Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

sabato 15 ottobre 2022

Adolescenti e il balsamo del riconoscimento

 


La ferita del pregiudizio e il balsamo del riconoscimento   è un intervento dell'autrice Cristina Buonaugurio, psicologa e psicoterapeuta, che già è stata ospitata i questo blog per altri  contributi molto significativi. Mi ha colpito la profondità del suo trattare un tema estremamente complesso e attuale. Ci aiuta a mettere a fuoco un aspetto essenziale della relazione con gli adolescenti e ci rassicura che i ragazzi sono davvero molto seri... quando si rapportano con gli adulti. E si aspettano ciò che è giusto e doveroso: essenzialmente essere riconosciuti per  quel che sono. Glielo dobbiamo... in una società dove troppo spesso scopriamo come  li usi e li ignori. 

FONTE: CITTÀ NUOVA  on line    13 ottobre 2022

Il riconoscimento degli altri è molto importante per ciascuno di noi, ma soprattutto per gli adolescenti, che lo vivono con sofferenza. Come aiutarli.

Se c’è una cosa che ferisce profondamente gli adolescenti questa è il pregiudizio. Innanzitutto il pregiudizio degli adulti, i quali li ritengono ingestibili, problematici, inadeguati ad affrontare la complessità della vita, in vario modo incompleti, se non del tutto sbagliati. Ma anche il pregiudizio dei coetanei, sempre pronti a cogliere ciò che rende un ragazzo diverso dal gruppo, come se la differenza possa rendere una persona da meno rispetto agli altri. Dovunque alberghi l’incapacità di cogliere la completezza di chi si ha di fronte si crea una ferita. E per gli adolescenti questa ferita, anche se nascosta per difesa, è decisamente profonda. 

Potremmo definire il pregiudizio come una pre-comprensione dell’altro, basata su quello che conosciamo di lui o che altri ci hanno detto a suo riguardo, la quale si trasforma in una specie di fretta che ci impedisce di comprendere quello che realmente una persona sta mostrando di sé, perché pensiamo di sapere già tutto ciò che c’è da sapere. Questo significa che il pregiudizio ci impedisce di incontrare l’altro, dal momento che ci mette in contatto solo con l’idea che noi abbiamo di lui e non con la sua realtà. Nelle relazioni questo equivale a mettere un muro tra noi e loro, un muro che impedisce di vedere gli altri per ciò che autenticamente essi sono. 

La presenza di un simile muro rappresenta un grande problema nell’adolescenza, perché a quell’età forse ancor più che in altre i ragazzi hanno bisogno di essere rispecchiati da chi gli sta intorno per capire chi sono e chi possono diventare. Il compito degli adulti, infatti, è quello di essere specchi che rimandano l’immagine dei più giovani per rendere loro possibile comprendere cosa stanno diventando e a cosa possono aspirare. Ma se quegli specchi, invece di essere limpidi, riflettono un’immagine distorta dal pregiudizio, diventa impossibile definire in modo sano la propria identità. Il pregiudizio è infatti una semplificazione – distorta e parziale – della realtà che non potrebbe mai contenerla nella sua interezza e che, soprattutto, mai e poi mai potrebbe rispecchiare la realtà in continuo mutamento di chi sta ancora esplorando il mondo e se stesso nel mondo.

Il bisogno di rispecchiamento da cui sono caratterizzati bambini e ragazzi è l’espressione di quel bisogno di riconoscimento che denota ciascun essere umano, giovane o anziano che sia. A qualsiasi età, infatti, ognuno di noi ha insita dentro di sé la necessità di instaurare contatti interpersonali in cui possa sentirsi visto e compreso per ciò che autenticamente è, così da poter dare forma alla propria identità. Dal momento che la natura umana è essenzialmente relazione, non basta la consapevolezza di sé che ognuno di noi si costruisce nel tempo per sentirci completi ed appagati: abbiamo bisogno di essere riconosciuti dalle altre persone.

