Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

mercoledì 26 novembre 2025

Alessandra Soligoni una raffinata scrittrice innamorata del mondo giovanile

 

                                                      ALESSANDRA JESI SOLIGONI

Lorenza Farina, nota scrittrice per l'infanzia, ha conosciuto molto bene Alessandra Soligoni, recentemente mancata,  e ha voluto renderle testimonianza con questa presentazione, che riporto con emozione.

Ho conosciuto anch'io Alessandra Jesi Soligoni. Ho recensito alcuni suoi libri fortunati e mi ha offerto il suo tempo commentando con autorevolezza alcune mie pubblicazioni.  Ho sempre colto le belle sfumature del suo intenso e dolce carattere e l'ho ammirata per l'impegno trasfuso nel valorizzare il ruolo pedagogico  della letteratura per le giovani generazioni. Lo faceva amabilmente e con grande competenza anche nei suoi numerosi libri, come ci illustra bene Lorenza Farina. 

Di lei conservo un ricordo affettuoso e una grande stima,  e non solo professionale: la gentilezza e la profonda attenzione alle persone che incontrava restano un dono per tutti noi. Indimenticabile.

 

In ricordo di Alessandra

ALESSANDRA JESI SOLIGONI, sensibile e apprezzata scrittrice per bambini e ragazzi, il 12 ottobre scorso è mancata all’affetto dei suoi cari e di quanti l’hanno conosciuta e amata in vita.

Ho avuto modo d’incontrarla tanti anni fa duranti gli incontri di promozione dei suoi libri presso le biblioteche del Sistema bibliotecario vicentino.  È nata subito una profonda amicizia che si è consolidata nel tempo, nutrita dalla comune passione per le storie e per la letteratura per l’infanzia.

Trevigiana, dopo aver insegnato a lungo materie letterarie presso la scuola secondaria di Preganziol (TV), si è dedicata con successo alla scrittura. Più di trenta libri al suo attivo, che hanno spaziato in vari generi letterari: romanzi, raccolte di racconti, albi illustrati, opere teatrali. Alcuni hanno ricevuto importanti riconoscimenti: il più celebre “L’eredità dei Bisnenti” (premio Europeo 1982) e poi “Il mondo di Rass” (Bancarellino 1987) e “Tante storie nello zaino” (Premio Città di Bitritto 2002) .

Alla scrittura Alessandra ha affiancato un lungo impegno di collaborazioni e interventi con Enti, Scuole e Istituzioni culturali, conducendo progetti educativi e attività a sostegno e promozione della lettura anche come membro del consiglio dell’IBBY Italia (sedi di Firenze e Padova).

Appassionata ambientalista, negli ultimi anni della sua vita ha fatto della difesa del parco di villa Albrizzi Franchetti di Preganziol la sua strenua battaglia. Donna tanto tenace quanto sensibile, amava la natura e il verde, l’arte e la bellezza.

Nella sua ricca produzione letteraria ha sempre dedicato una particolare attenzione alle problematiche che ruotano attorno al “pianeta adolescenza”, frutto anche della sua trascorsa esperienza di docente. Abile nell’offrire il punto di vista di un ragazzo d’oggi, alle prese con la ricerca di sé, sondandone il variegato mondo interiore, la sua era una voce che sapeva volare oltre gli steccati ideologici e culturali, affrontando temi legati anche all’attualità, come quella del mondo dei migranti che lasciano tutto in cerca di una vita migliore.

“Ma per chi scrive lo scrittore? Per se stesso o per i suoi lettori?” le fu chiesto durante uno dei suoi incontri nelle scuole. “Scrivo per stabilire un ponte fra me e il lettore” fu la risposta di Alessandra “dal quale mi aspetto una verifica, un riscontro, perché un libro ha sempre una funzione di dialogo silenzioso fra la mente attiva che legge e il pensiero scritto sulla carta. Non è importante andare a tutti i costi incontro al prossimo, ma esprimere realmente ciò che si sente, ciò che si ha dentro. Mi piace pensare al legame immaginario che si viene a creare tra me e il mio futuro lettore e al modo in cui egli coglie qualcosa che non c'è nella storia”.

Ora questo legame continuerà oltre il tempo e oltre lo spazio, grazie ai suoi libri dove si riflette la sua anima poetica, rendendoli dei “piccoli, compiuti sogni”.

Grazie, cara Alessandra, il tuo ricordo e il tuo dolce sorriso rimarranno sempre nel mio cuore.

