Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che...
rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

martedì 20 dicembre 2022

Il Natale di Tobia, bambino quasi cattivo, Una tenera storia per chi si sente fuori posto



Nel presepe Gesù Maria e Giuseppe accolgono con amore tutti, 
soprattutto  i bambini che credono di essere "cattivi"
Una storia amata  
di Annamaria Gatti 
fonte: Città Nuova


TOBIA

“Tobia, riporta le pecore! Sei sempre con la testa fra le nuvole, ma a cosa pensi?” grida il vecchio Elia. “Arrivo, nonno. Non si può proprio vivere in pace!”. Infastidito, Tobia raduna le pecore del gregge del nonno e si avvia verso il villaggio poco lontano. 

A Betlemme è quasi buio e Tobia rientra a casa, pronto per l’ennesima sgridata quotidiana. “Sei una vera disperazione. Oggi è venuta Ruth e mi ha detto che le hai rubato un cesto”. 

La mamma di Tobia piange e il bambino la guarda, poi strizza gli occhi, perché vorrebbe cancellare tutto quel dolore sul volto della sua mamma. E sente un nodo alla gola. Si siede per terra, in un angolo, dietro la macina. “Vai via! Meriteresti una bastonata, ma non c’è più tuo padre a darti la giusta lezione. Io non so più cosa fare!”  Il bambino sente che il nodo alla gola si stringe sempre di più; esce di casa e, sconsolato, va a sedersi vicino al pozzo. 

“Tobia” lo chiama Sara, una delle bambine del villaggio, “cosa fai qui?” gli chiede mentre depone per terra un otre. Poi, raccogliendo con un gesto veloce l’ampia tunica azzurra, si accovaccia vicino a lui. “Non mi riesce proprio di far bene niente. Appena progetto una marachella,  mi accorgo che l’ho già combinata, prima di poterci pensare un po’, prima di capire cosa potrebbe accadere dopo. Mi manca il tempo per riflettere e così tutti quelli del villaggio mi cacciano, perché pensano che sono un porta guai. “Lo vedi? Tu... tu sei l’unica che mi si avvicina” sospira Tobia con le lacrime agli occhi. 

Sara sa che un bambino si vergogna nel farsi vedere a piangere, così aggiunge: “Però qualche volta le combini grosse, sai? Eppure io so che non sei cattivo. Per esempio oggi hai rubato il cesto di Ruth perché ne aveva bisogno la vecchia Ester, vero?” 

“Come lo sai?” 

“Me lo ha detto Ester: stamattina non sapeva come portare al mercato i pani” Ma poi ha detto che un ragazzetto l’aveva aiutata, e quello eri tu”. Tobia sorride un po’ e si pulisce il naso gocciolante con la manica. Poi pensa che davvero in fondo al cuore non sente cattiveria ma solo, qualche volta, un po’ di paura, un vuoto, un buco nero nero, che deve riempire subito con qualcosa. Perché? E perché ogni volta che vede una fonte luminosa, gli sembra che quel buco si dissolva nel nulla? 

IL BAMBINO SUL POGGIO

"Storie, storie” pensa a voce alta Tobia”.  Quali storie?”, chiede sorpresa Sara. 

“La storia della luce”. “Ah, vero, tu che insegui sempre una luce. L’altra notte eri tu che camminavi verso la stalla, vero? Ci sei stato?” 

“No, mi sono fermato a metà strada, ad osservare quel rudere, la stalla, voglio dire. Era una magnificenza,  piena di luce!”

“E il Bambino? Non l’hai visto allora? Oh, che peccato! Il suo nome è Gesù. È così tenero ed è così bella la sua mamma!” sospira Sara. "Vieni, andiamo a visitarlo. Guarda, ci sono dei pastori che tornano dalla stalla, sul poggio”. “No, non vengo”. “Perché no?” chiede incredula Sara. “Il Bambino è buono, il nonno dice che da grande sarà un re.  È il più buono di tutti. Quando mi vede, se non mi caccia lui, mi cacceranno suo padre o sua madre””. 

Sara ha un moto di insofferenza. “Fai come vuoi, sei il solito testardo e stai diventando insopportabile anche per me”. La bambina ha ormai perso la pazienza, si alza di scatto, getta sui piedi del pastorello una manciata di terra, si ricopre il capo con il mantellino, afferra nervosamente l’otre e se ne va. La si sente brontolare ancora quando Tobia osserva le prime stelle accendersi nel cielo e si augura che Sara torni. 

In breve l’imbrunire si trasforma in notte e neppure la mamma lo richiama in casa. Tobia sa che dovrà riportare il cesto rubato e chiedere perdono, anche alla mamma. Sta per alzarsi, quando Ruth, la vicina derubata, gli va incontro con aria minacciosa. Tobia immagina già quel che dirà e quel che farà, perciò si alza di scatto come una saetta ed è già lontano, perché considera l’idea che Ruth è troppo pesante e non avrà la forza di inseguirlo. 

Il cielo è uno scintillio e come una morbida coltre ripara il poggio su cui il Bambinello riposa. “Avrà freddo” commenta a voce alta Tobia. Il nonno aveva raccontato che un asino e un bue scaldavano la stalla. Più che una stalla era un rifugio. Però proprio lì, il giorno prima erano arrivate addirittura delle persone importanti, su cavalcature bardate a festa. “Forse sono principi” aveva detto il nonno. Tobia li aveva visti e li aveva inseguiti di nascosto, quasi fino al poggio. Uno era di colore e uno molto vecchio. Aveva anche sentito uno di loro dire, con uno strano accento straniero: "Gaspare, ecco là, credo proprio che là sia il Messia che cercavamo”. Chissà cosa voleva dire. Il Messia sì, lo attendeva anche il nonno, ma Tobia non aveva osato chiedere di più. Erano cose da grandi! 

UNA LUCE PER TOBIA 

Tra un pensiero e l’altro Tobia non si accorge di aver camminato fino alla stalla, dove ora solo una debole fiammella toglie il luogo dalla morsa del buio. Il pastorello sbircia attraverso un’asse sconnessa. Accidenti, il bue è proprio lì davanti e Tobia non vede proprio un bel niente! 

Si sporge ad una finestrella, poco più di una fessura e vede. Vede quello che gli riempie il cuore di tenerezza, perché nella penombra della stalla distingue chiaramente un papà e una mamma, chini su un fagottino bianco, e poi lo sguardo del Bambino su di lui. È uno sguardo luminoso e intenso. 

Vorrebbe scappare ma, davanti a quegli occhi, le gambe sono pesanti e non si muovono; i piedi sembrano incollati per terra. Sulle mani sente cadere delle gocce tiepide: sono lacrime.  Tobia sta piangendo. 

Si volta anche la mamma del Bambino. “Oh! Come assomiglia alla mia mamma!” pensa Tobia. Poi guarda il papà e sente per un attimo mancargli il respiro: se papà fosse lì, potrebbe proteggerlo, aiutarlo, difenderlo, come fa il papà del Bambino, che ha uno sguardo buono e forte e che adesso gli fa un cenno, per invitarlo ad avvicinarsi. 

Anche la mamma dice: “Entra, entra Tobia. Gesù ti stava aspettando”. Tobia è un po’ sorpreso. “Io non posso, forse sono un po’ cattivo”. Ma, senza accorgersene, Tobia si ritrova inginocchiato accanto al Bimbo, mentre la madre asciuga le lacrime del pastorello. 

Qualcuno sta anche accarezzandogli i capelli ricci ed arruffati. È il papà di Gesù; forse vuole proteggere anche Tobia che intanto si chiede dove sia finito il suo buco nero, quello che dava tanto dispiacere al suo cuore di bambino: non c’è più, Tobia sente anche le manine di Gesù sulla fronte, che forse tracciano un segno. La stanchezza lo prende e dolcemente, sulla paglia, accanto a Gesù, Tobia trova la sua giusta luce, mentre pensa che, da quel momento, la mamma non piangerà più per lui.


giovedì 1 dicembre 2022

Umiliazione e vita vissuta in una scuola: la garbata decisa risposta al ministro Valditara

 

L'imbarazzante lessico del ministro Valditara ha suscitato molte reazioni nel mondo educativo pedagogico e psicologico, ma soprattutto pare abbia generato nelle scuole (spero in tutte, o almeno dove vi sono insegnanti responsabili e appassionati)  un dialogo importante,  anche fra gli studenti, che potrebbe portare a dare un colore nuovo e una ricerca profonda sullo stile educativo corretto, che nulla certo a che vedere con l'umiliazione del ministeriale riferimento. 