 Ciò vuol dire che l’identità di una persona non è mai un dato immediato, bensì il risultato dell’incessante dialogo tra il sé e l’altro: dare forma alla propria identità implica inoltre riconoscere l’altro che è in dialogo con me, riconoscerne il valore, perché per conoscere me stesso ho bisogno della sua mediazione. Chiaramente l’unica relazione in grado di rendere possibile tutto questo e di permetterci di realizzare la nostra identità è quella che Martin Buber definiva come relazione “Io-Tu”, in cui costituiamo per l’altro una persona dotata di dignità e di sentimenti propri, e non un oggetto privo di valore.

Come vivere tutto questo con i ragazzi che accompagniamo a vario titolo nella crescita, così da fornire loro il balsamo capace di curare le ferite del pregiudizio? 

Imparando a vederli per ciò che autenticamente sono, senza tralasciare quello che non rientra nei nostri schemi o nelle precomprensioni che abbiamo su di loro, perché essi saranno sempre più di quello che possiamo “com-prendere”. Imparando a riconoscerli per ciò che sono, rimandando loro in modo limpido e senza distorsioni tutto quello che vediamo della loro essenza affinché possano vederlo anche loro. Imparando ad accettarli per quello che sono, il che non vuol dire evitare di correggerli se fanno qualcosa di inadeguato, bensì sapere distinguere tra il comportamento da modificare e la persona, la cui essenza è sempre valida.

 Ma soprattutto imparando ad amarli per come sono, senza pretendere (più o meno consapevolmente) che cambino parti di sé per adeguarsi alle nostre aspettative e ai nostri desideri. 

Il tutto senza aver paura di metterci in gioco autenticamente, evitando di fingere di essere qualcosa che non siamo, perché per diventare fonte di quel riconoscimento di cui i ragazzi hanno bisogno è necessario che prima di tutto veniamo accettati e riconosciuti noi come degni di fiducia. E con la fiducia dei ragazzi non si scherza!

martedì 4 ottobre 2022

La scuola è fatta dagli insegnanti e dai dirigenti, e fanno la differenza! Un evento WE CARE EDUCATION

Charlie Mackesy è sempre fonte di emozioni. 
determinazione coraggio speranza
 
Sentire alcuni docenti preoccupati di quanto sta avvenendo non mi sorprende, i tempi sono duri ed usciamo da anni difficili. 
L'orizzonte non è dei più sereni, appunto per questo credo fermamente che amare la scuola, perchè si amano i ragazzi, che meritano di essere accolti e di vivere il più possibile serenamente con adulti di riferimento forti e competenti, e capaci di condivisione questi anni già segnati da durezze, sia un imperativo e un corretto approccio per il benessere di tutti, bambini, docenti, famiglie. 
Trafficare talenti con coraggio e determinazione è possibile!

Allora ... Avanti con la ricerca delle strategie che possono far stare meglio anche i docenti e per questo l'appello che viene rivolto da più parti si estende ai dirigenti, che fanno la differenza! 

... In proposito...

Mi piace ricordare un evento interessante proposto  il 22 e il 23 ottobre in Italia a Loppiano,  per i docenti: protagonisti dello scambio di esperienze, altri docenti, finalisti di Global Teacher Prize! Questo il link dove prendere visione nel dettaglio la proposta. Io sarò presente come coordinatrice di alcuni momenti dell'evento:

https://www.focolaritalia.it/2022/09/14/corso-di-formazione-cosa-fanno-gli-insegnanti-fanno-la-differenza/


giovedì 29 settembre 2022

Plusdotati a scuola: come perdere occasioni d'oro

 

                                                  Gifted Il dono del talento, film 2017

Ancora un appello, dopo silenzi che non si possono giustificare. I bambini e i ragazzi sono davvero così ignorati. Ecco uno dei tanti  aspetti che devono tornare all'attenzione di chi vive la scuola, in questi tempi di crisi. Lo ha ripreso recentemente, il 22 settembre,  La Repubblica, con un  articolo. Questo blog ha offerto numerosi appuntamenti a questo proposito, a cui rimandiamo. Non è un articolo esaustivo, solo un promemoria, che vive accanto a tante famiglie di bambini, bambine e ragazzi che affrontano questa fatica, che, come ci ricordano gli esperti, diventa una grande possibilità per tutti. A volerla studiare e vedere per quella che è: una risorsa e prassi di inclusione, che servono a far star ben tutti. 