                                                                                                                  Lorenza Farina

 

pubblicato da Annamaria Gatti


martedì 25 novembre 2025

Quanto è importante giocare con i figli.



L'IMPORTANZA DI GIOCARE CON I FIGLI

di Dorotea Piombo

fonte Città nuova 

21  novembre 2025 

Il gioco tra i genitori e i figli è fondamentale per il benessere emotivo e relazionale dei bambini. La vita frenetica può ridurre questi momenti, creando distanza e segnali di disagio. Ritagliare spazi di gioco nella routine rafforza i legami e nutre una preziosa memoria affettiva 

Quanto tempo dedichiamo davvero ai nostri figli, al di là degli obblighi quotidiani e delle corse tra casa e lavoro? È possibile che il gioco, spesso considerato superfluo nella routine adulta, rappresenti invece la chiave per aprire uno spazio emotivo condiviso, profondo e trasformativo? E cosa accade quando la mancanza di tempo diventa una costante, relegando i momenti di gioco ad un lusso raro? 

Viviamo in una società in cui la produttività è costantemente esaltata, in cui essere sempre impegnati è spesso sinonimo di successo. Le ore di lavoro si allungano, le distrazioni tecnologiche aumentano e i momenti di qualità in famiglia sembrano ridursi sempre più. 

Eppure, il tempo trascorso giocando con i figli non è solo svago: è costruzione attiva della relazione, terreno fertile per lo sviluppo psicofisico dei bambini, spazio in cui l’attaccamento trova voce e forma.

NICOLETTA E MARCO 

Nicoletta e Marco sono entrambi professionisti di successo. Lei lavora come avvocato in uno studio rinomato della città, mentre lui è impegnato come project manager in una multinazionale. Hanno due figli, Chiara di 7 anni e Alessandro di 4. La loro settimana si consuma tra sveglie all’alba, appuntamenti di lavoro, e-mail a cui rispondere e una lista di impegni che sembra non finire mai. La sera, rientrano a casa esausti. Mentre i bambini li aspettano pieni di entusiasmo, sperando in una partita al memory o una costruzione con i LEGO, Nicoletta e Marco si rifugiano nelle ultime pratiche da chiudere, preparando la cena velocemente e rimandando il gioco a un momento indefinito. I fine settimana, invece di essere dedicati alla famiglia, sono spesso impegnati in commissioni domestiche o scadenze lavorative. «Non abbiamo tempo, magari domani», è la frase che Chiara e Alessandro sentono troppo spesso.

Con il tempo, Nicoletta inizia a notare che Chiara è più silenziosa, meno incline a raccontare le sue giornate, mentre Alessandro diventa più capriccioso e irritabile. L’assenza di momenti di gioco si fa sentire: i bambini cercano affetto e presenza, ma trovano barriere invisibili che li separano dai genitori. La letteratura psicologica sottolinea come il gioco rivesta un ruolo fondamentale nello sviluppo psico-fisico del bambino. Attraverso il gioco, il bambino esplora il mondo, sperimenta le regole sociali, costruisce autostima e consegue tappe evolutive cruciali. Quando il genitore si fa parte attiva nel gioco, contribuisce a creare un legame di sicurezza, favorisce la regolazione emotiva e svolge una funzione di “specchio” affettivo.

I RISCHI

La mancanza di momenti ludici condivisi porta invece rischi significativi. I bambini possono sviluppare difficoltà relazionali, insicurezza, scarsa capacità di gestione delle emozioni, irritabilità e, nel tempo, vissuti di abbandono. Sul piano corporeo, il gioco favorisce lo sviluppo motorio, la coordinazione, il rilascio di tensioni e la prevenzione di disturbi legati alla sedentarietà. Inoltre, il gioco è uno spazio privilegiato in cui genitori e figli “si scelgono” reciprocamente, si riconoscono come individui e costruiscono una memoria affettiva comune, che diventerà risorsa alla base della crescita.

UN GIORNO

Un giorno, Nicoletta riceve una segnalazione dalla maestra di Chiara, che le consiglia di fare maggiore attenzione ai segnali di tristezza e chiusura della bambina. Questo evento provoca una riflessione profonda. Nicoletta e Marco, con l’aiuto di una psicologa, riconoscono la necessità di rivedere le proprie priorità. Decidono di pianificare dei veri e propri “spazi di gioco” nella routine settimanale. Ogni giorno, dopo cena, dedicano almeno venti minuti a giocare insieme, spegnendo telefoni e TV. Il sabato mattina diventa l’appuntamento fisso per una gita al parco, dove costruire ponti emotivi, scoprire nuovi giochi e ridere insieme. Col tempo, notano cambiamenti importanti: Chiara torna ad essere comunicativa, Alessandro è più sereno. Nicoletta e Marco riscoprono il piacere di stare insieme, sentendosi meno in colpa e più soddisfatti.  Il gioco diventa il vero “centro” della famiglia, da cui scaturiscono risate, confidenze e una nuova energia. Riconoscere l’importanza del gioco è il primo passo: non è tempo perso, ma investimento nel benessere emotivo dei figli. Pianificare spazi di gioco può fare la differenza, scegliere giochi che piacciano ai bambini, coinvolgendoli aumenta la qualità del tempo condiviso.

