
Il rosario narrato ai bambini
di Annamaria Gatti
Illustr. Barbara Gallizio
Effatà Editrice

Iavarone nel libro citato apporta un contributo chiaro sulla natura del tempo adolescenziale. Andare controcorrente, provarsi e giocarsi con passione per i propri traguardi sono atteggiamenti importanti e da valorizzare. Ma non sempre l'ambiente attorno comprende il giovane esploratore della vita e spesso, forse troppo spesso, svalorizza le mete e l'impegno impiegato per raggiungerle, perché non conformi al pensiero comune.
Proprio come il giovane gambero, che viene cacciato dal gruppo perché si sa, i gamberi si muovono procedendo solo in retromarcia...
Ascolto, presenza, incontro, condivisione, accoglienza quindi sono frecce ben riposte nella faretra dell'educatore, se vuole fare "centro" nel suo vitale compito: traghettare nella vita buona coloro che gli sono stati affidati.
Pubblica Annamaria Gatti
Foto di G.S.
...E di attenzione hanno un bisogno estremo, urlato o sommessamente dichiarato o mascherato nei mille incredibili segnali che i bambini inviano ogni momento. Interessante questo articolo di Benedetta Ionata, che ha ricadute importanti nello sviluppare la consapevolezza di ciò che fa bene anche ai bambini: essere attesi, al centro della nostra reale attenzione, della nostra cura. Letto in questa chiave ha un ulteriore valore.
L’attenzione come un filtro che plasma la realtà
di Benedetta Ionata
12 Giugno 2026 - Fonte: Città Nuova
Quando non riusciamo a ricordare qualcosa, le ragioni possono essere diverse. In alcuni casi si tratta di un vero problema di memoria, legato a una codifica o a un immagazzinamento inefficace dell’informazione.
In molti altri casi, invece, il problema riguarda l’attenzione, poiché se l’informazione non viene registrata in modo adeguato è perché non ha mai ricevuto sufficiente attenzione fin dall’inizio. Se ci concentriamo e cerchiamo di recuperare un ricordo senza riuscirci, potrebbe esserci una difficoltà legata alla memoria. Tuttavia, gran parte di quelli che definiamo comunemente “vuoti di memoria” sono in realtà episodi di disattenzione.
Che cosa è l’attenzione?
L’attenzione è una delle funzioni mentali più citate nella vita quotidiana. Ne sentiamo parlare in relazione all’ADHD, nei consigli che invitano a prestare maggiore attenzione e nelle discussioni sull’impatto dei social media sulla nostra capacità di concentrarci. Eppure, dal punto di vista delle neuroscienze, il suo funzionamento rimane meno compreso rispetto ad altre capacità cognitive come il linguaggio, la memoria, la visione o il controllo motorio.
Nonostante le molte domande ancora aperte, l’attenzione sembra occupare una posizione centrale nel rapporto tra coscienza e inconscio, poiché agisce come un filtro che seleziona quali informazioni meritano di entrare nella nostra esperienza consapevole e quali, invece, rimangono sullo sfondo.
Se una persona vestita da gorilla attraversasse uno stadio durante una partita di basket, te ne accorgeresti? La maggior parte delle persone risponde con sicurezza di sì. Ma in un esperimento ormai classico, circa la metà dei partecipanti non si accorge del costume da gorilla quando viene chiesto loro di contare i passaggi di palla a basket. Ai partecipanti veniva mostrato un video di una partita di basket e veniva chiesto di contare il numero di passaggi effettuati dai giocatori. Mentre erano concentrati sul compito, una persona travestita da gorilla attraversava il campo. Sorprendentemente, circa la metà degli osservatori non notava la presenza del gorilla.
L’attenzione influenza il modo in cui percepiamo la realtà.
L’esperimento ha dimostrato che possiamo percepire la stessa realtà in modo molto diverso, a seconda di dove concentriamo la nostra attenzione. In realtà, questo concetto probabilmente non è poi così nuovo. Lo sperimentiamo ogni giorno. Quando conversiamo, di solito ignoriamo la maggior parte degli altri suoni presenti nell’ambiente. Non percepiamo tutto ciò che entra nei nostri occhi e nelle nostre orecchie. Percepiamo solo ciò che riceve la nostra attenzione.
Il motivo è semplice. Il cervello elabora una quantità di
informazioni enormemente superiore a quella che la coscienza può gestire.
L’attenzione quindi agisce come un filtro, senza il quale saremmo costantemente
sopraffatti dagli stimoli provenienti dall’ambiente. Come molte funzioni
mentali, l’attenzione comprende sia componenti volontarie sia meccanismi
automatici che sfuggono al nostro controllo. Possiamo decidere di concentrarci
su un libro o su una conversazione, ma esistono anche stimoli che catturano la
nostra attenzione senza che lo scegliamo consapevolmente.
Il cervello genera continuamente pensieri, emozioni,
ricordi, impulsi e percezioni, e la maggior parte di questi contenuti rimane al
di fuori della coscienza. Alcuni, invece, riescono a catturare ripetutamente la
nostra attenzione e finiscono per diventare parte integrante della nostra
esperienza, i quali nel tempo contribuiscono a modellare la nostra identità.
Dunque, ciò a cui prestiamo attenzione influenza ciò che ricordiamo, ciò che
impariamo, il modo in cui interpretiamo il mondo e, in ultima analisi, la
persona che diventiamo.
