Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che... rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

giovedì 22 dicembre 2016

Il presepe resta nel cuore. I bambini lo comprendono bene.




Scrivevo  così... e poi molte cose sono cambiate. Eppure l'emozione è rimasta intatta, come accade per tutte le cose vere della vita. E' San Giuseppe... che in questi giorni mi fa pensare... appena avrò approfondito questo pensiero vi racconterò.

"Un presepe simbolico quest'anno. 
Il  nipotino  di cinque anni mi fa notare che "... no, non è poi tanto bello, ci sono poche statuine e mancano tutti gli animali... e dove andrà Gesù a nascere senza grotta? e dove metteremo i Magi in cammino? e se non c'è il ruscello e il  laghetto con le papere come faranno a bere le pecore assetate? e come potrà un solo angelo annunciare e cantare  tutta la notte? e il castello e la stella cometa e...dov'è il tuo bel presepe degli altri anni?"
Tutto da rivedere, quindi! Sono felice di questa rivolta: vuol dire che questo presepe era una presenza importante! 

Mia madre quasi novantenne  ha portato dalla mia città una scatola rossa, con un'indicazione chiarissima: PRESEPE scritta con la calligrafia di tanti anni fa. Me l'ha consegnata.
L'ho aperta e facevano capolino, fra il finto muschio, l'asino e il bue. Con cautela ho rimosso alcune statuine e ne sono emersi   San Giuseppe e Maria, esattamente come me li ricordavo e come li disegnavo nei quaderni di scuola. Gesù Bambino nella mangiatoia e tutti i personaggi che incantavano il piccolo semplice mondo del presepe di casa mi guardano nostalgici e trepidi:  sembrano ancora così fragili! 

Che il ricordo dopo tanti anni fosse ancora vivo mi ha stupito e mi ha riportato alla devozione di allora, alla naturalezza dell'evento natalizio agli occhi bambini, alla riverenza per quella nascita divina, che stupisce il mondo ancora.
Natale nel presepe allora è sapore di rito familiare, di certezza, di bene, di autenticità.
Facciamo allora il presepe con questi nostri bambini!
Costruiamolo con loro, con i loro materiali, con la loro ingegnosità, la loro fantasia e la loro semplicità. Facciamo loro il dono della rappresentazione di un fatto reale, storico e divino, di un evento d'amore, che li accompagnerà per la vita con l'immediatezza dell'immagine e delle cose.
Avranno qualcosa di grande e di umile insieme da ricordare nei momenti bui e difficili, lieti e festosi: forse l'espressione di un pastore o la sorpresa del re Melchiorre, o la tenerezza di Maria o l'espressione  attonita del soldato con la spada sguainata, o il semplice sicuro sguardo di Giuseppe, uomo giusto".

Pubblicato da Annamaria
foto film Nativity

domenica 18 dicembre 2016

GESU' BAMBINO COME ME. Un racconto natalizio


da "IL NATALE DI ALBER NATALE"
di Annamaria Gatti
illustrazioni di Antonio Vincenti
edizioni EFFATA'

Albert è un bambino che, come tanti altri, vive nel sud del mondo, tra povertà e sfruttamento… ma anche in mezzo a rapporti umani ricchi di calore e di affetto.
Questa storia natalizia gli dà voce e spazio tra le mille luci colorate che, troppo spesso, rallegrano le nostre strade ma sono vuote di significato.
Un breve racconto per un Natale aperto al mondo… che diventa un biglietto d’auguri!

