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lunedì 20 maggio 2013

Bruni su ragazzi e finanza: tirar fuori l'eccellenza





                              CHIEDIAMO AI GIOVANI...

di Luigino Bruni
Editoriale - Avvenire, 19 Maggio 2013
foto: Evento Giovani per un Mondo Unito "Be the Bridge", Terra Santa, Aprile-Maggio 2013
Non era solo colpa della finanza. Gli spread e le borse sono migliorati ma la nostra crisi invece di finire sta mostrando la sua vera dura natura: la disoccupazione, e soprattutto l’assenza di lavoro per i giovani. Ci stiamo accorgendo che la finanza speculativa ha soltanto accelerato e aggravato la malattia di un sistema economico italiano e sudeuropeo che era in affanno già da alcuni decenni.

Certo, una finanza meno avida e più capace di capire e sostenere i progetti innovativi, e una classe di economisti e di operatori economici meno miope e più lungimirante avrebbero potuto rendere quest’età di passaggio meno drammatica e dolorosa. Ma il tramonto di interi sistemi economico­produttivi covava da tempo sotto la cenere della nostra società. E così oggi ci ritroviamo con molti dubbi sul nostro presente e futuro, e con una certezza: dobbiamo reinventarci nuovo lavoro, che in buona parte sarà diverso, e molto, da quello che noi e i nostri genitori hanno


presente e futuro, e con una certezza: dobbiamo reinventarci nuovo lavoro, che in buona parte sarà diverso, e molto, da quello che noi e i nostri genitori hanno conosciuto.

Intrapresa audacissima, perché dovremmo avere la spirito e la forza di agire, contemporaneamente, su più livelli, tutti coessenziali, iniziando, come si dovrebbe sempre fare in ogni buona società, dai bambini e dalle bambine. Vanno aggiornati, e in molti casi riscritti, i loro codici simbolici del lavoro. La generazione oggi adulta ha realizzato un mondo dei mestieri e delle professioni fatto di immagini e di simboli che si stanno progressivamente allontanando dai bambini e dai giovani.
Servono nuove 'lingue' e una nuova capacità di capirsi tra generazioni parlanti ormai idiomi diversi. Noi da piccoli giocavamo con ruspe, trattori, bambole e mini-laboratori, che creavano nella nostra fantasia il lavoro di domani, un lavoro futuro che vedevamo nel presente degli adulti attorno a noi, nelle letture della scuola, nei racconti dei vecchi. Giocando crescevamo, e ci preparavamo al lavoro. Oggi i giochi dei bambini sono mostri a quattro teste, sempre più nei video e nei telefonini, e sempre più lontani dai luoghi e dai simboli del lavoro. E, soprattutto, i bambini passano sempre più tempo giocando da soli, al chiuso e di fronte alla tv. È stata l’organizzazione comune di giochi, di partite ci calcio, di cacce al tesoro, di corse, la palestra dove ieri si imparava a cooperare, a competere, a risolvere i conflitti, a elaborare le sconfitte e i nostri limiti, e poi – un giorno – a lavorare grazie anche a quelle esperienze fondative del nostro carattere.

Serve uno sforzo collettivo enorme per ricreare le immagini e i sogni professionali dei nostri bambini e giovani: come faranno a inventarsi da adulti un lavoro, e soprattutto un mestiere, se non l’hanno visto, né tantomeno sognato da bambini? E a cooperare nelle imprese di domani? Per questo compito difficile servirebbero anche gli artisti, che con la poesia, la pittura, la letteratura, i cartoni, le storie, i giochi, l’architettura, si mettano accanto ai bambini e ai giovani, a scuola e fuori, per ricreare nuove immagini e nuove storie del lavoro e della vita in comune.

Nel frattempo, però, occorre generare subito lavoro con e per tanti giovani che non stanno lavorando oggi, e non lavoreranno domani.

Per questo occorrerebbe una forma di virtù civile di cui si avverte una grande carestia: la consapevolezza etica che i primi a sapere che cosa serve ai giovani sono loro stessi.
«Ask the boy», chiedi al ragazzo. Questa splendida frase di Baden Powell, il fondatore degli Scout, è una delle intuizioni più profonde sul giusto rapporto tra adulti e giovani. Un’idea certamente carismatica, perché troppo vera e universale.

Un’espressione, tra l’altro, che è una delle più efficaci declinazioni del 'principio di sussidiarietà' nell’educazione: non faccia l’adulto ciò che può fare il ragazzo. La ragazza, il ragazzo, i giovani sono loro, prima di tutti e di tutto, che devono pensare e dire come risolvere i loro problemi, compreso quel problema cruciale che è l’assenza di lavoro. Il mondo

adulto può e deve far molto, ma solo dopo aver creduto e riconosciuto questa precedenza. La mancanza di lavoro dipende anche da nuove potenzialità e competenze dei giovani che, anche per mancanza dei giusti ascolti e delle giuste domande, non riescono a diventare reddito, lavoro, mestieri. Ma per fare le domande giuste ai nostri giovani occorre essere intelligenti, cioè saper 'leggere dentro' la loro anima e il cuore, oltre la superficie che spesso nasconde una vocazione professionale ignota al giovane stesso. «Sai zufolare?», chiese a Bartolomeo Garelli il giovane Don Bosco, un altro grande maestro di giovani e di lavoro, al termine di un dialogo profondo con quel ragazzo: «'Quanti anni hai?', 'Ne ho 16'. 'Sai leggere e scrivere?', 'Non so niente'. 'Sai cantare?', 'No'. 'Sai zufolare?'». Sì, Bartolomeo sapeva 'zufolare' (fischiare), e quindi poteva fare anche molto altro di buono. Ogni giovane, insegna a tutti il metodo salesiano,

ha una via di accesso alla propria eccellenza, E va soltanto messo nelle condizioni di trovarla, con i giusti ascolti, con le giuste domande, e con occhi capaci di vedere l’invisibile sotto le apparenze, e farlo emergere, e-ducando (facendo venire fuori l’eccellenza che è dentro, nascosta).
Baden Powell e Don Bosco (e le tante educatrici e i tanti educatori carismatici della nostra tradizione e del nostro presente) oggi ci direbbero che non ci può essere pubblica felicità né gioia civile finché quattro giovani su dieci disponibili al lavoro non lo trovano e finché tra i sei che lavorano ce ne sono almeno tre che stanno lavorando in modo precario e sempre più spesso nel posto sbagliato che non li fa fiorire pienamente. I figli, i giovani, ce lo ricorda la tradizione biblica, sono anche il paradiso in terra delle famiglie. Ma i nostri giovani stanno rincominciando a emigrare, perché di nuovo poveri di lavoro e di speranza. I nonni, emigranti di ieri, stanno rivedendo i loro nipoti riprendere in mano la valigia. Ieri come oggi in cerca di pane e futuro; ieri come oggi con le lacrime di chi parte e di chi rimane; ieri come oggi fuggendo da una terra non genitrice di lavoro, perché gelida, arida, sordida. Per bagnarla, lavarla, scaldarla non bastano le politiche economiche, ci servirebbe uno Spirito per dare loro forza, vivificarle, renderle efficaci e feconde. Per donare un nuovo entusiasmo, voglia di vita e di futuro ai tanti giovani, e no, che lo stanno perdendo. «Vieni padre dei poveri», vieni padre dei giovani.


PUBBLICATO DA ANNAMARIA
 

 


 

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