Benvenuti ai genitori...e ai bambini!
giovedì 3 settembre 2026
lunedì 31 agosto 2026
Attenzione un articolo da condividere: è urgente una scuola più analogica e meno digitale
Articolo interessante e denso di Alberto Pellai che propongo volentieri sulla responsabilità di conoscere i danni che il digitale ha fatto e sta facendo ai nostri figli e figlie. E la scuola si deve interrogare.
IL “FALSO MITO” DELL’APPRENDIMENTO DIGITALE:
PERCHE’ DOBBIAMO PRETENDERE PIU’ SCUOLA ANALOGICA
E MENO SCUOLA DIGITALE
In questi fine settimana estivi, condivido con voi lunghi
articoli di approfondimento sulla questione digitale. Questo articolo su cui io
ho lavorato per molte ore, a voi richiede almeno dieci minuti di lettura, è
ricco di informazioni necessarie per chi ha figli che vanno a scuola e serve a
sviluppare un pensiero critico che aiuti a comprendere come mai i nostri figli
oggi hanno competenze cognitive molto più limitate rispetto alle generazioni
passate. Quindi leggete questo articolo se davvero avete un tempo utile per
farlo e pensate che questo tema sia importante per la crescita di vostro figlio
o figlia.
In questi anni, sempre più adulti si sono resi conto di
quanto l’ingresso precoce nel digitale abbia danneggiato in modo evidente la
salute mentale e fisica dei minori. Inoltre, tutte le ricerche hanno
evidenziato un calo drastico della soglia di attenzione nelle nuove generazioni
ridotta ad una manciata di secondi, cosa che rende sempre più difficile
coinvolgere chi cresce, in attività impegnative sul fronte dell’ingaggio
cognitivo. Una delle ragioni principali di tale fenomeno è rappresentata dalla
frequenza del mondo online con le sue caratteristiche di iperstimolazione e
distrazione costante favorite dallo scrolling infinito, dalla frammentazione
della visione imposta dal succedersi di video brevissimi presenti sulle
piattaforme social.
Nonostante queste evidenze, la scuola vive una situazione
paradossale: da una parte i docenti si trovano di fronte a studenti che hanno
problemi sempre più evidenti a seguire una lezione e a rimanere concentrati
sulle richieste di apprendimento che vengono loro fatte. Dall’altra, ai docenti
viene proposto di aumentare sempre più l’ingaggio digitale all’interno delle
loro lezioni. La spiegazione che sta alla base di questa richiesta è sempre la
stessa: “gli studenti oggi non sono più in grado di fruire della lezione
analogica, la loro mente oggi funziona in modo totalmente diverso rispetto al
passato”.
Si dimentica in questa narrazione che la mente oggi funziona
in modo diverso rispetto al passato, perché è stata danneggiata proprio da
quegli stessi strumenti e ingaggi che oggi vengono proposti come rimedio alla
difficoltà di apprendimento evidenziata, tra l’altro, dal crollo pandemico e
globale degli indicatori oggettivi rivelati da ricerche standard come i dati
PISA. Insomma il paradosso è rappresentato da questo fatto: si propone come
rimedio al danno oggettivo lo stesso fattore di rischio che quel danno ha
provocato.
Provo a riformulare l’intera questione in altro modo e lo
faccio perché tra poco ricomincia un nuovo anno scolastico e noi abbiamo
bisogno di nuovi paradigmi rispetto a quelli oggi vigenti e fortemente imposti
al sistema scolastico da logiche di mercato, a loro volta derivanti dall’enorme
potere che le Big Tech hanno sui sistemi politici e decisionali. Se in classe
gli studenti hanno gravi problemi di attenzione (ma anche di memorizzazione e
comprensione del testo, così come di molte altre competenze cognitive) è perché
il loro potenziale cognitivo è stata fortemente compromesso da un’abitudine
costante a permanere nel mondo digitale che è interamente basato
sull’iperstimolazione del cervello emotivo, con scarsissimo ingaggio e
potenziamento dei funzionamenti cognitivi.
Il cervello in età evolutiva sviluppa le sue competenze cognitive molto più attraverso un approccio analogico basato sulla lentezza, condizione che facilita l’apprendimento profondo e complesso, favorendo il cablaggio di reti neuronali che devono essere sviluppate nel tempo della crescita.
