mercoledì 31 dicembre 2025

La vita chiede una cosa sola: muoviti!



Ci sono momenti nella vita

in cui restare diventa impossibile.

Non perché manchi il coraggio,

ma perché la realtà cambia le regole.


Qualcosa si incrina.

Qualcosa minaccia.

E la vita chiede una cosa sola:

muoviti.


Il Vangelo di oggi non racconta una nascita serena.

Racconta un passaggio.

Un bambino portato via di notte.

Una famiglia in fuga.

Il futuro che diventa incerto.


E qui c’è una verità essenziale:

il Natale non è una scena ferma.

Il Natale cammina.


Dio non nasce quando tutto è a posto,

ma mentre la vita è instabile.

Non nasce per toglierci il rischio,

ma per starci dentro.


Giuseppe non discute con il sogno.

Non chiede spiegazioni.

Non pretende garanzie.

Fa una cosa più difficile:

si alza.


Alzarsi significa accettare

che ciò che eri non basta più.

Che ciò che avevi costruito

non ti protegge.

Che la sicurezza non è un luogo,

ma una relazione con ciò che è vivo.


Quante volte anche noi

siamo chiamati ad alzarci così.

Da un’idea di noi stessi.

Da una relazione.

Da una fase che non regge più.


E spesso lo viviamo come un fallimento.

Ma forse è solo un passaggio.


Il Vangelo parla di fuga,

ma non di vergogna.

Parla di Egitto,

ma non di punizione.


L’Egitto è il luogo dove si sopravvive,

dove si resiste,

dove si protegge ciò che è fragile.


Tutti abbiamo un Egitto.

Un tempo o un luogo

in cui non stiamo bene,

ma stiamo abbastanza

per non perdere tutto.


Accettarlo non è debolezza.

È sapienza.


Poi arriva il ritorno.

Ma non come ce lo aspettiamo.

Si torna a Nazaret.

Un luogo piccolo.

Semplice.

Vero.


Forse anche per noi tornare

non significa tornare come prima,

ma tornare più veri.

Meno armati.

Più umani.


Questo Vangelo non promette protezione assoluta.

Promette presenza sufficiente.


E forse il messaggio più profondo è questo:

non tutto ciò che ti sposta ti distrugge.

A volte ti salva.


Se oggi ti senti in fuga,

o in un luogo che non hai scelto,

non giudicarti.


Chiediti piuttosto:

che cosa sto custodendo?


Perché il Natale è questo:

una luce che non ci ferma,

ma ci accompagna.

Una presenza che ci insegna

a proteggere ciò che è fragile

mentre continuiamo a vivere.


E la tua Nazaret esiste.

È il luogo semplice

in cui puoi smettere di resistere

e ricominciare a vivere.

                                     Don Stanislao Esposito


pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it

Foto: La fuga in Egitto da Pontificio Collegio Leoniano


lunedì 29 dicembre 2025

Rinascere da sole: la forza silenziosa delle madri coraggiose

 


di Dorotea Piombo

fonte: CITTA' NUOVA 17 dicembre 2025

La separazione non rappresenta il fallimento di una persona, ma la conclusione di un ciclo. Il primo passo è accettare la perdita senza colpevolizzarsi

Quando una relazione finisce, soprattutto se in gioco c’è un figlio, la separazione non è soltanto affettiva ma esistenziale. Finisce un progetto di vita condiviso, un “noi” che sembrava destinato a durare e che ora si dissolve, lasciando una donna sola a gestire quotidianità, responsabilità e sogni infranti.

In Italia, secondo recenti dati Istat, oltre due milioni di madri crescono i propri figli senza un partner stabile: una realtà sempre più diffusa ma ancora carica di stigma sociale, fatica emotiva e senso di inadeguatezza. Spesso le donne raccontano un filo comune: l’abbandono non è solo la perdita di una persona, ma di una parte di sé che si era intrecciata all’altro. E proprio da quel vuoto può iniziare una metamorfosi, quella che porta dalla dipendenza emotiva alla centratura personale, dal dolore alla possibilità di rinascere. 

Stella ha trentadue anni, un lavoro a tempo pieno e una bambina di quattro anni, Giulia. Quando il compagno decide di lasciarla, lo fa in modo improvviso, lasciandole addosso un misto di incredulità e colpa. «Non ce la faccio più – le dice – mi sento soffocare». Da quel giorno, il mondo di Stella si ribalta: si ritrova a gestire bollette, asilo, un lavoro precario e un dolore che non le dà tregua.

Le prime settimane sono una lotta tra pianti silenziosi e giornate interminabili. Si sente “sbagliata”: come donna, come madre, come compagna. Si isola, convinta di dover dimostrare di saper fare tutto da sola. Ma è proprio quando tocca il fondo che qualcosa dentro di lei si muove.

Una sera, mentre rimbocca le coperte a sua figlia, Giulia le dice con voce dolce: «Mamma, io sono felice con te». Quelle parole diventano la scintilla che illumina un cammino nuovo. Da lì, Stella comincia a cercare risorse dentro e fuori di sé. Si iscrive a un gruppo di sostegno per genitori soli, chiede aiuto a una psicologa, e gradualmente ricostruisce una quotidianità più stabile. Comprende che essere una madre sola non significa essere incompleta, ma portare avanti un viaggio inedito, dove il valore non si misura nella coppia, ma nella capacità di amare sé stessa e sua figlia.

Nel lavoro clinico con madri come Stella, il primo passo è accettare la perdita senza colpevolizzarsi. La separazione non rappresenta il fallimento di una persona, ma la conclusione di un ciclo. Accogliere il dolore, senza negarlo o giudicarlo, è ciò che consente di elaborarlo e trasformarlo in consapevolezza.

Un altro passaggio fondamentale è imparare a ridistribuire le energie. Ogni madre sola affronta una tripla sfida: essere genitore, lavoratrice e individuo. L’errore più comune è cercare di essere perfetta in tutto. Definire delle priorità, imparare a delegare quando possibile e dedicarsi piccoli momenti di cura personale non sono gesti di egoismo, ma strumenti di sopravvivenza emotiva.

La costruzione di una rete di supporto è un altro pilastro del benessere psicologico. L’isolamento, in questi momenti, può diventare un nemico silenzioso. Cercare aiuto non significa essere deboli: al contrario, è un atto di coraggio. Famiglia, amici, colleghi, gruppi di sostegno o professionisti possono diventare preziosi alleati per condividere fatiche ed emozioni.

Anche il linguaggio con cui una donna parla a sé stessa ha un potere enorme. Passare da pensieri come «non ce la farò mai» a «sto imparando a farcela», cambia il modo in cui il cervello affronta la realtà. Il linguaggio costruisce la percezione del sé: ogni parola può diventare un mattone nella ricostruzione della propria “casa interiore”, in cui il vuoto diventa spazio da riempire con ciò che ci fa bene, permettendo l’acquisizione di una maggiore fiducia in sé stessi. 