 NON SERVE ESSERE PERFETTI

Spegnere device e distrazioni aiuta a creare uno spazio autentico, in cui la presenza è totale. Non serve essere perfetti: anche una risata spontanea, una carezza durante il gioco lascia un segno indelebile. Osservare i segnali dei figli, come silenzio, irritabilità o tristezza, permette di intervenire tempestivamente. Fare alleanza con il partner rafforza anche la coppia e la coesione familiare. Il tempo donato ai figli attraverso il gioco è un capitale affettivo che cresce giorno dopo giorno. Anche nelle famiglie più impegnate è possibile riscoprire questa dimensione autentica, capace di attivare benessere psicofisico, fantasia, fiducia e memoria condivisa. Giocare con i figli è la più potente forma di presenza: è dir loro, con i gesti e non solo con le parole: «Tu sei importante per me».


pubblicato da Annamaria Gatti

foto da iODonna

mercoledì 19 novembre 2025

Un libro per aiutarci a capire l'educazione di genere




 IDENTITA’ FLUIDE IN UNA SOCIETA’ LIQUIDA 
 di DOMENICO BELLANTONI 
 EDITRICE CITTA’ NUOVA 

Recensione di 
Annamaria Gatti 

E’ assolutamente urgente aggiornare le proprie conoscenze su tutto ciò che lo scorrere dei giorni e dei pensieri sta trasformando la realtà che viviamo. 
E se non esiste più la possibilità di trincerarsi dietro ad espressioni come “ai miei tempi” o “è così e basta”, non è procrastinabile l’impegno per ogni adulto, educatore o meno, di capire come e cosa sta ribaltando ogni aspetto della crescita e della formazione dei nostri bambini, ragazzi e giovani. 
Il nuovo libro di Domenico Bellantoni, docente universitario, psicologo e psicoterapeuta, “Identità fluide in una società liquida - educazione di genere nel contesto contemporaneo” edito da Città Nuova per i Percorsi dell’Educare, riassume in oltre un centinaio di dense pagine (e ben quindici di bibliografia) gli strumenti per aprire un sipario autorevole sul tema della definizione della propria identità, che interagisce con gli aspetti culturali occidentali e di come cioè tali caratteristiche influenzino il processo di costruzione proprio dell’identità personale e di genere nei giovani. 

Nel capitolo su cui fermo l’attenzione del lettore, dal titolo “Educare al tempo del genere: istruzioni per l’uso”, l’autore offre validi suggerimenti di natura psicoeducativa in relazione al tema della percezione e definizione della propria identità di genere. E lo fa con precise osservazioni documentate nel corso dell’esposizione nei capitoli precedenti, chiarendo lucidamente posizioni e decodificando i modelli proposti, individuando alcune proposte inadeguate presenti soprattutto in internet e riferentesi anche alla possibilità di scelte di minori senza l’accompagnamento dei genitori. 

Bellantoni riconosce la difficoltà per i genitori di educare al genere con la dovuta lungimiranza e attenzione, e offre la possibilità di trovare in questo volume una guida che, senza essere ovviamente esaustiva, dà però le indicazioni giuste e motivate per lavorarci su. Dall’accompagnamento di cura raccomandato, all’affinamento delle capacità di ascolto, dall’obbligo di conoscere e formarsi sulle dinamiche in gioco nei processi di definizione dell’identità di genere, all’approfondimento del disagio manifestato verso l’identificazione circa il genere di prima assegnazione. Dall’educazione al rispetto di ogni tipo di diversità, alla testimonianza e alla coerenza a cui è chiamato ogni educatore, e questo è tanto vincente quanto è palesata la testimonianza del proprio vissuto gioioso della relazione di genere, affettiva e sessuale. 

Restano pilastri quindi l’accoglienza e l’alleanza che è auspicabile i genitori vivano quotidianamente nella relazione educativa, evitando di esasperare la tensione che può crearsi, accompagnando invece l’adolescente in un percorso di conoscenza e di orientamento. 