Dal sito delle edizioni  la meridiana, ecco il contributo della docente Lucia Suriano* che risponde al ministro con la narrazione di cosa accade nella sua scuola. Alla parola risponde la vita.

https://www.edizionilameridiana.it/umiliazione-nell-educazione-lettera-aperta-al-ministro-valditara/

Caro ministro Valditara,

è una settimana speciale per la classe che seguo da tre anni: è la settimana delle giornate di sospensione dalle attività didattiche di cinque studentesse che una decina di giorni fa si sono rese protagoniste di gravi comportamenti scorretti in un’ora di lezione.

Il provvedimento disciplinare, come da regolamento di istituto, è la logica conseguenza di azioni che le alunne hanno riconosciuto come comportamenti pericolosi e scorretti durante una lunga e approfondita riflessione avvenuta in classe e con le rispettive famiglie.

Ogni provvedimento disciplinare deve avere finalità educativa, così il consiglio di classe per questa occasione ha stabilito – seguendo il principio di gradualità – che ciascuna delle ragazze dovesse trascorrere un giorno di sospensione dalle attività didattiche in presenza, approfittando dello stop per realizzare un lavoro extra scolastico da presentare all’intera classe al rientro con la finalità di insegnare qualcosa di nuovo a tutti, insegnanti inclusi. 

Questa giornata comminata come sanzione avrebbe potuto trasformarsi in una semplice giornata di vacanza autorizzata. Invece le alunne protagoniste, accompagnate da scuola e famiglia, sono state messe nella condizione di riabilitarsi agli occhi degli altri compagni, delle famiglie, dei docenti, ma soprattutto agli occhi di loro stesse.

Una piccola esperienza di “riparazione del danno” nella quale gli adulti, insegnanti e genitori, hanno realizzato concretamente il principio di alleanza scuola-famiglia, rendendo possibile il processo di crescita di cinque ragazzine che hanno commesso degli errori.

Umiliazione nell'educazione

Mentre nella mia esperienza concreta di scuola accade questo, nella stessa settimana è balzata agli onori della cronaca la Sua affermazione, in qualità di Ministro dell’Istruzione e del Merito, circa il valore dei “lavori socialmente utili” ma soprattutto del “valore educativo dell’esperienza dell’umiliazione”.

Venerdì, ultimo giorno di questa settimana tutta in salita, subito dopo aver assistito alla realizzazione del terzo dei “lavori” prodotti dalle studentesse, ho chiesto alla classe di guardare insieme il video in cui il Ministro esalta il valore dell’umiliazione. Ho lasciato ascoltare il discorso senza introdurlo e senza commentarlo. Parlava di loro ed è giusto che i ragazzi esprimano le proprie opinioni circa ciò che riguarda la loro vita, mi sono detta.

 

Inizialmente i ragazzi e le ragazze erano molto incuriositi e positivamente colpiti dalle parole del Ministro, poi, quando hanno ascoltato il passaggio sull’umiliazione, hanno iniziato ad avere reazioni.

 

«Prof, ma è uno scherzo?»

 

«Chi è questo che sta parlando e dice queste cose?»

 

Li ho calmati e ho chiesto loro di provare a dare ordine alle idee e riflessioni che questo discorso aveva generato. Ha preso la parola una delle ragazze più vivaci, nonché protagonista dell’azione che ha determinato il provvedimento disciplinare.

T. con estrema lucidità mi ha detto: «Se lei e il consiglio di classe ci aveste umiliato, io dopo la sospensione non solo avrei rifatto quello per cui ho ricevuto la sospensione, ma le garantisco che, ferita, avrei fatto molto peggio, forse cento volte di più. Invece voi professori non avete fatto questo, ci avete messo nelle condizioni di capire che avevamo esagerato e non avete mai offeso la nostra dignità di persone, anzi ci avete consentito di fare una cosa bella per noi e gli altri, sentendoci così importanti nonostante l’errore.» 

Io credo che la riflessione di cui si è fatta portavoce T. sia una meravigliosa testimonianza di quanto la parola “umiliazione” debba essere lontana dai processi educativi anche e soprattutto da quelli più complessi, poiché di solito i comportamenti aggressivi, dirompenti, lesivi e pericolosi si originano proprio in contesti umilianti.

Dunque l’umiliazione non può essere una soluzione a ciò che essa stessa genera. Non può esserlo e non lo è.

 Caro ministro Valditara, la prego di perdonarci se con umiltà, ma profonda convinzione, le diciamo che su questo tema dovrà rivedere la sua posizione, riparando il danno provocato e la certa “bocciatura” da parte dell’intero mondo scolastico che lei stesso dirige. 

Lucia Suriano

*Lucia Suriano è docente nella scuola secondaria di primo grado. Ha iniziato a ricercare e sperimentare modalità e strumenti che realizzino il vantaggio dell’Educare alla felicità (in ambito educativo scolastico). Ribalta stereotipi e falsi miti educativi per una scuola capace di includere realmente tutti partendo dalla potenza della fragilità. Per edizioni la meridiana è autrice di Educare alla felicità. Nuovi paradigmi per una scuola più felice (2016) e Lasciarsi ribaltare. La Scuola è aperta a tutti (2020).

Pubblica Gatti Annamaria

ill. di Charlie Mackesy

giovedì 24 novembre 2022

Quando la rabbia del figlio trasforma la mamma in ...una quercia.



Risultati immagini per immagini quercia

La mamma di Paolino era così rattristata per essersi fatta prendere dall'esplosione di rabbia verso il figlio!

La mamma allora ne parla con l'amica Laura, esperta nel supporto genitoriale,  che l'ascolta per molto tempo, con attenzione, ma poi mamma si blocca e  pensa a quando andrà a riprendere Paolino a scuola.  E lui farà la solita tiritera e lei sente già un nodo alla gola.  Laura se ne accorge. Aspetta un po',  poi rievoca  una immagine.

"Sai l'immagine della quercia? Soffiano i venti, arrivano temporali e grandinate, ma poi risplende il sole che  gioca fra  i suoi  rami.  Gli uccellini cantano e la rallegrano,  la brezza l'accarezza e l'abbraccia, mentre lei guarda il mare che le manda spruzzi di gioia. Lei sta sempre lì, fedele e forte, non si piega, non si ritira, non si dà colpe di quel che accade al tempo meteorologico... "

 Mamma ama molto  il mare e il pensiero vola... Incontra anche una burrasca e si scuote...

"Sai l'immagine della quercia?" riprende Laura. "Ecco tu sei una quercia. Il tuo bambino è  il tempo meteorologico. 

Soffia come il vento, esplode come i temporali e le grandinate, splende e ti ama all'impossibile ed è  come il sole che gioca fra  i suoi  rami, fra le tue braccia. 

Come gli uccellini canta e ti rallegra, come  la brezza ti accarezza e ti abbraccia mentre tu guardi il mare,   il futuro per lui che immagini pieno  di  spruzzi di gioia.

Non hai sbagliato nulla con tuo figlio.

Lui è  un bambino.  Che esplode o accarezza.

Tu sei la sua quercia  che accoglie il bello e il suo cattivo tempo.

Ma resta lì." 

Laura si ferma, mentre mamma ascolta le sue emozioni. Una valanga che sta per acquietarsi. Forse.

"Ma resta lì..." prosegue Laura.

"Non si accascia, freme e si piega un po'. Anche se soffre sa che lei starà    ferma,  con tutta la forza di cui è  capace, aggrappandosi alle radici.  Un po' fiera un po' provata.