quasi il finale del libro...
COME GESU’
Padre Joe… tu abiti in una vera casa!” ho gridato, mentre mettevo la mia testa ricciolina dentro a ogni porta che dava sul corridoio centrale. Poi il nostro amico frate, che era appena entrato in una cucina, ha avvisato:
Albert, King… venite qui, qualcuno ha portato dei biscotti!”
Ma in quel momento non mi interessavano più i biscotti, nonostante la fame e la stanchezza. Mi ero ritrovato in una delle stanze, davanti ad un Presepe, ed ero rimasto a bocca aperta, silenzioso e immobile.
Padre Joe aveva lasciato King alle prese con i biscotti ed era dietro di me:
Albert!”
Al suo richiamo mi sono ripreso dallo stupore e ho notato:
Ci sono i pastori, gli angeli, le pecore, un bue e un asino e il Bambino… In una capanna…come la mia…”
Sì, Albert, Gesù è nato in una capanna come la tua.”
“… E avrà freddo questa notte, così, senza vestiti. Anche il mio fratellino appena nato ha freddo di notte e la mamma lo copre.”
Già, proprio come il tuo fratellino.”
E quella è la sua mamma, vero?” ho chiesto indicando la donna seduta accanto a Gesù.
Sì, si chiama Maria.”
Il suo papà non lo manderà con Keùssi sulla nave dei bambini venduti, vero?”
“… No, suo padre Giuseppe non lo manderà.”
E la sua mamma non piangerà e gli canterà la ninna nanna.”
Certo Albert, come faceva la tua mamma con te, quando eri piccolo.”
Proprio in quel momento qualcuno cantava.
Senti Padre Joe? Sembra proprio la ninna nanna che canta la mia mamma.”
Il mio amico non ha risposto, perché si era distratto guardando due persone che stavano sulla porta.
Albert, è proprio la tua mamma che sta cantando a Gesù la ninna nanna.”

In fondo alla stanza c’erano i miei genitori, proprio loro!

C’era la mia mamma e c’era il mio papà: erano venuti a prenderci!
Hanno fatto un viaggio faticoso. Sono partiti subito, quando hanno saputo che cosa vi era accaduto” spiegava Padre Joe, mentre con un salto ero fra le braccia della mamma.

venerdì 9 dicembre 2016

Una favola di grande bellezza di Giovannino Guareschi: Santa Lucia



FAVOLA DI SANTA LUCIA

di Giovannino Guareschi (1908-1968)

Cesarino si alzò e, prima ancora di lavarsi, prese il lapis blu e cancellò sul calendario un altro giorno. Ne rimanevano ancora tre che poi erano due in quanto il terzo era quello famoso. Mentre si lavava con l’acqua gelata, Cesarino d’improvviso ebbe un pensiero: “E la crusca?” Era una cosa importante. ma risultava anche logico che non ci avesse pensato perché fino all’anno prima, tutto si era svolto laggiù, al paese dove per trovare della crusca, bastava allungare una mano. Gli venne in mente il pane fatto in casa, e il profumo che usciva dal forno. Risentì il cigolio della gramola e pensò a sua madre. Uscì in fretta e passando dalla portineria, si fermò per consegnare la chiave alla portinaia: suo padre era andato via alle quattro perché, in quei giorni, c’era un sacco di lavoro per chi aveva un camion.
La strada era piena di gente che aveva una premura maledetta e la nebbia di quella fradicia mattina di dicembre era traditrice perché macchine e ciclisti saltavano fuori d’improvviso da ogni parte e bisognava stare attenti. Non poté pensare molto alla faccenda della crusca, ma quando fu a scuola, riprese a pensarci. Aveva dimenticato l’asino e adesso erano guai. Bisognava mettere sul davanzale, vicino alla scarpa, anche il sacchetto pieno di crusca per l’asino che portava le ceste dei regali. A non mettere la crusca, Santa Lucia si sarebbe offesa certamente.

Cesarino, quando alle dodici e mezzo lo lasciarono libero, corse subito alla panetteria e domandò un po’ di crusca. Ma di crusca non ne avevano. Ed era anche logico perché, in una città come Milano, a cosa potrebbe servire la crusca? Provò da un altro panettiere, poi da un terzo e, alla fine, perdette la speranza.
Arrivato a casa, trovò la chiave ancora in portineria: suo padre non era ancora arrivato e Cesarino mangiò da solo nella cucina fredda e in disordine. Il padre tornò la sera, ma non salì neppure in casa: lo chiamò dal cortile e assieme andarono alla trattoria dell’angolo.
La minestra calda diede a Cesarino tanta gioia da fargli dimenticare tutte le sue preoccupazioni ma, quando ebbe finito di mangiare, le preoccupazioni ritornarono a galla. Cesarino aveva una soggezione tremenda di suo padre che era un uomo cupo e di poche parole, quindi fece una fatica matta a entrare in argomento. Alla fine gli disse: — Ci vorrebbe un po’ di crusca. —