Se ciò non avviene in età evolutiva, il rischio è che tale perdita si
cronicizzi nel medio e lungo termine. L’età evolutiva è un tempo che richiede
al cervello di strutturare le reti neuronali che rimarranno con noi per tutta
la vita. Affinchè ciò avvenga, il soggetto deve allenarsi ripetutamente e a
lungo in attività che rinforzano la funzione di cui deve essere abile. Vale per
il cervello la stessa regola che vale per il nostro apparato muscolare: se
alleni un muscolo, sottoponendolo ad esercizi costanti che lo rinforzano, quel
muscolo ti renderà capace di affrontare le richieste basate sul suo ingaggio
attivo. Se quel muscolo non l’hai allenato, qualsiasi richiesta che si basa sul
suo ingaggio attivo, lo troverà debole e incapace di assolverla. Traducendo questo
ragionamento in ambito scolastico, noi – in questo momento – abbiamo studenti
che apprendono poco perché hanno allenato troppo il cervello nella palestra
sbagliata: ovvero nel mondo virtuale.
Oggi serve invertire la rotta: serve riportarli nel mondo analogico.
Come alla scuola primaria ci sono bambini che dopo pochi minuti smettono di
colorare perché i muscoli delle loro dita (non abituati alla motricità fine, ma
solo allo scrolling) si stancano velocemente a tenere stretto un pastello tra
pollice e indice, così alla scuola secondaria i docenti si rendono conto che
dopo cinque minuti di lezione alcuni studenti hanno già perso l’attenzione
necessaria a stare nel flusso della spiegazione. Viene costantemente ribadito
dai fautori dell’apprendimento digitale, che la lezione “vecchio stampo” è
noiosa e inadeguata per gli studenti di oggi, perché il loro cervello oggi
funziona in modo diverso. Ma è proprio quel “modo diverso di funzionare” che va
corretto e rimesso nelle condizioni adatte a sviluppare le competenze di cui
oggi i nostri figli e figlie sono così carenti.
Chi ha compreso bene questa lezione, oggi sta facendo marcia
indietro. Prima fra tutte la Svezia, che dopo aver aderito al tecno-entusiasmo
scolastico e favorito in ogni modo l’apprendimento digitale, oggi ha promosso
nuovi metodi didattici, che in realtà sono i “vecchi metodi” che erano stati
abbandonati per promuovere l’ingresso degli schermi a scuola.
Oggi a scuola serve un metodo lento e analogico che aiuti
cervelli troppo stimolati e poco attenti ad abituarsi all’esatto contrario:
ovvero a lavorare con una ridotta stimolazione, dedicandole un’attenzione
profonda così da apprendere ciò che in queste esperienze l’educatore mette al
centro del proprio progetto formativo.
E’ interessante parlare con docenti che abituano la propria
classe all’esperienza della lettura ad alta voce di un libro. Tutti dicono che
all’inizio è faticoso tenere gli studenti in una condizione di ascolto attivo e
partecipante. Partono con sessioni brevi e poi progressivamente aumentano il
tempo di ascolto. Con il giusto libro, dopo alcune sessioni, conquistano la
capacità della classe di stare in ascolto per un tempo molto significativo.
Ecco, questo è un esempio di come si allena l’attenzione protratta: non servono
stimoli digitali, serve una relazione, una stimolazione coinvolgente (il libro
da leggere deve essere naturalmente adatto all’età degli studenti e in grado di
attirarne l’interesse) e la volontà dell’adulto di allenare qualcosa che tutti
oggi ritengono difficilmente recuperabile. Invece, la neuroplasticità del
cervello in età evolutiva rappresenta un’enorme risorsa: perché in età
evolutiva noi possiamo molto facilmente permettere ad un cervello poco allenato
all’attenzione e ad altri funzionamenti cognitivi di riconquistare le abilità
su cui è stato reso fragile, spesso a causa dell’eccesso di offerta di schermi
digitali.
Ho scritto questo lungo articolo, sperando che lo
diffondiate il più possibile con genitori, educatori e docenti. In previsione
dell’inizio dell’anno scolastico, noi dobbiamo pretendere dalle scuole
frequentate dai nostri figli che gli schermi digitali abbiano uno spazio e un
tempo davvero marginali e che i docenti si impegnino il più possibile a
riallenare gli studenti, attraverso metodi analogici, a ridiventare capaci di
scrivere con carta e penna, di disegnare con pennarelli e pastelli, di pensare
con la loro intelligenza naturale. non con quella artificiale.