Sai che  se lui, tuo figlio,  trova la quercia, sua madre,  fissa, salda, , allora gli passerà  il temporale e la rabbia.

Se vede che la mamma soffre e si ferisce,  il temporale  faticherà  a passare, perché  si sentirà  colpevole.

I temporali e   gli scoppi di ira nei bambini solitamente  sono fisiologici."

 La mamma di Paolino alza ora occhi  fiduciosi  verso il cielo, fuori... mentre l'amica prosegue: 

"Lui è un bambino libero, capace di esprimersi e lui è così perchè la madre ha lavorato bene. E' stata brava e lui esprime il positivo e il negativo a 360°.  E sarà  una bella persona.

Bene che  esprima il dolore... Deve essere guidato a tirarlo fuori in sicurezza per  sè e per gli altri.

Se la quercia regge le emozioni,  allora lui sarà  aiutato. E gli passeranno gli scoppi di ira.

Se la mamma  sdrammatizza e non si dà colpe e accetta quel  che è  fisiologico,  lui la troverà autorevole e ferma e si fermerà anche lui,  pian piano,  si autoregola in sicurezza."

Ma come le querce hanno bisogno di cure, così anche mamma-quercia userà compassione e premura verso di sè, attesa e comprensione. E anche noi... una carezza gliela mandiamo!

 pubblicato da Annamaria Gatti

Foto: da Tuttogreen


giovedì 17 novembre 2022

Uffabaruffa in due opere d'arte!

 


Ebbene, dopo varie comparse in alcuni libri scolastici, ultimamente per Rizzoli, (ragazzi di quinta siete avvisati!) eccola qui!

Riconoscete il personaggio? 





Il castello di sabbia c'è, 

la borsaportatuttoquelcheserve pure, bacchetta scopa magica, attrezzi per fare castelli di sabbia, Uffabaruffa fata si fa compagnia con una contaminazione, non dal secondo libro "Uffabaruffa colpisce ancora", ma dalle avventure di "Nik e la banda del levriero" altro libro per bambini, insomma... una vera sorpresa!

Il mio compleanno è stato allietato da un dono tenerissimo che da Cortina è giunto per emozionarmi. Uffabaruffa, grazie a un'idea di Cristina, mi ha avvolto con due opere d'arte  di Serenella Lombardi che nelle sue "LE FIABE NEL CASSETTO" rivisita le favole con composizioni di grande maestria e soprattutto "cuore". 

Un motto apre la sua pagina http://www.lefiabenelcassetto.it/

"PER QUANTO TU POSSA ESSERE RAZIONALE 

CI SARA'  SEMPRE UNA FAVOLA 

ALLA QUALE  FINIRAI PER  CREDERE"


                                          




lunedì 7 novembre 2022

UN PUGNO DI SEMI splendido messaggio di inclusione

 


di Lorenza Farina

illustrazioni di Lucia Ricciardi

Edizioni Paoline, 2022

Recensione di Annamaria Gatti 

Fonte:  Città Nuova novembre 2022


E’ accaduto ancora. L’autrice Lorenza Farina ha incrociato una mano fatata, quella di Lucia Ricciardi e il sogno si è realizzato. Un albo illustrato di pregio. E di questi tempi, davvero duri,  perle come questi libri, luccicano di una luce vivida e consolante.

La scrittrice narra ai bambini questa volta di diversità e di inclusione, di fuga e di accoglienza.  Temi sempre più sentiti nella quotidianità, pressanti anzi. I bambini si fanno molte domande e sanno già molte delle risposte, ma le incertezze e la gravità di questi tempi li segnano e hanno bisogno che gli adulti glieli rendano leggibili, chiariscano e diano loro le coordinate su cui riprendere il respiro, gli abbracci e i sorrisi e i giochi.

Il protagonista di “Un pugno di semi”  è Nabil, giunto nel nuovo Paese con in tasca i semi di acacia, dono del nonno. In questi semi si nasconde un mandato e il desiderio di non scordare colori, sguardi e voci, con il sogno di superare la paura e lo scoraggiamento e di ricominciare insieme ad altri suoni e ad altre tonalità. Ci riuscirà perché, grazie a quei semi, non avrà smarrito le radici della sua esistenza e saprà superare il dolore e la delusione, ricostruendo relazioni d’amicizia.

Le intuizioni dell’autrice sono forti e coinvolgono il piccolo lettore, trascinandolo in pagine che l’illustratrice commenta con sensibilità poetica e talento: il verde degli alberi, presente e predominante, sembra portare fortuna a Nabil e al suo ritrovato amico, complici poi due denti caduti, come di prassi nella dentatura di un settenne, e un pallone, che permette di dimostrare abilità insospettate nel mettere in rete i goal.

E ha fatto centro anche Nabil, ma lo fanno anche tutti i bambini e gli adulti che sanno vivere di empatia, una risorsa umana che permette di superare barriere e pregiudizi. E anche la violenza della guerra.

giovedì 27 ottobre 2022

Sei pronto, sei pronta... per una nuova favola?


 

Ecco l'illustrazione di Eleonora Moretti! 

...perchè è bello attendere e chiedersi: cosa racconta?

Cosa succederà?

Di chi si parla? 

Ci saranno animali o persone?

E ci sarà una pagina colorata?

... E chi me la leggerà?

Siete tipi curiosi?

Sarete premiati...

Scrivetemi 

firmato:

Annamaria Gatti che pubblica

gatti54@yahoo.it


martedì 25 ottobre 2022

Educazione, scuola, merito e dintorni e libro CUORE: ancora una volta Luigino Bruni apre scenari profondi

Avvenire del 22 ottobre ci propone un nuovo appuntamento con Luigino Bruni 

che ci emoziona ancora con i suoi editoriali. 

Questo è l'ottavo per la serie  RADICI DI FUTURO, non perderei l'occasione di leggermi i 7 precedenti. 

Attenzione! Se avete amato/odiato CUORE di De Amicis la prospettiva in questo editoriale è assolutamente una sorpresa.


LA MEDAGLIA DI UN ALTRO MERITO 

Il libro Cuore è un libro sulla scuola, e quindi non è un libro sul merito. La scuola, tutta la scuola, non è stata mai fondata sul merito. Se la guardiamo da lontano e in superficie, vediamo i voti, qualche bocciatura, e pensiamo che la scuola somigli alle imprese: i voti come i salari, il profitto scolastico come l’avanzamento di carriera. Ma questa è una visione troppo distante e quindi sbagliata della scuola (e delle imprese). L’ideologia meritocratica che sta cercando con successo di occupare anche la scuola si basa sul dogma che i talenti siano meriti e quindi chi ha più talento deve essere premiato di più. Ma tutti sappiamo che questo dogma è un imbroglio, o quantomeno è illusione, per la società e ancor più per la scuola. Perché i talenti sono doni, e le nostre performance nella vita dipendono dai talenti-doni ricevuti, molto poco dai meriti (perché anche la mia capacità di impegno è dono). Quale merito per essere nato intelligente, ricco, persino buono? Per questa ragione la scuola si è ispirata a valori non solo diversi da quelli della meritocrazia ma opposti.

La scuola di tutti e per tutti è stata pensata e voluta per ridurre le diseguaglianze sociali e naturali che la meritocrazia, cioè l’ideologia del merito, invece aumenta. Tutti i bambini e le bambine vanno e devono andare a scuola, non solo i meritevoli. Tutti devono essere messi nelle condizioni di poter fiorire e raggiungere la loro eccellenza, non solo i più meritevoli. Tutti hanno diritto a cura, stima, riconoscimento, ammirazione, dignità anche se non hanno molti meriti o se ne hanno meno degli altri. Inoltre, la scuola è un meraviglioso giardino con fiori di talenti diversi: «Precossi, ti do la medaglia. Nessuno è più degno di te nel portarla. Non la do soltanto alla tua intelligenza e al tuo buon volere, la do al tuo cuore, al tuo coraggio, al tuo carattere di bravo e di buon figliolo. Non è vero – soggiunse voltandosi verso la classe – che egli la merita anche per questo? Sì, sì, risposero tutti a una voce». Precossi era figlio di un fabbro che beveva e ogni tanto lo picchiava. Ma anche lui ebbe la sua medaglia.