Non possiamo controllare tutto ciò che emerge nella nostra
mente. Possiamo però sviluppare una maggiore consapevolezza di ciò che cattura
la nostra attenzione e di ciò su cui continuiamo a tornare giorno dopo giorno.
Osservare il modo in cui dirigiamo la nostra attenzione significa osservare il
processo attraverso cui costruiamo la nostra esperienza della realtà.
In fondo, gran parte della nostra vita è il risultato di ciò
a cui scegliamo, consapevolmente o meno, di prestare attenzione.
Pubblicato da Annamaria Gatti
"Se non consumi, non esisti. È questo il messaggio che lo
spazio urbano ripete ogni giorno: si paga il tempo libero, la sosta, lo sport,
la mobilità, persino la natura. Sedersi all'ombra, bere da una fontana, giocare
a palla in un cortile diventano gesti sempre piú rari nelle nostre città. È
tempo di riscrivere una grammatica del possibile: ciò che nello spazio pubblico
può e deve essere accessibile, gratuito, di tutti."
"In questo libro Elena Granata guarda al futuro partendo dai segni già presenti nel nostro tempo, tra idee e innovazioni che ridisegnano il modo di vivere insieme. Beni da scambiare e condividere, da usare senza possedere; una dimensione legata al tempo liberato e alle relazioni. Nuovi bisogni legati all’abitare, che non è solo avere una casa, ma condividere tempi e spazi con una comunità piú ampia. Soprattutto nelle nuove generazioni prende forma il desiderio di una vita diversa, piú libera, piú collaborativa. Per questo è urgente una contronarrazione: il racconto di un’altra idea di città." dalla pagina Einaudi.
Ho raccolto dai social il pensiero della professoressa Paola Milani sui crudeli fatti intorno alla piccola Beatrice e rimando a P.I.P.P.I., perchè c'è chi lavora per salvare i bambini e le loro famiglie.
Vi invito a consultare il sito, ascoltare la presentazione è respirare la speranza di cui c'è bisogno, ma soprattutto di conoscere le azioni di impegno: https://pippi.unipd.it/
"A cosa sto pensando? A Beatrice. A Beatrice di due anni e
alla sua morte inenarrabile. E ai tanti bambini che continuano a morire perché
i genitori attraversano problemi ben più grandi di loro e nessuno vede il
dramma né dei bambini, che indiscutibilmente sono vittime, né dei loro genitori, nessuno
capisce, nessuno riesce a portarli in un percorso di cura e protezione.
Allora il problema è
che i servizi di protezione e tutela a volte agiscono modalità e forme di
allontanamento che possono essere migliorate, ma il problema è soprattutto che
i servizi di protezione e tutela sono presidi di democrazia e giustizia sociale
irrinunciabili, che l’Italia è il terz’ultimo paese europeo per numero di
allontanamenti e che questo dato ha sì molti significati e molte cause, ma vuol
dire comunque una cosa semplice e chiara: troppi bambini restano fuori dalla
rete, invisibili ai servizi e le conseguenze di questa mancata capacità del
sistema di portarsi vicino alle famiglie sono troppo spesso tragiche.
Incomprensibile che non si parli di ciò che accade quando è
evidente che l’allontanamento avrebbe salvato una vita e che si urli quando
l’allontanamento sembra dubbio a chi non può sapere come sono andate davvero le
cose.
Allora forse è più comprensibile perché il LEPS PIPPI è un LEPS. Perché difendiamo il diritto dei bambini di non essere condannati a una doppia invisibilità: quella dei loro genitori e quella dei servizi e di tutti noi.
Perché è necessario un metodo di intervento per rafforzare
la capacità del sistema di portarsi vicino alle famiglie soprattutto, ma non
solo, prima dell’allontanamento, prima che si apra la voragine, quando ci sono
ancora risorse nella famiglia e intorno alla famiglia e la vulnerabilità è
ancora in potenza e non in atto. Perché
la vulnerabilità è un terreno da coltivare, tramite dialogo e
possibilità di costruire fiducia tra famiglie, servizi, ospedali, nidi e
scuole.
Le famiglie che stiamo intercettando attualmente sono oramai
migliaia, ma evidentemente non sono abbastanza e tantissimo lavoro è ancora
davanti a noi per affermare questa cultura dell’andare verso, dell’andare
incontro, del prevenire, dell’andare a cercare piuttosto che dell’attendere.
Dell’affidarsi reciprocamente perché questo è l’allontanamento (e forse questa
parola ‘allontanamento’ possiamo oggi proprio metterla da parte): un affidarsi
reciproco tra due famiglie o tra una famiglia e una comunità. Del parlarsi tra
enti, servizi e soggetti diversi, del costruire équipe, dello stare con le
comunità e le famiglie come servizi. Del dare forma a nuovi mondi possibili
anche nelle vite di famiglie che vivono in mondi totalmente avversi." ( Paola
Milani*)
*Laureata in Pedagogia, Specializzata in Psicoterapia all’Università Salesiana di Roma (IFREP), Dottore di Ricerca in Scienze dell’Educazione nel 1994, dal 2018 Direttrice del Centro Interdipartimentale di Pedagogia e Psicologia dell’Infanzia dell’Università di Padova, dal 2015 Professore ordinario di Pedagogia Generale e Sociale nel Dipartimento FISSPA (Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata) dell’Università di Padova
Pubblicato da Annamaria Gatti
illustrazione di E. Basili (Mirta si fida. La famiglia Bottoni Una famiglia che accoglie, A.Gatti E. Basili. Ed. la meridiana, Molfetta 2020)
In questo ottantesimo della Repubblica, nata sui valori civili più alti che anche i giovani possono apprezzare, riconoscersi per ritrovare nuove spinte e motivi di progetto e sogno per la propria esistenza, imparare dal passato diventa un imperativo categorico.
