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Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
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giovedì 3 settembre 2026

Disabilità e condivisione per salvarsi

Una bimba, la sua mamma e il suo papà. Ci interroghiamo dolorosamente e questo lucido articolo di Chiara Andreola ci aiuta a guardare al di là. Per chiedere ciò che fa la differenza.

Famiglia morta a Roma, la disabilità e il peso della solitudine

di Chiara Andreola

3 Settembre 2026 - Fonte: Città Nuova



Il caso della famiglia romana che si sarebbe suicidata a Pietralata riaccende l’attenzione sulle difficoltà vissute da chi assiste un figlio con disabilità. Tra servizi sociali, sostegni alle famiglie e ricerca di nuove terapie, il bisogno di non essere lasciati da soli




Ha suscitato grande commozione in questi giorni la notizia della famiglia romana in cui si è consumato un tragico omicidio-suicidio, attribuito alle difficoltà dei due genitori di prendersi cura della figlia disabile di 5 anni. La coppia avrebbe quindi deciso di farla finita, rivolgendo la pistola legalmente detenuta prima contro la figlia e poi contro sé stessi. La dinamica, in sé e per sé, non è cosa nuova; nella misura in cui non è purtroppo la prima volta che un caregiver prende una decisione di questo tipo, né in Italia né all’estero – alcuni anni fa aveva travalicato i confini nazionali la notizia di una coppia australiana con un figlio autistico in cui si era svolto sostanzialmente lo stesso copione.

Le domande che sorgono sono tante. La prima è, naturalmente, relativa al fatto che le famiglie che si trovano a prendersi cura di un membro con disabilità si possono trovare a volte ad essere lasciate di fatto sole, nonostante la presenza dei servizi sociali, e finanche di una rete familiare e di amici. Le testimonianze uscite sui giornali in merito a questo caso specifico parlano di una famiglia nota ai servizi sociali e da loro seguita (anche con sostegni economici), e ricca di rapporti sociali; ma questo, evidentemente, non è bastato ad evitare il peggio. Forse, ancor più che chiedersi che cosa si sarebbe potuto fare “di più” − servizi sociali, amici e familiari potrebbero legittimamente dire di aver fatto tutto quello che potevano – forse può essere utile chiedersi se si sarebbe potuto fare qualcosa di “diverso”.

Le esigenze delle famiglie, infatti, possono essere estremamente diversificate: c’è chi ha bisogno di essere aiutato ad accettare la diagnosi del figlio, chi di prendersi molto banalmente qualche giorno di pausa dal lavoro di caregiver, chi di aiuti economici, chi di maggiore flessibilità sul lavoro, chi di aiuto nell’accedere a un’abitazione adeguata, chi di sostegno logistico nei viaggi da e per centri specializzati, chi di una guida nel destreggiarsi nella burocrazia o nelle tante informazioni mediche, e la lista potrebbe continuare a lungo. Non possiamo certo avere la presunzione di sapere che cosa sia passato nella testa della madre e di quel padre, o se qualcuno avrebbe potuto fare qualcosa per evitarlo; però porci la domanda su ciò di cui abbia effettivamente bisogno chi attorno a noi si prende cura di una disabilità è legittimo e doveroso.

Aggiungiamoci poi un aspetto legislativo: come ha ricordato il 29 agosto in un’intervista al Corriere della Sera Roberto Speziale, presidente di Anffas e membro del Comitato esecutivo di Alleanza contro la povertà, è tuttora fermo in Commissione Affari Sociali alla Camera il ddl Locatelli sui caregiver, solo l’ultimo dei tanti tentativi di dare forma organica all’assistenza sia economica che logistica e di welfare ai caregiver. Secondo i dati portati da Anffas e Alleanza contro la povertà, infatti, i 12 milioni di caregiver e i 13 milioni di persone con disabilità presenti in Italia sono per il 28% a rischio di povertà ed esclusione sociale, contro un già elevato 23% della popolazione generale, e per il 38% si trovano in condizioni di bassa intensità lavorativa contro il 9% del dato nazionale. Il nodo è, come presumibile, la copertura economica, che Speziale contrappone alle spese crescenti per il riarmo. Anche una legge di questo tipo, insomma, potrebbe fare la differenza, rendendo più semplice “farcela” per chi si prende cura di un familiare con disabilità.

