Benvenuti ai genitori...e ai bambini!
lunedì 14 settembre 2026
Ci sono rimaste tre cose
mercoledì 9 settembre 2026
Docenti alla ricerca degli studenti "persi". Il sano realismo del prof Galliano
Enrico Galliano amato prof e scrittore, ripercorre sui social i quattro step del docente alle prese con lo studente "perso", apparentemente o davvero demotivato.
Possibile recuperarlo?
Sì. Umilmente sottolinea: non tutti certo... Purtroppo.
In tanti possiamo dire di essere stati recuperati da prof che applicavano all'incirca questi quattro passi. A sorreggere tutto, sintetizzo io, una parola quasi magica: alleanza con le fatiche dei giovani. Alleanza, non sostituzione.
Ma sopra tutto non si può fare il madornale errore dell'umiliazione davanti a tutti. Non serve a nessuno. Neppure all'insegnante, che si candida al perenne burnout.
E sottovoce: ci sono molte altre professioni, se non amate l'insegnamento è dura... persistere, a meno che impariate ad amarla. Ed è strordinariamente faticosa e bella.
Qui il breve intenso post.
https://www.facebook.com/reel/1035020012833411
Pubblica Annamaria Gatti
foto da fb
domenica 6 settembre 2026
Una scena su cui riflettere
SFERA EBBASTA A SAN SIRO: UNA SCENA SU CUI RIFLETTERE
Sfera Ebbasta entra a San Siro seguito da 10 ragazze.
La scena celebrata da moltissimi media e diventata virale è un concentrato di stereotipi di genere che dovrebbe far riflettere tutti, adulti e giovanissimi. Il paradosso oggi sta nel fatto che da ogni parte si invoca all’educazione di genere e alla rimozione degli stereotipi di genere. A scuola si inventano progetti, si mobilitano specialisti e formatori. I ragazzi sembrano afferrare il messaggio, desiderare cambiamenti che appaiono così funzionali al loro benessere sociorelazionale ed emotivo.
Nel frattempo, la loro cultura “mainstream” continua a bombardarli di immagini e messaggi che affermano l’esatto contrario. Un uomo con dieci ragazze, lui davanti loro dietro. Tutte vestite uguali, praticamente in divisa. Di lui sappiamo tutto, di loro non sappiamo nemmeno il nome.
Viene in mente il documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo che anni fa aveva raccontato al mondo il ruolo decorativo del corpo femminile all’interno di tutte le trasmissioni della Tivu generalista. Era il 2009 e dopo quasi 20 anni siamo praticamente ancora lì. Solo che allora questa cosa veniva vista per ciò che era: un gigantesco stereotipo culturale da ribaltare. Oggi viene raccontata come qualcosa da celebrare; online ho letto anche l’aggettivo “colossale” per definire tale scena e tale ingresso. Detto da un sessantenne, tutto questo suona come un predicozzo del solito boomer. Invece, sono un padre e un uomo e un maschio e da anni penso e lavoro per produrre pensiero critico.
Siamo noi uomini per prima a doverci distanziare da questo genere di narrazioni e di celebrazioni. Uno dei miei figli ieri era a San Siro. Stamane a colazione ho parlato con lui. Non avevo bisogno di essere capito o di portarlo dalla mia parte. Però volevo che lui avesse anche un’altra narrazione. Un’ultima osservazione: oggi quando si parla di violenza di genere, di abbattimento degli stereotipi tantissimi artisti della musica mainstream si mettono in prima fila con dichiarazioni e proclami. Poi se un’artista come Sfera Ebbasta li convoca per un feat, dentro un suo brano corrono alla corte del re come se niente fosse. Forse sarebbe il caso che le artiste smontassero narrazioni che fanno male al femminile, a tutte le donne (e quindi anche a loro) pretendendo una coerenza che troppo spesso sfugge ai più.
Scrivere queste cose oggi è spaventosamente impopolare. Ma al tempo stesso è troppo necessario. Perciò ho deciso di scrivere questo post. Non mi interessa parlare di Sfera Ebbasta, sia chiaro. Mi interessa promuovere pensiero critico sulla cultura di cui lui, volente o nolente, è un testimonial di riferimento. Vorrei chiedergli se non sente alcuna responsabilità etica ed educativa avendo un pubblico così ampio tra i giovani ed essendo lui stesso un papà.
Condivido con voi la foto del fatto di cui vi parlo, non per celebrarla e renderla ancora più popolare (rischio di cui sono consapevole). Lo faccio perché cominciate a guardarla con più pensiero critico, a decostruirla secondo la lettura che le mie parole vi volevano suggerire. Magari fatelo con i vostri figli. O con i vostri studenti alla ripresa dell’anno scolastico.