Pubblicato da Annamaria Gatti
foto: Provincia di Perugia
"Ciacuno cresce solo se sognato" è una nota citazione di Danilo Dolci a cui fa eco la certezza che solo adulti vicini, interessati e appassionati educatori fanno da sfondo a sogni e a voli da intraprendere.
Gli sforzi in questi tempi difficili si stanno concentrando, speriamo! proprio sulla determinazione di pedagogisti, psicologi e parte della società educante ad essere quello che è urgente e da tempo auspicato:
"Accompagnare un giovane ...è aiutarlo a sposare la solitudine. ad ascoltare e attendere. a pregare che un Altro-Vero nuovamente gli parli e lo guidi" (Michele De Beni, Città Nuova maggio 2026 - Dossier- Giovani: il futuro è oggi)
"Come ci richiama Eraldo Affinati, il maestro è specialista dell'avventura interiore. Ci vuole tempo a provare quel senso di "felice inquietudine" per trovare il volto di cui innamorarci. I giovani attendono, forse un po' distaccati ma ancora affamati di senso, fiduciosi di vedere la felicita nei nostri occhi. Nonostante tutto, non sono quella generazione distratta che ci viene mostrata. Chiedono profondità, spazi di dialogo e di discernimento e adulti generosi che li sappiano incontrare." (idem)
pubblicato da Annamaria Gatti
foto: greenMe
Eppure molto si muove.
La ricerca di positività e di accoglienza, a detta di autorevoli osservatori (e chi legge giornali e statistiche lo può confermare) pare proprio superare il fango degli "odiatori" di professione, politici e comunicatori .
Ma i giovani si schierano alla ricerca di verità e di dialogo, per una vita pacifica fra chi abita per un pugno di anni questa nostra martoriata Terra.
Un contributo sintetico di riflessione ce lo dà Antonio Maria Mira su Avvenire, quando ci ricorda che promettere provvedimenti duri e super restirittivi, che non piacciono neppure a tutta la destra di maggioranza, non tiene conto della realtà e naviga sul consenso più becero, per cui l'immigrato comunque, anche di seconda o terza generazione, è da cacciare.
E poi? Un ascolto attento e informato delle analisi sociologiche sarebbe urgente...
Non importa se sulle pagine di giornali attenti spiccano spesso "immigrati" che salvano, che si distinguono per correttezza e impegno e talvolta muoiono a causa di italiani magari giovanissimi che hanno avuto la disgrazia forse di crescere senza educazione civica... e a causa di omissione di soccorso di qualche persona che ha dimenticato l'umanità.
Come già docente, autrice e psicologa, curatrice di numerosi progetti di inclusione e altri afferenti alla psicologia scolastica, ho incontrato nella scuola dagli anni '90 moltissimi bambini e ragazzi che hanno fatto la loro strada e portato con orgoglio l'appartenenza a questo nostro Paese. Non tutti certamente hanno frequentato l'università o sono diventati campioni di basket o di nuoto, ma questo non ce li fa sentire meno nostri. E parlo a nome di tanti docenti, presidi, colleghi e colleghe.
E anche questo blog, che curo da 16 anni, offre e ha sempre offerto in ogni suo post motivi di lavoro, lettura, informazione e formazione perchè chi lavora, vive nella nostra realtà che educa sempre (perchè "non si può non educare", assunto mutuato e modificato dalla migliore tradizione psicologica della pragmatica della comunicazione) possa trovare conferme e stimoli.
Sollecitare l'odio per cavalcare la paura scarica sulle spalle di tutti i ragazzi un futuro oscuro e dai connotati decisamente angoscianti.
Grazie allora a quei docenti che accompagnano a decifrare e ad esercitare valori di empatia, rispetto per tutti gli uomini e donne, bambine e bambini, per i fragili di questa società. Nelle loro mani è il presente e il futuro.
pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it
foto: Fanpage
Alcuni giorni trascorsi in città d'arte italiane o europee per accompagnare i propri studenti possono mettere in un certo stato di ansia prof e presidi. Forse anche qualche genitore.
Brutte notizie su comportamenti fortemente scorretti o pericolosi fanno presto a trovare rilancio sui media e hanno alimentato spesso rifiuti, dubbi, sfiducia dilagante, che non fanno bene a nessuno. Inoltre si è spesso segnalato che i docenti non sono doverosamente riconosciuti e tutelati in queste attività.
Poi però ci sono prof che credono nei loro studenti e che non mollano. E ci vanno, ad accompagnarli e la faccenda spesso fa i conti con impegni, forze e molto altro.
Eppure c'è chi ci sta. Oggi la docente di un liceo veneto ha avuto espressioni di lode per come sono andati giorni romani decisamente impegnativi: i ragazzi e le ragazze sono stati splendidi. E la mia giornata è decisamente stata più luminosa: qualcuno che ci crede in questa gioventù così dimenticata da chi potrebbe fare la differenza e agire con lungimiranza.