Sottolineo che la descrizione necessariamente  sommaria rimanda ad approfondimenti che definiscono la grande variabilità di manifestazioni, risorse e prerogative di chi fa i conti con il talento. Nulla si può iscrivere in un contesto preciso, occorre studiare, approfondire, osservare ed essere capaci di "sostare" per comprendere e trovare le prassi più adeguate e vincenti per tutti.

Non è una scuola per geni, 

gli alunni plusdotati gettano la spugna: 

“Si annoiano troppo”

di Giulia Torlone, La Repubblica, 22 settembre 2022

"Sofia ha quattro anni quando, curiosissima, chiede alla mamma come nascono i buchi neri. Matteo, che di anni ne ha cinque e mezzo, vorrebbe sapere in che modo si formano i tornado e perché esistono i terremoti. Emanuele frequenta la terza elementare, i suoi voti non sono un granché, ma quando torna a casa legge voracemente storie della mitologia greca. Tutti e tre sono bambini cosiddetti plusdotati, o gifted: hanno un quoziente intellettivo superiore alla norma. Fanno parte, cioè, di quel 5% della popolazione italiana con capacità cognitive molto alte e che il sistema scolastico non è ancora in grado di valorizzare.

Le difficoltà a socializzare

Essere un plusdotato può voler dire tante cose: eccellere in una disciplina particolare o in tutte le materie scolastiche, ma può significare anche avere difficoltà a socializzare in gruppo e annoiarsi facilmente in classe, ottenendo scarsi risultati nel rendimento. «Mio figlio maggiore, ora diciannovenne, viveva la scuola con disagio», racconta Antonio Silvagni, docente di liceo e padre di due figli plusdotati. «Era un bambino molto sveglio, ma con problemi di socializzazione all’interno della classe. Viviamo in una piccola realtà in provincia di Vicenza e all’inizio non potevamo sapere che il disagio significativo che manifestava mio figlio potesse essere una conseguenza della plusdotazione». Come spesso accade, è il passaparola che permette a un genitore di capire quale sia il problema. «Sono stato fortunato: un mio collega mi ha parlato di un progetto pilota della Regione Veneto che trattava i ragazzi ad alto potenziale e così sono entrato in contatto con questo mondo».

La storia di Antonio, che è quella di qualunque genitore di un ragazzo gifted, è fatta di incontri con psicologi, valutazioni, test e certificazioni da ottenere. Ma una volta avuta l’attestazione, ci si scontra con il sistema scolastico, che è ancora impreparato nella gestione di questi ragazzi geniali. «Era novembre 2018 quando il Miur ha organizzato un tavolo tecnico, di cui ho fatto parte, per definire le linee guida nazionali sulla plusdotazione» racconta Maria Assunta Zanetti, presidente di Lab Talento, un laboratorio per ragazzi e bambini gifted dell’Università di Pavia. «Abbiamo consegnato queste linee nel luglio 2019 e avrebbero dovuto diventare operative dall’anno scolastico successivo, ma tutto è stato messo in stand-by».

Nelle scuole si naviga a vista

Solo nel 2020, con la ministra Azzolina, la questione viene inserita in un atto di indirizzo in cui si afferma la necessità di inserire i soggetti con alto potenziale nel paragrafo dell’inclusione, attestando cioè che gli insegnanti debbano avere una formazione adeguata, con metodologie di apprendimento specifiche. «Tra emergenza covid e un’altra crisi di governo, ci si è occupati di tutt’altro. Ho provato spesso ad avere un’interlocuzione con il ministero ma, seppur interessati, avevano altre urgenze. E nel frattempo ragazzi di estrema intelligenza spesso abbandonano la scuola, il fenomeno dei cosiddetti drop-out capaci. Cambi continui di istituto o ritiro precoce sono un fenomeno di cui non si hanno cifre, ma che esiste. L’incapacità della scuola di valorizzare questi studenti, anche dal punto di vista dell’intelligenza emotiva, li fa sentire fuori posto, portandoli all’abbandono», conclude Zanetti.