E’ nell’adolescenza che si sviluppa il processo di scoperta della propria identità di genere, ed è questa l’età più fragile, e spesso in balia di messaggi soprattutto veicolati da internet, di enfasi dell’autodeterminazione riguardo alla definizione di sé. Lì è fondamentale la presenza di adulti affidabili e consapevoli. 

Vi sono adulti che si irrigidiscono e rifiutano di comprendere, altri che per quieto vivere aderiscono e sono acritici e assenti, però, scrive lo psicoterapeuta… 

“…Esiste una terza posizione caratterizzante quegli adulti che accettano di fare da ponte fra le generazioni, nella consapevolezza che non c’è progresso senza radicamento nelle tradizioni e non c’è fedeltà ai valori tradizionali che non necessiti di una loro rivisitazione in relazione al progresso scientifico sociale e culturale. Tali adulti raccolgono la sfida educativa consapevoli, ma non incatenati ai propri valori e si propongono non già per lo scontro ma per l’incontro con i giovani innescando percorso di reciproca comprensione e dialogo, stabilendo relazioni educative in cui veicolare modelli e contenuti utili alla crescita personale di sè e dell’altro “ (pag.104) 

Adulti presenti, che sanno incontrare e che sanno individuare i bisogni e le risposte più adeguate e significative per chi sta crescendo, nella cura e nel rispetto.

domenica 9 novembre 2025

Ragazzi, chi cerca la perfezione si allontana dalla felicità. Di Marco Erba, prof e scrittore

 


Ragazzi, chi cerca la perfezione si allontana dalla felicità

di Marco Erba, insegnante e scrittore

fonte: Avvenire -  8 novembre 2025

Quando si parla di problemi adolescenziali o devianza giovanile vengono in mente bullismo e trasgressioni. Ma anche l’ossessione per l’eccellenza è una forma di dipendenza.

Luciana studia tantissimo, padroneggia ogni dettaglio. Ottiene voti impressionanti in tutte le materie, con una costanza mai vista. Riempie quaderni su quaderni di appunti, le pagine dei libri di note. Non si concede una sbavatura. In classe è sempre attentissima. Ma è anche sempre imbronciata. Diffida di tutto, crede che le amiche le parlino alle spalle, è angosciata da ciò che i compagni pensano, o potrebbero pensare, di lei. Teme il giudizio altrui e, allo stesso tempo, ne è dipendente. Chiude le relazioni, non accetta errori dagli altri, come non ne accetta da sé. Non tollera quella dose di ambiguità, di falsità, di caduta che chiede misericordia presente in ogni rapporto umano. Non devono esistere sbavature né in lei, né intorno a lei.

Una volta si offre per farsi interrogare. Ha studiato tutto nel dettaglio, come sempre. Padroneggia ogni aspetto della materia, si è formata una sua opinione su ogni argomento e sa sostenerla, ha una proprietà di linguaggio strabiliante. Alla fine le faccio i complimenti, le do dieci. Torna al posto mantenendo quel suo solito broncio fino alla fine dell’ora. Mentre spiego, mi guarda storto. Mi sale la tensione: cosa sta succedendo? Cosa c’è che non va? Alla fine della lezione mi ferma, mi chiede di parlare: «Prof» mi dice, prendendomi in disparte, «lo ammetta: lei mi ha dato dieci solo perché le sono simpatica. Non è un voto meritato, è regalato. Io lo so.» Cado dalle nuvole. Mi spavento. Come può avere una percezione della realtà così distorta, così falsata? Le dico che non è vero, le motivo il voto, le spiego che era preparatissima e che quel dieci è del tutto meritato. Non mi crede: se ne va sbuffando, ostile. Luciana non è felice.

Qual è il contrario di felicità? Quando lo chiedo alle mie classi, quasi tutti mi rispondono che il contrario di felicità è infelicità. Qualcuno allarga la prospettiva, prova con altro: tristezza, insoddisfazione. Tutto vero, ma c’è qualcosa di ancora più distruttivo, di ancora più opposto alla felicità, di ancora più antitetico. Il contrario di felicità è perfezione. Luciana è infelice perché vuole essere perfetta, perché vuole un mondo perfetto. E quando vuoi essere perfetta, niente è mai abbastanza, perché sei tu a non sentirti mai abbastanza. Nessun voto, nessun trofeo, nessun risultato potrà mai soddisfarti, potrà riempire il vuoto che hai dentro, potrà spegnere quella fame vorace che tutto ingoia.