Non era la medaglia di Derossi, il primo della classe. Era la medaglia di una scuola diversa. Dopo De Amicis è arrivata Maria Montessori che ha eliminato i voti, e quindi don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana. La democrazia è stata una moltiplicazione delle medaglie di Precossi, che oggi si chiamano inclusione scolastica e insegnanti di sostegno; perché abbiamo imparato che nella vita dei bambini non ci sono solo i meriti: c’è la vita. Il giorno in cui qualcuno ci convincerà che anche la scuola deve essere fondata sulla meritocrazia inizieremo a dare medaglie tutte uguali e sempre agli stessi alunni, faremo classi e scuole speciali per i demeritevoli, le diseguaglianze esploderanno e la democrazia avrà finalmente ceduto il passo alla meritocrazia, che è il principale tentativo di legittimazione etica della diseguaglianza.

In Cuore si parla molto anche di lavoro. In quell’Italia lavoravano i poveri. Nei campi, nelle officine, nelle fabbriche non c’erano i ricchi, gli avvocati e i professori. Cuore ha donato parole molto buone sul lavoro degli operai e degli artigiani. Così scrive suo padre a Enrico: «Quando tu sarai all’Università o al Liceo, andrai a trovare i tuoi compagni di classe nelle botteghe o nelle officine… ; disprezza le differenze di fortuna e di classe, sulle quali i vili soltanto regolano i sentimenti e la cortesia». La neonata Italia stava provando a prendere sul serio quel principio di fraternità, caro anche a Mazzini, e sperava che le persone appartenenti a classi sociali diverse potessero imparare a scuola a sentirsi fratelli e cittadini prima delle molte diversità.

Il muratorino. È figlio di un muratore, uno dei compagni più amati da Enrico – che invece era di famiglia benestante. Un giorno lo invita a casa: «Il muratorino è venuto oggi, tutto vestito di roba smessa da suo padre, ancora bianca di calcina e di gesso». Cuore ci mostra spesso il muratorino nel suo gesto caratteristico e più simpatico: era un fenomeno a fare il “muso di lepre”, una risorsa relazionale che usa ogni tanto per trasformare un rimprovero severo del maestro in un sorriso corale. Parlando e giocando, il muratorino «mi disse della sua famiglia: stanno in una soffitta, suo padre è alle scuole serali a imparar a leggere, sua madre è biellese». La descrizione della scuola serale degli operai è tra le pagine più belle: stavano «a bocca aperta a sentire la lezione». In quegli uomini affamati di sapere ho rivisto i ragazzi incontrati nelle scuole dell’Africa e dell’Asia, con la stessa fame di sapere e di una vita migliore. Fanno poi merenda insieme, sul sofà: «Quando ci alzammo, mio padre non volle che ripulissi la spalliera che il muratorino aveva macchiata di bianco con la sua giacchetta». De Amicis conclude l’episodio con un brano di una lettera del papà di Enrico, dove troviamo parole sul lavoro tra le più belle della nostra letteratura: «Lo sai, figliolo, perché non volli che ripulissi il sofà? Perché ripulirlo era quasi fargli un rimprovero d’averlo insudiciato. … E quello che si fa lavorando non è sudiciume, è polvere, è calce, è vernice, è tutto quello che vuoi; ma non sudiciume. Il lavoro non insudicia: non dir mai di un operaio che vien dal lavoro: è sporco». C’erano anche queste pagine nell’anima collettiva degli italiani che li fecero capaci di scrivere decenni dopo: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» (Articolo 1).

I poveri. È un’altra lettera scritta dal papà a Enrico: «Non abituarti a passare indifferente davanti alla miseria che tende la mano». Noi invece ci siamo perfettamente abituati alla miseria del mondo; poi abbiamo capito che questa nostra indifferenza è diventata una nuova grande povertà del nostro tempo che ci impedisce di soffrire per la povertà degli altri per atrofia dell’anima. Non soffriamo più per la miseria perché ci siamo immiseriti moralmente noi.

Poi, come un arcobaleno inatteso, dentro queste parole sui poveri troviamo parole che mi hanno trafitto l’anima e l’intelligenza per la loro bellezza e verità: «I poveri amano l’elemosina dei ragazzi perché non li umilia, e perché i ragazzi che hanno bisogno di tutti, somigliano a loro». Questa frase è un distillato di un mare di sapienza. Quelle poche volte che un bambino o un ragazzo riesce ad avvicinare e a incontrare una persona in povertà – evento sempre più raro, perché la separazione dei ragazzi dalle povertà è uno dei tratti del nostro tempo impoverito che pensa che immunizzare i figli dalle povertà della vita sia per loro una ricchezza –, quegli incroci di sguardi è tra gli spettacoli più mirabili. Si crea una meravigliosa improbabile fraternità. I bambini, le bambine, i fanciulli e qualche volta i giovani non distinguono gli adulti tra ricchi e poveri: per loro sono tutti “uomini”. Certo, vedono le differenze nell’apparire, ma è come se non le vedessero, perché vedono l’anima. Quindi non provano quel senso sbagliato di compassione che umilia il compatito. Dall’altra parte, il “povero” (non amo usare la parola “povero” in modo generico) sa che il bambino è povero come lui – «hanno bisogno di tutti» – e così sperimenta con lui una vera uguaglianza. Nella mia infanzia sono stato amato da molti poveri, che mi hanno arricchito con la loro povertà, senza l’intenzione di volermi amare, semplicemente essendo quello che erano. E anche io ho amato loro con la mia infanzia e fanciullezza naturalmente fraterna e assolutamente sincera. Allora è vero che solo i bambini possono dare o fare qualcosa per i poveri senza umiliarli, insieme a quegli adulti che hanno lottato tutta la vita per salvare qualche dimensione della loro infanzia - da adulto mi è molto difficile stare da fratello accanto a un “povero”, ma quando accade è bello come nei miei giorni di fanciullo: «L’elemosina di un adulto è un atto di carità; ma quella di un fanciullo è insieme un atto di carità e una carezza: capisci?». Sì, lo capiamo.

L’officina. Precossi, un altro compagno, è figlio di un fabbro che suo figlio riuscì a redimere da una vita sbagliata grazie alla sua medaglia. Il ragazzo «studiava la lezione» sopra una «torricella di mattoni, col libro sulle ginocchia». Il padre invece lavorava: «Alzò un grosso martello e cominciò a picchiare una spranga, spingendo la parte rovente ora di qua ora di là tra una punta dell’incudine e il mezzo». E intanto «il suo figliolo ci guardava, con una certa aria altera, come per dire: “Vedete come lavora mio padre!”».

L’orgoglio per il lavoro dei genitori è come il pane buono dei bambini e dei ragazzi. La stima per il mondo e per gli adulti inizia stimando nostro padre mentre lavora – che i genitori lavorino è importante anche per la stima dei nostri ragazzi: i figli sanno anche che il papà e la mamma sono buoni e bravi anche se non lavorano, ma è compito di una buona società mettere ogni persona nelle condizioni di poter lavorare anche perché i figli possano dire con aria altera: “Vedete come lavora mio padre!”. I figli e le figlie sono orgogliosi per ogni tipo di lavoro dei genitori. Neanche qui distinguono i lavori che la società considera prestigiosi da quelli più umili, perché è la bellezza dei loro genitori a far belli i lavori che fanno – per i bambini i genitori sono la cosa più bella del mondo. Ecco perché forse non c’è dolore più grande di quello che prova un bambino quando sente umiliare il lavoro dei suoi genitori. È una profanazione nel cuore. La meritocrazia è anche una fabbrica di umiliazione di molti lavoratori e dei loro figli.