 

Così, ad oggi, nelle scuole si naviga a vista. La plusdotazione è stata inserita all’interno dei Bes, i bisogni educativi speciali, ma le direttive su come valorizzare le grandi curiosità e capacità degli studenti gifted non ci sono. Solo 95 istituti in tutta Italia hanno la certificazione nel trattamento della plusdotazione, nessun obbligo legislativo, ma la facoltà della scuola o del singolo insegnante nel seguire corsi di formazione sul tema.

Ritardi sulle linee guida per i plusdotati: solo 95 istituti hanno docenti formati

Valentina Durante, professoressa di matematica e fisica del liceo Morgagni di Roma, è una di queste. «Ho seguito un corso quando nella mia classe è arrivato uno studente con un certificato di plusdotazione. Ho imparato ad avere consapevolezza che questo ragazzo, su alcune materie, ne sappia molto più di noi insegnanti. Non per tutti è facile accettare che una persona di 14 anni sia più preparata, nonostante i pochi studi». In questo istituto, trattare la plusdotazione sembra più semplice. Hanno sezioni sperimentali in cui il numero degli studenti è contenuto, i voti non esistono e i compiti in classe si fanno in gruppo, suddivisi per livello.

 

«Questo permette al ragazzo plusdotato di confrontarsi con i compagni simili a lui, di sentirsi stimolato. Quando si permette a un giovane gifted di esprimersi, la relazione funziona. Bisogna tenere presente che spesso si annoiano, che possono avere comportamenti stravaganti e che c’è necessità di lavorare molto sul piano dell’interazione, perché spesso questi ragazzi sono carenti dal punto di vista della socialità» conclude Durante. In una scuola che già fatica a gestire le disabilità, il rischio di esclusione anche di questi studenti con un’intelligenza da valorizzare è ancora altissimo.

 

 pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it

venerdì 16 settembre 2022

Porta UFFABARUFFA a scuola con te!

 


Uffabaruffa è un 📖 con una storia 
e delle attività da fare in classe. 
Un libro da leggere e usare. 
Un libro da far leggere. 
Porta Uffabaruffa in classe e proponi la lettura ai tuoi alunni. 
Potrai poi fare attività didattica a partire dalla storia del libro, 
incontrare l’autrice Annamaria Gatti 
o fare con lei un laboratorio in presenza o on line.  
Se ti interessa scrivici via mail 
                                                         o contattataci anche su whastapp.                                                                                                                      
👉Sfoglia intanto qualche pagina a questo link: 

Pubblicato da Annamaria Gatti 

venerdì 2 settembre 2022

E se i bambini scoprissero un giornalino fatto tutto per loro? BIG compagno di viaggio anche a scuola!

 


BIG: ovvero Bambini/e In Gamba,  ma non solo... 

Per scoprire il giornalino divenuto famoso ormai anche nelle scuole, basta seguire questo video coinvolgente, non solo perchè autorevoli sono i commentatori, ma soprattutto perchè si coglie l'entusiasmo bambino di manipolare un materiale vario e divertente, accurato e convincente, perchè fatto da chi usa conoscenze, talenti e cuore!

Temi che fanno da conduttori di storie e servizi: autostima, empatia, generosità, condivisione, perdono, scoperta, valorizzazione, resilienza... per esempio! E per questo BIG è proposto nelle classi oltre che come compagno di viaggio in famiglia.

Perchè per bambine e bambini, ma non solo?