A questo punto diventa fondamentale coltivare l’autoefficacia: la consapevolezza di poter incidere sulla propria vita. Celebrare i piccoli successi quotidiani — una giornata di calma, un sorriso del figlio/a, un problema risolto — rafforza la convinzione di saper fronteggiare le difficoltà. Non serve aspettare grandi traguardi per sentirsi forti: la forza si misura nei piccoli passi.

Infine, per Stella, come per molte altre madri, il modo migliore per educare sua figlia è farle vedere che la fragilità non è una colpa. Mostrare resilienza, ma anche vulnerabilità, aiuta i bambini a crescere nella verità delle emozioni. Giulia non avrà una madre perfetta, ma una madre autentica: e questo è il dono più prezioso che possa ricevere.

Essere una madre sola non è un destino da sopportare, ma un cammino da riscrivere. La psicologia ci ricorda che la resilienza non si eredita, si costruisce passo dopo passo, iniziando proprio dalle crepe di ciò che si è perduto. Stella, come tante donne, ha scoperto che la solitudine può diventare un luogo di forza e di significato.

Ogni cicatrice racconta dove siamo cadute e dove abbiamo imparato a rialzarci. La rinascita di una donna non inizia quando qualcuno la sceglie di nuovo, ma quando lei stessa smette di abbandonarsi. E in quello sguardo di fiducia verso sé stessa — fragile ma tenace — si nasconde il primo, autentico atto d’amore.

mercoledì 24 dicembre 2025

 




ECCO COSA SOGNO IN  QUESTO NATALE: 
IL MONDO INVASO DALL'AMORE
CHIARA LUBICH


sabato 20 dicembre 2025

Una storia di Natale quasi vera, verissima dedicata a ragazze e ragazzi: è Gesù che nasce davvero a Natale

 

  AVVENTURA ASPETTANDO NATALE
                                                    racconto di Annamaria Gatti
                                dal podcast filastrocche e storie di Natale  Città Nuova 2024

Tre ragazzi, grandi amici,  si perdono in modo inspiegabile.  Però qualcosa di misterioso accadrà e troveranno un  rifugio presso una famigliola. Il padre  si chiama Giuseppe e la madre Maria.

Primo step

“Ehi ragazzi, ma dove cavolo andiamo?” aveva chiesto annoiato Willy Bells, il solito piantagrane e piuttosto pigro, inforcando la sua fiammante mountain bike.

“Eddai! Sempre il solito che non si fida!” aveva apostrofato Harry Smith. “Non vedi? Stiamo andando su per la collina.”

“Non sono orbo” replicò Willy Bells, ma per nulla stizzito. Ad Harry Smith si poteva perdonare tutto: aveva la casa più attrezzata del mondo per giochi e ospitalità, un campo da baseball dietro casa, un garage pieno di mille attrezzi e pezzi con cui creare qualcosa. Questo e soprattutto un buon carattere,  gli valeva la simpatia di molti.

“Dai Willy,” aveva spiegato Frank West, un tipo pratico e che metteva a posto subito i bulletti di turno, anche se era permaloso come un riccio. “ Ti ricordi il cucciolo che abbiamo trovato nel fosso? Stiamo andando a controllare come sta, con i suoi nuovi padroni. Vieni anche tu? Stanno in qualche parte qui in mezzo ai boschi.”

Ah sì, lo ricordo, era proprio un bel cucciolo,  chissà da dove era sbucato fuori. Vengo anch’io, sì.” Confermò Willy Bells seguendo gli amici che sfrecciavano senza fatica anche in salita. Non era tardi, ma già il sole stava tramontando, in quelle giornate di inizio inverno, alle soglie del Natale, con un emozionante spettacolo rosso e dorato, che li obbligò a fermarsi per ammirarlo nel suo splendore.                      

Secondo step.

Poi il sole lasciò il posto all’imbrunire, mentre i ragazzi stavano percorrendo l’ennesimo sentiero sterrato. Del casolare però nemmeno l’ombra.

“Abbiamo fatto male i calcoli di orario e di orientamento, gente!” aveva commentato  Frank West.

“Qui si fa buio e abbiamo sbagliato strada vero? Insomma, ci siamo persi?” chiese quasi  piagnucolando Willy Bells.

“Dai ragazzi, ho quel che serve per vederci meglio…” disse Harry Smith tirando fuori la grossa pila dallo zainetto tuttofare, da cui non si separava mai.  “Certo la casa doveva essere proprio in questa zona, non so come abbiamo fatto a sbagliare sentiero. Capita. Anzi non dovrebbe succedere, ma ora bisogna pur che ci arrangiamo no?”

“Qui attorno è tutto buio, non si vede nessuna casa. Nessuno di noi ha un cell per chiamare qualcuno.” Avvertì Willy Bells preoccupato.

Ma preoccupati erano tutti e tre certamente. Sulla collina i boschi erano invitanti nel pomeriggio assolato, ma ora erano coperti di mistero e di freddo, che si faceva sentire soprattutto attraverso i loro modernissimi jeans bucherellati.

Poi un rumore lieve, ma ritmato.

“Sentito il fruscio?” chiese Frank West. “Qualcuno o qualcosa si avvicina. Fermi tutti!” Trattennero il fiato, poi la “cosa” si dileguò precipitosamente nella boscaglia buia, senza potersi far riconoscere. “Sarà una lepre. Qui è pieno di lepri” concluse  Harry Smith, ma non ne era certo per niente.

Willy Bells sussultò quando, con un grido rauco, qualcosa si levò dalla macchia e volò basso vicino a lui. “Tranquillo era un fagiano… mi pare…forse” bisbigliò Frank West.

E adesso cosa faranno i tre tipi in bicicletta nella sera buia, con una fioca luna, sorta pallida e tremolante fra il blu,  a guardare quel che stava capitando?

                                        

Terzo step .

Qui si fa notte… infatti ormai i tre si ritrovarono a  prendere una decisione: cercare un riparo per la notte, che non si presentava tiepida di certo.

Tre ragazzi, con bici al seguito, si stagliavano fra le ombre di una notte però speciale, quasi alla vigilia dell’attesa di un Bambino. Un Bambino,  Signore del mondo.  Quell’anno il Natale che si stava preparando era però molto particolare: un’epidemia stava tracciando giorni complessi, di prudenze e chiusure, forse senza poter condividere con i propri cari la festa, che era  da sempre festa dei cuori e degli affetti.                         

“Guarda cosa ci capita, ragazzi che facciamo? Ci giochiamo le vacanze di Natale così nel bosco? Qui ripari non se ne vedono” osservò sfiduciato Frank, “la tua pila, Harry, non so come ci possa aiutare.”

Harry Smith non rispose, era muto, con lo sguardo rivolto in lontananza, verso un punto preciso da dove proveniva un piccolo fascio di luce.

“Ehi, guardate, forse la casa che cerchiamo è là!” esultò Willy Bells, mettendosi le ali ai piedi e trascinando la sua mountain bike piuttosto provata dall’avventura, visto il fango raccolto.