C’è poi un altro aspetto, che ha in questi giorni ricevuto meno attenzioni. Secondo quanto uscito sulla stampa, la famiglia si era recata più volte in Messico per una terapia sperimentale con il cytotron, un dispositivo messo a punto da un medico indiano basato sulla tecnologia – citiamo – a “risonanza magnetica quantistica a campo rotazionale”, che però non ha mai ottenuto approvazione in Italia, né validazione scientifica ufficiale. La sua reale efficacia è tuttora oggetto di controversia. Tra le difficoltà che, si dice, la famiglia stava affrontando, c’erano anche gli ingenti costi (centinaia di migliaia di euro per la terapia, più le trasferte) da sostenere per questo, nella speranza che le sedute potessero sortire qualche effetto positivo. Naturalmente non sta a noi dire se questo corrisponda al vero, né se questa terapia avrebbe potuto effettivamente essere utile alla bambina; però è uno spunto utile per far notare che qui si innesta una questione amplissima, che va ben oltre il caso di specie.


Di terapie sperimentali ne esistono a bizzeffe, da quelle portate avanti in centri di ricerca d’eccellenza a quelle più improbabili; e il rischio contro cui tante associazioni di malati e di familiari mettono in guardia è quello di incappare letteralmente in qualche truffa, dando fondo ai propri risparmi o alle tanto in voga raccolte fondi su piattaforme online, per poi trovarsi nella migliore delle ipotesi con nulla in mano, o nella peggiore con la salute ancor più compromessa da trattamenti rivelatisi dannosi o dal non aver seguito terapie invece approvate – in cerca di qualcosa di meglio che però tale non si è rivelato.


Come ha ricordato ad esempio Francesca Fedeli, presidente della fondazione FightTheStroke, in un’intervista alla divulgatrice Beatrice Mautino, esiste un vero e proprio “mercato” di terapie sperimentali più o meno curiose all’estero, e a volte è pure possibile vedersele rimborsare (in tutto o in parte) dal servizio sanitario nazionale (e quindi a spese dei contribuenti) con una prescrizione per cure all’estero. Di qui l’invito a muoversi sempre con cautela, e a farsi aiutare da professionisti competenti nel discernere che cosa c’è di buono e che cosa no, affinché non ci sia chi approfitta del legittimo desiderio di non lasciare nulla di intentato.

Pubblica Annamaria Gatti 

lunedì 31 agosto 2026

Attenzione un articolo da condividere: è urgente una scuola più analogica e meno digitale

 



Articolo interessante e denso di Alberto Pellai che propongo volentieri sulla responsabilità di conoscere i danni che il digitale ha fatto e sta facendo ai nostri figli e figlie. E la scuola si deve interrogare.

IL “FALSO MITO” DELL’APPRENDIMENTO DIGITALE: 

PERCHE’ DOBBIAMO PRETENDERE PIU’ SCUOLA ANALOGICA 

E MENO SCUOLA DIGITALE

In questi fine settimana estivi, condivido con voi lunghi articoli di approfondimento sulla questione digitale. Questo articolo su cui io ho lavorato per molte ore, a voi richiede almeno dieci minuti di lettura, è ricco di informazioni necessarie per chi ha figli che vanno a scuola e serve a sviluppare un pensiero critico che aiuti a comprendere come mai i nostri figli oggi hanno competenze cognitive molto più limitate rispetto alle generazioni passate. Quindi leggete questo articolo se davvero avete un tempo utile per farlo e pensate che questo tema sia importante per la crescita di vostro figlio o figlia.

In questi anni, sempre più adulti si sono resi conto di quanto l’ingresso precoce nel digitale abbia danneggiato in modo evidente la salute mentale e fisica dei minori. Inoltre, tutte le ricerche hanno evidenziato un calo drastico della soglia di attenzione nelle nuove generazioni ridotta ad una manciata di secondi, cosa che rende sempre più difficile coinvolgere chi cresce, in attività impegnative sul fronte dell’ingaggio cognitivo. Una delle ragioni principali di tale fenomeno è rappresentata dalla frequenza del mondo online con le sue caratteristiche di iperstimolazione e distrazione costante favorite dallo scrolling infinito, dalla frammentazione della visione imposta dal succedersi di video brevissimi presenti sulle piattaforme social.

Nonostante queste evidenze, la scuola vive una situazione paradossale: da una parte i docenti si trovano di fronte a studenti che hanno problemi sempre più evidenti a seguire una lezione e a rimanere concentrati sulle richieste di apprendimento che vengono loro fatte. Dall’altra, ai docenti viene proposto di aumentare sempre più l’ingaggio digitale all’interno delle loro lezioni. La spiegazione che sta alla base di questa richiesta è sempre la stessa: “gli studenti oggi non sono più in grado di fruire della lezione analogica, la loro mente oggi funziona in modo totalmente diverso rispetto al passato”.