Nel video a questo link sentiamo anche  invitare i genitori a sfogliare e fare proprie le pagine dell'inserto a loro dedicate. In un tempo complesso una risorsa da condividere con altri... 

https://www.youtube.com/watch?v=wCD0Fp6LwU0

pubblica Annamaria Gatti

giovedì 1 settembre 2022

E se a scuola entrano i bambini? Meritano di essere sognati


Un appello a chi dirige e fa la scuola


Condivido un contributo accorato e verissimo di Elvira Zaccagnino direttrice dell'editrice  "la meridiana" 

"...come mai nella scuola gli ingranaggi continuino a girare permettendo al sistema di andare avanti mentre la scuola è in ritardo e accumula sempre più ritardo sulla vita delle persone.

 È semplice: abbiamo cominciato da molto tempo a non ricaricarla bene.

La scuola è colpevolmente in ritardo ma funzionante. E funzionando  accumula ancora ritardo.

 I bambini e le bambine che entreranno in prima sono diversi. Hanno visto il mondo messo all’angolo da un virus. Si trovano in un presente segnato da una guerra che i loro genitori e i loro nonni non hanno vissuto.

 Questi bambini si meritano come tutti i bambini di essere sognati. Ma si meritano anche che il sogno sia diverso. Perché loro sono diversi. Ecco dovremmo dare la carica a un sogno diverso sulla scuola. Che poi significa darle una visione e una prospettiva. Provarci non è più una opzione o una scelta opzionabile..."


pubblica Annamaria Gatti

lunedì 29 agosto 2022

Come la maestra Laura si butta nella mischia dei primi giorni di scuola

 

da "Mary Poppins"  W. Disney
La maestra Laura si getta nella "fossa dei leoni", lo fa con garbo e decisione, non senza qualche alito di ansia, non essendo proprio la Mary Poppins di chiara fama! Ma lo fa con competenza, ha preso atto dei bisogni dei suoi alunni e applica le prassi utili passando per lo studio e per il ...cuore.

Dal libro di A.Gatti e A,Giarolo  "Io amo la scuola" ed. la meridiana, (pag,15/17)  Capitolo 1 Non c'è mai tempo di fare tutto
Ora anche in un corso in ebook. 

                                                            

A SCUOLA CON LA MAESTRA LAURA

 

In pratica: nella fossa dei leoni, cioè in aula

 

 

L’insegnante Laura si era avviata serena verso la classe, tutto è già impostato e da gestire con maestria. Il batticuore dei primi giorni di scuola aveva lasciato il posto ad una discreta padronanza del clima di classe e della gestione delle difficoltà. Alcuni anni di insegnamento in complesse scuole di grandi periferie l’avevano temprata e preparata alle delusioni e anche alle emergenze. Infatti aveva acquisito prassi di inclusione, grazie ad uno studio minuzioso e “pazzo”, che ora però stava dando i suoi frutti, rimandandole un’immagine di sé di cui andava fiera.

 

Non che avesse acquistato l’imprimatur di infallibilità, certo! Ma la consapevolezza dei propri limiti e anche delle proprie risorse, le avevano fatto ben sperare sulla gestione, passo per passo, delle criticità, o di una saggia convivenza con le stesse!

Non poteva nascondersi che l’aver varcato con costanza e tenacia la soglia di insegnanti saggi e preparati, ma muniti di quel pizzico di “pazzia” che la passione per l’insegnamento implementa, oltre allo studio e alla ricerca, le avevano dato la misura del problema “far scuola” in situazioni difficili, senza farla cadere in un burnout pericoloso.