I tre si concentrarono seriamente e, già pregustando il successo e la possibilità di avvisare le famiglie, si avviarono convinti verso quel barlume di luce,  superando notevoli ostacoli, dati dai cespugli e dai rovi che li separavano dalla luce. Ma cosa c’era laggiù, in fondo al bosco?

  

Quarto step

In cima alla collina, a cielo terso, coronata dalle cime dietro di lei stava una casa, anzi forse una baitina, una capanna.

“Ragazzi non è il casolare dove è stato ospitato il cucciolo” spiegò Frank West.

“Vero, ma lì qualcuno ci sarà e ci ospiterà per la  notte” aggiunse Harry Smith.

“Spero abbiano un cellulare, così  avviso il papà. Sarà in pena e mi buscherò un bel castigo” chiarì dispiaciuto Willy Bells.

Il pensiero corse ai genitori in pena e tutti ebbero qualche momento di silenzio carico di apprensione e desiderio. “Mi verrà a cercare Toby, il mio cagnolone…” pensò Harry Smith.

                                             

Arrivarono vicini alla casetta. Dal camino un fumo leggero rassicurava i ragazzi che un po’ di calore lo avrebbero trovato.

Bussarono. Nessuno rispose. Harry Smith per primo spinse l’uscio e rimase come impietrito e immobile.   “Dai entra no? Ma guard………..” Ma anche a Frank West e a Willy Bells le parole morirono in gola alla vista di una donna che teneva un neonato fra le braccia. Un uomo barbuto, dallo sguardo sereno, stava sistemando la paglia per terra per riposarsi e stava curando il fuoco nel camino. Per primo si alzò e andò loro incontro. “Salve ragazzi, vi aspettavamo. Avete bisogno di scaldarvi? Vi siete persi vero?”

Nessuno riuscì ad annuire. Davanti a loro stavano Giuseppe, Maria e il Bimbo Gesù. C’era l’asino e c’era il bue. Era un presepe. Vivente.



 

Quinto step                                                    

Gesù era lì, piccino e li guardava. E sorrideva.    

E dentro a quel sorriso e a quelle braccine tese verso Willy  c’erano tutte le preoccupazioni di Willy  Bells, il suo timore per la matematica, per il prof di storia, per la partita andata male, per il litigio con suo cugino e tutto quel che aveva nel cuore.

E dentro a quel sorriso e a quelle braccine tese verso Frank c’erano la delusione che provava per l’amico che lo avevano ingannato, la paura del covid, degli esami che doveva fare, del compito in classe che era andato male.

E dentro a quel sorriso e a quelle braccine tese verso Harry c’era tutta la sua vita,  le sue rabbie,  le antipatie e la fatica di scegliere il bene sempre. Gesù si portava tutto nel cuore di bambino, perché anche lui era stato un bambino e un ragazzo e sapeva tutte queste cose.

“Dormite ora, domani mattina ritroverete la strada verso casa” li rassicurò Giuseppe.

“Certo, non vi preoccupate” aveva detto Maria, “qui siete al sicuro, lasciate tutti i vostri pensieri al mio Bambino. Ci penserà Lui ad aiutarvi.”                

Si addormentarono subito per la stanchezza.

Poi sentirono delle voci concitate e un cane che abbaiava disperatamente. Una voce di donna diceva:

“Toby abbaia come un forsennato, vediamo qui dentro. Questa casupola non l’avevo mai vista! Guardiamo qui dentro!”

I tre ragazzi si svegliarono ben bene quando una massa nera e calda si tuffò su di loro e con un gran lavoro lavò a leccate i loro visi, decisamente stravolti dal lungo sonno ristoratore.

Toby li aveva ritrovati.

“Harry! Willy! Frank! Che meraviglia siete qui e siete sani e salvi! Oh che gioia!” Era la mamma di Harry che aveva abbracciato tutti e tre, poi entrarono correndo tutti gli altri genitori.

“Vi abbiamo cercato tutta la notte…”                                                                                 

“Tranquilli ci hanno ospitato loro…” stava dicendo Harry voltandosi verso il camino…

Ma non c’era nessuno. Giuseppe, Maria e il Bambino non c’erano più.

Neppure l’asino e il bue.

Eppure nel camino c’era la cenere.

Willy, Harry, e Frank si guardarono in silenzio. Uno sguardo di intesa diceva: e chi lo dice adesso che Gesù ci ha salvato stanotte?

“Chi loro? Qui non c’è nessuno” chiedevano.

“Erano Giuseppe, Maria e Gesù. Davvero.”

In un angolo la paglia fresca era un segno tangibile: lì avevano incontrato Gesù Bambino e a Lui avevano dato tutti i loro pensieri difficili.

“Mamma, tu lo credi vero?”

“Sì, tutto è possibile a Dio”.

E Toby fece un gran balzo di gioia e lasciò ancora una leccatona di festa  sul naso di Harry.

                                                                      

Breve sequel richiesto: E IL CUCCIOLO CHE FINE AVEVA FATTO? 

Secondo te? 

E Toby fece un gran balzo di gioia e lasciò ancora una leccatona di festa  sul naso di Harry...

fino a quando fu distratto da un guaito: "Ehi guardate" aveva osservato Willy "il cuccioletto che avevamo trovato! Sarà fuggito..."

Era un batuffolo marrone, con due occhi vispissimi, che rotolò fra i tre con aria supplichevole.

"Teniamolo noi ragazzi" propose Harry. "Un mese ciascuno, vi va?"

"Ok, una vera trovata, un regalo di Natale!"

I genitori si guardarono complici e finalmente rilassati. Buon Natale a tutti!


pubblicata da Annamaria Gatti 

foto da Nativity film

        dreamstime

        

                                                    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 17 dicembre 2025

L'incantesimo di Uffabaruffa: lo SPECCHIO RACCONTAME

 

Illustrazione di Laura Cortini 
 "Uffabaruffa come sei buffa" di Annamaria Gatti -  Editrice la meridiana
L'editrice la meridiana, che ringrazio,  ha curato un video molto poetico ed efficace per presentare una delle attività proposte nel libro illustrato da Laura Cortini, che ha interpretato in video i disegni, con il commento dell'autrice. 


Annamaria Gatti racconta: 

Ciao bambine e bambini, UFFABARUFFA vi fa un dono:  uno specchio, uno specchio particolare, questo specchio si chiama  
                                          "SPECCHIO RACCONTAME"

Uffabaruffa vorrebbe conoscervi, conoscervi meglio, ma desidera anche che voi vi conosciate meglio...che sappiate esprimere cosa passa nel vostro cuore. 

E allora con questo specchio voi potrete, seguendo le indicazioni,  raccontare come vi sentite oggi, come tu ti senti oggi!

Cosa passa nel tuo cuore, nella tua mente. 

Potrai  raccontare le tue emozioni, i tuoi sentimenti, la tua gioia, la tua tristezza, la tua preoccupazione, la tua delusione, la tua aspettativa... la tua attesa di cose belle...

