mestiere di cocchiere, che richiedeva invece una buona dose di compostezza e decoro
e rispetto della convenienza. Di fatto, Fantin era una pasta d'uomo, sempre
pronto a dare una mano e a chiudere un occhio perfino con i numerosi monelli,
che accorrevano al passaggio della carrozza (carrozza, si fa per dire) e
facevano codazzo, sedendo sulla barra posteriore e rimanendo con le gambe
penzoloni, per fare un giretto gratis. Sia cocchiere che cavallo percepivano quella
presenza in appendice, ma entrambi fingevano di non sentire e rallentavano il
passo, perché i passeggeri clandestini non perdessero l'equilibrio, a rischio
di rotolare sulla strada. Specialmente dopo la guerra, per quei ragazzini nati
negli anni duri, le carrozze rappresentavano una sorpresa e una rarità.
“Hai portato anche principi e
principesse?” chiese una volta una bambina, dal faccino pallido e incantato, a
cui il nonno offrì un giretto col cavallo per le vie della città. Era una
giornata limpida, che invitava all'avventura.
E Fantin, in risposta, la riempì
di emozione raccontando che sul suo cocchio una volta aveva preso posto perfino
un re, con la consorte al fianco, la regina, che portava il diadema in testa e
aveva Io strascico che scendeva fino a terra, coprendo il predellino.
Altra cosa era adesso, che re e
principi erano scomparsi, e non si incontravano per la strada che poveri
diavoli.
Gildo, a quell'uomo fantasioso
doveva i pochi momenti allegri della sua giornata e le occasioni per ridere, a
sentirlo raccontare delle passate avventure. Ma certo la più comica di tutte
era la fiorita descrizione di quando era finito in un fossato, con cavallo e carrozza,
mentre mostrava con troppa disinvoltura le bellezze della campagna ad una
vivace signorina di città, in cerca d'aria fresca e di evasione.
Negli ultimi tempi però, il
colore dei suoi racconti si era sbiadito e con esso la volontà di ricordare.
Così un giorno, quasi all'improvviso,
Fantin ruppe decisamente con il suo passato e annunciò la decisione di
ritirarsi, cedendo carrozza e cavallo. Anzi a dirla tutta, aveva fatto sua la
decisione del figlio, che aveva messo in vendita quel povero ronzino
rinsecchito, per alleggerirsi dalle spese del mantenimento e dell'affitto del posto
in stalla.
Gildo, all'annuncio, provò una
fitta al cuore, anche se si convinse presto che era più giusto fare la fame da
solo che in due. Quel giorno stesso, per reagire allo scoramento, andò a
comprare una coperta nuova per Gilda, per mostrare alla cavalla e a sé stesso che
non bisognava mollare, che l'impegno continuava anche se erano rimasti soli,
sul piazzale della stazione, ad aspettare l’inverno.
“Segui il mio esempio, chiudi
baracca e burattini”, lo esortò ripetutamente Fantin, prima di andarsene. “Che
stai qui a fare? Forse aspetti ancora
che ritorni la tua bella signora, a chiederti un giro in carrozza?”.
Gildo, alla battuta del tutto
inaspettata, si confuse e diventò rosso in viso, come per una trasfusione
troppo rapida di sangue e non riuscì a sorridere. Anzi la sua confusione
divenne via via maggiore per la quantità di sentimenti che quel ricordo sollevò
nel suo petto, come la burrasca che rimuove i fondali marini e rende torbida l'acqua
ed impossibile all'occhio umano penetrarne i segreti.
La storia si era risaputa in
giro, ne avevano parlato in molti, nell'ambiente dell'osteria e delle carrozze.
E qualcuno aveva riso, alle sue spalle, e avanzato dell’ironia sul fatto che
una dama dell'alta società, una giovane signora con cappello e veletta, avesse scelto
proprio lui, come cocchiere, per il suo giro abituale in città. Non era stato
un sogno.
“Mi dicono che sapete suonare il
mandolino... È questa, dunque, la ragione di un nome tanto curioso!”. Il
sorriso delle labbra e degli occhi della donna, imbrigliato dalla veletta di
tulle ed un'ombra calata sulla fronte dall'ampia tesa del cappello.
“Non mi burli, so solamente
pizzicare le corde...”.
“Anch'io, sapete, Mandolin (posso
chiamarvi così?) anch'io amo suonare. Il violino. La musica è il mio mondo, è
tutto per me”.