Se abbiamo fiducia nei giovani e abbiamo creato attorno a loro con tenacia e nel tempo attenzione, dialogo, disponibilità a farsi coinvolgere, insomma se siamo stati alleati, sanno rispondere e sono loro a fare la differenza. Ma quanto lavoro occorre e soprattutto quanta professionalità, che andrebbe davvero riconosciuta, perchè più presente di quanto si ipotizzi in inutili chiacchiere di circostanza.
Quanto ci servono lamentazioni e giudizi gratuiti? Ai ragazzi e ai giovani non servono a nulla. Servono adulti forti, capaci di stare accanto, di camminare insieme, di pretendere e favorire fiducia e coerenza. Per fare la differenza, appunto!
pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it
foto: Virgilio Sapere
Già nel precendete post si era scritto che il Salone del Libro di Torino quest’anno s’ispira a Elsa Morante con quel titolo "Il mondo salvato dai ragazzini" che pare avveneristico in un clima sociale e politico che di ragazzine e ragazzini pare proprio non curarsi e in modo, così miope e colpevole, partecipare al degrado del futuro di tutti. Ma speriamo sempre che il buon senso e il coraggio alla fine abbiano il sopravvento, perchè ciascuno poi è chiamato a fare la sua parte.
"Perché l’appello non sia vuota retorica, occorre capire concretamente come la Gen Z pensa, legge, scrive, spera. Scoprendo che tante differenze considerate scontate già non esistono più. E altre, insospettabili, avanzano" si scrive nell'inserto Gutemberg di Avvenire, e a ragione si fan parlare coloro che condividono concretamente cammini e cure dei nostri ragazzi.
Portare alla luce i valori e l'impegno di tanti per il mondo educativo dovrebbe essere una priorità anche dei media, perchè anche di lì passa il risveglio e la coscienza civile. A meno che si preferisca il sonnolento procedere secondo paletti già prefissati e controllati.
Diamo spazio allora a coloro che si fanno portavoce della tensione educativa realmente esercitata, secondo l'emergenti esperienze, sostenute dai grandi pedagogisti e pedagogiste che hanno fatto la storia e formato il pensiero della pedagogia italiana, che magari una principessa inglese viene a conoscere ed apprezzare, come accade in questi giorni in Italia...
Papa Leone XIV nel messaggio inviato all'arcivescovo di Torino, in occasione proprio del salone del libro richiama con fermezza che «in un tempo che
sembra soffocato dall’orrore della guerra e dal gelo dell’indifferenza, i
bambini, con la loro innata capacità di guardare il mondo con occhi nuovi,
accendono nella società una luce di speranza. C’è bisogno di una letteratura
che aiuti a riconoscere la dignità di ogni persona, specialmente dei più
vulnerabili, e che diventi sempre più scuola di fraternità e di pace»
Pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it
L’IMPORTANZA DELLE
NUOVE GENERAZIONI E DELL’IMPEGNO EDUCATIVO
di Annamaria Carobella
fonte Città Nuova - 14 Maggio 2026
Dal 14 al 18 maggio 2026 si svolgerà la Fiera del libro e
della cultura di Torino, dal titolo Il mondo salvato dai ragazzini.
L’editrice Città Nuova sarà presente nel Padiglione Oval UELCI-Media CEI –
V101/U102
La Fiera del Libro di Torino, la più importante
manifestazione italiana dedicata all’editoria, alla lettura e alla cultura, ha
come titolo: Il mondo salvato dai ragazzini, preso da un celebre libro di
Elsa Morante (1968). Esso sottolinea l’importanza delle nuove generazioni, ma
anche l’importanza dell’impegno educativo da parte di chi si occupa di
educazione.
Questo titolo, che è
un invito a dare spazio ai giovani, trovo che sia strettamente connesso
al libro uscito alla fine di aprile “
Educare viene prima: non lasciamoli soli” di Michele De Beni (pedagogista),
Ezio Aceti (psicologo dell’età evolutiva), Mariano Iavarone (sociologo e
mediatore familiare).
I ragazzini salvano
il mondo se gli adulti non li spengono né li lasciano soli. In un recente
incontro on line, venerdì 8 maggio, Michele De Beni si è ritrovato con un
gruppo di appassionati lettori per rispondere alle loro domande. Ha parlato
dritto al cuore senza nascondersi dietro falsi messaggi, mettendo in evidenza
che il titolo del libro vuole essere anche un impegno che, come adulti,
dobbiamo assumerci. Infatti «l’educazione
è impresa di popolo. Se ci aiuteremo, la strada sarà un viaggio di
condivisione e di speranza. Uniti si vince per il bene dei ragazzi».
Se il testo di Elsa Morante Il mondo salvato dai ragazzini è
un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua bellezza come visione per
cambiare il mondo, perfino un mondo segnato dalla follia della guerra, quello
di cui De Beni è coautore, Educare viene prima: non lasciamoli soli, è un inno
ai ragazzi, all’atto dell’educare e ai veri educatori. Insegnare è trasmettere
conoscenze, mentre educare da educere significa “trarre fuori”, formando il
carattere e la personalità; insegnare riempie la mente, educare apre il cuore e
guida alla vita.
