Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

lunedì 4 maggio 2026

C'è speranza: la politica in mano ai giovani. Intervista da Città Nuova on line

 


Decido di pubblicare questa rigorosa intervista di Candela Copparoni, che ringrazio,  perchè è necessario conoscere cosa si muove nel mondo giovanile  e cosa può fare la differenza. 

Avendo seguito la straordinaria esperienza della Summer School Interuniversitaria dell'estate scorsa in Val di Sole, Trentino, mi sono resa conto dell'importanza di trovare testimoni che sorreggano i nostri giovani, li motivino e quanta cura va riservata a questo compito.

LA POLITICA IN MANO AI GIOVANI

di Candela Copparoni

cittanuova.it

"Decidere di donare le proprie capacità e forze vitali a un impegno sociale o politico: uno slancio da valorizzare. Intervista a Cristina Guarda.

Cristina Guarda è membro del Parlamento europeo per Europa Verde. Imprenditrice, gestisce un’azienda agricola ed è impegnata attivamente nelle questioni che riguardano il suo territorio, il Veneto. Il suo coinvolgimento in politica suscita l’interesse di altri giovani che vorrebbero seguire la stessa strada.

Nell’ambito della Summer School interuniversitaria EduCare: Oggi per essere futuro,  i partecipanti hanno approfondito su come essere dei buoni educatori, legando la tematica alla riflessione sulla propria vocazione personale e professionale. Secondo te, che rilevanza ha questo tipo di formazione per i giovani e quindi per la realtà del nostro Paese?

È assolutamente importante, perché credo che sia nell’ambito accademico che nell’ambito politico ci sia difficoltà nel riappropriarsi dell’umanità e di tutto quello che ci sta dietro, come le relazioni. Le competenze non si costruiscono sulla base esclusivamente di un apprendimento accademico, ma si fondano anche sulla propria esperienza personale, sull’intelligenza emotiva che possiamo allenare, sulla propria ricchezza.

Se penso alla relazione tra politica e mondo accademico, quello che vedo molto spesso è proprio la necessità di rigenerare connessioni tra le battaglie locali e il mondo accademico, che deve essere di supporto perché deve dare consistenza a quella che invece è un grido d’allarme o una proposta lanciata a livello territoriale. Se non c’è questa sinergia, se non c’è l’umanità all’interno di questi due mondi, quello politico della cittadinanza attiva e quello universitario, istituzionale e di insegnamento, probabilmente qualcosa manca. Per quanto mi riguarda, le migliori lotte che ho fatto, quelle che sono riuscite ad ottenere grandi risultati, sono state costruite attraverso l’unione tra queste due competenze.

I giovani, spesso privi ancora di esperienza, ricevono l’ascolto e il riconoscimento che servono per partecipare in politica?

Bisogna darglielo, cioè, bisogna che anche noi giovani ce ne riappropriamo dove ne abbiamo la possibilità. Non dobbiamo mai pensare di essere facilmente sostituibili.

L’impegno, la dedizione, l’energia che un giovane può trasmettere in qualsiasi ambito, da quello lavorativo, a quello del volontariato, fino all’ambito politico, è unico. Per questo bisogna fare alleanze intergenerazionali che non guardino dal giovane verso l’anziano, ma che dall’anziano, dalla persona con più esperienza, guardino al giovane proprio per dargli spazio e possibilità di realizzazione.

E soprattutto non dobbiamo spegnere la fiammella, c’è bisogno di far sì che l’entusiasmo e la proposta giovanile trovino realizzazione per dare la consistenza del proprio impegno e per non allontanarli da questo contesto.

A partire dalla tua esperienza personale, che consiglio daresti alle studentesse e agli studenti che vorrebbero impiegare la loro vita nella politica?