Uscito da scuola Cesarino abbandonò le sue ricerche. Aveva perso un sacco di tempo e si trovava a mani vuote, senza neppure la crusca per l’asino. Pensò allora che se, invece di crusca, avesse riempito un sacchetto di crostini di pane, la cosa avrebbe funzionato ugualmente. Col pane vecchio trovato in casa, riuscì a combinare poco o niente. Aggiunse mezzo il suo della colazione di mezzogiorno e, siccome il pane era fresco e molliccio, lo tagliò a pezzetti e lo fece abbrustolire sul gas.
La sera, il padre rincasò tardi: aveva portato un fagottino di roba e mangiarono in cucina, senza parlare.Prima di addormentarsi, Cesarino ci mise parecchio tempo. Comunque il fatto del sacchettino pieno di crostini gli dava una relativa tranquillità.
Alle sei, quando suo padre se ne fu andato, Cesarino saltò giù dal letto. Ormai non c’era più niente da cancellare sul calendario e gli parve che la notte dovesse arrivare fra pochi minuti anche se si trattava di parecchie ore. Alle sette e mezzo uscì di casa e incominciò a camminare in fretta e camminò fino a quando non si trovò fuori dalla città, al margine di una grande strada piena di autocarri che andavano e venivano.
Gli era venuta una fame tremenda e non poté resistere: mangiò due o tre crostini dell’asino:
"Capirà...", pensò.
Riprese il cammino e continuò a camminare altre due ore. Poi il cuore gli diede un tuffo perché, fermo a far nafta a un distributore, vide un camion che portava sulla targa due lettere che Cesarino conosceva bene. E il muso del camion era rivolto anche per il verso giusto. Quando il camionista fu risalito e stava per chiudere la portiera, Cesarino si fece avanti. Il camionista lo lasciò salire e, due ore e mezzo dopo lo scaricò al Crocile. Qui bisognava prendere la strada della Bassa, altri trenta chilometri, ma Cesarino doveva arrivare. Prese a camminare ma, fatto un chilometro, dovette mangiare altri due crostini dell’asino. Quando Dio volle, passò un carro trascinato da un trattore e Cesarino saltò su. Il tran-tran del carro gli faceva venire un sonno maledetto; ma Cesarino resistette e non mollò: conosceva la strada, adesso e, al bivio del Pontaccio, saltò giù perché il carro aveva preso la strada di destra mentre a Cesarino serviva la strada di sinistra. A un certo punto, il ragazzino lasciò la strada e prese una carrareccia: il buio incominciava a diventare spesso, ma Cesarino ci sarebbe arrivato a occhi chiusi nel posto dove aveva in mente di andare. E così, si trovò ad un tratto davanti ad una casa buia e silenziosa e, più che vederla, l’indovinò.
Era la vecchia casa dove, fino a sei mesi prima, Cesarino aveva abitato coi suoi. Suo padre aveva sempre sognato di abbandonare il paese e così, mortagli la donna, aveva caricato un po’ di roba e il ragazzino sul camion, ed era andato a Milano dove aveva già dei parenti che lavoravano nei trasporti.
E la casa era rimasta lì, deserta e abbandonata.
Cesarino cavò di tasca la grossa chiave e, dopo aver lavorato un bel pezzo perché la serratura era piena di ruggine, si trovò nell’andito basso e buio.
Infilò la porta della cucina. Sentì l’odore del camino. Passò la mano sull’asse del camino, trovò un mozzicone di candela e un mazzetto di fiammiferi.
Quel po’ di luce gli fece sembrare ancora più deserta e abbandonata la vecchia casa ed ebbe paura. Poi pensò a Santa Lucia e gli venne l’idea che di sicuro, da qualche parte ci doveva essere della crusca.
Se trovava un po’ di crusca, avrebbe potuto mangiare i crostini del sacchetto. Ma la credenza era vuota e, anche negli altri posti, non c’erano che polvere e ragnatele.
Mangiò ancora un po’ di crostini dell’asino. Poi sentì suonare al campanile una quantità enorme di ore e gli venne l’orgasmo.