Da grandi, e al momento opportuno, i bambini capiranno che non tutti i lavori sono uguali, non tutti sono degni, non tutti sono pagati in modo giusto. Ma da bambini devono solo poter dire alteri: “Vedete come lavora mio padre!”.

l.bruni@lumsa.it


pubblicato da Annamaria Gatti

illustrazioni: studenti.it - antichi libri online


lunedì 24 ottobre 2022

Appello: traghettarli oltre questo tempo (con un aiuto)

 



Come sta l'infanzia e l'adolescenza oggi? 
Non bene, secondo variabili molto articolate. 
Bambini e ragazzi in sofferenza e i loro genitori, chiedono consapevolezza e onestà politica e sociale. 

I tavoli politici sul tema,  in cui sono stati ascoltati consulenti autorevoli, con tanto di ricerche e dati inequivocabili, hanno restituito una ben chiara visione dello stato delle cose: bambini e adolescenti soffrono. 
E il disagio va letto, riconosciuto e aiutato con prassi virtuose e urgenti.

Confidiamo in proposte seriamente orientate a supporti psicologici alle famiglie, ai loro bambini e ai ragazzi,  anche in termini preventivi. 
E' l'ora di dimostrare una attenzione seria e grave ai giovani che stanno soffrendo più di tutti dell'assenza di relazioni, di scuola, di lavoro, di occupazioni, di sport, di musica, di scambi, di viaggi, di manifestazioni vitali. Assenze supportate da impegno e testimonianza tenace dalle famiglie, con le loro fragilità.  
E' il tempo di dare un aiuto generoso con il supporto psicologico facilmente fruibile e capace di individuare il bisogno anche nel non detto. 
Occorre liberare le forze capaci di professionisti dediti e appassionati all'età evolutiva, che si affianchino a famiglie e insegnanti.

La domanda è chiara. Attendiamo tutti dai  Ministri preposti una risposta autorevole e piena. 
Poi sappiamo che i nostri ragazzi e i nostri bambini sono capaci di grandi riprese e hanno insite grandi possibilità, ma nostra è la responsabilità e il dovere di ascoltarli e di accompagnarli.



pubblicato da Annamaria Gatti
foto di MG

lunedì 17 ottobre 2022

Recensione briosa... fra un'Arancia e uno Spaccamondo. Un libro firmato Guido Quarzo

 

                                            Recensione di Annamaria Gatti                                                          


                                                                Guido Quarzo

                                                                        L’Arancia

                                                           Illustrazioni di Cecco Mariniello

                                                             Editrice Città Nuova

L’amato scrittore Guido Quarzo è ospite della collana I nuovi colori del mondo dell’Editrice Città Nuova con un intrigante libretto illustrato, “L’Arancia” e la lettera maiuscola del nome comune del frutto la dice lunga sul ruolo che un’apparentemente innocua arancia si prende in questo racconto.

Certo, è un libro per bambine e bambini… ma che sa parlare anche al cuore di un adulto, che bambino in fondo non ha mai rinunciato ad esserlo. Incuriosisce la protagonista, che senza proferir parola,  conduce tutta la narrazione. Si fa bella, la più bella, per poi rotolar via deludendo chi la possedeva, cioè un improbabile zio e uno spassoso nipote. Ritornerà a loro, solo dopo aver accompagnato un generoso e romantico pastore, dopo aver volato nel becco di un merlo ladruncolo e sbadato, fino al colpo magistrale della storia. 

Lei, l’aranciapiùbelladelmondo, precipita proprio sulla zucca del generale Spaccamondo, che protesta, costretto ad ascoltare  gli apprezzamenti dei suoi soldati e ad  immaginare marmellate, insalate e torte e spremute di nonne, fidanzate, sorelle  e mogli lontane.

E brava la nostra Arancia, dal colore vivo e dalle flessuose foglie verdi!  Nessuno più vuol fare la guerra, ora che la nostalgia di affetti e cose buone ha ridato il coraggio, quello vero! ai soldati di Spaccamondo. Se ne tornano infatti tutti a casa,  i coraggiosi disertori della pazzia della guerra.

Purtroppo anche questi sono i  tempi  per richiamare l’attenzione, sbiadita per qualcuno, che la follia bellica può essere capita vivendo la bellezza di ciò che ci circonda. Ed è importante che lo facciano scrittori e artisti di ogni espressione d’incanto.

Le illustrazioni dell’artista pluripremiato Cecco Mariniello sono generose e divertenti, l’impaginazione gradevole e, per scelta editoriale, anche questa nuova pubblicazione gode della cura grafica per l’agevolazione alla lettura. Una scelta di qualità e di attenzione al lettore bambino, qualsiasi siano le sue abilità di lettura e gli scogli che deve superare per godersi un buon libro. Ma anche una risposta al desiderio di leggiadria che ci spinge a sfogliare un altro libro.

Comunque nei prossimi giorni, gustare un’arancia non sarà più la stessa cosa…

Ma ascoltate cosa ci dice l'autore, che, fortunato lui,  registra in un posto incantevole...

https://www.facebook.com/inuovicoloridelmondo/videos/1877911079215281


pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it


sabato 15 ottobre 2022

Adolescenti e il balsamo del riconoscimento

 


La ferita del pregiudizio e il balsamo del riconoscimento   è un intervento dell'autrice Cristina Buonaugurio, psicologa e psicoterapeuta, che già è stata ospitata i questo blog per altri  contributi molto significativi. Mi ha colpito la profondità del suo trattare un tema estremamente complesso e attuale. Ci aiuta a mettere a fuoco un aspetto essenziale della relazione con gli adolescenti e ci rassicura che i ragazzi sono davvero molto seri... quando si rapportano con gli adulti. E si aspettano ciò che è giusto e doveroso: essenzialmente essere riconosciuti per  quel che sono. Glielo dobbiamo... in una società dove troppo spesso scopriamo come  li usi e li ignori. 

FONTE: CITTÀ NUOVA  on line    13 ottobre 2022

Il riconoscimento degli altri è molto importante per ciascuno di noi, ma soprattutto per gli adolescenti, che lo vivono con sofferenza. Come aiutarli.

Se c’è una cosa che ferisce profondamente gli adolescenti questa è il pregiudizio. Innanzitutto il pregiudizio degli adulti, i quali li ritengono ingestibili, problematici, inadeguati ad affrontare la complessità della vita, in vario modo incompleti, se non del tutto sbagliati. Ma anche il pregiudizio dei coetanei, sempre pronti a cogliere ciò che rende un ragazzo diverso dal gruppo, come se la differenza possa rendere una persona da meno rispetto agli altri. Dovunque alberghi l’incapacità di cogliere la completezza di chi si ha di fronte si crea una ferita. E per gli adolescenti questa ferita, anche se nascosta per difesa, è decisamente profonda. 

Potremmo definire il pregiudizio come una pre-comprensione dell’altro, basata su quello che conosciamo di lui o che altri ci hanno detto a suo riguardo, la quale si trasforma in una specie di fretta che ci impedisce di comprendere quello che realmente una persona sta mostrando di sé, perché pensiamo di sapere già tutto ciò che c’è da sapere. Questo significa che il pregiudizio ci impedisce di incontrare l’altro, dal momento che ci mette in contatto solo con l’idea che noi abbiamo di lui e non con la sua realtà. Nelle relazioni questo equivale a mettere un muro tra noi e loro, un muro che impedisce di vedere gli altri per ciò che autenticamente essi sono. 

La presenza di un simile muro rappresenta un grande problema nell’adolescenza, perché a quell’età forse ancor più che in altre i ragazzi hanno bisogno di essere rispecchiati da chi gli sta intorno per capire chi sono e chi possono diventare. Il compito degli adulti, infatti, è quello di essere specchi che rimandano l’immagine dei più giovani per rendere loro possibile comprendere cosa stanno diventando e a cosa possono aspirare. Ma se quegli specchi, invece di essere limpidi, riflettono un’immagine distorta dal pregiudizio, diventa impossibile definire in modo sano la propria identità. Il pregiudizio è infatti una semplificazione – distorta e parziale – della realtà che non potrebbe mai contenerla nella sua interezza e che, soprattutto, mai e poi mai potrebbe rispecchiare la realtà in continuo mutamento di chi sta ancora esplorando il mondo e se stesso nel mondo.