Pubblica Annamaria Gatti
Foto di a.g.
giovedì 3 settembre 2026
lunedì 31 agosto 2026
Attenzione un articolo da condividere: è urgente una scuola più analogica e meno digitale
Articolo interessante e denso di Alberto Pellai che propongo volentieri sulla responsabilità di conoscere i danni che il digitale ha fatto e sta facendo ai nostri figli e figlie. E la scuola si deve interrogare.
IL “FALSO MITO” DELL’APPRENDIMENTO DIGITALE:
PERCHE’ DOBBIAMO PRETENDERE PIU’ SCUOLA ANALOGICA
E MENO SCUOLA DIGITALE
In questi fine settimana estivi, condivido con voi lunghi
articoli di approfondimento sulla questione digitale. Questo articolo su cui io
ho lavorato per molte ore, a voi richiede almeno dieci minuti di lettura, è
ricco di informazioni necessarie per chi ha figli che vanno a scuola e serve a
sviluppare un pensiero critico che aiuti a comprendere come mai i nostri figli
oggi hanno competenze cognitive molto più limitate rispetto alle generazioni
passate. Quindi leggete questo articolo se davvero avete un tempo utile per
farlo e pensate che questo tema sia importante per la crescita di vostro figlio
o figlia.
In questi anni, sempre più adulti si sono resi conto di
quanto l’ingresso precoce nel digitale abbia danneggiato in modo evidente la
salute mentale e fisica dei minori. Inoltre, tutte le ricerche hanno
evidenziato un calo drastico della soglia di attenzione nelle nuove generazioni
ridotta ad una manciata di secondi, cosa che rende sempre più difficile
coinvolgere chi cresce, in attività impegnative sul fronte dell’ingaggio
cognitivo. Una delle ragioni principali di tale fenomeno è rappresentata dalla
frequenza del mondo online con le sue caratteristiche di iperstimolazione e
distrazione costante favorite dallo scrolling infinito, dalla frammentazione
della visione imposta dal succedersi di video brevissimi presenti sulle
piattaforme social.
Nonostante queste evidenze, la scuola vive una situazione
paradossale: da una parte i docenti si trovano di fronte a studenti che hanno
problemi sempre più evidenti a seguire una lezione e a rimanere concentrati
sulle richieste di apprendimento che vengono loro fatte. Dall’altra, ai docenti
viene proposto di aumentare sempre più l’ingaggio digitale all’interno delle
loro lezioni. La spiegazione che sta alla base di questa richiesta è sempre la
stessa: “gli studenti oggi non sono più in grado di fruire della lezione
analogica, la loro mente oggi funziona in modo totalmente diverso rispetto al
passato”.
Si dimentica in questa narrazione che la mente oggi funziona
in modo diverso rispetto al passato, perché è stata danneggiata proprio da
quegli stessi strumenti e ingaggi che oggi vengono proposti come rimedio alla
difficoltà di apprendimento evidenziata, tra l’altro, dal crollo pandemico e
globale degli indicatori oggettivi rivelati da ricerche standard come i dati
PISA. Insomma il paradosso è rappresentato da questo fatto: si propone come
rimedio al danno oggettivo lo stesso fattore di rischio che quel danno ha
provocato.
Provo a riformulare l’intera questione in altro modo e lo
faccio perché tra poco ricomincia un nuovo anno scolastico e noi abbiamo
bisogno di nuovi paradigmi rispetto a quelli oggi vigenti e fortemente imposti
al sistema scolastico da logiche di mercato, a loro volta derivanti dall’enorme
potere che le Big Tech hanno sui sistemi politici e decisionali. Se in classe
gli studenti hanno gravi problemi di attenzione (ma anche di memorizzazione e
comprensione del testo, così come di molte altre competenze cognitive) è perché
il loro potenziale cognitivo è stata fortemente compromesso da un’abitudine
costante a permanere nel mondo digitale che è interamente basato
sull’iperstimolazione del cervello emotivo, con scarsissimo ingaggio e
potenziamento dei funzionamenti cognitivi.
Il cervello in età evolutiva sviluppa le sue competenze cognitive molto più attraverso un approccio analogico basato sulla lentezza, condizione che facilita l’apprendimento profondo e complesso, favorendo il cablaggio di reti neuronali che devono essere sviluppate nel tempo della crescita.