 Silvia ha una sfilza di voti impressionanti, in tutte le materia. Apro il registro, li guardo: nove e mezzo, dieci, dieci, dieci, nove, nove e mezzo, nove e mezzo, dieci, dieci. Poi guado le presenze a scuola: d’un tratto, il registro si fa tutto rosso: assente, assente, assente… Da quel punto, di voti non ce ne sono più, ci sono solo assenze. Perché Silvia, la migliore della classe, a metà anno smette di venire a scuola, si chiude in camera sua,

E quando vuoi essere perfetta, niente è mai abbastanza, perché sei tu a non sentirti mai abbastanza. Nessun voto, nessun trofeo, nessun risultato potrà mai soddisfarti, potrà riempire il vuoto che hai dentro, potrà spegnere quella fame vorace che tutto ingoia. Silvia ha una sfilza di voti impressionanti, in tutte le materia. Apro il registro, li guardo: nove e mezzo, dieci, dieci, dieci, nove, nove e mezzo, nove e mezzo, dieci, dieci. Poi guado le presenze a scuola: d’un tratto, il registro si fa tutto rosso: assente, assente, assente… Da quel punto, di voti non ce ne sono più, ci sono solo assenze. Perché Silvia, la migliore della classe, a metà anno smette di venire a scuola, si chiude in camera sua, non vuole uscire. Silvia inizia a farsi del male per punirsi di colpe che non ha, per colpe che ci sono solo nella sua testa. Silvia rifiuta un mondo che le mette troppa pressione, una pressione a cui si ribella chiudendosi e distruggendosi. Silvia scappa da una realtà che è convinta le chieda di essere perfetta, anche se non è così. La realtà non chiede perfezione, chiede amore.

La perfezione è il contrario della felicità. Quando si parla di devianza giovanile, di problematiche adolescenziali, vengono in mente soprattutto comportamenti legati al bullismo, alle dipendenze, alla trasgressione; pensiamo magari ai cosiddetti «maranza», mai agli allievi modello. Ma anche l’ossessione per la perfezione è una devianza, anche la ricerca dell’eccellenza a ogni costo è una forma di dipendenza. La perfezione è il contrario della felicità. Sono convinto che ciascuno di noi, nel nostro ruolo di genitore, educatore, docente, debba averlo bene in mente. Solo così, attraverso il nostro stile educativo, potremo creare un clima sereno, nel quale si chiede impegno, ma si accetta anche l’errore come insostituibile strumento di crescita, come preziosa occasione e non come fallimento personale.

L’Eneide di Virgilio, il grande poema sul troiano progenitore dei Romani, uno dei capolavori più straordinari di ogni epoca, non sarebbe arrivata fino a noi, se avesse prevalso l’esigenza di perfezione. Virgilio, l’autore, chiese infatti nel suo testamento di distruggere l’opera, che, a suo dire, non era ancora stata sottoposta a un adeguato lavoro di labor limae e conteneva alcune sbavature. La volontà dell’autore, per fortuna di noi tutti, non fu rispettata: pare sia stato l’imperatore Augusto in persona a chiedere agli amici di Virgilio di diffondere comunque l’Eneide. Si dice infatti, anche se non c’è alcuna certezza al proposito, che Augusto avesse udito declamare in anteprima alcune parti dell’opera, commuovendosi profondamente. Anche oggi, leggendo l’Eneide, si è travolti dall’emozione. Enea è un eroe umanissimo, disposto al sacrificio di sé per i suoi, capace di sentimenti profondi. È un personaggio a tutto tondo, non un perfetto eroe senza macchia e senza tentennamenti. E, giunti al finale dell’opera, un finale che resta aperto, all’inizio si è un po’ sconcertati da questa incompiutezza, poi se ne resta affascinati.

Secoli dopo Virgilio, nel Medioevo, anche Francesco Petrarca, strepitoso poeta, cercò la perfezione nei suoi versi. Era certo che avrebbe ottenuto fama immortale dalle sue opere in latino, la lingua di cultura dell’epoca. Tra queste opere, però, ne compose un’altra: un’opera, a suo avviso, di minor valore, tanto che la chiamò «Rerum vulgarium fragmenta», cioè «frammenti di cose volgari». Si trattava di una raccolta di poesie in volgare, una lingua che per Petrarca era troppo popolare per essere utilizzata nella vera letteratura. Nella raccolta in volgare il poeta mette a nudo il proprio io con una lucidità e una modernità sconvolgente: racconta il suo travagliato amore per Laura, la sua tensione verso ciò che è assoluto, ma anche le sue cadute, la sua schiavitù a ciò che è mondano. Oggi, se Petrarca è conosciuto e studiato in tutto il mondo, è grazie alla sua opera che giudicava minore, i Rerum vulgarium fragmenta, meglio noti come il Canzoniere. Petrarca è divenuto immortale grazie all’opera che giudicava imperfetta, perché scritta in una lingua imperfetta, inadatta ai veri intellettuali. E le sue opere latine? Non è andata come il poeta si aspettava: sono oggetto di studio quasi solo per gli specialisti.