Gli direi di impegnarsi in qualcosa, in un ambito di volontariato, di attivismo, lavorativo, professionale, qualcosa che sia vicino alla loro sensazione, alla loro sensibilità, alle loro passioni, per consentire a loro stessi di dare il meglio. Gli direi anche di specializzarsi in qualcosa, di avere delle competenze, penso all’ambito ambientale piuttosto che a quello della cultura, del diritto sociale, ecc., per diventare utili e importanti all’interno dei processi politici. Acquisendo competenze e generando relazioni si ottiene anche una credibilità che spesso nell’ambito politico è molto positiva.

Io ho iniziato così, facendo attività di volontariato e di cittadinanza attiva, ed elaborando progetti e strategie utili per questi settori piuttosto che per il mio ambito comunale e provinciale, dove appunto sento di potermi esprimere meglio. Ed è questo che consiglio a chi vuole avvicinarsi al mondo politico.

Però soprattutto è specialmente importante ricordare che non lo si fa per se stessi, e che la fiammella di passione per la cosa pubblica non è una fiammella che nasce per fare un percorso professionale. Bisogna essere sempre pronti a perdere tutto, e quindi serve avere le basi solide nella propria vita, rispetto per se stessi e sicurezza, a prescindere dalla politica. Sennò nel momento in cui entri all’interno di determinati mondi molto competitivi rischi di lavorare per mantenere quello status, quella posizione non soltanto economica ma anche di potere, perché molti sono attratti dalla necessità di avere controllo di qualcosa. E lì si perde tutto, si perde il motivo per cui si è iniziato, il motivo per cui la politica doveva essere fatta.

Quali sono i tuoi ambiti di attuazione e in che modo questo ti contraddistingue?

Provo ad esserci dove gli altri non ci sono, ascolto i piccoli comitati, li incontro e rispondo sempre quando un singolo cittadino o un gruppo mi presenta un problema. Ho cominciato ad occuparmi di olimpiadi quando tutti erano assolutamente ignari delle problematiche, di trasporto pubblico, di dispersione di risorse pubbliche, di problemi di ambito ambientale che venivano ignorati dagli altri. Ho cominciato ad occuparmene io e piano piano è diventata una lotta comune, dando voce a quei pochi cittadini che a livello locale cercavano di difendere la dignità della propria terra e non resistere all’imposizione di grandi eventi da parte di politici che non si erano nemmeno confrontati con la comunità.

Poi il tema sostanziale nel mio percorso politico è stato quello della prevenzione degli avvelenamenti e della protezione della salute pubblica dagli inquinamenti. È un tema che ricorre molto spesso, si parla della semplice contaminazione di una roggia e si arriva fino a grandi contaminazioni di aria, acqua o suolo da parte di grandi imprese. Non di rado sono i cittadini che si mobilitano contro queste che sono violazioni della normativa europea, italiana e anche regionale, e si ritrovano inascoltati. Da lì, da quella sofferenza, bisogna trarre un insegnamento, e cercare di capire che cosa si può fare di diverso.

Io ho sempre cercato di dare loro la credibilità e l’ascolto, di accompagnarli dove magari esageravano a contenere il proprio linguaggio, e di aiutarli a farsi accompagnare da chi da un punto di vista accademico e formativo poteva suggerirli meglio come agire per riuscire a generare strategie o soluzioni alternative, facendole fare direttamente dai comitati. Non deve essere una cosa firmata dalla Guarda, ma dalla comunità. Questa è l’esperienza che ho fatto io dove gli altri non ascoltano, dove gli altri non ci sono.

Durante la Summer School è emersa la preoccupazione sulla possibilità di conciliare famiglia e lavoro. In quanto donna in carriera e madre, ritieni che siano due progetti raggiungibili in contemporanea?

Questo è un interrogativo e una preoccupazione purtroppo molto reale. Devo essere sincera: pur avendo conosciuto in passato la difficoltà genitoriale e specialmente femminile nel riuscire a coniugare la necessità di realizzazione personale-professionale e familiare, oggi essendo diventata sia europarlamentare che mamma ho constatato che è davvero di una complessità che molto spesso non si riesce a capire.