Si dimentica in questa narrazione che la mente oggi funziona in modo diverso rispetto al passato, perché è stata danneggiata proprio da quegli stessi strumenti e ingaggi che oggi vengono proposti come rimedio alla difficoltà di apprendimento evidenziata, tra l’altro, dal crollo pandemico e globale degli indicatori oggettivi rivelati da ricerche standard come i dati PISA. Insomma il paradosso è rappresentato da questo fatto: si propone come rimedio al danno oggettivo lo stesso fattore di rischio che quel danno ha provocato.

Provo a riformulare l’intera questione in altro modo e lo faccio perché tra poco ricomincia un nuovo anno scolastico e noi abbiamo bisogno di nuovi paradigmi rispetto a quelli oggi vigenti e fortemente imposti al sistema scolastico da logiche di mercato, a loro volta derivanti dall’enorme potere che le Big Tech hanno sui sistemi politici e decisionali. Se in classe gli studenti hanno gravi problemi di attenzione (ma anche di memorizzazione e comprensione del testo, così come di molte altre competenze cognitive) è perché il loro potenziale cognitivo è stata fortemente compromesso da un’abitudine costante a permanere nel mondo digitale che è interamente basato sull’iperstimolazione del cervello emotivo, con scarsissimo ingaggio e potenziamento dei funzionamenti cognitivi.

Il cervello in età evolutiva sviluppa le sue competenze cognitive molto più attraverso un approccio analogico basato sulla lentezza, condizione che facilita l’apprendimento profondo e complesso, favorendo il cablaggio di reti neuronali che devono essere sviluppate nel tempo della crescita. 

Se ciò non avviene in età evolutiva, il rischio è che tale perdita si cronicizzi nel medio e lungo termine. L’età evolutiva è un tempo che richiede al cervello di strutturare le reti neuronali che rimarranno con noi per tutta la vita. Affinchè ciò avvenga, il soggetto deve allenarsi ripetutamente e a lungo in attività che rinforzano la funzione di cui deve essere abile. Vale per il cervello la stessa regola che vale per il nostro apparato muscolare: se alleni un muscolo, sottoponendolo ad esercizi costanti che lo rinforzano, quel muscolo ti renderà capace di affrontare le richieste basate sul suo ingaggio attivo. Se quel muscolo non l’hai allenato, qualsiasi richiesta che si basa sul suo ingaggio attivo, lo troverà debole e incapace di assolverla. Traducendo questo ragionamento in ambito scolastico, noi – in questo momento – abbiamo studenti che apprendono poco perché hanno allenato troppo il cervello nella palestra sbagliata: ovvero nel mondo virtuale.

Oggi serve invertire la rotta: serve riportarli nel mondo analogico. Come alla scuola primaria ci sono bambini che dopo pochi minuti smettono di colorare perché i muscoli delle loro dita (non abituati alla motricità fine, ma solo allo scrolling) si stancano velocemente a tenere stretto un pastello tra pollice e indice, così alla scuola secondaria i docenti si rendono conto che dopo cinque minuti di lezione alcuni studenti hanno già perso l’attenzione necessaria a stare nel flusso della spiegazione. Viene costantemente ribadito dai fautori dell’apprendimento digitale, che la lezione “vecchio stampo” è noiosa e inadeguata per gli studenti di oggi, perché il loro cervello oggi funziona in modo diverso. Ma è proprio quel “modo diverso di funzionare” che va corretto e rimesso nelle condizioni adatte a sviluppare le competenze di cui oggi i nostri figli e figlie sono così carenti.

Chi ha compreso bene questa lezione, oggi sta facendo marcia indietro. Prima fra tutte la Svezia, che dopo aver aderito al tecno-entusiasmo scolastico e favorito in ogni modo l’apprendimento digitale, oggi ha promosso nuovi metodi didattici, che in realtà sono i “vecchi metodi” che erano stati abbandonati per promuovere l’ingresso degli schermi a scuola.

Oggi a scuola serve un metodo lento e analogico che aiuti cervelli troppo stimolati e poco attenti ad abituarsi all’esatto contrario: ovvero a lavorare con una ridotta stimolazione, dedicandole un’attenzione profonda così da apprendere ciò che in queste esperienze l’educatore mette al centro del proprio progetto formativo.