Se ciò non avviene in età evolutiva, il rischio è che tale perdita si
cronicizzi nel medio e lungo termine. L’età evolutiva è un tempo che richiede
al cervello di strutturare le reti neuronali che rimarranno con noi per tutta
la vita. Affinchè ciò avvenga, il soggetto deve allenarsi ripetutamente e a
lungo in attività che rinforzano la funzione di cui deve essere abile. Vale per
il cervello la stessa regola che vale per il nostro apparato muscolare: se
alleni un muscolo, sottoponendolo ad esercizi costanti che lo rinforzano, quel
muscolo ti renderà capace di affrontare le richieste basate sul suo ingaggio
attivo. Se quel muscolo non l’hai allenato, qualsiasi richiesta che si basa sul
suo ingaggio attivo, lo troverà debole e incapace di assolverla. Traducendo questo
ragionamento in ambito scolastico, noi – in questo momento – abbiamo studenti
che apprendono poco perché hanno allenato troppo il cervello nella palestra
sbagliata: ovvero nel mondo virtuale.
Oggi serve invertire la rotta: serve riportarli nel mondo analogico.
Come alla scuola primaria ci sono bambini che dopo pochi minuti smettono di
colorare perché i muscoli delle loro dita (non abituati alla motricità fine, ma
solo allo scrolling) si stancano velocemente a tenere stretto un pastello tra
pollice e indice, così alla scuola secondaria i docenti si rendono conto che
dopo cinque minuti di lezione alcuni studenti hanno già perso l’attenzione
necessaria a stare nel flusso della spiegazione. Viene costantemente ribadito
dai fautori dell’apprendimento digitale, che la lezione “vecchio stampo” è
noiosa e inadeguata per gli studenti di oggi, perché il loro cervello oggi
funziona in modo diverso. Ma è proprio quel “modo diverso di funzionare” che va
corretto e rimesso nelle condizioni adatte a sviluppare le competenze di cui
oggi i nostri figli e figlie sono così carenti.
Chi ha compreso bene questa lezione, oggi sta facendo marcia
indietro. Prima fra tutte la Svezia, che dopo aver aderito al tecno-entusiasmo
scolastico e favorito in ogni modo l’apprendimento digitale, oggi ha promosso
nuovi metodi didattici, che in realtà sono i “vecchi metodi” che erano stati
abbandonati per promuovere l’ingresso degli schermi a scuola.
Oggi a scuola serve un metodo lento e analogico che aiuti
cervelli troppo stimolati e poco attenti ad abituarsi all’esatto contrario:
ovvero a lavorare con una ridotta stimolazione, dedicandole un’attenzione
profonda così da apprendere ciò che in queste esperienze l’educatore mette al
centro del proprio progetto formativo.
E’ interessante parlare con docenti che abituano la propria
classe all’esperienza della lettura ad alta voce di un libro. Tutti dicono che
all’inizio è faticoso tenere gli studenti in una condizione di ascolto attivo e
partecipante. Partono con sessioni brevi e poi progressivamente aumentano il
tempo di ascolto. Con il giusto libro, dopo alcune sessioni, conquistano la
capacità della classe di stare in ascolto per un tempo molto significativo.
Ecco, questo è un esempio di come si allena l’attenzione protratta: non servono
stimoli digitali, serve una relazione, una stimolazione coinvolgente (il libro
da leggere deve essere naturalmente adatto all’età degli studenti e in grado di
attirarne l’interesse) e la volontà dell’adulto di allenare qualcosa che tutti
oggi ritengono difficilmente recuperabile. Invece, la neuroplasticità del
cervello in età evolutiva rappresenta un’enorme risorsa: perché in età
evolutiva noi possiamo molto facilmente permettere ad un cervello poco allenato
all’attenzione e ad altri funzionamenti cognitivi di riconquistare le abilità
su cui è stato reso fragile, spesso a causa dell’eccesso di offerta di schermi
digitali.
Ho scritto questo lungo articolo, sperando che lo
diffondiate il più possibile con genitori, educatori e docenti. In previsione
dell’inizio dell’anno scolastico, noi dobbiamo pretendere dalle scuole
frequentate dai nostri figli che gli schermi digitali abbiano uno spazio e un
tempo davvero marginali e che i docenti si impegnino il più possibile a
riallenare gli studenti, attraverso metodi analogici, a ridiventare capaci di
scrivere con carta e penna, di disegnare con pennarelli e pastelli, di pensare
con la loro intelligenza naturale. non con quella artificiale.
Dico questo perché non voglio il digitale nelle loro vite e
nelle loro scuole? No, dico questo perché voglio che quando il digitale entrerà
nelle loro vite, i loro cervelli siano pronti a renderlo strumento del loro
funzionamento reso abile e competente da validi processi di apprendimento.
Perché se ciò non avviene, ciò che accadrà è che i cervelli dei nostri figli
saranno gli strumenti che il mondo digitale userà per rendere le loro vite
strumento del suo profitto, come – del resto – sta già avvenendo da troppo
tempo.
