Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

sabato 29 giugno 2019

Tempo di voti per tutti: studenti e insegnanti


                                                                                                                            

Io amo la scuola  


Dal capitolo  "La Valutazione"  del libro 
IO AMO LA SCUOLA      Come insegnare e stare bene in classe
di Annamaria Gatti e Annamaria Giarolo   -  Ed. La Meridiana

Ogni capitolo presenta un argomento riferito alle criticità che si incontrano a scuola, che è proposto in 3 sezioni: 
A) Quale è il problema - descrizione della tematica
B) Un aiuto in più         - indicazioni di lavoro riassunte in tabelle
C) La narrazione esperienziale di una insegnante e del suo team di lavoro


                                      Immagine correlata

            C)      A SCUOLA CON LA MAESTRA LAURA


“Quel che può fa, quel che non può non fa” (Alberto Manzi)


La scuola è fatta per fare felici i ragazzi che la frequentano. Laura aveva questo chiodo fisso, che si scontrava puntualmente con tanti di quei limiti, che la figura di insegnante-Don Chisciotte non le sembrava poi così improbabile.
Però tale sogno l’aveva sempre appagata e consolata quando, nel suo piccolo percorso professionale, aveva esercitato la “valutazione” con la “docimologia dell’eccellenza”.

Non è dato sapere se avesse mutuato la misura più da Don Milani, da Montessori o da qualche altro “grande”, ma certo valutare un bambino sull’abilità “aver dato il meglio di se stesso ed essere arrivato a mete apprezzabili”, ed essere felice di questo, le aveva risolto molti quesiti e problemi di coscienza. Poi l’entusiasmo che aveva caratterizzato alcune posizioni poco conformiste, ma tanto salutari come la decisione (sanzionata) del maestro Alberto Manzi di rifiutarsi di valutare con voti, ma con 
QUEL CHE PUO’ FA, QUEL CHE NON PUO’ NON FA”, aveva fatto il resto.
La valutazione del raggiungimento di obiettivi formativi non era semplice, soprattutto per chi era cresciuto in una scuola competitiva e selezionatrice. Anche se le maestre con la penna rossa in mano erano da tempo superate, le risultava che penne rosse ne giravano ancora molte. Troppe.

-          Cos’è questa storia delle penne colorate per la correzione? - le aveva chiesto il maestro Sergio un giorno.
-          Semplice: chiedo a loro con che colore preferiscono che segnali gli errori che dovranno correggersi. Il rosso me lo chiedono in pochi, ma va molto l’arancione, il fucsia e le sfumature di verde… - aveva risposto Laura divertita.
Sergio, che voleva stupire, aveva aggiunto:  - Io continuerò con la mia fedele rossa! Credo che possano dare il massimo anche, anzi soprattutto, con questo segnale di allarme.

Lo sguardo arcigno e seccato di Sergio le confermava che le penne servivano solo ai maestri e lei invece avrebbe voluto che fosse arcobaleno anche la correzione.
In team la valutazione quadrimestrale era sempre stata un momento difficile, direi di più, controverso.
-    Il nostro ruolo è quello di determinare il livello raggiunto in capacità organizzative, impegno, in stabilizzazione dell’insegnamento. Per questo però dobbiamo uniformarci: numeri o lettere che siano, io il 10 o la A non la darò mai, men che meno nel primo quadrimestre, nella scheda di valutazione - aveva stabilito Sergio.

L’insegnante Anita non era dello stesso parere:  - Forse hai paura di dare voti alti? Temi che non mantengano il livello nel secondo quadrimestre?
-  No, non li do per partito preso, se si vuol dire così. A me nessuno ha mai dato 10, un 10 è troppo pericoloso. E poi chi ha una prestazione così pulita da meritarselo? Nessuno.

Laura aveva pensato che si poteva avviare un bel dibattito scanzonato: - Ai nostri tempi non esisteva una scala docimologica abitualmente così espansa, per cui il massimo era un otto, ok, oggi non è più così. Non credi che ci si potrebbe adeguare alle indicazioni senza troppi timori, o forse sarebbe meglio approfondire didatticamente e pedagogicamente il problema. Se tanti sono alla ricerca di chiarezza, e questo sarebbe molto interessante e salutare, potremmo di nuovo chiedere un aggiornamento o un auto aggiornamento sul tema.