E’ interessante parlare con docenti che abituano la propria classe all’esperienza della lettura ad alta voce di un libro. Tutti dicono che all’inizio è faticoso tenere gli studenti in una condizione di ascolto attivo e partecipante. Partono con sessioni brevi e poi progressivamente aumentano il tempo di ascolto. Con il giusto libro, dopo alcune sessioni, conquistano la capacità della classe di stare in ascolto per un tempo molto significativo. Ecco, questo è un esempio di come si allena l’attenzione protratta: non servono stimoli digitali, serve una relazione, una stimolazione coinvolgente (il libro da leggere deve essere naturalmente adatto all’età degli studenti e in grado di attirarne l’interesse) e la volontà dell’adulto di allenare qualcosa che tutti oggi ritengono difficilmente recuperabile. Invece, la neuroplasticità del cervello in età evolutiva rappresenta un’enorme risorsa: perché in età evolutiva noi possiamo molto facilmente permettere ad un cervello poco allenato all’attenzione e ad altri funzionamenti cognitivi di riconquistare le abilità su cui è stato reso fragile, spesso a causa dell’eccesso di offerta di schermi digitali.

Ho scritto questo lungo articolo, sperando che lo diffondiate il più possibile con genitori, educatori e docenti. In previsione dell’inizio dell’anno scolastico, noi dobbiamo pretendere dalle scuole frequentate dai nostri figli che gli schermi digitali abbiano uno spazio e un tempo davvero marginali e che i docenti si impegnino il più possibile a riallenare gli studenti, attraverso metodi analogici, a ridiventare capaci di scrivere con carta e penna, di disegnare con pennarelli e pastelli, di pensare con la loro intelligenza naturale. non con quella artificiale.

Dico questo perché non voglio il digitale nelle loro vite e nelle loro scuole? No, dico questo perché voglio che quando il digitale entrerà nelle loro vite, i loro cervelli siano pronti a renderlo strumento del loro funzionamento reso abile e competente da validi processi di apprendimento. Perché se ciò non avviene, ciò che accadrà è che i cervelli dei nostri figli saranno gli strumenti che il mondo digitale userà per rendere le loro vite strumento del suo profitto, come – del resto – sta già avvenendo da troppo tempo.

Se credete che questo articolo contenga contenuti degni di essere diffusi, 

condividetelo con altri genitori e docenti, 

attivatevi per lanciare un Patto Digitale di Comunità nella vostra scuola, 

verificate con i docenti dei vostri figli che non richiedano l’uso di strumenti digitali per l’attività di studio, soprattutto quella fa svolgere a casa in autonomia.

Come al solito affrontando questi temi, avrò molti detrattori, quindi se volete e potete vi invito a commentare confermando eventualmente questa visione e questo approccio al problema. Buon fine settimana


pubblica Annamaria Gatti

foto focus.it

domenica 30 agosto 2026

Come farò a portare questa classe alla maturità?

 


Insegnare giorno per giorno, senza timori né ansie

di Maria Concetta Pellizzeri

26 Agosto 2026 - Fonte: Città Nuova

La testimonianza di un’insegnante che racconta il percorso di una classe verso la maturità, tra difficoltà, cambiamenti, solidarietà e inattese soddisfazioni

Insegno da tanti anni. Prima ai “piccoli”, poi ai “grandi”. Negli anni si insegna, ma soprattutto si impara. Un mestiere, questo, in cui la routine è fatta di novità e scoperte continue. Settembre, il nostro “capodanno”, porta speranze, attese, progetti, preoccupazioni, curiosità. Lo scorso settembre una preoccupazione particolare e molto “professionale”: come faccio a portare la classe alla maturità?

La fine del precedente anno scolastico era stata caratterizzata da una particolare rilassatezza: anche la richiesta del minimo impegno li vedeva assolutamente indifferenti ed educatamente oppositivi. L’estate era stata molto faticosa per importanti questioni familiari e quindi cominciavo l’anno scolastico già molto stanca. Come farò? Come accade in queste occasioni la sola cosa possibile da fare è vivere giorno per giorno e, con questo atteggiamento, ho cominciato l’anno con la quinta del 2025/26. Questo modo di pormi probabilmente ha alleggerito timori e ansie portandomi in classe senza pretese e aspettative e forse con una diversa disponibilità ad accogliere quanto gli alunni avrebbero dato.

Ma anche in classe qualcosa era cambiato: erano le stesse persone che avevo salutato a giugno ma quasi subito, dal primo incontro, ho percepito qualcosa di diverso. 