-Dunque- si era detta -anche oggi tutto è pronto. La linea del tempo tracciata aveva richiesto solo qualche aggiustatura da concordare con i ragazzi di quarta. Poi Laura aveva aspettato al varco i suoi grandi “BES” (alunni con bisogni educativi speciali). In cuore li aveva chiamati così, memore che anche lei un tempo aveva avuto i suoi bisogni educativi speciali e un po’ la cosa le aveva provocato ansia. Per questo li chiamava ‘bes’ solo fra sé, in cuore, tanto per mantenersi vigile. Poi loro erano i “suoi” alunni e non li avrebbe scaricati a nessun altro, anche solo per orgoglio professionale, pena... un senso di fallimento che l’avrebbe accompagnata sempre. Li aveva attesi con un sorriso disarmante, che è l’aspetto che di lei aveva rassicurato i genitori, inizialmente critici e preoccupati di quella nuova e giovane, anche se poi non tanto, insegnante.

 

Ecco descritti sinteticamente i suoi “Pierini”, di così differente natura, come fossero presenti oggi davanti ai suoi occhi.

- Gigi le corre incontro e si butta letteralmente sulle sue spalle. Laura lo accoglie, non lo inquadra subito e non lo respinge. Si ferma, aggiusta la fisicità di quel saluto e poi sottovoce si informa sulla domenica appena trascorsa. E sì, perché il lunedì ha la sua tragicità. Gigi è un bambino iperattivo, con una storia sofferta e gestita finalmente con prassi familiari adeguate, da quando è stato preso in incarico da un servizio territoriale competente, con cui collaborare. Prima era stato allo sbando di genitori disperati e di insegnanti increduli. Le prassi legate a questo disturbo sono personalizzate, è vero! Ma molte di queste necessità interagiscono con strategie legate alle complessità della classe. Una buona coordinazione con la famiglia e con gli specialisti chiariscono il grado di difficoltà e, alla confusione di Gigi, si oppone la tranquillità di Laura. L’insegnante sa che esiste il momento di emergenza, sa che i tempi di Gigi sono assai ristretti e vanno gestiti bonificando l’ambiente e sa che occorre non farlo sentire inadeguato. Dopo averlo accolto, Gigi si tranquillizza e Laura lo affianca a Claudio, che ha bisogno di un aiuto a sistemare il materiale e che gli dice, così come concordato nel gruppo: sarei felice che tu mi aiutassi a… sistemare i vasi dei fiori. Poi lo condurrà al suo tavolo e lo aiuterà a ordinare il materiale utile alla lezione.

- Laura osserva Aziz che a sua volta la scruta. Laura è molto diversa, nelle sue modalità di porsi, dagli insegnanti marocchini e gli brilla un sorriso riservato, ma eloquente. È giunto da poco dal suo paese, quando la famiglia si è ricongiunta al padre. Non è un profugo, non si specchiano nei suoi grandi occhi neri traversate desertiche e gommoni maledetti. È già un sollievo. Balbetta qualcosa in francese, ma ha trovato Mohad che eccelle a scuola e che ha compreso benissimo come affiancarsi da tutor al nuovo arrivato. Ripete infatti ciò che altri hanno fatto con lui! Le buone pratiche, in una scuola ad alta densità di alunni non italiani, sono ormai una normalità. O almeno dovrebbero… pensa Laura un po’ in apprensione per la gestione del team che, formato da nuovi insegnanti, deve trovare la coesione necessaria perché tutti, anche i docenti, stiano bene. Aziz segue con occhi attenti e vivaci tutta la vita di classe. Ma per questo bambino arabo la linea del tempo è vincente, da quando Matteo ha suggerito di mettere scritte in arabo per Aziz, solo in questo primo periodo, poi la memoria e l’ascolto attento del ragazzino avrebbero avuto la meglio su questa aggiunta di supporto. E sarà invitato da Laura a confezionare lui stesso cartellini di aiuto!

Invece grandi cartelloni costruiti dai ragazzi a turno hanno permesso di raccontarsi e il nuovo alunno ora segue con interesse tutte le attività che gli vengono anticipate dai compagni, in una sorta di vademecum visivo a cui fa riferimento di continuo. I due o tre mesi di full immersion trascorreranno in fretta e Aziz comincerà a produrre linguisticamente: non c’è fretta, Laura lo sa.

