Benvenuti ai genitori...e ai bambini!
sabato 3 ottobre 2026
Non è un mondo per donne. Tu sei sessista? Un libro per capire
giovedì 1 ottobre 2026
Il saluto di Giulio Meazzini a lettrici e lettori di Città Nuova
Giulio Meazzini ha concluso il suo impegno come direttore di Città Nuova, la rivista da cui questo blog è nato.
Lo abbiamo apprezzato davvero molto, ha continuato l'impegno autorevole dei suoi predecessori, portando quelle novità che i tempi richiedono, con lungimiranza e passione. Ci ha affascinato e interrogato con editoriali saggi e schietti, piccoli tesori che custodiamo e ci aiutano a tenere lo sguardo rivolto al faro.
Grazie per questa sincerità e tenerezza nel prendere per mano lettori e lettrici di un giornale vero, complesso, senz'altro unico nel suo genere, fatto per riaffermare la bellezza della ricerca della solidarietà, della condivisione e dell'unità. In tempi così critici e dove sarebbe facile cedere allo scoraggiamento, anzichè cercare motivi di speranza e di testimonianza attiva per il bene, la pace, il giornale ha dato un contributo non indifferente al dialogo e all'ascolto di voci differenti e autorevoli.
Ringrazio di cuore Giulio, Aurora, Michele... per tanti anni di lavoro insieme, per avermi ospitato con fiducia, competenza e affetto nelle pagine, on line e in questo blog.
Ecco il suo saluto, dalla pagina odierna di cittanuova.it
Cari amici e care amiche,
oggi è il mio primo giorno da ex direttore di Città Nuova, dopo tre anni intensi e pieni di significato passati con voi. Mi sento da una parte un po’ triste per una bella esperienza che finisce (anche se continuerò a collaborare con Città Nuova), dall’altra sono orgoglioso di quello che abbiamo costruito insieme.
È importante questa parola, insieme, perché la ricchezza di Città Nuova è la comunità che la sostiene, una comunità che condivide «una precisa (e positiva) visione del mondo, una rete di azioni sul territorio, una presenza al confine tra sensibilità diverse, cercando di conciliare Vangelo e laicità, lavorando per la pace e curando, nel nostro piccolo, qualcuna delle ferite del mondo». Una comunità composta da cittadini del mondo, capaci di guardare con simpatia e condivisione anche gli altri Paesi oltre il proprio.
Lasciatemi ripetere anche la frase che scrivevo a inizio mandato, nel settembre 2023: «Città Nuova, immersa con i propri lettori nelle complesse sfide di oggi, offre il proprio punto di vista dando speranza a chi è in cerca di senso e facendo (per quanto possibile) sorridere il mondo». È proprio un bel lavoro cercare di «arricchire l’immaginazione dei lettori con “parole affascinanti”, con storie (reali) di bellezza, bontà e giustizia». Questo almeno ho cercato di fare, giudicherete voi se ci sono riuscito.
Anche la frase di Chiara Lubich, «lasciamo soprattutto allo Spirito Santo di fare il giornale», ho cercato di interpretarla stando molto in ascolto, prima di tutto delle idee e delle sensibilità dei colleghi di redazione e dei collaboratori, ma poi soprattutto delle vostre voci, cari lettori e lettrici, senza trascurarne nessuna, per piccola e flebile che fosse. Con la disponibilità a mettermi in discussione.
Termino con le parole di Luigino Bruni: «Città Nuova svolge un ruolo profetico e deve esserne cosciente. Deve quindi sempre più muoversi sulle tematiche che sono il suo e il nostro specifico: i dialoghi difficili, i dialoghi profetici». Auguro al nuovo direttore, Riccardo Barlaam, che firmerà come primo numero della rivista quello di dicembre, di navigare sempre con la vostra fiducia e il vostro sostegno, come è stato per me.
Ciao, un abbraccio e a presto
Giulio
mercoledì 23 settembre 2026
Io amo la scuola. E voi?
da google maps
Questa era la mia scuola dal 1960 al 1965 a Lodi, città lombarda della Bassa milanese, che sarebbe divenuta provincia più in là... 47, sì 47, bambini e bambine in una grande aula. Una sola maestra, che a casa aveva 7 figli, per 5 giorni mattino e pomeriggio, mensa inclusa, giovedì vacanza.
Ho sempre amato "fare" la maestra e l'ho imparato da lei, Jolanda. Era giusta, paziente, competente. La mia aula non aveva inferriate alle finestre, c'erano vasi di gerani che le mamme portavano. Si vedeva il giardino fuori e la strada, anzi, non si vedeva nulla, perchè erano alte, ma lo si immaginava. Per questo forse il mio personaggio più famoso, la strega/fata controcorrente Uffabaruffa, quando trasforma la scuola dei suoi amici con una bella magia, le abbassa le finestre...