Comprendo chi si pone questo problema, e me lo pongo io stessa, trovandomi pronta oggi, pur soffrendo, a dire di no ad incarichi che potrebbero aiutarmi da un punto di vista politico, ma che in realtà non mi aiuterebbero a svolgere il mio compito di mamma. È molto doloroso, perché significa dover rinunciare a qualcosa, e dal mio punto di vista non è giusto.

Questa consapevolezza personale mi spinge ancora di più a essere determinata, anche un po’ ad arrabbiarmi di fronte alle scelte che sto vedendo sia a livello locale che in Parlamento europeo.

A quali scelte ti riferisci?

Vedo che le politiche sociali vengono sempre dopo qualcos’altro, ad oggi la difesa. Per questo ritengo che purtroppo siamo ancora politicamente e culturalmente molto indietro nell’affrontare il rispetto del diritto della donna, e anche dell’uomo genitore, di poter non rinunciare a fare qualcosa in più della propria vita. Qui c’è una buona dose di patriarcato – anche se per molti non è una parola popolare – da dover smantellare, purtroppo esiste ed è intrinseco sia negli uomini che nelle donne. E dobbiamo combatterlo culturalmente, dobbiamo rendercene consapevoli, liberarci da alcuni preconcetti, anche della colpa, tipicamente presenti in questa esperienza, e dobbiamo costruire le possibilità sociali per riuscire ad avere supporto. Questo non significherà mai abbandonare il proprio ruolo di madre, ovviamente, ma significa darci la possibilità di bilanciare, a seconda della nostra sensibilità e delle necessità dei nostri figli, una realizzazione che sia a 360°, perché credo che un genitore possa dare il proprio meglio tanto più se è realizzato personalmente e professionalmente. Questo implica comunque fare rinunce, ma anche garantire che ci sia la possibilità di scelta.

Un’esperienza piccolina ma per me molto forte: nel 2024 ho deciso di rimanere a casa almeno per tre mesi per riprendermi dal parto e per costruire il primo rapporto con mia figlia. Volevo partecipare online, mi è stato permesso soltanto due volte. Mi è stato invece impedito di fare una domanda a distanza di un minuto, e da allora ho continuato a combattere e a generare una rete con altri neo-genitori o future mamme in Parlamento europeo, da dove lavoreremo anche per i livelli locali". (ndr: divieto dopo l'intervista  corretto con provvedimento europeo, una vittoria ottenuta con altre/i parlamentari) 

Qui pubblico una nota che brevemente illustra la riforma: 

Il Parlamento europeo ha approvato, ad aprile 2026, una storica riforma delle regole di voto per consentire alle eurodeputate in gravidanza o neo-mamme di partecipare alle votazioni plenarie attraverso il voto per delega.

Ecco i punti chiave della nuova normativa:

Voto per delega: Le deputate non dovranno più essere fisicamente presenti in aula per votare, ma potranno delegare il proprio voto a un altro membro del Parlamento europeo.

Periodo di validità: Il diritto di delega può essere esercitato fino a tre mesi prima della data prevista per il parto e fino a sei mesi dopo la nascita del figlio.

Obiettivo: La misura, approvata con una larga maggioranza (616 voti a favore, 24 contrari e 8 astensioni), mira a conciliare l'esercizio del mandato parlamentare con la maternità e la salute, eliminando la necessità di scegliere tra vita professionale e familiare.

Pubblicato da Annamaria Gatti
foto di F.V.
 

sabato 25 aprile 2026

Mamme che soffrono. Una proposta che coinvolge la politica dal Forum Famiglia Veneto


Non lasciamo sole le mamme dopo la nascita dei loro figli. 
Costruiamo attorno a loro un villaggio solidale, che salva come serve alla crescita di bambine e bambini. 

L'anonimato o la fretta dei servizi sanitari, anche qualificati e generosi, già carichi di impegni e sempre più penalizzati dai vari provvedimenti,  va supportato con l'empatia e la solidarietà di tutti coloro che incontrano le madri e i padri, ma soprattutto con l'attenzione di chi vive loro accanto.

Però... C'è un però.

Occorre agire. Subito. 