Il professor De Beni è un pedagogista, autore e curatore di
diversi volumi e autorevole docente, prima dell’Università di Verona, ora
presso l’Istituto universitario Sophia (IUS) di Loppiano. È un maestro, di
quelli che lasciano il segno e spronano a dare il meglio di sé, perché
appassionato della scuola e dei ragazzi da sempre. Appena diplomato, tramite un
concorso, diventa maestro di ruolo, sempre in contatto con ragazzi disagiati,
quasi tutti pluribocciati nell’estrema periferia di Milano, che lui segue anche
oltre l’orario di lavoro. Uno di questi, il più tribolato, prima di morire
chiese a suo fratello: «Cerca il mio maestro, mi voleva bene» Non possiamo
aspettarci di raccogliere i fiori che non abbiamo mai piantato. «L’educazione è
cosa del cuore». E di cuore De Beni ce ne ha messo e ce ne mette tanto per far
nascere progetti importanti, quali convegni e ricerche sulla qualità
dell’educazione, che non si improvvisa. Ma educare è anche un atto di speranza
e di coraggio.
Ci si è soffermati su una domanda:
«Non è che all’uomo
contemporaneo sta sfuggendo di mano il senso dell’educare?».
Dove? Come? Con chi?
Per cosa?
Sono domande che non è semplice porsi né offrire alla
coscienza dei giovani. Occorre mettersi in cammino, voler incontrare l’altro
che ci offre mondi diversi e schemi spesso non coincidenti con i nostri.
L’incontro è fatica,
ma è anche grazia. E se un vero maestro vale un tesoro, fortunato è chi ne
incontra qualcuno che lo accompagni ad uscire dalla propria solitudine e gli
apra la porta della sua casa per dargli ospitalità, qualcuno che parli alla sua
interiorità e susciti in lui desideri di vita buona. Ed è proprio l’incontro,
con l’esempio e le parole di uomini e donne spesso sconosciuti, come – ha
sottolineato il professor De Beni – che può illuminare la nostra vita.
Perché il maestro è uno specialista dell’avventura interiore
e i giovani attendono di incontrarlo sul loro cammino.
Anche se talvolta appaiono distaccati, chiusi in un loro
mondo, sono ancora affamati di senso, fiduciosi di vedere felicità nei nostri
occhi. Chiedono profondità, spazi di dialogo e discernimento, ma soprattutto,
adulti generosi che li sappiano incontrare ed amare. Ognuno esiste solo se pensato.
Decido di pubblicare questa rigorosa intervista di Candela Copparoni, che ringrazio, perchè è necessario conoscere cosa si muove nel mondo giovanile e cosa può fare la differenza.
Avendo seguito la straordinaria esperienza della Summer School Interuniversitaria dell'estate scorsa in Val di Sole, Trentino, mi sono resa conto dell'importanza di trovare testimoni che sorreggano i nostri giovani, li motivino e quanta cura va riservata a questo compito.
LA POLITICA IN MANO AI GIOVANI
di Candela Copparoni
cittanuova.it
"Decidere di donare le proprie capacità e forze vitali a un impegno sociale o politico: uno slancio da valorizzare. Intervista a Cristina Guarda.
Cristina Guarda è membro del Parlamento europeo per Europa
Verde. Imprenditrice, gestisce un’azienda agricola ed è impegnata attivamente
nelle questioni che riguardano il suo territorio, il Veneto. Il suo
coinvolgimento in politica suscita l’interesse di altri giovani che vorrebbero
seguire la stessa strada.
Nell’ambito della Summer School interuniversitaria EduCare:
Oggi per essere futuro, i partecipanti
hanno approfondito su come essere dei buoni educatori, legando la tematica alla
riflessione sulla propria vocazione personale e professionale. Secondo te, che rilevanza ha questo tipo
di formazione per i giovani e quindi per la realtà del nostro Paese?
È assolutamente importante, perché credo che sia nell’ambito
accademico che nell’ambito politico ci sia difficoltà nel riappropriarsi
dell’umanità e di tutto quello che ci sta dietro, come le relazioni. Le
competenze non si costruiscono sulla base esclusivamente di un apprendimento
accademico, ma si fondano anche sulla propria esperienza personale, sull’intelligenza
emotiva che possiamo allenare, sulla propria ricchezza.
Se penso alla relazione tra politica e mondo accademico, quello che vedo molto spesso è proprio la necessità di rigenerare connessioni tra le battaglie locali e il mondo accademico, che deve essere di supporto perché deve dare consistenza a quella che invece è un grido d’allarme o una proposta lanciata a livello territoriale. Se non c’è questa sinergia, se non c’è l’umanità all’interno di questi due mondi, quello politico della cittadinanza attiva e quello universitario, istituzionale e di insegnamento, probabilmente qualcosa manca. Per quanto mi riguarda, le migliori lotte che ho fatto, quelle che sono riuscite ad ottenere grandi risultati, sono state costruite attraverso l’unione tra queste due competenze.
I giovani, spesso
privi ancora di esperienza, ricevono l’ascolto e il riconoscimento che servono
per partecipare in politica?
Bisogna darglielo, cioè, bisogna che anche noi giovani ce ne
riappropriamo dove ne abbiamo la possibilità. Non dobbiamo mai pensare di essere
facilmente sostituibili.
L’impegno, la dedizione, l’energia che un giovane può
trasmettere in qualsiasi ambito, da quello lavorativo, a quello del
volontariato, fino all’ambito politico, è unico. Per questo bisogna fare
alleanze intergenerazionali che non guardino dal giovane verso l’anziano, ma
che dall’anziano, dalla persona con più esperienza, guardino al giovane proprio
per dargli spazio e possibilità di realizzazione.