Lo potrai fare usando come vuoi, con tutta la  fantasia che vuoi,  il colore, il disegno, forse di un animale, forse di un momento della natura che a te piace molto.  Potrai anche mettere una foto... una foto che per te è significativa.

Allora... segui le istruzioni, crea, divertiti, conosciti, guardati dentro e raccontati. 

Noi, Uffabaruffa  e chi ha creato questo personaggio, Annamaria e Laura e le sue bellissime illustrazioni, aspettiamo che tu ci racconti e ci dica...

Potrete scriverci alla mia mail:    gatti54@yahoo.it

Laura ed io vi risponderemo!

E tu Laura cosa hai disegnato nel tuo specchio?
Illustrazione di Laura Cortini 


pubblicato da Annamaria Gatti

sabato 13 dicembre 2025

Storia intorno al vero Natale? La racconta Maria a Gesù Bambino

Storia di Annamaria Gatti Illustrazione di Eleonora Moretti

Ripubblico una storia sul vero Natale, quello di Gesù che nasce. 
Una storia un po' particolare, che continua ad essere molto apprezzata anche in questi giorni. Quando l'ho scritta avevo pensato esattamente questo:

"Mi sono chiesta: ma anche Gesù crescendo, intorno all'età dei 4 o 5 anni avrà chiesto a Maria di raccontargli la nascita, nei particolari più intimi che prima forse erano sconosciuti...
Ebbene Gesù però, con l'aiuto della sua  Mamma, avrà compreso nell'evento la verità del ...mondo, luogo che era venuto a salvare...

Ecco ci ho provato a vedere Maria, Giuseppe e Gesù in quella casetta, in quel momento, la merenda, in quella strada... compagni di giochi compresi.

Dedicato ai bambini, per cui Gesù deve essere proprio uno come me, che può capirmi, a cui io posso parlare col pensiero e le parole, perchè mi comprende! I bambini, così realisti, così sul qui ed ora, come mi ha ricordato di recente un'amica pedagogista, tanto sul  momento presente che i confini del tempo e del luogo si perdono. Profeti a loro insaputa, forse.
E questo è una meraviglia.




MARIA RACCONTA A GESU’ BAMBINO IL SUO NATALE

Il Bambino faceva scivolare fra le dita il mucchio di trucioli del legno che Giuseppe stava lavorando. Poi ci aveva tuffato anche il nasino e aveva esclamato: “Che buon profumo, papà!”
“Alzati Gesù e vai dalla mamma che ti chiama” lo aveva invitato Giuseppe, rimettendo i trucioli nel cesto.

Maria, la Mamma, aveva allungato al Figlio una fetta di pane e qualche fico dolcissimo, vista  la soddisfazione con cui vi aveva affondato le labbra e i denti.
“Mamma” aveva chiesto Gesù, “sono i fichi che ci ha mandato nonna Anna?”
“Proprio quelli”  aveva risposto Maria.
“E quando andiamo a trovarla?” aveva chiesto il Bambino, mentre una voce esultava dalla strada: “Maria, Maria! Miriam ha avuto il bambino, è nato Tobia, finalmente.”

“Hai sentito Gesù? E’ nato un altro bambino!” aveva spiegato Maria. “E ora tutti vanno a trovarlo e sono felici perché quando nasce un bambino o una bambina è sempre una grande festa!”
“Anche quando sono nato io, vero Mamma, è stata una grande festa…”

Maria si fece pensierosa, pose gli occhi in quelli del Gesù  e con dolcezza infinita aveva raccontato: “Era notte, mio tesoro, e nessuno poteva darci ospitalità in Betlemme. Così ci siamo riparati in una grotta…”
“Mamma, sono nato in una grotta? Faceva tanto freddo là?” aveva chiesto Gesù.

“Ci scaldavano un po’ il fiato di un bue e di un asino e papà  aveva acceso un fuocherello. Poi cominciarono ad arrivare tante persone, donne, bambini e uomini con le loro pecore e molti doni. 
Ma erano così tante che non riuscivamo a capire come fosse possibile. 
Chi le aveva avvertite della tua nascita? Come avevano trovato la grotta? E perché una grande stella cometa brillava nel cielo?”

“Sono stati gli Angeli ad avvertirli, vero mammina?”
“Sì Angeli…”
“E quando nascono i bambini e le bambine, che sono tutti miei amici, sempre tanti Angeli  stanno loro vicino, sempre... anche fra mille e mille anni.”
“Sì Gesù, quando nasce un  bambino,  io e te, con gli Angeli, lo accarezziamo e le nostre carezze lo fanno sorridere.”

“Gesù vieni a giocare con noi?” aveva gridato Ester dalla strada “ci sono  Daniele, Rebecca, Salomone  e Amos che fanno le corse, vieni anche tu, e  porta la corda per il tiro alla fune. Noi abbiamo le biglie di pietra!”
“Vengo, vengo.  Mamma posso portare anche gli animali che mi ha intagliato nel legno il papà? Giocheremo all’arca di Noè.”
“Certo, vai Gesù e divertitevi.”

Maria riprese a impastare il pane, mentre ripensava a Betlemme e  alla visita dei re Magi. 
A voce alta si disse: "Quel pomeriggio era così luminoso e io ero emozionata, quegli strani personaggi erano arrivati su cammelli e cavalli. 
Loro avevano portato a Gesù i loro doni e parlavano della nascita di un Re." 

..."Quel Re ora," pensava la Madonna,  "sta giocando a biglie là fuori sulla strada, come altri bambini in giro per il mondo."  
Ma sapeva Maria che quel Re avrebbe cambiato proprio il mondo intero.


Scritta  e pubblicata da  Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it







Lettera a Santa Lucia di un grande.

Santa Lucia soffrirà con noi tutti per quello che ci accade attorno. 
A lei chiediamo occhi per vedere, nel nostro quotidiano 
passi e semi di pace, cuori e mani operosi per crearla attorno a noi.

LETTERA A SANTA LUCIA DI UN ROMANTICO BUONISTA

Ho conosciuto indirettamente Gianluca John Passarelli  tramite David Conati scrittore, cantautore, attore, traduttore, molto musicista e molte altre cose che ne hanno fatto uno dei più amati incontri nelle scuole nazionali e nei teatri, soprattutto per la sua capacità di incontrare ragazzi e  adulti con  uno spiccato e gradevole spirito umoristico.

Gianluca Passarelli con altri artisti fa parte della fortunata Didattica Cabaret fondata da Conati, e si definisce disegnattore, illustratore, scarabocchiatore e simili, ma io ci vedo anche nei suoi contributi grafici di grande abilità, un poeta dall'animo bambino, dalle vivaci e profonde intuizioni e dal pensiero libero e retto. 

Dirà che è troppo. 

Riporto la sua bellissima lettera a Santa Lucia.

Cara Santa Lucia,

per quest'anno vorrei che la notte si accorciasse e che il tuo giorno fosse davvero l'annuncio della luce nuova del Santo Natale.