Il bisogno di rispecchiamento da cui sono caratterizzati bambini e ragazzi è l’espressione di quel bisogno di riconoscimento che denota ciascun essere umano, giovane o anziano che sia. A qualsiasi età, infatti, ognuno di noi ha insita dentro di sé la necessità di instaurare contatti interpersonali in cui possa sentirsi visto e compreso per ciò che autenticamente è, così da poter dare forma alla propria identità. Dal momento che la natura umana è essenzialmente relazione, non basta la consapevolezza di sé che ognuno di noi si costruisce nel tempo per sentirci completi ed appagati: abbiamo bisogno di essere riconosciuti dalle altre persone.

 Ciò vuol dire che l’identità di una persona non è mai un dato immediato, bensì il risultato dell’incessante dialogo tra il sé e l’altro: dare forma alla propria identità implica inoltre riconoscere l’altro che è in dialogo con me, riconoscerne il valore, perché per conoscere me stesso ho bisogno della sua mediazione. Chiaramente l’unica relazione in grado di rendere possibile tutto questo e di permetterci di realizzare la nostra identità è quella che Martin Buber definiva come relazione “Io-Tu”, in cui costituiamo per l’altro una persona dotata di dignità e di sentimenti propri, e non un oggetto privo di valore.

Come vivere tutto questo con i ragazzi che accompagniamo a vario titolo nella crescita, così da fornire loro il balsamo capace di curare le ferite del pregiudizio? 

Imparando a vederli per ciò che autenticamente sono, senza tralasciare quello che non rientra nei nostri schemi o nelle precomprensioni che abbiamo su di loro, perché essi saranno sempre più di quello che possiamo “com-prendere”. Imparando a riconoscerli per ciò che sono, rimandando loro in modo limpido e senza distorsioni tutto quello che vediamo della loro essenza affinché possano vederlo anche loro. Imparando ad accettarli per quello che sono, il che non vuol dire evitare di correggerli se fanno qualcosa di inadeguato, bensì sapere distinguere tra il comportamento da modificare e la persona, la cui essenza è sempre valida.

 Ma soprattutto imparando ad amarli per come sono, senza pretendere (più o meno consapevolmente) che cambino parti di sé per adeguarsi alle nostre aspettative e ai nostri desideri. 

Il tutto senza aver paura di metterci in gioco autenticamente, evitando di fingere di essere qualcosa che non siamo, perché per diventare fonte di quel riconoscimento di cui i ragazzi hanno bisogno è necessario che prima di tutto veniamo accettati e riconosciuti noi come degni di fiducia. E con la fiducia dei ragazzi non si scherza!

martedì 4 ottobre 2022

La scuola è fatta dagli insegnanti e dai dirigenti, e fanno la differenza! Un evento WE CARE EDUCATION

Charlie Mackesy è sempre fonte di emozioni. 
determinazione coraggio speranza
 
Sentire alcuni docenti preoccupati di quanto sta avvenendo non mi sorprende, i tempi sono duri ed usciamo da anni difficili. 
L'orizzonte non è dei più sereni, appunto per questo credo fermamente che amare la scuola, perchè si amano i ragazzi, che meritano di essere accolti e di vivere il più possibile serenamente con adulti di riferimento forti e competenti, e capaci di condivisione questi anni già segnati da durezze, sia un imperativo e un corretto approccio per il benessere di tutti, bambini, docenti, famiglie. 
Trafficare talenti con coraggio e determinazione è possibile!

Allora ... Avanti con la ricerca delle strategie che possono far stare meglio anche i docenti e per questo l'appello che viene rivolto da più parti si estende ai dirigenti, che fanno la differenza! 

... In proposito...

Mi piace ricordare un evento interessante proposto  il 22 e il 23 ottobre in Italia a Loppiano,  per i docenti: protagonisti dello scambio di esperienze, altri docenti, finalisti di Global Teacher Prize! Questo il link dove prendere visione nel dettaglio la proposta. Io sarò presente come coordinatrice di alcuni momenti dell'evento:

https://www.focolaritalia.it/2022/09/14/corso-di-formazione-cosa-fanno-gli-insegnanti-fanno-la-differenza/


giovedì 29 settembre 2022

Plusdotati a scuola: come perdere occasioni d'oro

 

                                                  Gifted Il dono del talento, film 2017

Ancora un appello, dopo silenzi che non si possono giustificare. I bambini e i ragazzi sono davvero così ignorati. Ecco uno dei tanti  aspetti che devono tornare all'attenzione di chi vive la scuola, in questi tempi di crisi. Lo ha ripreso recentemente, il 22 settembre,  La Repubblica, con un  articolo. Questo blog ha offerto numerosi appuntamenti a questo proposito, a cui rimandiamo. Non è un articolo esaustivo, solo un promemoria, che vive accanto a tante famiglie di bambini, bambine e ragazzi che affrontano questa fatica, che, come ci ricordano gli esperti, diventa una grande possibilità per tutti. A volerla studiare e vedere per quella che è: una risorsa e prassi di inclusione, che servono a far star ben tutti. 

Sottolineo che la descrizione necessariamente  sommaria rimanda ad approfondimenti che definiscono la grande variabilità di manifestazioni, risorse e prerogative di chi fa i conti con il talento. Nulla si può iscrivere in un contesto preciso, occorre studiare, approfondire, osservare ed essere capaci di "sostare" per comprendere e trovare le prassi più adeguate e vincenti per tutti.

Non è una scuola per geni, 

gli alunni plusdotati gettano la spugna: 

“Si annoiano troppo”

di Giulia Torlone, La Repubblica, 22 settembre 2022

"Sofia ha quattro anni quando, curiosissima, chiede alla mamma come nascono i buchi neri. Matteo, che di anni ne ha cinque e mezzo, vorrebbe sapere in che modo si formano i tornado e perché esistono i terremoti. Emanuele frequenta la terza elementare, i suoi voti non sono un granché, ma quando torna a casa legge voracemente storie della mitologia greca. Tutti e tre sono bambini cosiddetti plusdotati, o gifted: hanno un quoziente intellettivo superiore alla norma. Fanno parte, cioè, di quel 5% della popolazione italiana con capacità cognitive molto alte e che il sistema scolastico non è ancora in grado di valorizzare.

Le difficoltà a socializzare

Essere un plusdotato può voler dire tante cose: eccellere in una disciplina particolare o in tutte le materie scolastiche, ma può significare anche avere difficoltà a socializzare in gruppo e annoiarsi facilmente in classe, ottenendo scarsi risultati nel rendimento. «Mio figlio maggiore, ora diciannovenne, viveva la scuola con disagio», racconta Antonio Silvagni, docente di liceo e padre di due figli plusdotati. «Era un bambino molto sveglio, ma con problemi di socializzazione all’interno della classe. Viviamo in una piccola realtà in provincia di Vicenza e all’inizio non potevamo sapere che il disagio significativo che manifestava mio figlio potesse essere una conseguenza della plusdotazione». Come spesso accade, è il passaparola che permette a un genitore di capire quale sia il problema. «Sono stato fortunato: un mio collega mi ha parlato di un progetto pilota della Regione Veneto che trattava i ragazzi ad alto potenziale e così sono entrato in contatto con questo mondo».

La storia di Antonio, che è quella di qualunque genitore di un ragazzo gifted, è fatta di incontri con psicologi, valutazioni, test e certificazioni da ottenere. Ma una volta avuta l’attestazione, ci si scontra con il sistema scolastico, che è ancora impreparato nella gestione di questi ragazzi geniali. «Era novembre 2018 quando il Miur ha organizzato un tavolo tecnico, di cui ho fatto parte, per definire le linee guida nazionali sulla plusdotazione» racconta Maria Assunta Zanetti, presidente di Lab Talento, un laboratorio per ragazzi e bambini gifted dell’Università di Pavia. «Abbiamo consegnato queste linee nel luglio 2019 e avrebbero dovuto diventare operative dall’anno scolastico successivo, ma tutto è stato messo in stand-by».