Non sentivo indifferenza e oppositività ma attenzione che si è presto declinata in interesse, partecipazione attiva alle proposte… curiosità e voglia di imparare. E anche tra loro non si percepivano più contrasti e rivalità che avevano lasciato il posto a una sincera e fattiva solidarietà; permanevano gruppi e amicizie, ma non erano più ostacoli bensì reali punti di forza.

Ci siamo messi in gioco ed è emerso un clima caldo, necessario affinché ognuno di noi esprimesse il meglio di sé. Andare nella loro classe era piacevole, le lezioni erano momenti di un cammino verso un obiettivo comune, stimolanti perché sentivo la responsabilità di accompagnare questo percorso con una professionalità più responsabile ed efficace. 

Un giorno, mentre erano impegnati e concentrati a svolgere un lavoro, mi è venuto spontaneo dirgli: «Non lo avrei mai immaginato ma mi mancherete!». In tanti anni non mi era mai successo di avere nostalgia per un’intera classe, classe che ha saputo ribaltare i miei timori iniziali e risvegliare la passione per l’insegnamento.

Esperienza importante la partecipazione al gruppo di volontariato che era nato a scuola: presenza costante, partecipazione attiva, disponibilità e la scoperta che il poco di tanti diventa tanto per chi ha bisogno. 

Poi l’esame di maturità… momento importante che ha visto successi e delusioni, ma che non ha il potere di togliere nulla al cammino di crescita di ciascuno di quell’anno. 

Quando salutiamo una classe confidiamo sempre che uno dei tanti semi gettati nel tempo trascorso con loro produca frutto. A volte vediamo i germogli, altre no. Questi alunni, che hanno saputo farmi ricredere, hanno saputo essere un buon terreno di semina.

Pubblica Annamaria Gatti

foto di A.G.

domenica 23 agosto 2026

Papa Leone ai giovani del Meeting e non solo

 


                       

L'AMOR CHE MOVE IL SOLE E L'ALTRE STELLE

Questo il titolo del Meeting 2026, evento culturale internazionale e lungimirante dal 1980. Papa Leone XIV.

"... Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. 

L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. 

Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!

... Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! 

Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.

.... 

Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. 

Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?»."

https://www.meetingrimini.org/papa-leone-xiv-meeting-rimini-discorso-integrale/

Pubblica Annamaria Gatti

foto: Parco Nazionale Gran Paradiso

sabato 22 agosto 2026

Una favola di Paolina per l'inizio della scuola: la scuola è come un grande albero


Una favola per scoprire cosa è la scuola? Eccola, sempre simpatica l'orsetta Paolina che dal periodico Città Nuova nel 2022 ha accompagnato per alcuni mesi i bambini a scoprire le cose importanti della vita: superare la paura, collaborare, aiutarsi, abbracciarsi, perdonarsi, donare, sorridere e pensare.

favola di Annamaria Gatti 

                                


illustrazione di Eleonora Moretti

fonte:  Città Nuova settembre 2022 

PAOLINA VA A SCUOLA

Questo è l’ultimo dei nove appuntamenti con Paolina, che ringrazia per averla seguita in tutti questi mesi e aver percorso con lei un cammino di conoscenza e di tenerezza, di fiducia e di speranza.

L’estate stava finendo, ma tutto era ancora di un bel verde brillante. Lo stagno assopito, dormicchiava cullato dalle ninfee e dai fior di loto e dai richiami di Paolina e Sandro, che si rincorrevano fra gli alberi.

“Andremo a scuola fra poco

aveva pensato a voce alta Paolina,  fermandosi di colpo.

E tu sei preoccupata? Io sì. Non so come sia …la scuola”

aveva aggiunto Sandro, fermandosi sotto una quercia maestosa. Tutti e due si erano sdraiati col naso all’insù. Da lì sotto era bello scrutare il cielo azzurro fra le foglie ricamate e le ghiande mature.

“La scuola è come un albero, dice la mamma, ma non so perché,

 comunque gli alberi mi piacciono tanto”

aveva spiegato Paolina.

“Sarebbe bello arrampicarsi e provare come siamo diventati agili

 aveva ammesso l’amico.

Hai ragione. Anche andando a scuola forse si diventa agili. Si impara e si diventa capaci. Chissà cosa si vede se ci si arrampica lassù.”

Detto fatto i due orsetti erano già a metà fusto e si raccontavano tutto quel che riuscivano a scorgere: i prati, i loro abitanti, le alture, le rocce insidiose e altri alberi imponenti. E poi più su, su… le nuvole candide ammassate sull’azzurro, in cumuli maestosi. Ma si sa che gli orsi non hanno una buona vista e bisogna allora impegnarsi di più.

