da: ATTENTI AI BAMBINI
di annamaria gatti
editrice Effatà
febbraio 2015
Fra qualche giorno sarà la festa della mamma e alcune di loro saranno in
turno di lavoro. Non che ne facciano una malattia, ma è inevitabile pensino di
essere le grandi assenti: niente letterine, poesie rimandate a sera, regali e
ringraziamenti velocemente rintuzzati fra uno sbadiglio e l’altro. Mamma non
c’è. Anche se è la sua festa. Poi dicono ai loro bambini che avere un lavoro è una ricchezza. . E
questo già potrebbe lenire la pena. Ci sono però dei tempi e degli eventi che
andrebbero rispettati, come diritti dei bambini... e delle mamme.
Si è appena celebrata o si celebrerà anche
quest’anno la festa della mamma.
Talvolta con qualche lieve imbarazzo a causa delle note di agenzia che i
mass-media ci rimandano sulle vicende di madri sbagliate, sofferte e
sofferenti. Mai che si fermino sulle notizie di madri eroiche! O solo “normali”
nel loro coraggio quotidiano!
Poi si scopre anche la festa
della mamma che lavora, in cui alcune realtà lavorative hanno aperto i battenti
ai figli delle lavoratrici. Per un giorno. Per la festa della mamma che lavora.
“Vediamo… quale mestiere fa la tua mamma?” chiede la maestra a scuola.
Rispondono i bambini, solitamente con un po’ di emozione e di orgoglio:
“La mia lavora in fabbrica.”
“La mia mamma lavora al supermercato.”
“La mia fa la dottoressa.”
“La mia mamma non lavora. Fa la mamma e lavora in casa.”
Ecco, appunto. Tutte le madri lavorano. Ma come?
Quali sensazioni,
quali emozioni, abbracciano questo mondo trepido ed eterogeneo?
Madri rilassate,
perché in grado di gestire la fatica quotidiana con qualche aiuto adeguato e
intelligente.
Madri affaticate
dall’eterna corsa contro le ore che volano su quadranti inflessibili.
Madri realizzate
nella loro attività lavorativa extra-domestica, che permette loro di arricchire la famiglia anche di
esperienze e di valori.
Madri frustrate per
un lavoro tiranno che, soffocando la creatività e l’autostima, lascia quel
sapore acido di un tempo davvero rubato ad una famiglia.
Madri che possono e
decidono serenamente di non occuparsi fuori casa, perfettamente realizzate e
aperte alla società e ai suoi bisogni.
Madri che desiderano
poter contribuire alla gestione della famiglia,
ma sono impossibilitate a farlo perché non sono in grado di rendere
spendibile sul mercato la loro disponibilità.
Madri che guardano
con apprensione al distacco quotidiano dai figli e sperano che scorra il tempo
del lavoro per rassicurarli ed assorbire i disagi di un affido insoddisfacente.
Madri che, grate
della sensibilità di chi le sostituisce, al ritorno a casa, riprendono la
storia interrotta, riaprono la casetta dei segreti infantili e si tuffano
ancora nella piccola avventura quotidiana di rendere i figli protagonisti della
loro graduale, inesorabile crescita.
E poi… madri che
sono anche padri, nello stesso tempo, che curano l’immagine del padre che c’era
con attenzione affettuosa e così l’assimilano i figli, che poi le saranno grati
per quel rimandare una positiva figura di autorevolezza.
E ancora… Madri che sostengono tutta la realtà familiare con la costanza
e la tenacia degne dell’ ”Arte di amare”, spesso senza il supporto attivo della
figura maschile.
Madri a cui invece è
sconosciuto il coraggio di ricominciare ogni giorno, a lavorare su quel dono
della famiglia, così impegnativo, ma entusiasmante… Madri a cui nessuno ha
comunicato quel fascino, paragonato da Fromm a quello dell’apprendista liutaio,
che caparbiamente lavora al suo strumento, ricominciando da ogni sbaglio, con
la certezza di contribuire al perpetuarsi
della bellezza e della perfezione musicale.
Madri che accolgono
una nuova vita, come la terra accoglie la rugiada e se ne nutre, diventando
feconda.
Madri tradite che
invece, messe di fronte alla nuova esistenza, non riescono a scorgere il
bagliore dell’infinito ch’essa porta con sé, ma solo il buio della solitudine e
dell’amarezza che le sconvolge e le
deruba di quel sorriso e di quella carezza che poi mancherà loro per sempre.
Donne, queste
madri, alla ricerca di un luogo, di un tempo, per accompagnare, per sostenere,
per fantasticare, per crescere e per difendere l’uomo di domani, per renderlo
libero e capace di amore, libero e capace di coerenza e di dedizione.
Vogliamo
permettere a queste donne di lavorare proficuamente in questa società, senza dover barattare il
loro ruolo con il compito essenziale di essere
madri?
Tempi e
modalità di impiego lavorativo più consoni alla società, che al centro metta
l’uomo, potranno essere efficaci misure preventive del disagio infantile o
della devianza giovanile, accanto ad una solidarietà responsabile e sollecita
dei padri.
Mi pare di
cogliere, su questo tema, segnali di allarme sempre più diffusi, ma anche
sempre più ignorati…
…E intanto
questi figli crescono.
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