Dico questo perché non voglio il digitale nelle loro vite e
nelle loro scuole? No, dico questo perché voglio che quando il digitale entrerà
nelle loro vite, i loro cervelli siano pronti a renderlo strumento del loro
funzionamento reso abile e competente da validi processi di apprendimento.
Perché se ciò non avviene, ciò che accadrà è che i cervelli dei nostri figli
saranno gli strumenti che il mondo digitale userà per rendere le loro vite
strumento del suo profitto, come – del resto – sta già avvenendo da troppo
tempo.
Se credete che questo articolo contenga contenuti degni di essere diffusi,
condividetelo con altri genitori e docenti,
attivatevi per lanciare un Patto Digitale di Comunità nella vostra scuola,
verificate con i
docenti dei vostri figli che non richiedano l’uso di strumenti digitali per
l’attività di studio, soprattutto quella fa svolgere a casa in autonomia.
Come al solito affrontando questi temi, avrò molti
detrattori, quindi se volete e potete vi invito a commentare confermando
eventualmente questa visione e questo approccio al problema. Buon fine
settimana
pubblica Annamaria Gatti
foto focus.it
domenica 30 agosto 2026
Come farò a portare questa classe alla maturità?
Insegnare giorno per giorno, senza timori né ansie
di Maria Concetta Pellizzeri
26 Agosto 2026 - Fonte: Città Nuova
La testimonianza di un’insegnante che racconta il percorso di una classe verso la maturità, tra difficoltà, cambiamenti, solidarietà e inattese soddisfazioni
Insegno da tanti anni. Prima ai “piccoli”, poi ai “grandi”.
Negli anni si insegna, ma soprattutto si impara. Un mestiere, questo, in cui la
routine è fatta di novità e scoperte continue. Settembre, il nostro
“capodanno”, porta speranze, attese, progetti, preoccupazioni, curiosità. Lo
scorso settembre una preoccupazione particolare e molto “professionale”: come
faccio a portare la classe alla maturità?
La fine del precedente anno scolastico era stata caratterizzata da una particolare rilassatezza: anche la richiesta del minimo impegno li vedeva assolutamente indifferenti ed educatamente oppositivi. L’estate era stata molto faticosa per importanti questioni familiari e quindi cominciavo l’anno scolastico già molto stanca. Come farò? Come accade in queste occasioni la sola cosa possibile da fare è vivere giorno per giorno e, con questo atteggiamento, ho cominciato l’anno con la quinta del 2025/26. Questo modo di pormi probabilmente ha alleggerito timori e ansie portandomi in classe senza pretese e aspettative e forse con una diversa disponibilità ad accogliere quanto gli alunni avrebbero dato.
Ma anche in classe qualcosa era cambiato: erano le stesse persone che avevo salutato a giugno ma quasi subito, dal primo incontro, ho percepito qualcosa di diverso.
Non sentivo indifferenza e oppositività ma attenzione che si è presto declinata in interesse, partecipazione attiva alle proposte… curiosità e voglia di imparare. E anche tra loro non si percepivano più contrasti e rivalità che avevano lasciato il posto a una sincera e fattiva solidarietà; permanevano gruppi e amicizie, ma non erano più ostacoli bensì reali punti di forza.
Ci siamo messi in gioco ed è emerso un clima caldo, necessario affinché ognuno di noi esprimesse il meglio di sé. Andare nella loro classe era piacevole, le lezioni erano momenti di un cammino verso un obiettivo comune, stimolanti perché sentivo la responsabilità di accompagnare questo percorso con una professionalità più responsabile ed efficace.
Un giorno, mentre erano impegnati e concentrati a svolgere un lavoro, mi è venuto spontaneo dirgli: «Non lo avrei mai immaginato ma mi mancherete!». In tanti anni non mi era mai successo di avere nostalgia per un’intera classe, classe che ha saputo ribaltare i miei timori iniziali e risvegliare la passione per l’insegnamento.
Esperienza importante la partecipazione al gruppo di volontariato che era nato a scuola: presenza costante, partecipazione attiva, disponibilità e la scoperta che il poco di tanti diventa tanto per chi ha bisogno.