Mi piacerebbe tanto che tu illuminassi e riscaldassi le notti di chi non ha più luce nemmeno di giorno, tanto è oscurato il cielo dalle nubi della guerra e dell'odio.

Che portassi un sorriso a ogni bambino e un balocco che faccia ricordare a ogni padre l'età perduta dell'innocenza. E che ogni padre sciogliesse l'abbraccio gelido con cui stringe un mortaio o un fucile per ritrovare il tepore dell'abbraccio della famiglia.

Poi, se ti avanzasse un po' di magia, mi piacerebbe che tu puntassi la tua luce sulle menti ottenebrate di chi, anziché guidarci su sentieri di pace, ci sta spingendo sempre più verso il baratro della più terribile fra le guerre, che siano essi buoni o cattivi.

Infine, te ne prego, riporta tolleranza, rispetto e ragione nelle nostre teste. Insegnaci nuovamente a rispettare i pareri altrui, a leggere e comprendere le storie degli altri e, infine, ad abbandonare il pregiudizio, il tifo sordo e le cieche professioni di fede.

P.S. Se ti avanzasse un pezzo di torrone morbido e un gianduiotto, gradirei moltissimo.


Pubblicato da Annamaria Gatti

gatti54@yahoo.it

foto e testo da FB


sabato 29 novembre 2025

Storia del cucciolo Bach. Un romanzo all'insegna del divertimento, dell' avventura con pet terapy e dintorni.

 




Oggi ho incontrato bambini e bambine e raccontato loro la storia del cucciolo Bach. 
Nei loro occhi ho riletto nuovamente la sete dell'incontro, il desiderio di contare per chi è lì per te. 
"Mi leggi un libro?" torna a diventare "Stai con me?"
Bach ci ha permesso di tornare a creare la magia. 
Grata alla biblioteca di Lonigo per questa bella occasione. 
Grata ai bibliotecari che hanno collaborato a questo evento.

Un volume per tutti, bambini/e e ragazze/i, da leggere autonomamente o da ascoltare da voce narrante. Dagli 8/9 anni in poi, secondo il proprio amore per la lettura e il mondo dei cuccioli, degli animali... 

A quest'opera io ed Elisabetta Basili, sensibile e talentuosa illustratrice di altri miei libri, abbiamo dedicato molta cura. Doveva essere davvero un bel libro da gustare, per cui appassionarsi e scoprire cosa significhi accogliere un cucciolo, averne cura e come una presenza così possa trasformarsi in un dono reciproco di grande impatto per l'esistenza. Qualcosa che in tantissimi possono condividere per divertirsi, emozionarsi e farne uno strumento educativo. Una storia vera, semplice, ma anche straordinaria, come è appunto la vita di ciascuno a saperla vedere e scoprire. 

Riporto volentieri l'efficace commento editoriale:

"Bach è un cucciolo intraprendente. Impara molti segreti sulla vita, dopo aver lasciato mamma e fratellini, per essere adottato da Cristina, una bambina che ha imparato come fa bene prendersi cura di un amico a quattro zampe. Il buon cuore e il coraggio faranno scoprire a Bach molti altri amici, fra cui Mino che, grazie all’incontro con il cucciolo e al suo affetto, riuscirà finalmente a parlare. Un racconto che valorizza l’accoglienza, la diversità e la cura delle relazioni per superare il disagio, anche con l’aiuto di un amico a quattro zampe.

Questo racconto accompagna un bambino o una bambina a scoprire la bellezza della compagnia di un cagnolino, con la sua storia e la sua scoperta del mondo degli umani, sviluppando l'empatia e responsabilità verso gli animali, che diventano occasione di buone prassi per guarire, per ritrovarsi e per relazionarsi. Uno strumento per comprendere attraverso il racconto quale ruolo può avere la pet terapy."

A questo link tutte le informazioni utili. A presto!

https://www.amazon.it/dp/B0DR35S6Z5?ref_=pe_93986420_774957520

giovedì 27 novembre 2025

Un racconto poco conosciuto di di Alessandra Jesi Soligoni

 



Nella vicentina citta di Lonigo si celebra annualmente la storica Fiera dei Cavalli. Nel 1986 ad Alessandra Soligoni venne chiesto di scrivere un racconto per la preziosa pubblicazione "Il cavallo. Percorsi di una civiltà".  

Pubblico questo toccante racconto, in cui ritrovo l'abilità letteraria della scrittrice e soprattutto la delicata attitudine di leggere i cuori e la limpida compassione per uomini e donne a cui rivolge uno sguardo denso di tenerezza. 

Alessandra Soligoni

L'ULTIMO COCCHIERE

Da “Il cavallo. Percorsi di una civiltà”

Città di Lonigo 1986         

La città era stata sbranata dalla guerra e di essa restavano in piedi pochi muri e case scoperchiate, sbrecciate dallo scoppio delle bombe, cadute a tappeto su uomini ed edifici.

Anche la stazione ferroviaria era stata colpita in pieno e quando nel '45, a guerra finita, si iniziò Ia sua ricostruzione, dopo Ia rimozione dei rossi mattoni sbriciolati, fu gettato a colate il cemento, per assicurare al nuovo edificio strutture più resistenti, mentre, estirpato il ferro dai vecchi binari contorti, come Ia gramigna dal campo, altro metallo forgiato dalle presse, fu collocato sui percorsi obbligati delle locomotive.

Molte cose cambiarono dopo il secondo conflitto mondiale. Sui treni, anche i viaggiatori erano diversi, più taciturni, meno composti, meno eleganti. Solo pochi compivano percorsi abituali, altri più che viaggiatori si sarebbero detti vagabondi, con bagaglio o senza, tanto era lo stesso perché nessuno dava a vedere di possedere ancora qualcosa. La guerra si era ingoiata tutto, anche molte porzioni di ricchezza. Così il servizio di carrozze a cavalli, che faceva capo a1la stazione ferroviaria per ricevere i passeggeri in arrivo, divenne quasi del tutto inutile. Rari erano quelli che ancora ricorrevano al cocchiere, come se la sua assenza negli anni del caos avesse prodotto un'insanabile dimenticanza nel ricordo e nelle abitudini della gente.

Appena si saranno ricucite le ferite, tutto tornerà come prima, andava ripetendosi Gildo, uno dei due cocchieri ricomparsi al loro posto nel piazzale antistante la stazione, dentro una livrea sdrucita d'anteguerra: giacca nera, lucida ai gomiti, calzoni striminziti color fumo, che avevano perduto da tempo Ia stiratura, ma nell’insieme non toglievano dignità alla divisa, che si completava di una austera bombetta sul capo.

“Tutto ritornerà come prima”, ripeteva, carezzando sul collo la sua cavalla, che sempre alla sua voce annuiva col capo, rompendo solo per un momento l'immobilità che la faceva sembrare una statua di gesso.