Sono trascorsi decenni, in cui in tantissimi abbiamo lavorato bene per fare della scuola una esperienza felice e giusta per tanti bambini e bambine. Ho fatto la maestra e quando (l'ho raccontato di recente in una sezione di un libro che racconta di insegnanti con la passione per la loro professione...) ad appena 20 anni mi hanno chiesto di aggiornare i miei colleghi su una metodologia innovativa su cui mi ero formata a Milano... e mi sono incrociata con lo sguardo commosso e sempre fermo della mia maestra Jolanda, alle soglie della pensione, lì ho capito quanto le dovevo e le devo.
lunedì 14 settembre 2026
Ci sono rimaste tre cose
mercoledì 9 settembre 2026
Docenti alla ricerca degli studenti "persi". Il sano realismo del prof Galliano
Enrico Galliano amato prof e scrittore, ripercorre sui social i quattro step del docente alle prese con lo studente "perso", apparentemente o davvero demotivato.
Possibile recuperarlo?
Sì. Umilmente sottolinea: non tutti certo... Purtroppo.
In tanti possiamo dire di essere stati recuperati da prof che applicavano all'incirca questi quattro passi. A sorreggere tutto, sintetizzo io, una parola quasi magica: alleanza con le fatiche dei giovani. Alleanza, non sostituzione.
Ma sopra tutto non si può fare il madornale errore dell'umiliazione davanti a tutti. Non serve a nessuno. Neppure all'insegnante, che si candida al perenne burnout.
E sottovoce: ci sono molte altre professioni, se non amate l'insegnamento è dura... persistere, a meno che impariate ad amarla. Ed è strordinariamente faticosa e bella.
Qui il breve intenso post.
https://www.facebook.com/reel/1035020012833411
Pubblica Annamaria Gatti
foto da fb
domenica 6 settembre 2026
Una scena su cui riflettere
SFERA EBBASTA A SAN SIRO: UNA SCENA SU CUI RIFLETTERE
Sfera Ebbasta entra a San Siro seguito da 10 ragazze.
La scena celebrata da moltissimi media e diventata virale è un concentrato di stereotipi di genere che dovrebbe far riflettere tutti, adulti e giovanissimi. Il paradosso oggi sta nel fatto che da ogni parte si invoca all’educazione di genere e alla rimozione degli stereotipi di genere. A scuola si inventano progetti, si mobilitano specialisti e formatori. I ragazzi sembrano afferrare il messaggio, desiderare cambiamenti che appaiono così funzionali al loro benessere sociorelazionale ed emotivo.
Nel frattempo, la loro cultura “mainstream” continua a bombardarli di immagini e messaggi che affermano l’esatto contrario. Un uomo con dieci ragazze, lui davanti loro dietro. Tutte vestite uguali, praticamente in divisa. Di lui sappiamo tutto, di loro non sappiamo nemmeno il nome.
Viene in mente il documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo che anni fa aveva raccontato al mondo il ruolo decorativo del corpo femminile all’interno di tutte le trasmissioni della Tivu generalista. Era il 2009 e dopo quasi 20 anni siamo praticamente ancora lì. Solo che allora questa cosa veniva vista per ciò che era: un gigantesco stereotipo culturale da ribaltare. Oggi viene raccontata come qualcosa da celebrare; online ho letto anche l’aggettivo “colossale” per definire tale scena e tale ingresso. Detto da un sessantenne, tutto questo suona come un predicozzo del solito boomer. Invece, sono un padre e un uomo e un maschio e da anni penso e lavoro per produrre pensiero critico.
Siamo noi uomini per prima a doverci distanziare da questo genere di narrazioni e di celebrazioni. Uno dei miei figli ieri era a San Siro. Stamane a colazione ho parlato con lui. Non avevo bisogno di essere capito o di portarlo dalla mia parte. Però volevo che lui avesse anche un’altra narrazione. Un’ultima osservazione: oggi quando si parla di violenza di genere, di abbattimento degli stereotipi tantissimi artisti della musica mainstream si mettono in prima fila con dichiarazioni e proclami. Poi se un’artista come Sfera Ebbasta li convoca per un feat, dentro un suo brano corrono alla corte del re come se niente fosse. Forse sarebbe il caso che le artiste smontassero narrazioni che fanno male al femminile, a tutte le donne (e quindi anche a loro) pretendendo una coerenza che troppo spesso sfugge ai più.
Scrivere queste cose oggi è spaventosamente impopolare. Ma al tempo stesso è troppo necessario. Perciò ho deciso di scrivere questo post. Non mi interessa parlare di Sfera Ebbasta, sia chiaro. Mi interessa promuovere pensiero critico sulla cultura di cui lui, volente o nolente, è un testimonial di riferimento. Vorrei chiedergli se non sente alcuna responsabilità etica ed educativa avendo un pubblico così ampio tra i giovani ed essendo lui stesso un papà.
Condivido con voi la foto del fatto di cui vi parlo, non per celebrarla e renderla ancora più popolare (rischio di cui sono consapevole). Lo faccio perché cominciate a guardarla con più pensiero critico, a decostruirla secondo la lettura che le mie parole vi volevano suggerire. Magari fatelo con i vostri figli. O con i vostri studenti alla ripresa dell’anno scolastico.
Pubblica Annamaria Gatti
Foto di a.g.