Quel mondo incantato, che portava
con sé, percorrendo a piedi il lungo viale attraverso il parco, fino al cancello,
dove la carrozza attendeva. Tutti i giorni, alla stessa ora del pomeriggio, e
in quello spazio, fra la bianca facciata della villa sullo sfondo e il cancello,
rimaneva chiuso, agli occhi di Mandolin, il mistero di quella donna, della sua
esistenza. Era l'anno in cui il mondo si preparava alla guerra. Le carrozze
s'incrociavano ancora sul corso e Bella era bella davvero, perfino superba
quando portava la signora: manteneva un trotto lento, regolare, che favoriva le
confidenze.
“Chi vi ha insegnato, Mandolin, a
suonare? Chi è stato il vostro maestro?”.
“Io, un maestro? Io, figlio di
contadini...”. Nessuna vergogna, solo pudore. “Il nonno cantava in chiesa, la
domenica. E tutti dicevano che sapeva suonare il mandolino, meglio di chiunque
altro al paese”.
Che emozione parlare del nonno
con quella dama! Lei così fine, così delicata, come avrebbe potuto anche solo
immaginare le grosse dita ruvide del rozzo contadino, che afferravano le corde dello
strumento come se avessero voluto strapparle.
“Non voglio altro cocchiere che
voi, per la mia passeggiata in città. Voi mi siete simpatico, Mandolin. A domani,
dunque, non mancate”.
Gildo, per un anno intero non
mancò all’appuntamento, finché non venne la guerra a porvi fine. Un giorno di
giugno, all'ora fissata, la signora non comparve. E non comparve sul viale
neppure nelle ore e nei giorni successivi. Gildo non la vide più.
Qualcuno gli riferì che gli
occupanti della grande casa in fondo al viale erano tutti improvvisamente
scomparsi: forse fuggiti, o forse arrestati, perché erano ebrei.
Gildo ritornò molte volte, in
seguito, davanti al cancello chiuso e Bella lo assecondava paziente,
s'arrestava, attendeva. A volte rizzava le orecchie, per alimentare l'illusione.
“Hai sentito anche tu, Bella? Mi
è sembrato di udire le note di un violino”. Poi se ne tornava lentamente a
casa, con la carrozza mota, Mandolin a cassetta, con la bombetta rigida in capo
e il freddo nelle ossa.
A guerra finita, un'altra
famiglia occupò la grande villa e si videro dei fanciulli giocare in giardino e
un'auto di grossa cilindrata entrare e uscire dal cancello, coprendo ogni
impronta, ogni orma sul viale.
Gildo dimenticò, o credette di
dimenticare. Poi, d'un tratto, quella frase di Fantin: la battuta che colpisce
e la mente che precipita nei ricordi. Inutile il tempo trascorso, inutile il
silenzio. Davanti a lui ancora tante ore, tante sere lunghe per pensare in
solitudine, per ricordare, per fantasticare.
“Che ne diresti, Bella, se ce ne
tornassimo a casa? È buio ormai, è tardi. La giornata, se Dio vuole, è finita”.
La cavalla annuì. Gildo s'arrampicò a cassetta, avvolse il pastrano attorno alle
spalle (d'inverno anche i cocchieri hanno freddo) e con una mano afferrò le
briglie, mentre nell'altra impugnò la frusta. Uno schiocco debole a tagliare l'aria
umida della sera.
“Via Bella, a casa”.
Le ruote si mossero sul selciato
irregolare e il mezzo traballò, superando una buca più profonda di altre. I
fari delle automobili gettarono i loro fasci di luce irrispettosi sull'uomo a
cassetta, che conduceva una vecchia carrozza in mezzo al traffico cittadino, ogni
giorno più intenso.
“Questa non è più vita” mormorò il
cocchiere, girando gli occhi abbagliato “questa non è più vita”.
Trascorse ancora qualche tempo,
forse mesi o un intero anno. Poi un giorno, di colpo, la città si accorse che
nel piazzale della stazione non sostavano più le carrozze. neppure una. Anche
l'ultima era scomparsa. I taxi, nello spazio loro riservato e delimitato dalle
strisce gialle, erano passati da due a quattro e la SIP aveva installato la
colonnina con il telefono, per la chiamata.
Mandolin e la sua Bella forse
avevano cambiato città, o forse continente. O semplicemente si erano posti in
cammino, assieme, come sempre, alla ricerca della gentile signora che suonava
il violino, per ritrovarla, e offrirle ancora il loro servizio. Quasi
certamente si erano diretti al luogo dove vanno a finire tutte le cose perdute
e fra esse i momenti felici dell'esistenza.
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