Tutti noi siamo un po’ l’Eneide e il Canzoniere.

 Noi e i nostri studenti, noi e i nostri figli.

La nostra bellezza, il nostro essere capolavori, passa dall’imperfezione, quell’imperfezione che è crepa capace di far trapelare la luce. Quell’imperfezione che è l’unico varco dal quale possono passare i desideri più autentici, ciò in cui crediamo, ciò che pensiamo, ciò che davvero siamo. Quell’imperfezione che chiede accoglienza e insegna ad accogliere davvero.


in foto: opera  di S.P. 

 

 

 

giovedì 6 novembre 2025

Quanto è importante l'efficace relazione con le famiglie nella scuola? Un libro non solo per i docenti.

 


ALLEANZE EDUCATIVE
COSTRUIRE RELAZIONI EFFICACI TRA SCUOLA E FAMIGLIA
di ANNAMARIA GIAROLO
Edizioni ERICKSON
Annamaria Giarolo, pedagogista e già insegnante, fornisce uno strumento decisamente interessante su un tema centrale che fa della scuola una esperienza  di qualità. Professionista di notevole esperienza educativa e pubblicazioni rivolte agli insegnanti, scrive di ciò che ha sperimentato, a garanzia di quello che propone in riflessioni e vissuti. Vorrei sottolineare come sia un manuale non solo per insegnanti, ma di utilità anche per i genitori, il cui ruolo nell' alleanza è fondamentale per essere definita tale. Ecco perchè l'etichetta del blog riporta entrambe le agenzie educative.

 Riporto qui la bella presentazione  editoriale:
"Quando scuola e famiglia si parlano davvero, nascono alleanze capaci di trasformare l’educazione in un autentico percorso di vita. Questo libro è un invito, rivolto a tutti gli insegnanti, a riconoscere il proprio ruolo come snodo centrale nella costruzione di relazioni educative autentiche e solide. Non si tratta di semplice buona volontà, ma di una professionalità che si esprime nel creare ponti, nell’accettare la sfida della complessità, nel sapersi mettere in discussione per trovare sempre nuove strade verso il benessere dell’altro. Perché è nelle relazioni — con gli studenti, le famiglie, i colleghi, i collaboratori, gli specialisti — che l’identità del docente prende forma e significato. Attraverso riflessioni, esperienze e strategie, il testo offre spunti concreti per affrontare le fatiche quotidiane della scuola e per dare voce ai bisogni educativi — speciali e non — che popolano ogni classe. Un libro che parla di cura, di ascolto, di cambiamento, e che riconosce l’insegnamento come la professione più alta e più umana che ci sia."

Pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it


venerdì 31 ottobre 2025

I santi rifioriranno sempre.

 


                             I santi rifioriranno sempre (e amano anche gli antipatici)

                                                   di Maurizio Patriciello

                                           fonte: Avvenire 30 ottobre 2025

La santità è gioco. Giocare con Dio. Tentare di capire, di arrivare al fulcro, al centro, al cuore di questo Mistero che affascina e spaventa. Dio è amore

Péguy: «E quando si dice che la Chiesa ha ricevuto promesse eterne, che si possono radunare in una promessa eterna, bisogna quindi rigorosamente intendere che non soccomberà mai sotto il suo invecchiamento, sotto il suo indurimento, sotto il suo irrigidimento, sotto la sua abitudine e sotto la sua memoria… e che i santi rifioriranno sempre». 

Anche oggi, anche domani, anche con l’avvento dell’Intelligenza artificiale e delle mille astruserie che ai vecchi ancorati alle loro abitudini, fanno paura. Santità non è sacrificio, penitenza, perfezione. O, almeno, non solo questo. Santità è relazione. Il frammento si rispecchia nel Tutto e dal Tutto si sente attratta e annichilita. La goccia cerca il torrente senza il quale sente di evaporare. La santità è gioco. Giocare con Dio. Tentare di capire, di arrivare al fulcro, al centro, al cuore di questo Mistero che affascina e spaventa. Dio è amore. 