Per esempio il Forum Famiglia Veneto sollecita la politica: 

La salute mentale delle mamme non può più essere un tema secondario

“Visitare a domicilio le neomamme per prevenire drammi...”

È questo il messaggio forte del pediatra Giorgio Tamburlini, che richiama dati che non possiamo ignorare:

👉 la depressione post partum riguarda circa il 12% delle madri

👉 ed è una condizione in crescita, soprattutto tra le generazioni più giovani

Secondo Tamburlini, molte situazioni critiche potrebbero essere prevenute con programmi strutturati di visite domiciliari postnatali, già raccomandati a livello internazionale ma ancora poco diffusi in Italia.

📌 Non è solo sanità.

È:

* sostegno alle donne

* supporto alle famiglie

* tutela dei bambini

* benessere della comunità

👉 Ed è qui che vogliamo essere molto chiari.

Nella nostra proposta di politiche regionali per il Veneto avevamo previsto proprio questo:

️ percorsi di accompagnamento alla genitorialità

️ visite post partum a domicilio da parte di personale qualificato

Una direzione concreta, che oggi trova conferma anche nella comunità scientifica.

❗ Una proposta che non ha ancora trovato pieno accoglimento

ma che continuiamo a mettere al centro con determinazione.

Perché non basta dire “lo avevamo detto”. 

Serve agire.

💬 Le famiglie lo vivono

💬 La scienza lo conferma 

💬 I fatti ce lo ricordano

👉 Ora tocca alla politica regionale fare un passo avanti.

Il Veneto ha bisogno di:

️ più prevenzione

️ più prossimità

️ più sostegno reale 

Ci vuole coraggio. 

Ma questa è la strada.

Fonte: Avvenire, 24 aprile – Giorgio Tamburlini, “Visitare a domicilio le neomamme per prevenire drammi ...”

https://whatsapp.com/channel/0029Vafw6aTK0IBlk8ZWge1G

Pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it

lunedì 20 aprile 2026

I nostri figli diseducati all'empatia

Immagine della sera della fiaccolata a Massa in memoria di Giacomo Bongiorni foto da Avvenire/FOTOGRAMMA

Propongo l'intervento dello psicoterapeuta  Alberto Pellai pubblicato su Avvenire il 19 aprile scorso. 

Anche questo fatto ci interroga e ci obbliga a fermarci per saper leggere, capire, trovare soluzioni, alleanze, lavorare, proporre, condividere, avere cura... e c'è molto da fare per tutti. 

Nell'omicidio di Massa a far inorridire è il blackout dell'empatia

di Alberto Pellai

... Cosa ci strazia dell’orribile omicidio di un padre di famiglia avvenuto a Massa Carrara ad opera di un gruppo di adolescenti e giovani adulti? Più o meno tutto: l’età dei protagonisti, la dinamica dei fatti, la futilità delle motivazioni che lo hanno reso possibile. 

Tutto ciò che ci ha raccontato la cronaca sembra fuori dal principio di realtà. «Non è possibile, una cosa così» viene da dire, a noi, esterni ai fatti, che ne veniamo a conoscenza dai mass media. Ma la stessa incredulità appartiene anche ai genitori degli indagati, che raccontano di non riconoscere i loro figli negli autori di quei fatti di cui tutti i media parlano. 

Siamo tutti straziati, di fronte a fatti così. Lo siamo come adulti della comunità educante: che cosa abbiamo sbagliato per trasformare la crescita in un’età indifferente al dolore, al valore della vita, alla capacità di rispettare limiti non oltrepassabili, tra l’altro sanciti dalla legge che – se quei limiti non sai riconoscerli e rispettarli – te ne chiederà conto e cambierà per sempre la traiettoria del tuo futuro?

Ma c’è uno strazio che ci avvolge e coinvolge che nasce da un elemento ancora più profondo, che è la dis-umanità di cui questo omicidio è testimonianza, una disumanità della cui origine, causa, procedure non riusciamo a capacitarci. Ci viene da credere ai genitori degli indagati, il cui pensiero suona più o meno così: «Non possono essere i nostri figli ad aver fatto una cosa del genere. A casa nostra, noi non celebriamo la violenza, non li percepiamo desiderosi di provocare la morte altrui, non possiamo credere che dentro di loro abiti un istinto omicida che aspetta solo il momento giusto, la vittima inconsapevole per emergere e agire». 