E soprattutto non dobbiamo spegnere la fiammella, c’è bisogno di far sì che l’entusiasmo e la proposta giovanile trovino realizzazione per dare la consistenza del proprio impegno e per non allontanarli da questo contesto.
A partire dalla tua
esperienza personale, che consiglio daresti alle studentesse e agli studenti
che vorrebbero impiegare la loro vita nella politica?
Gli direi di impegnarsi in qualcosa, in un ambito di
volontariato, di attivismo, lavorativo, professionale, qualcosa che sia vicino
alla loro sensazione, alla loro sensibilità, alle loro passioni, per consentire
a loro stessi di dare il meglio. Gli direi anche di specializzarsi in qualcosa,
di avere delle competenze, penso all’ambito ambientale piuttosto che a quello
della cultura, del diritto sociale, ecc., per diventare utili e importanti
all’interno dei processi politici. Acquisendo competenze e generando relazioni
si ottiene anche una credibilità che spesso nell’ambito politico è molto
positiva.
Io ho iniziato così, facendo attività di volontariato e di
cittadinanza attiva, ed elaborando progetti e strategie utili per questi
settori piuttosto che per il mio ambito comunale e provinciale, dove appunto
sento di potermi esprimere meglio. Ed è questo che consiglio a chi vuole
avvicinarsi al mondo politico.
Però soprattutto è specialmente importante ricordare che non
lo si fa per se stessi, e che la fiammella di passione per la cosa pubblica non
è una fiammella che nasce per fare un percorso professionale. Bisogna essere
sempre pronti a perdere tutto, e quindi serve avere le basi solide nella
propria vita, rispetto per se stessi e sicurezza, a prescindere dalla politica.
Sennò nel momento in cui entri all’interno di determinati mondi molto
competitivi rischi di lavorare per mantenere quello status, quella posizione
non soltanto economica ma anche di potere, perché molti sono attratti dalla
necessità di avere controllo di qualcosa. E lì si perde tutto, si perde il
motivo per cui si è iniziato, il motivo per cui la politica doveva essere
fatta.
Quali sono i tuoi
ambiti di attuazione e in che modo questo ti contraddistingue?
Provo ad esserci dove gli altri non ci sono, ascolto i
piccoli comitati, li incontro e rispondo sempre quando un singolo cittadino o
un gruppo mi presenta un problema. Ho cominciato ad occuparmi di olimpiadi
quando tutti erano assolutamente ignari delle problematiche, di trasporto
pubblico, di dispersione di risorse pubbliche, di problemi di ambito ambientale
che venivano ignorati dagli altri. Ho cominciato ad occuparmene io e piano
piano è diventata una lotta comune, dando voce a quei pochi cittadini che a
livello locale cercavano di difendere la dignità della propria terra e non
resistere all’imposizione di grandi eventi da parte di politici che non si
erano nemmeno confrontati con la comunità.
Poi il tema sostanziale nel mio percorso politico è stato
quello della prevenzione degli avvelenamenti e della protezione della salute
pubblica dagli inquinamenti. È un tema che ricorre molto spesso, si parla della
semplice contaminazione di una roggia e si arriva fino a grandi contaminazioni
di aria, acqua o suolo da parte di grandi imprese. Non di rado sono i cittadini
che si mobilitano contro queste che sono violazioni della normativa europea,
italiana e anche regionale, e si ritrovano inascoltati. Da lì, da quella
sofferenza, bisogna trarre un insegnamento, e cercare di capire che cosa si può
fare di diverso.
Io ho sempre cercato di dare loro la credibilità e
l’ascolto, di accompagnarli dove magari esageravano a contenere il proprio
linguaggio, e di aiutarli a farsi accompagnare da chi da un punto di vista
accademico e formativo poteva suggerirli meglio come agire per riuscire a
generare strategie o soluzioni alternative, facendole fare direttamente dai
comitati. Non deve essere una cosa firmata dalla Guarda, ma dalla comunità.
Questa è l’esperienza che ho fatto io dove gli altri non ascoltano, dove gli
altri non ci sono.
Durante la Summer
School è emersa la preoccupazione sulla possibilità di conciliare famiglia e
lavoro. In quanto donna in carriera e madre, ritieni che siano due progetti
raggiungibili in contemporanea?
Questo è un interrogativo e una preoccupazione purtroppo
molto reale. Devo essere sincera: pur avendo conosciuto in passato la
difficoltà genitoriale e specialmente femminile nel riuscire a coniugare la
necessità di realizzazione personale-professionale e familiare, oggi essendo
diventata sia europarlamentare che mamma ho constatato che è davvero di una
complessità che molto spesso non si riesce a capire.
Comprendo chi si pone questo problema, e me lo pongo io
stessa, trovandomi pronta oggi, pur soffrendo, a dire di no ad incarichi che
potrebbero aiutarmi da un punto di vista politico, ma che in realtà non mi
aiuterebbero a svolgere il mio compito di mamma. È molto doloroso, perché
significa dover rinunciare a qualcosa, e dal mio punto di vista non è giusto.
Questa consapevolezza personale mi spinge ancora di più a
essere determinata, anche un po’ ad arrabbiarmi di fronte alle scelte che sto
vedendo sia a livello locale che in Parlamento europeo.