“Se ci fosse la mamma qui a spiegarmi quel che vedo”

aveva sussurrato Paolina pensierosa, mentre Sandro poteva rivelare la sua scoperta.

“Ecco a cosa serve un maestro!

Ti racconta quello che conosce e poi insieme facciamo altre scoperte.”

 Gli piaceva che ci fosse un maestro ad aspettarlo, anche se nella scuola non avrebbe incontrato i fringuelli e i passeri che gli facevano festa  in quel momento tra i rami. Ma avrebbe trovato tanti altri cuccioli che si sarebbero arrampicati con lui.

Allora la scuola è davvero come un albero:

ti fa conoscere quello che non vedi se resti a terra.”

Ora Paolina ha capito che sarà contenta se potrà continuare ad imparare come vanno le cose nella vita osservando, conoscendo, fidandosi di chi le vuole bene e senza avere mai paura.

E’ così che si diventa grandi.

 BUONA SCUOLA  A TUTTI!

gatti54@yahoo.it

domenica 16 agosto 2026

Per l'inizio di una scuola felice e dintorni

 

Ok, sei un o un' insegnante?

Hai l'ansia dell'inizio? Comprensibile, ma superabile. Ti piacerebbe fare il punto sulle carte vincenti da giocarsi? Pochi punti ma fermi e collaudati, magari a confermare la tua esperienza o acquisire nuove abilità?

Prolificano iniziative di supporto e formazione per sistemare la fatidica e simpatica "cassetta degli attrezzi" per chi teme di partire in ...automatico. 

Ne segnalo due, del prof. Novara del CPP, on line: Il giudizio non serve- 31 agosto,  e del prof. Stella -SOS Dislessia Nessuno è somaro. 10 azioni per non lasciare indietro nessuno -  a Roma 9 settembre).  (confesso il titolo mi inquieta un po')

Concordo con il professor Stella  che si chiede quale scuola porti una sensazione di felicità, per chi ci lavora e per chi la frequenta: e felici di starci dovrebbero essere tutti, insegnanti, scolari e studenti, ma anche, aggiungerei, genitori.

... E con il pedagogista Novara che parteggia per un inizio permeato di empatia, calore (ricordiamo l'effetto warm cognition ben illustrato dalla professoressa Lucangeli!!!), comprensione, valorizzazione e di un' intelligente strategia di conoscenza dei bambini o dei ragazzi, farà star bene tutti, anche i docenti. 

Giorni scanditi da prove, valutazioni di entrata, umiliazioni, ecco daranno il metro della qualità di quella scuola. In cui forse l'errore non sarà una opportunità per rirpovarsi e sperimentare il successo e il superamento di una difficoltà, ma un marchio indelebile, dove il primo a star male pesantemente per altri nove mesi sarà anche  il docente.

Posso ricordare poi che spesso momenti riusciti per iniziare un anno scolastico sono le uscite, i viaggi organizzati ad inizio d'anno, momenti organizzati dai ragazzi e ragazze, che permettono di conoscersi meglio, entrare in relazione, osservare da vicino e consapevolmente le dinamiche, creare ambiente relazionale e solidarietà e com-passione. 

E solitamente creare buone alleanze con i docenti. Certo occorrono impegno, collaborazione e idealità. 

Con entusiasmo.  

Pubblica Annamaria Gatti

foto: M.G.

sabato 15 agosto 2026

La deplorevole pubblicità Apple Iphone - bambino è stata rimossa. E adesso? si chiede lo psicologo Pellai...

 

Lo psicologo Pellai con grande sollecitudine pubblica la notizia in un lungo, ma utilissimo approfondimento su Facebook. 

Lo ringrazio e condivido il suo appassionato e autorevole intervento con i numerosi utenti di questo blog, alcuni dei quali non visualizzano fb.

"L’IMMAGINE PUBBLICITARIA E’ STATA RIMOSSA: E ADESSO?

L’immagine della pubblicità della Apple è stata rimossa. In questo lungo articolo provo a spiegare perché questa rimozione rappresenta un primo step importante del cambiamento oggi necessario al mondo e soprattutto ai nostri figli. L’articolo è lungo, ma importante. Per leggerlo ci vogliono circa 10 minuti. Se li hai prosegui, altrimenti torna a leggerlo in un altro momento. Io ci ho lavorato per parecchie ore, perciò ti sono grato se saprai valorzzarne i contenuti, ritenendoli adeguati e competenti, facendolo leggere ad altre persone.