Il santo ama. Chi? Tutti. Anche gli antipatici? Anche quelli. Ma gli altri sono cattivi. Vanno aiutati a esserlo di meno. Lui, il tuo Dio, li ama. E ti chiede di fare altrettanto. Ce la sussurriamo la verità in questa giornata dedicata a loro, ai santi? Giudicare è più facile che amare. Ti mette sul piedistallo e ti fa guardare dall’alto coloro che Dio ha voluto guardare negli occhi. Selezionare, incasellare, etichettare, litigare, condannare: tutto questo ci mette al riparo dalla fatica di dover amare. Attenzione ai paraventi. 

Chi ama ha vinto la paura – ogni paura – perché si fida. Il coraggio dei santi affonda qua le sue radici. Si fida. E ritorna bambino. Capace di meraviglia e di stupore, bisognoso si dialogo e carezze. Si guarda attorno e “vede”, finalmente “vede”. Vede il sole e le castagne; i crisantemi e i campanili; il piccolo appena nato e l’altro che viene gettato nella fogna. Vede l’acqua del fiume inquinato e quella del battesimo. “Vede” il Pane che diventa Dio e Dio che si fa pane da mangiare. 

Una magia? No, un gioco. Perché un padre ama giocare con i suoi bambini. E gli uomini, che fin troppo si prendono sul serio, devono imparare a giocare per diventare veramente uomini. E i peccati? Dove li mettiamo i peccati? Dove li ha relegati Iddio. Gli antichi monasteri vuoti non sono un fallimento, ma testimonianza di fede di fratelli e sorelle che hanno amato Dio e gli uomini in quel luogo, in quel tempo. State sereni, nulla è andato perduto. Ogni secolo ha avuto i suoi santi. Ma guai ad abituarsi troppo. Guai a trasformare i santi in “santini”. Faremmo un torto allo Spirito Santo che è perenne novità; a Dio che ci spiazza sempre.

Per dodici secoli la Chiesa e il mondo hanno fatto a meno di Francesco di Assisi. Fino a quando non arrivò questo giovane, originale, un po' folle, un po' strano, incompreso dai religiosi del tempo. S’innamorò. Di chi? Del lebbroso? Della foresta? Del canto degli uccelli? No, si innamorò di Cristo. Voleva lui, cercava lui, voleva giocare con lui, rimanere con lui. Un solo pensiero lo tormentava: offenderlo, pur senza volerlo. E ripercorse le antiche vie già tracciate dalla Chiesa e ne scoprì altre. 

Chi ama teme di fare del male alla persona amata, ed ecco l’assisano farsi severo con sé stesso e gli altri. Forse troppo. E se – il solo pensiero mi fa male – e se dicevo, per il futuro nessun giovane sentisse il fascino di indossare il saio? Per quindici secoli la Chiesa e il mondo non hanno saputo chi fosse Ignazio di Loyola e i gesuiti. E così via. Come sono diversi tra loro, i santi. Al punto che – poverini – qualche volta si sono guardati in cagnesco. La santità si declina in mille, diecimila, centomila modi. Perché ovunque volgi lo sguardo, Dio ti ammalia. Fino a oggi ne abbiamo appena sfiorati alcuni, il bello non è ancora arrivato. 

Non è facile rimanere sereni mentre il mondo cambia. Guardiamoci indietro. Ripercorriamo a ritroso la nostra storia. Che hanno in comune l’adolescente Carlo Acutis e il martire Ignazio di Antiochia? E i piccoli portoghesi, Francesco e Giacinta Marto, che ci fanno accanto a Tommaso d’Aquino e ad Agostino? Questa santità – perenne novità - mi attrae. Mi incanta la fantasia di Dio. 

Spalanco gli occhi: un bimbetto che sgambetta appena ha raccolto nel prato un minuscolo fiorellino giallo e lo ha regalato al suo papà milionario. Mi fermo, li scruto. Voglio imparare. Osservo la gioia del piccolo che ha donato tutto ciò che aveva di più bello, ma, soprattutto, quella del babbo che stringe al cuore il suo bambino, il bene più prezioso. 