Come è possibile che soggetti che stanno ancora abitando il primo tempo della loro vita siano capaci di produrre crimini tanto efferati rimanendo indifferenti e insensibili? È proprio questa la domanda che continua a girarmi in testa da giorni, perché in questa storia mi ha colpito la totale mancanza di freni inibitori nell’aggredire un adulto che ha di fianco a sé il proprio figlio undicenne. 

Se c’è un minore vicino, gli esseri umani sanno fare (o dovrebbero essere capaci di farlo) due passi indietro, qualsiasi sia l’intenzione che ti muove. Ancora di più se quel minore ha pochi anni meno di te. Anche tu eri undicenne nel recente passato, anche tu hai camminato col tuo papà per le strade della tua città. Come è possibile che vedere un tuo quasi coetaneo a fianco del padre che stai massacrando, sentirlo urlare di fermarti, vederne l’angoscia e l’impotenza non provochi in te una retroazione correttiva, non intervenga sul tuo impulso violento, inibendolo?

La scena di questo crimine è inconcepibile, perché ci mostra un gruppo di ragazzi che massacrano senza una reale ragione il padre di un quasi loro coetaneo, che è lì, di fianco a loro, che guarda tutto, che urla, che piange, di cui dovrebbero sentire il dolore e l’angoscia, empatizzando con la sua condizione. 

In fin dei conti lui è quasi come loro. 

Invece non sentono nulla. 

Agiscono indifferenti a tutto. Di fronte a un padre e a suo figlio, trattano quell’uomo come se fosse una bambola di pezza, da abbattere. E quel figlio che assiste è per loro un essere di cui disinteressarsi, del cui dolore non avere alcuna cura. Si muovono sulla scena di un crimine orrendo come si muoverebbe dentro un film in cui gli attori sono chiamati a recitare un ruolo, sapendo che ciò che verrà ripreso dal regista serve a realizzare una fiction che non ha alcuna ricaduta sulle vite reali di chi agisce quella scena. 

Invece, a Massa Carrara, non c’era un set e non c’erano attori: tutto era vero. Era vero il dolore, era vera la morte che è arrivata senza chiedere il permesso, era vero il doloroso sgomento di un figlio undicenne che davanti al proprio padre morto è l’unico a sperare di essere dentro un film e implora al proprio padre di alzarsi, come se – una volta finito di girare la scena – fosse possibile rimettere tutto a posto, ricomporre tutto, senza alcuna conseguenza per nessuno.

La banalità del male oggi sta in una miriade di azioni che vengono compiute assecondando un impulso che non viene sottoposto al filtro del pensiero, che non riflette sulle implicazioni e le conseguenze che derivano dall’agirlo – quell’impulso – perché non sai frenarlo, placarlo, addomesticarlo e significarlo. Sta accadendo che si arriva alla maggiore età, avendo immerso il proprio cervello in un brodo di sovrastimolazione ed eccitazione, dove il valore della potenza e della velocità sopravanza – di gran lunga – quello del pensiero e del significato. Moltissimi videogiochi ti rendono un campione e un super-eroe della loro classifica, se uccidi tanto e in fretta. Per ore, agisci un impulso omicida per gioco, poi esci fuori nel mondo e dovresti fare l’esatto contrario, ovvero preoccuparti di proteggere chi ti sta davanti. Ma dentro di te, quella spinta ad agire in modo indifferente e potente contro l’altro può essere diventata molto più allenata di quella che invece serve nel principio di realtà: ovvero il bisogno empatico e protettivo che nell’altro non vede qualcuno da far fuori, ma qualcuno di cui occuparsi in modo amorevole e solidale.