La rimozione dell’immagine pubblicitaria, che oggi non è più visibile a Milano, dove era stata affissa, potrebbe rappresentare una vittoria per tutti noi che abbiamo considerato quell’immagine totalmente incongruente con quanto oggi sappiamo rispetto ai rischi correlati all’ingresso precoce dei minori nel mondo digitale. Al tempo stesso, ieri il Conseil Consitutionnel francese ha bloccato la legge, voluta da Macron, che stabiliva il divieto di accesso ai social media da parte dei minori di 15 anni. Al tempo stesso, negli Stati Uniti, Meta sta affrontando un’azione legale che potrebbe portarla a pagare una multa cumulativa di proporzioni mai viste prima, a causa dell’architettura che contraddistingue le sue piattaforme social, considerate additive nei confronti dei minori (e non solo) e in quanto tali, dannose per la salute mentale dei soggetti in età evolutiva.

Questa congiunzione di elementi è solo un piccolo indicatore di come il mondo stia cercando – con molta fatica – di guardare al mondo digitale con uno sguardo totalmente nuovo rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi.

Per anni, si è guardato al mondo digitale considerandolo una straordinaria opportunità. Questo ha favorito la logica pervasiva delle Big Tech che hanno introdotto devices e piattaforme in tutti gli ambienti scolastici (e di conseguenza nella vita di tutti i nostri figli e figlie)  proponendo un’urgenza e una precocità di ingresso e di utilizzo che oggi la scienza definisce non oggettivamente vantaggiosa per i minori, che in tutto il mondo presentano indicatori di salute fisica e mentale usurati.

La rimozione dell’immagine gigantesca che a Milano mostrava un bimbo piccolissimo con in mano uno smartphone non è una vittoria né una sconfitta. E’ semplicemente un indicatore che qualcosa sta cambiando e rappresenta la prova che una parte significativa del mondo adulto oggi ha consapevolezze che pochi anni fa non esistevano.

Per anni, tutto il mondo tecno-entusiasta – fortemente sostenuto, finanziato e reso a sua volta pervasivo grazie al sostegno delle Big Tech (tutti ci ricordiamo la presenza alla Casa Bianca di tutti i Ceo delle Big Tech il giorno della seconda elezione di Trunp negli USA) non ha mai considerata degna di approfondimenti e di valutazioni serie e oggettive la correlazione tra uso dei devices e salute degli utenti. Tutte le volte che gli esperti (vedi il lavoro di J.Haidt con il suo fondamentale saggio “Generazione ansiosa”) hanno provato a dare evidenza dell’impatto sulla salute dei minori causato dalla frequenza del mondo online, le Big Tech, corroborate dalle dichiarazioni di alcuni scienziati e specialisti, si sono difese dicendo che non esistono prove scientifiche certe che dimostrino che quei danni siano la conseguenza dell’uso dei devices. Si utilizzano spiegazioni che si rifanno al paradigma della “complessità”, al mantra “correlation is not causation”: tutto ammissibile, se non che genitori e docenti quella correlazione la vedono molto chiaramente nella quotidianità dei loro figli e studenti e la scienza oggi ha sufficienti evidenze epidemiologiche e cliniche per sentirsi autorizzata a non arretrare di fronte ai detrattori che vorrebbero continuare ad affermare al mondo che “il digitale non è il problema”.

Tra l’altro, come spiegazione alternativa, da tutte le parti viene affermato che il problema siamo noi genitori, che non siamo capaci di educare i figli al buon uso del digitale, in quanto pigri, assenti, inetti: alla luce di quale evidenza scientifica, tutti i genitori dei cinque continenti nello stesso momento storico si sarebbero alleati per produrre nei loro figli la peggiore crisi di salute mentale mai vista in età evolutiva? Questa sarebbe la spiegazione scientifica dei dati epidemiologici di cui disponiamo oggi?

Non va trascurato che proprio di recente la stessa Corte di Cassazione, in un caso riguardante proprio la Apple, ha affermato che “l’incertezza scientifica non fa venir meno il dovere di informare l’utente da parte del produttore che gli vende un servizio o un prodotto. Infatti, quando gli studi disponibili abbiano prospettato un rischio plausibile, pur senza dimostrare in modo definitivo la nocività del prodotto, il professionista deve valutare misure informative proporzionate. .L’incertezza scientifica, dunque, non equivale a irrilevanza giuridica. Non dimostra automaticamente la responsabilità del produttore, ma impone al giudice di verificare se il rischio sia stato adeguatamente comunicato e governato”..