- Come sa anche che il lunedì è fatale per Leonardo, che ha trascorso dei giorni a casa e la routine spezzata lo disturba. Laura sa che a Leonardo piacciono le favole e anche oggi ne racconta una lieve lieve, ma densa di rimandi affettivi capaci di ipnotizzare per un po’ questo alunno difficile, perché narra di un cucciolo. E’ un alunno con bisogni educativi speciali, ha un comportamento oppositivo provocatorio e di non facile gestione, come si può immaginare. Ogni novità lo sconcerta e lo disorienta provocando una sorta di rifiuto di tutto e soprattutto della propria incapacità di vivere le relazioni.

La linea giornaliera del tempo-scuola lo rassicura certo, ma per poco tempo e per lui sono state predisposte icone più dettagliate di cui ha bisogno per orientarsi e non perdersi nella vita di classe. A lui sono affidati i commenti iconici di gradevolezza delle attività e questo impegno, che caparbiamente persegue e in cui si accettano le sue nuove e fantasiose versioni, lo rende autorevole agli occhi di chi poi deve saper rispondere alle sue provocazioni, implementando risposte comportamentali di empatia dei compagni. Conflittuali restano i rapporti con i nuovi insegnanti, ma il team ha la consapevolezza che è una situazione comprensibile e che avrà un’evoluzione lenta, ma progressiva se le linee pragmatiche saranno condivise e se vi sarà la consapevolezza che “non è compito dei docenti salvare tutto il mondo di un alunno, quanto accompagnarlo condividendo in una sorta di complicità sofferenza e delusioni, sforzi e successi”. Il Cooperative Learning con lui non ha ancora avuto successo, ma la metodologia aiuta i compagni a gestire a turno le criticità.

 

- Lucia è l’aiutante in primis di Laura, una segretaria tuttofare. È una bambina dislessica certificata dallo psicologo del servizio territoriale. Accede a tutte le misure compensative e solo a qualche indispensabile misura dispensativa del caso, previste dalle linee guida della normativa: cartelloni esplicativi, uso del computer per la videoscrittura e utilizzo della sintesi vocale per i testi scolastici e l’elaborazione dei contenuti, ottimizzazione dei tempi di lavoro. Tutto è gestito da Lucia con consapevolezza, ma anche con disponibilità a fare da tutor ad altri compagni che dislessici non sono, ma che hanno difficoltà di apprendimento latenti. In particolare, i cartelloni o le schede con le mappe di sintesi risultano assai utili ad Aziz e agli altri bambini con e senza BES, che se le scambiano con interesse.

Per questo Laura ha predisposto sulla linea del tempo-scuola il momento della revisione dopo ogni proposta attiva: nulla deve essere lasciato al caso e occorre che chi non ha capito qualcosa o ha da osservare lo possa fare con ordine e impari che sarà sempre ascoltato se osserva la regola di intervenire chiedendo all’insegnante e alla classe il permesso.

Non esclude che il rispetto della regola d’oro, trasversale a tutte le culture e religioni “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” abbia inciso non poco nelle abitudini acquisite dal gruppo.

Ha verificato che il tempo impiegato (per qualcuno è tempo perso) a incontrare questi ragazzi, i suoi alunni, ad ascoltarli e a sentirsi oggetto di cura e attenzione, ma anche di interventi autorevoli, è tempo che ha ritrovato poi nella pratica educativo-didattica. E che dire dell’aiuto indispensabile della psicopedagogista di istituto e delle figure sensibili per l’accompagnamento di alunni DSA e stranieri?

Anche oggi Laura aveva pensato che servirsi di queste opportunità, per nulla scontate, e aveva regalato momenti di alta umanità e professionalità.

Il ricordo di quell’inizio faticoso e felice l’aveva accompagnata durante l’anno scolastico e le era parso che fosse in armonia, anche in quella sera nebbiosa, a una rilettura de “Il Gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, uno dei suoi “manuali” preferiti in assoluto e si era ripetuta la citazione <<Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano>>

Pubblicato da Annamaria Gatti