Nelle vite dei nostri figli è fragilissima la loro empatia, la loro capacità di guardare l’altro in modo soccorrevole, di de-centrarsi dal proprio sentire per sintonizzarsi su ciò che c’è nella mente e nelle emozioni di chi ci sta a fianco. 

Noi adulti non ci siamo accorti che il brodo socioculturale e digitale in cui abbiamo immerso il loro cervello in crescita li educa più alla violenza che all’empatia, più alla logica del branco che alla cooperazione della squadra. 

Siamo tutti, come i genitori, degli indagati: increduli perché anche noi pensiamo che i nostri figli non possono essere quelli che compiono azioni così tremende. Il dato di fatto è che anche i ragazzi del branco, oggi, messi di fronte al principio di realtà che li obbliga a pensarsi come assassini, probabilmente raccontano che loro non avrebbero mai voluto che le cose andassero in questo modo; che loro non ci avevano pensato che dare quei pugni e quei calci avrebbe ucciso un padre; che tutto è degenerato senza che loro se ne rendessero conto. Invece, quel sapersi assassini, oggi dovranno impararlo. Perché nella realtà le cose vanno diversamente da ciò che accade in un film o in videogioco. 

È da qui che tutti noi, genitori, educatori docenti e adulti, dobbiamo ripartire.


pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it


domenica 12 aprile 2026

"Voce di Mamma" un libro, un gioiello

 


VOCE DI MAMMA

di Lorenza Farina 

illustrazioni di Lucia Ricciardi

Edizioni MIMebù

Quasi una recensione di Annamaria Gatti

"Un canto a due voci,

un posto sicuro,

dove si sta bene

e si rimane per sempre." 

da Voce di Mamma

Ci sono gioielli che son fatti di carta, di caratteri alfabetici, dove le parole si rincorrono fra pagine preziose, creando sfumature di perla che incrociano il cuore e accarezzano la mente... Di colori che sanno di cielo e di mare e di forme magiche, che si attardano e si nascondono in un gioco poetico intrigante.

E "Voce di Mamma" è proprio questo, una splendida occasione per accedere a una nuova esperienza da vivere  intorno alla figura materna, che racconta e svela a bambine e bambini, ma che coinvolge profondamente  anche gli adulti accanto a loro. 

Infatti le emozioni suscitate dal recentissimo lavoro del fortunato e consolidato sodalizio fra la scrittrice Lorenza Farina e l'illustratrice Lucia Ricciardi, sono una occasione per rivivere, sia nella lettura ai bambini, sia nell'immersione nelle grandi pagine illustrate, ricordi assopiti della relazione con la madre.



Emerge davvero ciò che autrice e illustratrice sottolineano all'unisono: questo albo è frutto di un'intesa felice, laboriosa e lungimirante per offrire il meglio ai destinatari della loro arte: la voce della mamma torna e ritorna, la riconosci sempre come un'impronta che non può essere cancellata nella tua vita. E' un sospiro o un imperativo, una risata o una nenia... nulla cancella la sua profonda verità: essere stati ed essere amati. 

Ed è questa consapevolezza che fa bene all'infanzia, e non solo, per poter essere protagonisti di giorni gentili, di gesti di pace e di speranza.

Pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it




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mercoledì 25 marzo 2026

I bambini ci osservano, i giovani insegnano.

 


In questi giorni sembra che la vita dei bambini scorra senza novità particolari.

Eppure, a ben pensarci, sono giorni in cui tutto viene assorbito, con l'estrema capacità di filtrare e di intuire che i bambini talvolta non perdono o che tengono ben custodita.

Fra le altre vicende, a cui dovremmo risparmiarli, ci sono anche alcune considerazioni a cui i più grandicelli  possono accedere per trarne vantaggi. 

Sono le piccole o grandi notizie positive, i fatti in cui gli adulti fanno qualcosa di buono e di bello per questa umanità travagliata, e sono tante davvero, anche se i media non le pubblicano.

Poi ci sono le notizie che riguardano i giovani, che in questi giorni hanno dato un esempio a tanti adulti assenti dalla consultazione elettorale.