Nelle scuole si naviga a vista

Solo nel 2020, con la ministra Azzolina, la questione viene inserita in un atto di indirizzo in cui si afferma la necessità di inserire i soggetti con alto potenziale nel paragrafo dell’inclusione, attestando cioè che gli insegnanti debbano avere una formazione adeguata, con metodologie di apprendimento specifiche. «Tra emergenza covid e un’altra crisi di governo, ci si è occupati di tutt’altro. Ho provato spesso ad avere un’interlocuzione con il ministero ma, seppur interessati, avevano altre urgenze. E nel frattempo ragazzi di estrema intelligenza spesso abbandonano la scuola, il fenomeno dei cosiddetti drop-out capaci. Cambi continui di istituto o ritiro precoce sono un fenomeno di cui non si hanno cifre, ma che esiste. L’incapacità della scuola di valorizzare questi studenti, anche dal punto di vista dell’intelligenza emotiva, li fa sentire fuori posto, portandoli all’abbandono», conclude Zanetti.

 

Così, ad oggi, nelle scuole si naviga a vista. La plusdotazione è stata inserita all’interno dei Bes, i bisogni educativi speciali, ma le direttive su come valorizzare le grandi curiosità e capacità degli studenti gifted non ci sono. Solo 95 istituti in tutta Italia hanno la certificazione nel trattamento della plusdotazione, nessun obbligo legislativo, ma la facoltà della scuola o del singolo insegnante nel seguire corsi di formazione sul tema.

Ritardi sulle linee guida per i plusdotati: solo 95 istituti hanno docenti formati

Valentina Durante, professoressa di matematica e fisica del liceo Morgagni di Roma, è una di queste. «Ho seguito un corso quando nella mia classe è arrivato uno studente con un certificato di plusdotazione. Ho imparato ad avere consapevolezza che questo ragazzo, su alcune materie, ne sappia molto più di noi insegnanti. Non per tutti è facile accettare che una persona di 14 anni sia più preparata, nonostante i pochi studi». In questo istituto, trattare la plusdotazione sembra più semplice. Hanno sezioni sperimentali in cui il numero degli studenti è contenuto, i voti non esistono e i compiti in classe si fanno in gruppo, suddivisi per livello.

 

«Questo permette al ragazzo plusdotato di confrontarsi con i compagni simili a lui, di sentirsi stimolato. Quando si permette a un giovane gifted di esprimersi, la relazione funziona. Bisogna tenere presente che spesso si annoiano, che possono avere comportamenti stravaganti e che c’è necessità di lavorare molto sul piano dell’interazione, perché spesso questi ragazzi sono carenti dal punto di vista della socialità» conclude Durante. In una scuola che già fatica a gestire le disabilità, il rischio di esclusione anche di questi studenti con un’intelligenza da valorizzare è ancora altissimo.

 

 pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it

venerdì 16 settembre 2022

Porta UFFABARUFFA a scuola con te!

 


Uffabaruffa è un 📖 con una storia 
e delle attività da fare in classe. 
Un libro da leggere e usare. 
Un libro da far leggere. 
Porta Uffabaruffa in classe e proponi la lettura ai tuoi alunni. 
Potrai poi fare attività didattica a partire dalla storia del libro, 
incontrare l’autrice Annamaria Gatti 
o fare con lei un laboratorio in presenza o on line.  
Se ti interessa scrivici via mail 
                                                         o contattataci anche su whastapp.                                                                                                                      
👉Sfoglia intanto qualche pagina a questo link: 

Pubblicato da Annamaria Gatti 

venerdì 2 settembre 2022

E se i bambini scoprissero un giornalino fatto tutto per loro? BIG compagno di viaggio anche a scuola!

 


BIG: ovvero Bambini/e In Gamba,  ma non solo... 

Per scoprire il giornalino divenuto famoso ormai anche nelle scuole, basta seguire questo video coinvolgente, non solo perchè autorevoli sono i commentatori, ma soprattutto perchè si coglie l'entusiasmo bambino di manipolare un materiale vario e divertente, accurato e convincente, perchè fatto da chi usa conoscenze, talenti e cuore!

Temi che fanno da conduttori di storie e servizi: autostima, empatia, generosità, condivisione, perdono, scoperta, valorizzazione, resilienza... per esempio! E per questo BIG è proposto nelle classi oltre che come compagno di viaggio in famiglia.

Perchè per bambine e bambini, ma non solo?

Nel video a questo link sentiamo anche  invitare i genitori a sfogliare e fare proprie le pagine dell'inserto a loro dedicate. In un tempo complesso una risorsa da condividere con altri... 

https://www.youtube.com/watch?v=wCD0Fp6LwU0

pubblica Annamaria Gatti

giovedì 1 settembre 2022

E se a scuola entrano i bambini? Meritano di essere sognati


Un appello a chi dirige e fa la scuola


Condivido un contributo accorato e verissimo di Elvira Zaccagnino direttrice dell'editrice  "la meridiana" 

"...come mai nella scuola gli ingranaggi continuino a girare permettendo al sistema di andare avanti mentre la scuola è in ritardo e accumula sempre più ritardo sulla vita delle persone.

 È semplice: abbiamo cominciato da molto tempo a non ricaricarla bene.

La scuola è colpevolmente in ritardo ma funzionante. E funzionando  accumula ancora ritardo.

 I bambini e le bambine che entreranno in prima sono diversi. Hanno visto il mondo messo all’angolo da un virus. Si trovano in un presente segnato da una guerra che i loro genitori e i loro nonni non hanno vissuto.

 Questi bambini si meritano come tutti i bambini di essere sognati. Ma si meritano anche che il sogno sia diverso. Perché loro sono diversi. Ecco dovremmo dare la carica a un sogno diverso sulla scuola. Che poi significa darle una visione e una prospettiva. Provarci non è più una opzione o una scelta opzionabile..."


pubblica Annamaria Gatti

lunedì 29 agosto 2022

Come la maestra Laura si butta nella mischia dei primi giorni di scuola

 

da "Mary Poppins"  W. Disney
La maestra Laura si getta nella "fossa dei leoni", lo fa con garbo e decisione, non senza qualche alito di ansia, non essendo proprio la Mary Poppins di chiara fama! Ma lo fa con competenza, ha preso atto dei bisogni dei suoi alunni e applica le prassi utili passando per lo studio e per il ...cuore.

Dal libro di A.Gatti e A,Giarolo  "Io amo la scuola" ed. la meridiana, (pag,15/17)  Capitolo 1 Non c'è mai tempo di fare tutto
Ora anche in un corso in ebook. 

                                                            

A SCUOLA CON LA MAESTRA LAURA

 

In pratica: nella fossa dei leoni, cioè in aula

 

 

L’insegnante Laura si era avviata serena verso la classe, tutto è già impostato e da gestire con maestria. Il batticuore dei primi giorni di scuola aveva lasciato il posto ad una discreta padronanza del clima di classe e della gestione delle difficoltà. Alcuni anni di insegnamento in complesse scuole di grandi periferie l’avevano temprata e preparata alle delusioni e anche alle emergenze. Infatti aveva acquisito prassi di inclusione, grazie ad uno studio minuzioso e “pazzo”, che ora però stava dando i suoi frutti, rimandandole un’immagine di sé di cui andava fiera.

 

Non che avesse acquistato l’imprimatur di infallibilità, certo! Ma la consapevolezza dei propri limiti e anche delle proprie risorse, le avevano fatto ben sperare sulla gestione, passo per passo, delle criticità, o di una saggia convivenza con le stesse!

Non poteva nascondersi che l’aver varcato con costanza e tenacia la soglia di insegnanti saggi e preparati, ma muniti di quel pizzico di “pazzia” che la passione per l’insegnamento implementa, oltre allo studio e alla ricerca, le avevano dato la misura del problema “far scuola” in situazioni difficili, senza farla cadere in un burnout pericoloso.