Poi l’esame di maturità… momento importante che ha visto successi e delusioni, ma che non ha il potere di togliere nulla al cammino di crescita di ciascuno di quell’anno.
Quando salutiamo una classe confidiamo sempre che uno
dei tanti semi gettati nel tempo trascorso con loro produca frutto. A volte
vediamo i germogli, altre no. Questi alunni, che hanno saputo farmi ricredere,
hanno saputo essere un buon terreno di semina.
Pubblica Annamaria Gatti
foto di A.G.
domenica 23 agosto 2026
Papa Leone ai giovani del Meeting e non solo
L'AMOR CHE MOVE IL SOLE E L'ALTRE STELLE
Questo il titolo del Meeting 2026, evento culturale internazionale e lungimirante dal 1980. Papa Leone XIV.
"... Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza.
L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta.
Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!
... Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa!
Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.
....
Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere.
Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la
Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È
l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don
Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?»."
https://www.meetingrimini.org/papa-leone-xiv-meeting-rimini-discorso-integrale/
Pubblica Annamaria Gatti
foto: Parco Nazionale Gran Paradiso
sabato 22 agosto 2026
Una favola di Paolina per l'inizio della scuola: la scuola è come un grande albero
Una favola per scoprire cosa è la scuola? Eccola, sempre simpatica l'orsetta Paolina che dal periodico Città Nuova nel 2022 ha accompagnato per alcuni mesi i bambini a scoprire le cose importanti della vita: superare la paura, collaborare, aiutarsi, abbracciarsi, perdonarsi, donare, sorridere e pensare.
favola di Annamaria Gatti
illustrazione di Eleonora Moretti
fonte: Città Nuova settembre 2022
PAOLINA VA A SCUOLA
Questo è l’ultimo dei
nove appuntamenti con Paolina, che ringrazia per averla seguita in tutti questi
mesi e aver percorso con lei un cammino di conoscenza e di tenerezza, di
fiducia e di speranza.
L’estate
stava finendo, ma tutto era ancora di un bel verde brillante. Lo stagno assopito,
dormicchiava cullato dalle ninfee e dai fior di loto e dai richiami di Paolina
e Sandro, che si rincorrevano fra gli alberi.
“Andremo
a scuola fra poco”
aveva
pensato a voce alta Paolina, fermandosi
di colpo.
“E
tu sei preoccupata? Io sì. Non so come sia …la scuola”
aveva
aggiunto Sandro, fermandosi sotto una quercia maestosa. Tutti e due si erano
sdraiati col naso all’insù. Da lì sotto era bello scrutare il cielo azzurro fra
le foglie ricamate e le ghiande mature.
“La
scuola è come un albero, dice la
mamma, ma non so perché,
comunque gli alberi mi piacciono tanto”
aveva spiegato Paolina.
“Sarebbe
bello arrampicarsi e provare come siamo diventati agili”
aveva ammesso l’amico.
“Hai
ragione. Anche andando a scuola forse si diventa agili. Si impara e si diventa
capaci. Chissà cosa si vede se ci si arrampica lassù.”
Detto fatto
i due orsetti erano già a metà fusto e si raccontavano tutto quel che
riuscivano a scorgere: i prati, i loro abitanti, le alture, le rocce insidiose
e altri alberi imponenti. E poi più su, su… le nuvole candide ammassate
sull’azzurro, in cumuli maestosi. Ma si sa che gli orsi non hanno una buona
vista e bisogna allora impegnarsi di più.
“Se
ci fosse la mamma qui a spiegarmi quel che vedo”
aveva sussurrato Paolina pensierosa,
mentre Sandro poteva rivelare la sua scoperta.
“Ecco
a cosa serve un maestro!
Ti
racconta quello che conosce e poi insieme facciamo altre scoperte.”
Gli piaceva che ci fosse un maestro ad aspettarlo,
anche se nella scuola non avrebbe incontrato i fringuelli e i passeri che gli
facevano festa in quel momento tra i rami.
Ma avrebbe trovato tanti altri cuccioli che si sarebbero arrampicati con lui.
“Allora la scuola è davvero come un albero:
ti
fa conoscere quello che non vedi se resti a terra.”