Come tanti, spero, sto sempre dalla parte dei giovani, un tesoro immenso, che meritano molto, ma molto di più, dagli adulti e dalle istituzioni. 

Intanto il rispetto e la valorizzazione e la promozione. 

Grazie allora a loro che hanno espresso la loro scelta di andare al seggio, intanto, sia per un, sia per un no e poi grazie perchè hanno dato un segnale importantissimo ed epocale: i care, sembrano dire le scelte apposte sulla scheda, e tutto non può essere come prima.

Grazie per  aver scelto poi un no che aiuta a crescere nella democrazia, che dovrà essere fatta di dialogo, di collaborazione tesa al bene comune,  di ascolto, di scelte per i fragili e i deboli, con uno sguardo intenso al desiderio di pace e di giustizia.

Spieghiamolo ai più grandicelli, spieghiamolo nelle scuole. 

Grazie ragazzi!


pubblicato da Annamaria Gatti

foto adnkronos


sabato 21 marzo 2026

Festa del papà il giorno dopo. Un' occasione mancata per le famiglie.

 

 


Pensiero bambino...

Peccato non aver dato seguito 

ai congedi parentali per i padri. 

https://www.avvenire.it/famiglia/la-bocciatura-del-congedo-paritario-

e-la-cura-dei-figli-come-questione-femminile_105236

Un'occasione mancata per fare il bene della famiglia, di tutta la famiglia.

Non c'erano i finanziamenti. 

Ci sono finanziamenti per molte altre cose

(decisamente meno importanti, costruttive e lungimiranti 

della qualità della vita delle famiglie, 

visto l'allarme educativo, la denatalità, ecc ecc).

Era più importante altro...?

E cosa?

L'Italia è amica delle sue bambine e dei suoi bambini?

E delle loro mamme?

Speriamo ci ripensino e ci lavorino su...


Pubblicato da Annamaria Gatti

foto da  blogmamma



mercoledì 18 marzo 2026

Festa del papà: colui che si prende cura, con dolcezza.



In occasione del giorno di San Giuseppe, in cui si festeggiano tutti i papà, una riflessione dello psicologo Ezio Aceti e un video a partire dal volume “Giuseppe di Nazareth marito e padre” (Città Nuova) fonte: cittanuova.it

Il padre, un uomo che si prende cura

Oggi è la festa di San Giuseppe, la festa del papà. 

Nei suoi sogni Giuseppe ha ricevuto dall’angelo quasi sempre un unico messaggio: prendi con te tuo figlio e sua madre a va’ dove ti indicherò.

Ecco, San Giuseppe si è preso cura: questo è quello che deve fare un padre oggi, in un tempo che papa Francesco definisce “un tempo cattivo”. 

Un padre non deve gridare, urlare, arrabbiarsi, come tanti purtroppo fanno: è un padre che serve, che si prende cura. Come può fare questo? 

Usando le buone maniere, la pazienza, l’onestà, l’intelligenza, la gentilezza.

Apparentemente sembra che tutto ciò sia fonte di debolezza, ma non è così. 

Per parlare del padre mi viene in mente la scena di San Pietro, quando nell’ultima cena Gesù spiazza tutti mettendosi in ginocchio e lavando i piedi e Pietro si ribella: Gesù invece dice «Questa è la via», il servizio.

Cari papà, c’è bisogno di noi, di uno sguardo verso il futuro: ma è uno sguardo che si nutre della gentilezza, della dolcezza. Facciamolo trionfare questo servizio, facciamo trionfare la dolcezza, in un mondo dove tutti vogliono avere ragione, dove tutti si arrabbiano. Invece il padre è colui che diventa servo di tutti, per portare tutti ad essere un’unica grande famiglia.

Da non perdere:

A questo link è possibile vedere il video del dialogo tra Ezio Aceti e Luca Gentile “Papà dove sei”, in occasione dell’uscita del libro “Giuseppe di Nazareth marito e padre” (Città Nuova)

https://www.youtube.com/watch?v=VskNhdjJBwk


Pubblicato da Annamaria Gatti

foto da Città Nuova