I santi rifioriranno sempre. Anche oggi. Anche in mezzo a noi. E – perché no? – anche noi stessi possiamo fiorire in questo giardino dai mille fiori e mille profumi. Fiducia. Umiltà. Tanta, tanta, tanta umiltà. Amore. Oggi abbiamo una sola cosa da fare: amare. Cominciamo subito, senza preamboli, senza opporre resistenza, senza cercare appigli per sfuggire all’unico nostro dovere. Senza distinzioni, senza preclusioni. Noi non possiamo non amare coloro che Dio stesso ama. E se Dio ha tanta pazienza da rispettare i tempi dei “peccatori”, i loro ritardi, le loro giustificazioni, le loro bugie, le loro cadute, chiede a noi, peccatori perdonati, di imitarlo. “Ama e fa quello che vuoi”. Ho capito, Signore. Sono pronto. Mettiamoci in cammino. Soli Deo gloria.


pubblicato da Annamaria Gatti

foto: Focus,it

giovedì 30 ottobre 2025

Ultimo appuntamento favola 7. Doni a saperli vedere: Tramonto e grazie

Scrivevo... e vi ripropongo questa favola, perchè in questi giorni occorre vedere i doni che ci circondano e senza chiederci nulla. Facciamolo con i nostri bambini.

Carissimi tutti che seguite il blog. O carissimi affezionati  lettori del periodico Città Nuova. Questa è l'ultima favola pubblicata sul cartaceo di Città Nuova di cui sono autrice e di cui Eleonora è illustratrice. E di questa opportunità che ci ha entusiasmato e rese migliori... ringraziamo la redazione di  Città Nuova. 

E' stato bellissimo accogliere i vostri commenti e il vostro entusiasmo. Altri viaggi bellissimi senz'altro si apriranno,  ma volevo lasciarvi parte di un commento di Chiara M. che ringrazio,  giuntomi poche ore fa che mi ha commosso e che mi pare il più bel saluto a tutti, bambini, genitori, insegnanti e nonni che ci avete seguito. E' stato un bellissimo cammino.

Ho letto (la favola). Semplicemente splendida🥰Grazie! Sai far sognare e questo è bellissimo.



TRAMONTO  E GRAZIE 

favola di Annamaria Gatti              illustrazione di Eleonora Moretti

fonte:  Città Nuova, novembre 2023 


Dopo aver scoperto che la natura è una meraviglia, anche nelle più piccole cose, Lucia aveva ammesso: “Non avevo mai notato tanta bellezza.”

Carlo, che governava con maestria la mongolfiera, aveva aggiunto: “Beh, io l’avevo vista ma non l’avevo osservata ed era come se non ci fosse. Sono stato proprio distratto!”

La mongolfiera aveva sussurrato: “Voglio svelarvi un altro segreto…” Ma non fece in tempo a continuare, perché un lampo di luce rosso fuoco la scosse tutta e i due bambini  spaventati si aggrapparono alle funi della mongolfiera che li rassicurò:

“Scusate ragazzi, il sole ha sempre un modo originale di salutarmi. Ora se ne va un po’ più in là, a ovest, e mi  regala i colori del tramonto…”

I lampi si susseguirono nel cielo e i due amici erano affascinati da quello sfolgorio. Fasci di luce a sfumature d’ambra, vermiglio, corallo, ciclamino e violetto si alternavano  fino a confondersi in uno spettacolo multicolore.

Carlo e Lucia si chiedevano: “Come può accadere tutto questo?”

Il sole sornione, già pronto a far posto al crepuscolo, cercò di chiarire: “Questione di cirri, bambini. Le nuvole alte, sospese nell’atmosfera, sono fatte da cristalli di ghiaccio, che io illumino durante il tramonto, e ne viene fuori tutta questa meraviglia. Sono un eccellente pittore vero?”

“E’ vero. Ma ora dobbiamo tornare sulla Terra, nel parco, e tu Lucia, al tuo castello” aveva comunicato un po’ dispiaciuto il responsabile Carlo, che promise. “Verrò a trovarti Lucia e anche tu potrai venire qui al parco a giocare.” “Certo verrò sicuramente, ma ora atterriamo laggiù,  ci sono  bambini e bambine con cui possiamo fare amicizia” suggerì la principessa.

Laggiù nel parco, erano tutti a naso in su, un po’ per la bella mongolfiera e un po’ per gli splendidi colori del cielo. Lucia era raggiante per la possibilità di stare ancora con  altri bambini,  che la invitarono a godersi insieme quel tramonto e a indovinare il nome dei colori e delle nuvole, mentre Carlo assicurava la mongolfiera, che finalmente poteva riposare. Anzi no, nessun riposo per il pallone aerostatico,  a causa del chiasso quando tutti i bambini esplosero in un formidabile " GRAZIE!!!" che arrivò fino al sole. E tutti si sentirono profondamente contenti.

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