A quali scelte ti
riferisci?
Vedo che le politiche sociali vengono sempre dopo
qualcos’altro, ad oggi la difesa. Per questo ritengo che purtroppo siamo ancora
politicamente e culturalmente molto indietro nell’affrontare il rispetto del
diritto della donna, e anche dell’uomo genitore, di poter non rinunciare a fare
qualcosa in più della propria vita. Qui c’è una buona dose di patriarcato –
anche se per molti non è una parola popolare – da dover smantellare, purtroppo
esiste ed è intrinseco sia negli uomini che nelle donne. E dobbiamo combatterlo
culturalmente, dobbiamo rendercene consapevoli, liberarci da alcuni
preconcetti, anche della colpa, tipicamente presenti in questa esperienza, e
dobbiamo costruire le possibilità sociali per riuscire ad avere supporto.
Questo non significherà mai abbandonare il proprio ruolo di madre, ovviamente,
ma significa darci la possibilità di bilanciare, a seconda della nostra
sensibilità e delle necessità dei nostri figli, una realizzazione che sia a
360°, perché credo che un genitore possa dare il proprio meglio tanto più se è
realizzato personalmente e professionalmente. Questo implica comunque fare
rinunce, ma anche garantire che ci sia la possibilità di scelta.
Ecco i punti chiave della nuova normativa:
Voto per delega: Le deputate non dovranno più essere
fisicamente presenti in aula per votare, ma potranno delegare il proprio voto a
un altro membro del Parlamento europeo.
Periodo di validità: Il diritto di delega può essere
esercitato fino a tre mesi prima della data prevista per il parto e fino a sei
mesi dopo la nascita del figlio.
La salute mentale delle mamme non può più essere un tema secondario
“Visitare a domicilio le neomamme per prevenire drammi...”
È questo il messaggio forte del pediatra Giorgio Tamburlini, che richiama dati che non possiamo ignorare:
👉 la depressione post partum riguarda circa il 12% delle madri
👉 ed è una condizione in crescita, soprattutto tra le generazioni più giovani
Secondo Tamburlini, molte situazioni critiche potrebbero essere prevenute con programmi strutturati di visite domiciliari postnatali, già raccomandati a livello internazionale ma ancora poco diffusi in Italia.
📌 Non è solo sanità.
È:
* sostegno alle donne
* supporto alle famiglie
* tutela dei bambini
* benessere della comunità
👉 Ed è qui che vogliamo essere molto chiari.
Nella nostra proposta di politiche regionali per il Veneto avevamo previsto proprio questo:
✔️ percorsi di accompagnamento alla genitorialità
✔️ visite post partum a domicilio da parte di personale qualificato
Una direzione concreta, che oggi trova conferma anche nella comunità scientifica.
❗ Una proposta che non ha ancora trovato pieno accoglimento
ma che continuiamo a mettere al centro con determinazione.
Perché non basta dire “lo avevamo detto”.
Serve agire.
💬 Le famiglie lo vivono
💬 La scienza lo conferma
💬 I fatti ce lo ricordano
👉 Ora tocca alla politica regionale fare un passo avanti.
Il Veneto ha bisogno di:
✔️ più prevenzione
✔️ più prossimità
✔️ più sostegno reale
Ci vuole coraggio.
Ma questa è la strada.
Fonte: Avvenire, 24 aprile – Giorgio Tamburlini, “Visitare a domicilio le neomamme per prevenire drammi ...”
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Pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it
Immagine della sera della fiaccolata a Massa in memoria di Giacomo Bongiorni foto da Avvenire/FOTOGRAMMA
Propongo l'intervento dello psicoterapeuta Alberto Pellai pubblicato su Avvenire il 19 aprile scorso.
Anche questo fatto ci interroga e ci obbliga a fermarci per saper leggere, capire, trovare soluzioni, alleanze, lavorare, proporre, condividere, avere cura... e c'è molto da fare per tutti.
Nell'omicidio di Massa a far inorridire è il blackout
dell'empatia
di Alberto Pellai
... Cosa ci strazia dell’orribile omicidio di un padre di famiglia avvenuto a Massa Carrara ad opera di un gruppo di adolescenti e giovani adulti? Più o meno tutto: l’età dei protagonisti, la dinamica dei fatti, la futilità delle motivazioni che lo hanno reso possibile.
Tutto ciò che ci ha raccontato la cronaca sembra fuori dal principio di realtà. «Non è possibile, una cosa così» viene da dire, a noi, esterni ai fatti, che ne veniamo a conoscenza dai mass media. Ma la stessa incredulità appartiene anche ai genitori degli indagati, che raccontano di non riconoscere i loro figli negli autori di quei fatti di cui tutti i media parlano.
Siamo tutti straziati, di fronte a fatti così. Lo siamo come adulti della comunità educante: che cosa abbiamo sbagliato per trasformare la crescita in un’età indifferente al dolore, al valore della vita, alla capacità di rispettare limiti non oltrepassabili, tra l’altro sanciti dalla legge che – se quei limiti non sai riconoscerli e rispettarli – te ne chiederà conto e cambierà per sempre la traiettoria del tuo futuro?