Se credete che questo articolo contenga contenuti degni di essere diffusi,
condividetelo con altri genitori e docenti,
attivatevi per lanciare un Patto Digitale di Comunità nella vostra scuola,
verificate con i
docenti dei vostri figli che non richiedano l’uso di strumenti digitali per
l’attività di studio, soprattutto quella fa svolgere a casa in autonomia.
Come al solito affrontando questi temi, avrò molti
detrattori, quindi se volete e potete vi invito a commentare confermando
eventualmente questa visione e questo approccio al problema. Buon fine
settimana
pubblica Annamaria Gatti
foto focus.it
domenica 30 agosto 2026
Come farò a portare questa classe alla maturità?
Insegnare giorno per giorno, senza timori né ansie
di Maria Concetta Pellizzeri
26 Agosto 2026 - Fonte: Città Nuova
La testimonianza di un’insegnante che racconta il percorso di una classe verso la maturità, tra difficoltà, cambiamenti, solidarietà e inattese soddisfazioni
Insegno da tanti anni. Prima ai “piccoli”, poi ai “grandi”.
Negli anni si insegna, ma soprattutto si impara. Un mestiere, questo, in cui la
routine è fatta di novità e scoperte continue. Settembre, il nostro
“capodanno”, porta speranze, attese, progetti, preoccupazioni, curiosità. Lo
scorso settembre una preoccupazione particolare e molto “professionale”: come
faccio a portare la classe alla maturità?
La fine del precedente anno scolastico era stata caratterizzata da una particolare rilassatezza: anche la richiesta del minimo impegno li vedeva assolutamente indifferenti ed educatamente oppositivi. L’estate era stata molto faticosa per importanti questioni familiari e quindi cominciavo l’anno scolastico già molto stanca. Come farò? Come accade in queste occasioni la sola cosa possibile da fare è vivere giorno per giorno e, con questo atteggiamento, ho cominciato l’anno con la quinta del 2025/26. Questo modo di pormi probabilmente ha alleggerito timori e ansie portandomi in classe senza pretese e aspettative e forse con una diversa disponibilità ad accogliere quanto gli alunni avrebbero dato.
Ma anche in classe qualcosa era cambiato: erano le stesse persone che avevo salutato a giugno ma quasi subito, dal primo incontro, ho percepito qualcosa di diverso.
Non sentivo indifferenza e oppositività ma attenzione che si è presto declinata in interesse, partecipazione attiva alle proposte… curiosità e voglia di imparare. E anche tra loro non si percepivano più contrasti e rivalità che avevano lasciato il posto a una sincera e fattiva solidarietà; permanevano gruppi e amicizie, ma non erano più ostacoli bensì reali punti di forza.
Ci siamo messi in gioco ed è emerso un clima caldo, necessario affinché ognuno di noi esprimesse il meglio di sé. Andare nella loro classe era piacevole, le lezioni erano momenti di un cammino verso un obiettivo comune, stimolanti perché sentivo la responsabilità di accompagnare questo percorso con una professionalità più responsabile ed efficace.
Un giorno, mentre erano impegnati e concentrati a svolgere un lavoro, mi è venuto spontaneo dirgli: «Non lo avrei mai immaginato ma mi mancherete!». In tanti anni non mi era mai successo di avere nostalgia per un’intera classe, classe che ha saputo ribaltare i miei timori iniziali e risvegliare la passione per l’insegnamento.
Esperienza importante la partecipazione al gruppo di volontariato che era nato a scuola: presenza costante, partecipazione attiva, disponibilità e la scoperta che il poco di tanti diventa tanto per chi ha bisogno.
Poi l’esame di maturità… momento importante che ha visto successi e delusioni, ma che non ha il potere di togliere nulla al cammino di crescita di ciascuno di quell’anno.
Quando salutiamo una classe confidiamo sempre che uno
dei tanti semi gettati nel tempo trascorso con loro produca frutto. A volte
vediamo i germogli, altre no. Questi alunni, che hanno saputo farmi ricredere,
hanno saputo essere un buon terreno di semina.
Pubblica Annamaria Gatti
foto di A.G.
domenica 23 agosto 2026
Papa Leone ai giovani del Meeting e non solo
L'AMOR CHE MOVE IL SOLE E L'ALTRE STELLE
Questo il titolo del Meeting 2026, evento culturale internazionale e lungimirante dal 1980. Papa Leone XIV.
"... Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza.
L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta.
Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!
... Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa!
Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.
....
Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere.
Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la
Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È
l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don
Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?»."
https://www.meetingrimini.org/papa-leone-xiv-meeting-rimini-discorso-integrale/
Pubblica Annamaria Gatti
foto: Parco Nazionale Gran Paradiso