Di fatto però l'attesa dei clienti, col passare del tempo, non si ridusse, anzi andò prolungandosi rendendo quella presenza alla stazione anacronistica, comparse d'uno spettacolo d’altra epoca d'altro costume. Eppure, ben lo sapeva Gildo, che faceva ii cocchiere di professione dal lontano 1936, quanto utile era stato il suo servizio in altri anni e quanto decoro la sua carrozza ben rifinita e la sua pomellata dal bel manto chiaro, sempre perfettamente strigliato, avevano dato alle strade cittadine nell’ora del passeggio o nei giorni di festa, quando perfino dalle campagne si veniva in città per sfilare lungo il corso e far mostra della propria eleganza e di una agiata condizione borghese. Ma la ventata violenta della guerra aveva spazzato e trascinato con sé comportamenti e consuetudini, che i superstiti non sapevano o non potevano reinventare. E la vita cambiò radicalmene, anche quella di Gildo, malgrado s'ostinasse a non crederlo e continuasse a rievocare nelle lunghe soste i tempi andati e con essi figure e modi scomparsi, demoliti anch'essi, come le case, dalla distruzione e dai bombardamenti. Pure la toponomastica urbana era stata sconvolta e buttate all’aria vie e piazze, tanto che a volte il maturo cocchiere, ritentando certi percorsi o aggirandosi fra edifici crollati e altri di nuova costruzione e incontrando slarghi improvvisi sui cumuli di macerie, provava un inconsueto disorientamento, accompagnato a smarrimento. Aveva l’impressione di trovarsi in un'altra città, una città straniera, non nella sua, di cui conosceva pietra su pietra e che aveva imparato a percorrere ad occhi chiusi. E solo ad occhi chiusi ormai riusciva a ritrovarla come era intatta, con il suo largo corso che conduceva alla piazza centrale, fiancheggiata da portici e negozi eleganti e facciate ornate di poggioli, di ampie finestre, di cornicioni decorati.

Di certo, pari smarrimento aveva provato Bella, la sua cavalla, quando rimossa dalla stalla e riattaccata alla carrozza, dopo la forzata inattività della guerra, fu riammessa in strada perduti i punti di riferimento lungo il percorso, cambiato il tracciato della via, scomparse le facciate di edifici familiari, fu costretta ad affidarsi interamente alle redini e ai segnali trasmessi dalla mano del padrone. Sopravvissuta a fatica alle prolungate privazioni, Bella, che da tempo certamente non era più tale, aveva perduto la lucentezza del manto grigio in cui s'erano innestate chiazze di pelo più rado, come la ruggine sul ferro, e aveva smesso la fierezza del collo, che non teneva più eretto ma ripiegava debolmente verso il basso, segno di una stanchezza che le era piombata addosso con gli anni e con gli stenti.

Non erano bastate le premure di Gildo e le parole d'incoraggiamento che l'uomo le rivolgeva ogni giorno, mentre le rinnovava il letto di paglia o sedeva sullo sgabello accanto a lei, nella stalla, a vederla mangiare le ridotte razioni di biada o le manciate di fieno, frutto di una difficile ricerca nelle campagne circostanti.

“Vedrai, Bella, tornerà anche il nostro momento. Questa maledetta guerra finirà, deve finire”, ed insieme avevano nutrito quella vaga speranza, anche in mezzo alla morte e alla distruzione.

“Ti ricordi di Vincenzo, quel ragazzo che saltandomi al fianco, a cassetta, non sapeva dove tenere le gambe, che si erano allungate troppo? Ora le tiene ben distese, povero ragazzo, sotto due spanne di terra. Rimasto anche lui al fronte, come Tonino...”.

Tonino non era il figlio di Gildo, perché Gildo non si era mai sposato, ma era stato il suo nipote prediletto, a cui aveva sempre pensato di lasciare il mestiere e quel poco di eredità, con la carrozza" che era ben conservata e ancora di qualche valore. Invece Tonino se l'era preso la guerra e del povero giovane neppure il corpo era stato restituito. Per questo, il Giorno dei Morti Gildo si recava al cimitero a portare i crisantemi su una fossa dimenticata. Tutti i morti sono uguali, pensava. Tutti i morti sono come un solo morto, il suo Tonino.

Bella capiva e in risposta abbassava ancor più il collo. Gildo le lisciava la criniera, come una madre che vuol consolare d'un dolore la propria creatura e tentava di riprendere sottovoce un vecchio ritornello, che in altri tempi aveva cantato, accompagnandosi col mandolino. Non per nulla lo avevano soprannominato “Mandolin” e quell'appellativo aveva del tutto oscurato il suo vero nome, tanto che per tutti era diventato solo Mandolin, anche per i suoi clienti. Quella del mandolino, di fatto, era stata la seconda grande passione della sua vita. La prima, senza dubbio, era quella dei cavalli. Ma l’una e l'altra si legavano intimamente fra loro e avevano radici nella sua infanzia, nelle sue origini contadine, perché la sua famiglia aveva sempre lavorato la terra e sudato sui campi del padrone, a mezzadria.

Gildo era nato in una vecchia casa rurale, sperduta nella campagna, nel grande camerone sopra la stalla, sul sacco di cartoccio rinnovato in autunno dalla madre, dopo la raccolta del granturco.

E quando fu in grado di distinguere i rumori e le voci della casa, assieme a quella materna imparò a riconoscere il lungo muggito delle mucche, che saliva dal basso e il nitrito del grosso cavallo da tiro, di recente introdotto nella stalla. E quel nitrito gli entrò nell'anima. Cominciò da fanciullo a condividere coi maschi della casa l’ orgoglio per quell'acquisto del padrone, che aveva sostituito al bue lento e pesante un esemplare di razza belga, per il tiro e l'aratura. Non esisteva famiglia di mezzadri nel raggio di dieci chilometri che vantasse nella stalla un capo come quello.

Gildo accompagnandosi al nonno, imparò la cura del cavallo, il rito mattutino della pulizia, il linguaggio dei gesti, le leggi del lavoro in coppia con l'animale, la soddisfazione della fatica alleviata e condivisa. E quando nel filò, la sera, ascoltava gli adulti narrare delle quotidiane vicende, nessun racconto teneva lontano da lui il sonno quanto le prodezze del nuovo cavallo, la sua forza, il suo tiro possente, che rimuoveva senza sforzo il pesante aratro, affondato fra le zolle. E certe volte, a lavori compiuti, nel clima di festa che accompagnava il raccolto, il nonno staccava dalla parete della cucina il mandolino, che assieme al cavallo dava prestigio all'intera famiglia, e cominciava a pizzicare le corde con le grosse dita ruvide, ricavando dallo strumento suoni striduli e lamentosi, come il pianto dell'ultimo nato. Ma per i commensali attorno al lungo tavolo di cucina cosparso di boccali, quella era una melodia, un prodotto e un evento miracoloso, come la nascita del grano o l'apparizione del sole, dopo la notte.