Ma c’è uno strazio che ci avvolge e coinvolge che nasce da un elemento ancora più profondo, che è la dis-umanità di cui questo omicidio è testimonianza, una disumanità della cui origine, causa, procedure non riusciamo a capacitarci. Ci viene da credere ai genitori degli indagati, il cui pensiero suona più o meno così: «Non possono essere i nostri figli ad aver fatto una cosa del genere. A casa nostra, noi non celebriamo la violenza, non li percepiamo desiderosi di provocare la morte altrui, non possiamo credere che dentro di loro abiti un istinto omicida che aspetta solo il momento giusto, la vittima inconsapevole per emergere e agire».
Come è possibile che soggetti che stanno ancora abitando il primo tempo della loro vita siano capaci di produrre crimini tanto efferati rimanendo indifferenti e insensibili? È proprio questa la domanda che continua a girarmi in testa da giorni, perché in questa storia mi ha colpito la totale mancanza di freni inibitori nell’aggredire un adulto che ha di fianco a sé il proprio figlio undicenne.
Se c’è un minore vicino, gli
esseri umani sanno fare (o dovrebbero essere capaci di farlo) due passi
indietro, qualsiasi sia l’intenzione che ti muove. Ancora di più se quel minore
ha pochi anni meno di te. Anche tu eri undicenne nel recente passato, anche tu
hai camminato col tuo papà per le strade della tua città. Come è possibile che
vedere un tuo quasi coetaneo a fianco del padre che stai massacrando, sentirlo
urlare di fermarti, vederne l’angoscia e l’impotenza non provochi in te una
retroazione correttiva, non intervenga sul tuo impulso violento, inibendolo?
La scena di questo crimine è inconcepibile, perché ci mostra un gruppo di ragazzi che massacrano senza una reale ragione il padre di un quasi loro coetaneo, che è lì, di fianco a loro, che guarda tutto, che urla, che piange, di cui dovrebbero sentire il dolore e l’angoscia, empatizzando con la sua condizione.
In fin dei conti lui è quasi come loro.
Invece non sentono nulla.
Agiscono indifferenti a tutto. Di fronte a un padre e a suo figlio, trattano quell’uomo come se fosse una bambola di pezza, da abbattere. E quel figlio che assiste è per loro un essere di cui disinteressarsi, del cui dolore non avere alcuna cura. Si muovono sulla scena di un crimine orrendo come si muoverebbe dentro un film in cui gli attori sono chiamati a recitare un ruolo, sapendo che ciò che verrà ripreso dal regista serve a realizzare una fiction che non ha alcuna ricaduta sulle vite reali di chi agisce quella scena.
Invece,
a Massa Carrara, non c’era un set e non c’erano attori: tutto era vero. Era
vero il dolore, era vera la morte che è arrivata senza chiedere il permesso,
era vero il doloroso sgomento di un figlio undicenne che davanti al proprio
padre morto è l’unico a sperare di essere dentro un film e implora al proprio
padre di alzarsi, come se – una volta finito di girare la scena – fosse
possibile rimettere tutto a posto, ricomporre tutto, senza alcuna conseguenza
per nessuno.
La banalità del male oggi sta in una miriade di azioni che
vengono compiute assecondando un impulso che non viene sottoposto al filtro del
pensiero, che non riflette sulle implicazioni e le conseguenze che derivano
dall’agirlo – quell’impulso – perché non sai frenarlo, placarlo, addomesticarlo
e significarlo. Sta accadendo che si arriva alla maggiore età, avendo immerso
il proprio cervello in un brodo di sovrastimolazione ed eccitazione, dove il
valore della potenza e della velocità sopravanza – di gran lunga – quello del
pensiero e del significato. Moltissimi videogiochi ti rendono un campione e un
super-eroe della loro classifica, se uccidi tanto e in fretta. Per ore, agisci
un impulso omicida per gioco, poi esci fuori nel mondo e dovresti fare l’esatto
contrario, ovvero preoccuparti di proteggere chi ti sta davanti. Ma dentro di
te, quella spinta ad agire in modo indifferente e potente contro l’altro può
essere diventata molto più allenata di quella che invece serve nel principio di
realtà: ovvero il bisogno empatico e protettivo che nell’altro non vede
qualcuno da far fuori, ma qualcuno di cui occuparsi in modo amorevole e
solidale.
Nelle vite dei nostri figli è fragilissima la loro empatia, la loro capacità di guardare l’altro in modo soccorrevole, di de-centrarsi dal proprio sentire per sintonizzarsi su ciò che c’è nella mente e nelle emozioni di chi ci sta a fianco.
Noi adulti non ci siamo accorti che il brodo socioculturale e digitale in cui abbiamo immerso il loro cervello in crescita li educa più alla violenza che all’empatia, più alla logica del branco che alla cooperazione della squadra.
Siamo tutti, come i genitori, degli indagati: increduli perché anche noi pensiamo che i nostri figli non possono essere quelli che compiono azioni così tremende. Il dato di fatto è che anche i ragazzi del branco, oggi, messi di fronte al principio di realtà che li obbliga a pensarsi come assassini, probabilmente raccontano che loro non avrebbero mai voluto che le cose andassero in questo modo; che loro non ci avevano pensato che dare quei pugni e quei calci avrebbe ucciso un padre; che tutto è degenerato senza che loro se ne rendessero conto. Invece, quel sapersi assassini, oggi dovranno impararlo. Perché nella realtà le cose vanno diversamente da ciò che accade in un film o in videogioco.
È da qui che tutti
noi, genitori, educatori docenti e adulti, dobbiamo ripartire.
pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it