Ora Paolina
ha capito che sarà contenta se potrà continuare ad imparare come vanno le cose
nella vita osservando, conoscendo, fidandosi di chi le vuole bene e senza avere
mai paura.
E’ così che
si diventa grandi.
domenica 16 agosto 2026
Per l'inizio di una scuola felice e dintorni
Ok, sei un o un' insegnante?
Hai l'ansia dell'inizio? Comprensibile, ma superabile. Ti piacerebbe fare il punto sulle carte vincenti da giocarsi? Pochi punti ma fermi e collaudati, magari a confermare la tua esperienza o acquisire nuove abilità?
Prolificano iniziative di supporto e formazione per sistemare la fatidica e simpatica "cassetta degli attrezzi" per chi teme di partire in ...automatico.
Ne segnalo due, del prof. Novara del CPP, on line: Il giudizio non serve- 31 agosto, e del prof. Stella -SOS Dislessia: Nessuno è somaro. 10 azioni per non lasciare indietro nessuno - a Roma 9 settembre). (confesso il titolo mi inquieta un po')
Concordo con il professor Stella che si chiede quale scuola porti una sensazione di felicità, per chi ci lavora e per chi la frequenta: e felici di starci dovrebbero essere tutti, insegnanti, scolari e studenti, ma anche, aggiungerei, genitori.
... E con il pedagogista Novara che parteggia per un inizio permeato di empatia, calore (ricordiamo l'effetto warm cognition ben illustrato dalla professoressa Lucangeli!!!), comprensione, valorizzazione e di un' intelligente strategia di conoscenza dei bambini o dei ragazzi, farà star bene tutti, anche i docenti.
Giorni scanditi da prove, valutazioni di entrata, umiliazioni, ecco daranno il metro della qualità di quella scuola. In cui forse l'errore non sarà una opportunità per rirpovarsi e sperimentare il successo e il superamento di una difficoltà, ma un marchio indelebile, dove il primo a star male pesantemente per altri nove mesi sarà anche il docente.
Posso ricordare poi che spesso momenti riusciti per iniziare un anno scolastico sono le uscite, i viaggi organizzati ad inizio d'anno, momenti organizzati dai ragazzi e ragazze, che permettono di conoscersi meglio, entrare in relazione, osservare da vicino e consapevolmente le dinamiche, creare ambiente relazionale e solidarietà e com-passione.
E solitamente creare buone alleanze con i docenti. Certo occorrono impegno, collaborazione e idealità.
Con entusiasmo.
Pubblica Annamaria Gatti
foto: M.G.
sabato 15 agosto 2026
La deplorevole pubblicità Apple Iphone - bambino è stata rimossa. E adesso? si chiede lo psicologo Pellai...
Lo psicologo Pellai con grande sollecitudine pubblica la notizia in un lungo, ma utilissimo approfondimento su Facebook.
Lo ringrazio e condivido il suo appassionato e autorevole intervento con i numerosi utenti di questo blog, alcuni dei quali non visualizzano fb.
"L’IMMAGINE PUBBLICITARIA E’ STATA RIMOSSA: E ADESSO?
L’immagine della pubblicità della Apple è stata rimossa. In
questo lungo articolo provo a spiegare perché questa rimozione rappresenta un
primo step importante del cambiamento oggi necessario al mondo e soprattutto ai
nostri figli. L’articolo è lungo, ma importante. Per leggerlo ci vogliono circa
10 minuti. Se li hai prosegui, altrimenti torna a leggerlo in un altro momento.
Io ci ho lavorato per parecchie ore, perciò ti sono grato se saprai valorzzarne
i contenuti, ritenendoli adeguati e competenti, facendolo leggere ad altre
persone.
La rimozione dell’immagine pubblicitaria, che oggi non è più
visibile a Milano, dove era stata affissa, potrebbe rappresentare una vittoria
per tutti noi che abbiamo considerato quell’immagine totalmente incongruente
con quanto oggi sappiamo rispetto ai rischi correlati all’ingresso precoce dei
minori nel mondo digitale. Al tempo stesso, ieri il Conseil Consitutionnel
francese ha bloccato la legge, voluta da Macron, che stabiliva il divieto di
accesso ai social media da parte dei minori di 15 anni. Al tempo stesso, negli
Stati Uniti, Meta sta affrontando un’azione legale che potrebbe portarla a
pagare una multa cumulativa di proporzioni mai viste prima, a causa
dell’architettura che contraddistingue le sue piattaforme social, considerate
additive nei confronti dei minori (e non solo) e in quanto tali, dannose per la
salute mentale dei soggetti in età evolutiva.