Quando il nonno morì, Gildo ereditò il mandolino ma non il cavallo, perché la brava bestia apparteneva al padrone, che decise di portarla al vicino foro boario, in giornata di mercato e di venderla. Così la famiglia perdette molto del suo prestigio e si smembrò, cambiando casa e vita e lavoro. Anche Gildo allora dovette prendere la sua strada, con ben poco di suo, se non quel mandolino e l'amore per i cavalli.

Vennero per lui anni duri, di bracciantato e sacrifici, ma finalmente nel '36 si presentò l’occasione attesa e Gildo non se la lasciò sfuggire.

La società delle corse dell'Ippodromo cittadino aveva messo in vendita una cavalla, allevata per il trotto, ma rivelatasi di carattere bizzarro e particolarmente ombroso che la portava ad impennarsi per un nonnulla. Dopo mesi d'addestramento s'imbizzarriva ancora all'improvviso e scalciava come al primo anno, tanto che s'era spezzata un garretto contro la staccionata e non riusciva più a tenere il trotto con regolarità, facendosi squalificare in pista dalla commissione per tre volte consecutive.

Un pessimo investimento, insomma, per i proprietari che decisero di disfarsene, dopo un ennesimo tentativo di recupero fallito. Gildo invece lo considerò un vero affare da non perdere e ancor più se ne convinse quando vide coi propri occhi la cavalla, che gli sembrò bellissima e di linea perfetta ed altezzosa, proprio come l'aveva sempre pensata. Comperandola, sentiva di soddisfare tutte le sue aspirazioni e da quel momento non chiese altro che di fare il cocchiere e di porsi alla guida di una carrozza degna di lei e di quel nome. Di fatto, con l'acquisto, Gildo salvò la cavalla dal macello e Bella gliene fu sempre riconoscente. Con lui imparò l'obbedienza, e negli anni di convivenza che seguirono, non gli si ribellò mai. E non Io fece neppure quando, dopo la guerra, fu ricondotta davanti alla stazione, sul piazzale percorso da crepe profonde, dove le buche erano state malamente colmate dai calcinacci. Appena qualche sobbalzo alla carrozza, ma nessuna impennata. Anzi Bella riprese il suo vecchio posto con pazienza, ignorando, più di quanto non sapesse fare il suo padrone, le trasformazioni e i cambiamenti intervenuti, e fors'anche la distruzione passata.

Riaffondò per metà il muso ne1 sacco di biada e lasciò andare mollemente la muscolatura del corpo, ormai senza fremiti. Un'altra carrozza si affiancò a quella di Gildo: il compagno, il grosso e vecchio “Fantin”, lui pure resuscitato dalle macerie della città con cocchio e cavallo, aveva ripreso quel gramo mestiere, spinto dalla minaccia della disoccupazione. Col suo ronzino, nell'ultimo tempo si era rassegnato ai trasporti più umili: traslocava mobili e masserizie, caricava materiale d'ingombro destinato al macero o alle discariche, tanto per non stare a morire d'inedia nell'attesa d'un vero cliente, ma soprattutto per rimediare quattro soldi per la biada del cavallo e per un bicchiere all'osteria.

Su queste commissioni Gildo non era molto d’accordo, gli sembravano una contaminazione del mestiere.

“A ognuno ii suo compito” borbottava scuotendo il capo e disapprovando l'impiego che il compagno faceva della sua carrozza e della sua divisa.

“Non si mangia con l’ambizione. Bisognava pur vivere in qualche modo...”. Fantin si era creato la sua filosofia, in tanti anni di cassetta.

“Prendi tutto quello che puoi, ciò che conta è sopravvivere, senza dipendere da nessuno, neppure dai figli”. E quella era diventata la sua legge, a cui aveva adeguato anche la vita del cavallo. Il giorno che quel ronzino non ce l'avesse più fatta a tirare, senza frusta, l'avrebbe lasciato al suo destino, che non è poi molto diverso per gli uomini e gli animali.

Gildo aveva smesso di contraddirlo e gli bastava vederlo tornare alla stazione, con la sua carrozza sgangherata, per scambiare con lui due parole e bere assieme un bicchiere, tanto per scaldarsi, all'osteria di fronte, anche se di recente la mescita era stata rinnovata e non esponeva più l’insegna di “Osteria del cavallino” ma una moderna scritta al neon, secondo una nuova moda. A dire i1 vero, se non fosse stato per Fantin che riusciva a trascinarvelo, Gildo in quel locale così trasformato non avrebbe più messo piede.

“Che vi servo, due calici?”.

“Due ombre di rosso” ribatteva prontamente al barista il grosso cocchiere, mentre soffiava sulle mani paonazze, per riportarle al giusto calore.

Gildo non si era mai spiegato come quel barile d’uomo, con quell'enorme corporatura, fosse stato davvero, un tempo, un agile fantino. E d'esserlo stato e d'aver condotto in pista fior di cavalli, dei veri purosangue, il compare glielo aveva giurato sul nome della moglie, che il Padreterno aveva già accolto nella sua gloria. D'altronde il soprannome di Fantin, che gli era stato appiccicato in gioventù e che da allora non aveva più smesso, toglieva ogni dubbio sul suo passato.

Gildo gli si era affezionato anche per questo e gli perdonava l'abitudine di alzare il gomito, acquisita negli anni, e la trascuratezza nei modi e nella persona, in contrasto col mestiere di cocchiere, che richiedeva invece una buona dose di compostezza e decoro e rispetto della convenienza. Di fatto, Fantin era una pasta d'uomo, sempre pronto a dare una mano e a chiudere un occhio perfino con i numerosi monelli, che accorrevano al passaggio della carrozza (carrozza, si fa per dire) e facevano codazzo, sedendo sulla barra posteriore e rimanendo con le gambe penzoloni, per fare un giretto gratis. Sia cocchiere che cavallo percepivano quella presenza in appendice, ma entrambi fingevano di non sentire e rallentavano il passo, perché i passeggeri clandestini non perdessero l'equilibrio, a rischio di rotolare sulla strada. Specialmente dopo la guerra, per quei ragazzini nati negli anni duri, le carrozze rappresentavano una sorpresa e una rarità.

“Hai portato anche principi e principesse?” chiese una volta una bambina, dal faccino pallido e incantato, a cui il nonno offrì un giretto col cavallo per le vie della città. Era una giornata limpida, che invitava all'avventura.

E Fantin, in risposta, la riempì di emozione raccontando che sul suo cocchio una volta aveva preso posto perfino un re, con la consorte al fianco, la regina, che portava il diadema in testa e aveva Io strascico che scendeva fino a terra, coprendo il predellino.

Altra cosa era adesso, che re e principi erano scomparsi, e non si incontravano per la strada che poveri diavoli.

Gildo, a quell'uomo fantasioso doveva i pochi momenti allegri della sua giornata e le occasioni per ridere, a sentirlo raccontare delle passate avventure. Ma certo la più comica di tutte era la fiorita descrizione di quando era finito in un fossato, con cavallo e carrozza, mentre mostrava con troppa disinvoltura le bellezze della campagna ad una vivace signorina di città, in cerca d'aria fresca e di evasione.