Per l’amor di Dio che Santa Lucia non lo trovasse sveglio! Si tolse la scarpa destra, la ripulì e, aperte le ante della finestra di cucina, la mise sul davanzale, come aveva sempre fatto e vicino depose il sacchetto dei crostini. Poi chiuse le imposte a vetri e salì su nella sua stanza, camminando con una scarpa sì e una no. I vecchi letti tarlati c’erano ancora, ma senza materassi. Nella camera della nonna il letto aveva il pagliericcio e Cesarino si buttò lì sopra. Non avrebbe voluto spegnere la candela, ma l’idea che la luce disturbasse Santa Lucia lo convinse a rimanere al buio. Non fece neppure a tempo ad aver paura perché la stanchezza lo sprofondò a capofitto nel sonno.
* * *
All’una di notte una motocicletta si fermò nella strada, davanti alla casa solitaria.
Scese un uomo intabarrato che traversò l’aia e, arrivato davanti alla porta, accese una torcia elettrica. Il cerchio di luce vagò sulla facciata e si fermò sulla finestra con gli antoni spalancati e con la scarpa e il sacchetto sul davanzale. L’uomo intabarrato rimase lì un bel pezzo a guardare quella scarpa. Poi ritornò sulla strada e, messa da parte la motocicletta, si incamminò verso il paese addormentato. Fu quella la notte che a Cibelli rimase impressa come la più strampalata della sua placida vita di bottegaio. Cibelli fu svegliato infatti all’una e mezzo da qualcuno che stava sulla strada e, affacciatosi, riconobbe chi lo chiamava e scese domandandosi che accidente volesse a quell’ora. E quando ebbe saputo quello che voleva esclamò:
— Carletto. l’aria di Milano ti ha fatto diventare matto?
* * *
Cesarino si svegliò di soprassalto alle nove del mattino e subito si cavà fuori dal pagliericcio dentro il quale s’era avvoltolato e corse giù in cucina a spalancare la finestra.
La scarpa era zeppa di fagottini e altri fagottini erano sul davanzale, vicino alla scarpa.
Cesarino portò tutto sulla tavola e già si apprestava a sciogliere le funicelle dei pacchetti, quando sentì arrivare nell’aia una motocicletta. Poco dopo, compariva sulla porta della cucina suo padre.
— Tutta la notte che ti cerco! — gridò l’uomo cavandosi fuori dal tabarro. — Da Milano in moto son venuto qui!
Cesarino lo guardò a bocca aperta.
— Quando siamo a casa regoliamo i conti, — urlò con voce tremenda il padre. — E se fai ancora una cosa così, ti ammazzo!
Cesarino scosse il capo:
— Non lo faccio più, — balbettò. — Ormai Santa Lucia lo sa che sono a Milano... Le ho messo un bigliettino dentro la scarpa, e il bigliettino lo ha preso...
Era una bella giornata di dicembre con un sole limpido e splendente: il padre, con un urlaccio uscì dalla cucina e tornò portando una gran bracciata di legna che buttò sul fuoco.
La fiamma divampò nel camino:
Scàldati. assassino! — urlò l’uomo agguantando Cesarino per una spalla e ficcandolo su una sedia, davanti al fuoco.
Poi uscì e tornò con due scodelle di latte bollente e una micca di pane fresco.
Mangia! — gridò l’uomo mettendogli fra le mani pane e scodella. — E lascia stare quelle stupidaggini! E rimettiti la scarpa!
Cesarino era in una confusione spaventosa per via del pane, del latte, dei fagottini aperti. di quelli ancora da aprire. E poi la fiamma gli imbambolava gli occhi. Intanto il padre mangiava cupo e accigliato a occhi bassi.
Poi non poté più resistere e si volse un momentino, e lei era lì, dietro di lui, e gli sussurrava:
— Da che ci siamo conosciuti questo è il primo regalo che mi fai. Carletto. Ma è un gran regalo... Non me lo guastare, Carletto, il mio ragazzo. Lascialo così...
Il padre ebbe un ruggito e, piantati due occhi feroci in faccia a Cesarino, urlò:
— E così, per colpa tua, io ho perso una giornata!
Invece non l’aveva persa per niente. E lo sapeva. ma non voleva confessarselo.

pubblicato da Annamaria Gatti