Questa congiunzione di elementi è solo un piccolo indicatore
di come il mondo stia cercando – con molta fatica – di guardare al mondo
digitale con uno sguardo totalmente nuovo rispetto a quanto avvenuto fino ad
oggi.
Per anni, si è guardato al mondo digitale considerandolo una
straordinaria opportunità. Questo ha favorito la logica pervasiva delle Big
Tech che hanno introdotto devices e piattaforme in tutti gli ambienti
scolastici (e di conseguenza nella vita di tutti i nostri figli e figlie) proponendo un’urgenza e una precocità di
ingresso e di utilizzo che oggi la scienza definisce non oggettivamente
vantaggiosa per i minori, che in tutto il mondo presentano indicatori di salute
fisica e mentale usurati.
La rimozione dell’immagine gigantesca che a Milano mostrava
un bimbo piccolissimo con in mano uno smartphone non è una vittoria né una
sconfitta. E’ semplicemente un indicatore che qualcosa sta cambiando e
rappresenta la prova che una parte significativa del mondo adulto oggi ha
consapevolezze che pochi anni fa non esistevano.
Per anni, tutto il mondo tecno-entusiasta – fortemente
sostenuto, finanziato e reso a sua volta pervasivo grazie al sostegno delle Big
Tech (tutti ci ricordiamo la presenza alla Casa Bianca di tutti i Ceo delle Big
Tech il giorno della seconda elezione di Trunp negli USA) non ha mai considerata
degna di approfondimenti e di valutazioni serie e oggettive la correlazione tra
uso dei devices e salute degli utenti. Tutte le volte che gli esperti (vedi il
lavoro di J.Haidt con il suo fondamentale saggio “Generazione ansiosa”) hanno
provato a dare evidenza dell’impatto sulla salute dei minori causato dalla
frequenza del mondo online, le Big Tech, corroborate dalle dichiarazioni di
alcuni scienziati e specialisti, si sono difese dicendo che non esistono prove
scientifiche certe che dimostrino che quei danni siano la conseguenza dell’uso
dei devices. Si utilizzano spiegazioni che si rifanno al paradigma della
“complessità”, al mantra “correlation is not causation”: tutto ammissibile, se
non che genitori e docenti quella correlazione la vedono molto chiaramente
nella quotidianità dei loro figli e studenti e la scienza oggi ha sufficienti
evidenze epidemiologiche e cliniche per sentirsi autorizzata a non arretrare di
fronte ai detrattori che vorrebbero continuare ad affermare al mondo che “il
digitale non è il problema”.
Tra l’altro, come spiegazione alternativa, da tutte le parti
viene affermato che il problema siamo noi genitori, che non siamo capaci di
educare i figli al buon uso del digitale, in quanto pigri, assenti, inetti:
alla luce di quale evidenza scientifica, tutti i genitori dei cinque continenti
nello stesso momento storico si sarebbero alleati per produrre nei loro figli
la peggiore crisi di salute mentale mai vista in età evolutiva? Questa sarebbe
la spiegazione scientifica dei dati epidemiologici di cui disponiamo oggi?
Non va trascurato che proprio di recente la stessa Corte di
Cassazione, in un caso riguardante proprio la Apple, ha affermato che
“l’incertezza scientifica non fa venir meno il dovere di informare l’utente da
parte del produttore che gli vende un servizio o un prodotto. Infatti, quando
gli studi disponibili abbiano prospettato un rischio plausibile, pur senza
dimostrare in modo definitivo la nocività del prodotto, il professionista deve
valutare misure informative proporzionate. .L’incertezza scientifica, dunque,
non equivale a irrilevanza giuridica. Non dimostra automaticamente la
responsabilità del produttore, ma impone al giudice di verificare se il rischio
sia stato adeguatamente comunicato e governato”..