Negli ultimi tempi però, il colore dei suoi racconti si era sbiadito e con esso la volontà di ricordare.

Così un giorno, quasi all'improvviso, Fantin ruppe decisamente con il suo passato e annunciò la decisione di ritirarsi, cedendo carrozza e cavallo. Anzi a dirla tutta, aveva fatto sua la decisione del figlio, che aveva messo in vendita quel povero ronzino rinsecchito, per alleggerirsi dalle spese del mantenimento e dell'affitto del posto in stalla.

Gildo, all'annuncio, provò una fitta al cuore, anche se si convinse presto che era più giusto fare la fame da solo che in due. Quel giorno stesso, per reagire allo scoramento, andò a comprare una coperta nuova per Gilda, per mostrare alla cavalla e a sé stesso che non bisognava mollare, che l'impegno continuava anche se erano rimasti soli, sul piazzale della stazione, ad aspettare l’inverno.

“Segui il mio esempio, chiudi baracca e burattini”, lo esortò ripetutamente Fantin, prima di andarsene. “Che stai qui a fare?  Forse aspetti ancora che ritorni la tua bella signora, a chiederti un giro in carrozza?”.

Gildo, alla battuta del tutto inaspettata, si confuse e diventò rosso in viso, come per una trasfusione troppo rapida di sangue e non riuscì a sorridere. Anzi la sua confusione divenne via via maggiore per la quantità di sentimenti che quel ricordo sollevò nel suo petto, come la burrasca che rimuove i fondali marini e rende torbida l'acqua ed impossibile all'occhio umano penetrarne i segreti.

La storia si era risaputa in giro, ne avevano parlato in molti, nell'ambiente dell'osteria e delle carrozze. E qualcuno aveva riso, alle sue spalle, e avanzato dell’ironia sul fatto che una dama dell'alta società, una giovane signora con cappello e veletta, avesse scelto proprio lui, come cocchiere, per il suo giro abituale in città. Non era stato un sogno.

“Mi dicono che sapete suonare il mandolino... È questa, dunque, la ragione di un nome tanto curioso!”. Il sorriso delle labbra e degli occhi della donna, imbrigliato dalla veletta di tulle ed un'ombra calata sulla fronte dall'ampia tesa del cappello.

“Non mi burli, so solamente pizzicare le corde...”.

“Anch'io, sapete, Mandolin (posso chiamarvi così?) anch'io amo suonare. Il violino. La musica è il mio mondo, è tutto per me”.

Quel mondo incantato, che portava con sé, percorrendo a piedi il lungo viale attraverso il parco, fino al cancello, dove la carrozza attendeva. Tutti i giorni, alla stessa ora del pomeriggio, e in quello spazio, fra la bianca facciata della villa sullo sfondo e il cancello, rimaneva chiuso, agli occhi di Mandolin, il mistero di quella donna, della sua esistenza. Era l'anno in cui il mondo si preparava alla guerra. Le carrozze s'incrociavano ancora sul corso e Bella era bella davvero, perfino superba quando portava la signora: manteneva un trotto lento, regolare, che favoriva le confidenze.

“Chi vi ha insegnato, Mandolin, a suonare? Chi è stato il vostro maestro?”.

“Io, un maestro? Io, figlio di contadini...”. Nessuna vergogna, solo pudore. “Il nonno cantava in chiesa, la domenica. E tutti dicevano che sapeva suonare il mandolino, meglio di chiunque altro al paese”.

Che emozione parlare del nonno con quella dama! Lei così fine, così delicata, come avrebbe potuto anche solo immaginare le grosse dita ruvide del rozzo contadino, che afferravano le corde dello strumento come se avessero voluto strapparle.

“Non voglio altro cocchiere che voi, per la mia passeggiata in città. Voi mi siete simpatico, Mandolin. A domani, dunque, non mancate”.

Gildo, per un anno intero non mancò all’appuntamento, finché non venne la guerra a porvi fine. Un giorno di giugno, all'ora fissata, la signora non comparve. E non comparve sul viale neppure nelle ore e nei giorni successivi. Gildo non la vide più.

Qualcuno gli riferì che gli occupanti della grande casa in fondo al viale erano tutti improvvisamente scomparsi: forse fuggiti, o forse arrestati, perché erano ebrei.

Gildo ritornò molte volte, in seguito, davanti al cancello chiuso e Bella lo assecondava paziente, s'arrestava, attendeva. A volte rizzava le orecchie, per alimentare l'illusione.

“Hai sentito anche tu, Bella? Mi è sembrato di udire le note di un violino”. Poi se ne tornava lentamente a casa, con la carrozza mota, Mandolin a cassetta, con la bombetta rigida in capo e il freddo nelle ossa.

A guerra finita, un'altra famiglia occupò la grande villa e si videro dei fanciulli giocare in giardino e un'auto di grossa cilindrata entrare e uscire dal cancello, coprendo ogni impronta, ogni orma sul viale.

Gildo dimenticò, o credette di dimenticare. Poi, d'un tratto, quella frase di Fantin: la battuta che colpisce e la mente che precipita nei ricordi. Inutile il tempo trascorso, inutile il silenzio. Davanti a lui ancora tante ore, tante sere lunghe per pensare in solitudine, per ricordare, per fantasticare.

“Che ne diresti, Bella, se ce ne tornassimo a casa? È buio ormai, è tardi. La giornata, se Dio vuole, è finita”. La cavalla annuì. Gildo s'arrampicò a cassetta, avvolse il pastrano attorno alle spalle (d'inverno anche i cocchieri hanno freddo) e con una mano afferrò le briglie, mentre nell'altra impugnò la frusta. Uno schiocco debole a tagliare l'aria umida della sera.

“Via Bella, a casa”.

Le ruote si mossero sul selciato irregolare e il mezzo traballò, superando una buca più profonda di altre. I fari delle automobili gettarono i loro fasci di luce irrispettosi sull'uomo a cassetta, che conduceva una vecchia carrozza in mezzo al traffico cittadino, ogni giorno più intenso.

“Questa non è più vita” mormorò il cocchiere, girando gli occhi abbagliato “questa non è più vita”.

Trascorse ancora qualche tempo, forse mesi o un intero anno. Poi un giorno, di colpo, la città si accorse che nel piazzale della stazione non sostavano più le carrozze. neppure una. Anche l'ultima era scomparsa. I taxi, nello spazio loro riservato e delimitato dalle strisce gialle, erano passati da due a quattro e la SIP aveva installato la colonnina con il telefono, per la chiamata.

Mandolin e la sua Bella forse avevano cambiato città, o forse continente. O semplicemente si erano posti in cammino, assieme, come sempre, alla ricerca della gentile signora che suonava il violino, per ritrovarla, e offrirle ancora il loro servizio. Quasi certamente si erano diretti al luogo dove vanno a finire tutte le cose perdute e fra esse i momenti felici dell'esistenza.

 

Pubblicato da Annamaria Gatti