-Dunque- si era detta -anche oggi tutto è pronto. La linea del tempo tracciata aveva richiesto solo qualche aggiustatura da concordare con i ragazzi di quarta. Poi Laura aveva aspettato al varco i suoi grandi “BES” (alunni con bisogni educativi speciali). In cuore li aveva chiamati così, memore che anche lei un tempo aveva avuto i suoi bisogni educativi speciali e un po’ la cosa le aveva provocato ansia. Per questo li chiamava ‘bes’ solo fra sé, in cuore, tanto per mantenersi vigile. Poi loro erano i “suoi” alunni e non li avrebbe scaricati a nessun altro, anche solo per orgoglio professionale, pena... un senso di fallimento che l’avrebbe accompagnata sempre. Li aveva attesi con un sorriso disarmante, che è l’aspetto che di lei aveva rassicurato i genitori, inizialmente critici e preoccupati di quella nuova e giovane, anche se poi non tanto, insegnante.

 

Ecco descritti sinteticamente i suoi “Pierini”, di così differente natura, come fossero presenti oggi davanti ai suoi occhi.

- Gigi le corre incontro e si butta letteralmente sulle sue spalle. Laura lo accoglie, non lo inquadra subito e non lo respinge. Si ferma, aggiusta la fisicità di quel saluto e poi sottovoce si informa sulla domenica appena trascorsa. E sì, perché il lunedì ha la sua tragicità. Gigi è un bambino iperattivo, con una storia sofferta e gestita finalmente con prassi familiari adeguate, da quando è stato preso in incarico da un servizio territoriale competente, con cui collaborare. Prima era stato allo sbando di genitori disperati e di insegnanti increduli. Le prassi legate a questo disturbo sono personalizzate, è vero! Ma molte di queste necessità interagiscono con strategie legate alle complessità della classe. Una buona coordinazione con la famiglia e con gli specialisti chiariscono il grado di difficoltà e, alla confusione di Gigi, si oppone la tranquillità di Laura. L’insegnante sa che esiste il momento di emergenza, sa che i tempi di Gigi sono assai ristretti e vanno gestiti bonificando l’ambiente e sa che occorre non farlo sentire inadeguato. Dopo averlo accolto, Gigi si tranquillizza e Laura lo affianca a Claudio, che ha bisogno di un aiuto a sistemare il materiale e che gli dice, così come concordato nel gruppo: sarei felice che tu mi aiutassi a… sistemare i vasi dei fiori. Poi lo condurrà al suo tavolo e lo aiuterà a ordinare il materiale utile alla lezione.

- Laura osserva Aziz che a sua volta la scruta. Laura è molto diversa, nelle sue modalità di porsi, dagli insegnanti marocchini e gli brilla un sorriso riservato, ma eloquente. È giunto da poco dal suo paese, quando la famiglia si è ricongiunta al padre. Non è un profugo, non si specchiano nei suoi grandi occhi neri traversate desertiche e gommoni maledetti. È già un sollievo. Balbetta qualcosa in francese, ma ha trovato Mohad che eccelle a scuola e che ha compreso benissimo come affiancarsi da tutor al nuovo arrivato. Ripete infatti ciò che altri hanno fatto con lui! Le buone pratiche, in una scuola ad alta densità di alunni non italiani, sono ormai una normalità. O almeno dovrebbero… pensa Laura un po’ in apprensione per la gestione del team che, formato da nuovi insegnanti, deve trovare la coesione necessaria perché tutti, anche i docenti, stiano bene. Aziz segue con occhi attenti e vivaci tutta la vita di classe. Ma per questo bambino arabo la linea del tempo è vincente, da quando Matteo ha suggerito di mettere scritte in arabo per Aziz, solo in questo primo periodo, poi la memoria e l’ascolto attento del ragazzino avrebbero avuto la meglio su questa aggiunta di supporto. E sarà invitato da Laura a confezionare lui stesso cartellini di aiuto!

Invece grandi cartelloni costruiti dai ragazzi a turno hanno permesso di raccontarsi e il nuovo alunno ora segue con interesse tutte le attività che gli vengono anticipate dai compagni, in una sorta di vademecum visivo a cui fa riferimento di continuo. I due o tre mesi di full immersion trascorreranno in fretta e Aziz comincerà a produrre linguisticamente: non c’è fretta, Laura lo sa.

- Come sa anche che il lunedì è fatale per Leonardo, che ha trascorso dei giorni a casa e la routine spezzata lo disturba. Laura sa che a Leonardo piacciono le favole e anche oggi ne racconta una lieve lieve, ma densa di rimandi affettivi capaci di ipnotizzare per un po’ questo alunno difficile, perché narra di un cucciolo. E’ un alunno con bisogni educativi speciali, ha un comportamento oppositivo provocatorio e di non facile gestione, come si può immaginare. Ogni novità lo sconcerta e lo disorienta provocando una sorta di rifiuto di tutto e soprattutto della propria incapacità di vivere le relazioni.

La linea giornaliera del tempo-scuola lo rassicura certo, ma per poco tempo e per lui sono state predisposte icone più dettagliate di cui ha bisogno per orientarsi e non perdersi nella vita di classe. A lui sono affidati i commenti iconici di gradevolezza delle attività e questo impegno, che caparbiamente persegue e in cui si accettano le sue nuove e fantasiose versioni, lo rende autorevole agli occhi di chi poi deve saper rispondere alle sue provocazioni, implementando risposte comportamentali di empatia dei compagni. Conflittuali restano i rapporti con i nuovi insegnanti, ma il team ha la consapevolezza che è una situazione comprensibile e che avrà un’evoluzione lenta, ma progressiva se le linee pragmatiche saranno condivise e se vi sarà la consapevolezza che “non è compito dei docenti salvare tutto il mondo di un alunno, quanto accompagnarlo condividendo in una sorta di complicità sofferenza e delusioni, sforzi e successi”. Il Cooperative Learning con lui non ha ancora avuto successo, ma la metodologia aiuta i compagni a gestire a turno le criticità.

 

- Lucia è l’aiutante in primis di Laura, una segretaria tuttofare. È una bambina dislessica certificata dallo psicologo del servizio territoriale. Accede a tutte le misure compensative e solo a qualche indispensabile misura dispensativa del caso, previste dalle linee guida della normativa: cartelloni esplicativi, uso del computer per la videoscrittura e utilizzo della sintesi vocale per i testi scolastici e l’elaborazione dei contenuti, ottimizzazione dei tempi di lavoro. Tutto è gestito da Lucia con consapevolezza, ma anche con disponibilità a fare da tutor ad altri compagni che dislessici non sono, ma che hanno difficoltà di apprendimento latenti. In particolare, i cartelloni o le schede con le mappe di sintesi risultano assai utili ad Aziz e agli altri bambini con e senza BES, che se le scambiano con interesse.

Per questo Laura ha predisposto sulla linea del tempo-scuola il momento della revisione dopo ogni proposta attiva: nulla deve essere lasciato al caso e occorre che chi non ha capito qualcosa o ha da osservare lo possa fare con ordine e impari che sarà sempre ascoltato se osserva la regola di intervenire chiedendo all’insegnante e alla classe il permesso.

Non esclude che il rispetto della regola d’oro, trasversale a tutte le culture e religioni “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” abbia inciso non poco nelle abitudini acquisite dal gruppo.

Ha verificato che il tempo impiegato (per qualcuno è tempo perso) a incontrare questi ragazzi, i suoi alunni, ad ascoltarli e a sentirsi oggetto di cura e attenzione, ma anche di interventi autorevoli, è tempo che ha ritrovato poi nella pratica educativo-didattica. E che dire dell’aiuto indispensabile della psicopedagogista di istituto e delle figure sensibili per l’accompagnamento di alunni DSA e stranieri?

Anche oggi Laura aveva pensato che servirsi di queste opportunità, per nulla scontate, e aveva regalato momenti di alta umanità e professionalità.

Il ricordo di quell’inizio faticoso e felice l’aveva accompagnata durante l’anno scolastico e le era parso che fosse in armonia, anche in quella sera nebbiosa, a una rilettura de “Il Gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach, uno dei suoi “manuali” preferiti in assoluto e si era ripetuta la citazione <<Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano>>

Pubblicato da Annamaria Gatti