Ad oggi, le Big Tech non solo non hanno comunicato il
rischio correlato all’uso dei loro prodotti e servizi, ma anche quando lo hanno
identificato (ed è successo molte volte) hanno fatto di tutto per negarlo,
nasconderlo, minimizzarlo al fine di tutelare il loro profitto economico
ritenuto più importante della salute dei suoi utenti. Esattamente la stessa
cosa avevano fatto le multinazionali del tabacco e per questo poi sono state
condannate. Da quella condanna, è derivato che il tabacco è stato trattato per sempre e in tutto il
mondo come “fattore di rischio” per la salute dei suoi utilizzatori.
La sanità pubblica oggi si è assunta la funzione e la
responsabilità di raccontare, denunciare, prevenire il rischio oggettivo
correlato all’uso del digitale in età evolutiva. Lo fa perché i dati oggi
disponibili ci fanno parlare di “emergenza”. E quando c’è un’emergenza di
sanità pubblica, si devono fare tre cose: educazione preventiva (interventi
formativi rivolti alla comunità), cambiamenti ambientali (per esempio: scuole
smartphone-free oppure rimozione di immagini come quella della pubblicità
denunciata), interventi legislativi (per esempio: divieti basati sui limiti di
età). La sanità pubblica ha già fatto questo con alcol, tabacco, gioco
d’azzardo, etc.
Gli interessi delle multinazionali che fanno profitto con
questo genere di prodotti e comportamenti non ha mai sostenuto il lavoro degli
specialisti di prevenzione. Ogni giorno, io che faccio questo lavoro, vedo
quanta contro-narrazione viene rivolta verso ciò che la sanità pubblica afferma
e anche contro noi specialisti che stiamo provando a generare un cambiamento di
cui siamo convinti non in quanto ideologicamente schierati contro il digitale,
ma in quanto le competenze cliniche, epidemiologiche e preventive che abbiamo
ci obbligano a fare questo lavoro per la salute della comunità. I pediatri
parlano dei rischi associati al digitale in età evolutiva e le loro linee guida
vengono smentite da filosofi e sociologi che certamente hanno competenze
elevatissime, ma che non si troveranno mai a dover gestire problemi di salute
mentale e fisica dei piccoli pazienti. Psichiatri e neuropsichiatri denunciano
addiction e dipendenza correlati all’uso dei devices e in giro tantissimi
opinionisti affermano che non esiste evidenza che il mondo digitale generi
fenomeni di dipendenza. Lo si nega per i social e per i videogiochi, per la
pornografia e per lo shopping online, per l’ossessione rivolta al corpo e per
le pratiche di skin care e beauty-routine messe in atto da bambini di 9 anni (e
ripeto: 9 anni). come è possibile tutto ciò? Come si può smentire di continuo
l’emergenza clinica che chi lavora con l’età evolutiva osserva tutti i giorni?
Io da anni, come medico specialista di sanità pubblica e
psicoterapeuta dell’età evolutiva, ho deciso di parlare a genitori e comunità
educante raccontando ciò che so, che studio, che constato nello svolgimento
della mia professione. Non importa se nel farlo, ho collezionato ormai una
lunga lista di haters e detrattori che mi definiscono: tecnofobico, profeta di
sventura, ideologo, dinosauro, amante del vintage e spesso anche grande
ignorante. No, non importa. Proseguo nel mio lavoro divulgativo e
psicoeducativo, consapevole che negli ultimi quindici anni non ho mai dovuto
cambiare la mia narrazione, alla luce dei dati di ricerca ad oggi disponibili.
Per questo, io personalmente, considero la rimozione del manifesto
pubblicitario che tanto ha fatto discutere in questi giorni, un passaggio che
segna un movimento fondamentale dalla fase di “precontemplazione” a quella di
“contemplazione” del problema, cosa che obbligherà le Big Tech a fare molta più
attenzione non solo nei processi comunicazionali ma anche nella qualità,
offerta e tipologia dei loro prodotti e servizi, perché la collettività ha
dimostrato di aver cominciato a mettere l’asticella (che prima non c’era mai
stata) al giusto posto: ovvero all’altezza della tutela della salute dei minori
e non della tutela del profitto.
Se pensi che questo messaggio serva oggi ad altri adulti che
stanno provando a cambiare lo status quo, commenta e condividi. Credo che sia
utile farlo circolare soprattutto fra quegli adulti che ancora faticano ad
avere accesso alla divulgazione medico-scientifica su questo tema.
Buon ferragosto.
P.S. L'immagine mi è stata inviata ed è tratta dalla Pagina
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