Ad oggi, le Big Tech non solo non hanno comunicato il rischio correlato all’uso dei loro prodotti e servizi, ma anche quando lo hanno identificato (ed è successo molte volte) hanno fatto di tutto per negarlo, nasconderlo, minimizzarlo al fine di tutelare il loro profitto economico ritenuto più importante della salute dei suoi utenti. Esattamente la stessa cosa avevano fatto le multinazionali del tabacco e per questo poi sono state condannate. Da quella condanna, è derivato che il tabacco  è stato trattato per sempre e in tutto il mondo come “fattore di rischio” per la salute dei suoi utilizzatori.

La sanità pubblica oggi si è assunta la funzione e la responsabilità di raccontare, denunciare, prevenire il rischio oggettivo correlato all’uso del digitale in età evolutiva. Lo fa perché i dati oggi disponibili ci fanno parlare di “emergenza”. E quando c’è un’emergenza di sanità pubblica, si devono fare tre cose: educazione preventiva (interventi formativi rivolti alla comunità), cambiamenti ambientali (per esempio: scuole smartphone-free oppure rimozione di immagini come quella della pubblicità denunciata), interventi legislativi (per esempio: divieti basati sui limiti di età). La sanità pubblica ha già fatto questo con alcol, tabacco, gioco d’azzardo, etc.

Gli interessi delle multinazionali che fanno profitto con questo genere di prodotti e comportamenti non ha mai sostenuto il lavoro degli specialisti di prevenzione. Ogni giorno, io che faccio questo lavoro, vedo quanta contro-narrazione viene rivolta verso ciò che la sanità pubblica afferma e anche contro noi specialisti che stiamo provando a generare un cambiamento di cui siamo convinti non in quanto ideologicamente schierati contro il digitale, ma in quanto le competenze cliniche, epidemiologiche e preventive che abbiamo ci obbligano a fare questo lavoro per la salute della comunità. I pediatri parlano dei rischi associati al digitale in età evolutiva e le loro linee guida vengono smentite da filosofi e sociologi che certamente hanno competenze elevatissime, ma che non si troveranno mai a dover gestire problemi di salute mentale e fisica dei piccoli pazienti. Psichiatri e neuropsichiatri denunciano addiction e dipendenza correlati all’uso dei devices e in giro tantissimi opinionisti affermano che non esiste evidenza che il mondo digitale generi fenomeni di dipendenza. Lo si nega per i social e per i videogiochi, per la pornografia e per lo shopping online, per l’ossessione rivolta al corpo e per le pratiche di skin care e beauty-routine messe in atto da bambini di 9 anni (e ripeto: 9 anni). come è possibile tutto ciò? Come si può smentire di continuo l’emergenza clinica che chi lavora con l’età evolutiva osserva tutti i giorni?

Io da anni, come medico specialista di sanità pubblica e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ho deciso di parlare a genitori e comunità educante raccontando ciò che so, che studio, che constato nello svolgimento della mia professione. Non importa se nel farlo, ho collezionato ormai una lunga lista di haters e detrattori che mi definiscono: tecnofobico, profeta di sventura, ideologo, dinosauro, amante del vintage e spesso anche grande ignorante. No, non importa. Proseguo nel mio lavoro divulgativo e psicoeducativo, consapevole che negli ultimi quindici anni non ho mai dovuto cambiare la mia narrazione, alla luce dei dati di ricerca ad oggi disponibili. Per questo, io personalmente, considero la rimozione del manifesto pubblicitario che tanto ha fatto discutere in questi giorni, un passaggio che segna un movimento fondamentale dalla fase di “precontemplazione” a quella di “contemplazione” del problema, cosa che obbligherà le Big Tech a fare molta più attenzione non solo nei processi comunicazionali ma anche nella qualità, offerta e tipologia dei loro prodotti e servizi, perché la collettività ha dimostrato di aver cominciato a mettere l’asticella (che prima non c’era mai stata) al giusto posto: ovvero all’altezza della tutela della salute dei minori e non della tutela del profitto.

Se pensi che questo messaggio serva oggi ad altri adulti che stanno provando a cambiare lo status quo, commenta e condividi. Credo che sia utile farlo circolare soprattutto fra quegli adulti che ancora faticano ad avere accesso alla divulgazione medico-scientifica su questo tema.

Buon ferragosto.

P.S. L'immagine mi è stata inviata ed è tratta dalla Pagina Facebook di Scuole Naturali"

Alberto Pellai-facebook