Pietro era sempre più pensieroso. Poi era sbottato, con un lampo di stanchezza negli occhi: - Non male come idea, per esempio mi scontro ancora con il problema delle valutazioni per gli alunni con disabilità o con bisogni educativi speciali: la loro valutazione non può seguire le modalità del gruppo, ma attenersi agli obiettivi formativi ed educativi del PEI (Piano Educativo Individualizzato) o del PDP (Piano Didattico Personalizzato). Alcuni miei colleghi faticano a comprendere che non possono dare un giudizio uniformandosi ai criteri della classe, così fioccano 5 e 6,  ….dove invece io riscontro miglioramenti di performance significativi, che meriterebbero voti migliori!
-  Beh, se non raggiungono determinati standard di apprendimento…è giusto! - aveva obiettato Sergio.

-     Non dimenticare che questi tuoi (e nostri) allievi hanno un Piano Educativo Individualizzato o un Piano Didattico Personalizzato, che sono stati stesi collegialmente e approvati da specialisti e famiglie con  i loro obiettivi. Disattenderli o ritenerli insuperabili ci costringe a rivedere, con genitori e specialisti, i contenuti e le metodologie: serve cioè una revisione formale -  aveva ricordato Laura con un moto di impazienza di cui si era subito pentita. Ma non tanto in fondo!
-   Allora, -  aveva aggiunto Caterina, - lasciamoci guidare e aggiornare dall’insegnante di sostegno di questo team. Ricordiamoci le linee guida e la corretta valutazione, perché la scuola sia davvero fonte di crescita per tutti, momento di esercizio delle proprie capacità e superamento dei propri punti deboli. Fuori le idee!!!
Il brainstorming era iniziato e tutti avevano detto la loro:
-       Diamo allora questi voti, sì, spiegandoli ai ragazzi, motivando le nostre scelte, valorizzando le capacità messe in gioco e l’impegno, dove c’è stato.
-       Cerchiamo fra noi del team un’unitarietà di valutazione…
-        Troviamoci un’altra volta dopo aver rivisto personalmente i nostri giudizi in quest’ottica.
-        Io non rivedo nulla…  ma ci rifletterò su.
-     Perché non chiediamo ai genitori di venire a discutere dei voti con i ragazzi stessi, perché si responsabilizzino?  Ormai sono grandi e non si accontentano più di un giudizio generale.
-          Che esagerazione! Su questo non sono d’accordo! Troppa carne al fuoco, si dice…
-     A me non dispiace l’idea, l’autonomia si favorisce anche così! E noi abbiamo bisogno che diventino autonomi.
Laura aveva tirato le somme:
-    Possiamo condividere qualsiasi scelta riteniamo più adeguata. Manteniamo però sempre il nostro ruolo: essere di stimolo, aperti al dialogo, promuovere il ragazzo, anziché giudicarlo per quel che non è riuscito a fare. Poi ci mettiamo in discussione: se molti non sono arrivati alla meta, forse dobbiamo correggere il percorso scelto per raggiungerla dopo aver conosciuto meglio i ragazzi stessi.

Un primo “match” era stato chiarificatore, ma sul tappeto altri nodi avrebbero dovuto essere risolti.
Si erano poi lasciati davvero con il compito di valutare l’area didattica alla luce delle considerazioni di “eccellenza=successo=dare il meglio di sé=felicità” ed era troppo bello questo percorso per non condividerlo con i ragazzi e i loro genitori.

Laura quella sera aveva dovuto combattere ancora con un sonno inquieto, a cui aveva risposto quindi con una lettura avvincente: il quarantaquattresimo romanzo poliziesco di Simenon “Maigret ha un dubbio” che nella versione francese del 1954 però era intitolato “Maigret a scuola”. Ecco ora i conti tornavano: la scuola talvolta è un romanzo…poliziesco


Da "IO AMO LA SCUOLA COME INSEGNARE E STARE BENE IN CLASSE" 
                                        


pubblicato da Annamaria Gatti
foto da Atlantide

Nessun commento:

Posta un commento