Benvenuti ai genitori...e ai bambini!

Questo blog nasce dal desiderio di condividere "lievemente" le gioie, le speranze, le sorprese, le favole e i dubbi che... rallegrano e stimolano le scelte quotidiane dei genitori.

mercoledì 29 dicembre 2010

Intervista televisiva: parla Annamaria


Ebbene sì: mi hanno intervistato in tivvù. Non che sia la prima volta, ma Telepace mi ha permesso di esprimere pensieri ed esperienze in un minutaggio di tutto rispetto. Incuriositi? Sì? No? Insomma: chi proprio vuol togliersi la curiosità può cliccare al link. Abbracci e buon 2011!
http://www.telepace.it/video.php?vfolder=la_voce_delle_donne&vfoldnum=0&vpage=3&maxvideo=25&video=vid_1291503600_0008.flv
Intervista del 5 dicembre 2010
pubblicato da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it

martedì 28 dicembre 2010

EMOZIONI


INEVITABILE UNO SGUARDO A QUESTA INIZIATIVA INTELLIGENTE E MODERNISSIMA, BRAVI!

da comunicato stampa di Turner Italia

Viaggio di un gruppo di ragazzi nella terra dei Vangeli

e E' andato in onda dal 5 Dicembre alle 14:30 sul canale per ragazzi BOING (digitale terrestre gratuito), la prima delle 10 puntate (da mezzora ciascuna) di 6 in cammino, inedito e coraggioso progetto televisivo: un’esperienza di viaggio, sia fisica che spirituale, di cinque ragazzi e della loro guida, Manolo Martini, alla scoperta di sé stessi negli affascinanti luoghi della Terra Santa, in Israele e Palestina.

La serie è stata ideata e commissionata dall’editore Turner Italia (gruppo TimeWarner) con la produzione esecutiva dell’Antoniano di Bologna.

La trasmissione proseguirà ogni domenica alle 14.30, fino al 13 Febbraio. Dal 23 Dicembre al 1° Gennaio, inoltre, sarà tutti i giorni in prima serata, alle 20.50.

Questa produzione originale italiana presenta un format innovativo, quello del tele-racconto di viaggio: non un documentario e agli antipodi del reality, 6 in cammino ci porta all’interno di un viaggio straordinario vissuto spontaneamente e con intensità da un gruppo di liceali.

Il programma, dunque, vuole trasmettere un’esperienza vera di ragazzi veri, senza peró entrare morbosamente nell’intimitá delle loro vite, come farebbe un reality show.

Saranno i ragazzi stessi a condividere con il pubblico la loro esperienza di vita in modo spontaneo e con naturalezza (non a caso, la telecamera é affidata anche alle loro mani). Ripercorrendo i luoghi e le storie raccontate dal Vangelo, i sei in cammino comunicheranno ai giovani telespettatori e alle famiglie a casa le loro emozioni, i loro pensieri e il loro racconto di viaggio.

Il programma propone un doppio livello di lettura. Il primo é la presentazione del viaggio fisico e avventuroso, in cui i ragazzi dormiranno in tenda e in alcuni casi dovranno percorre lunghi tratti a piedi alla scoperta di Gerusalemme e di Nazareth, del Lago di Tiberiade e del Fiume Giordano.
Il secondo, piú profondo, é l’invito ad un viaggio piú grande: quello della riflessione e della spiritualitá, che non si rivolge solo ai credenti, ma a tutti. In 6 in cammino, il messaggio evangelico é proposto in modo diretto e esplicito, ma “aperto” a chiunque, al di lá del proprio credo religioso.
E la lettura della Bibbia (il libro piú diffuso al mondo) negli stessi luoghi raccontati dal Vangelo rappresenta la sintesi tra il viaggio fisico e quello spirituale.

Nel programma inoltre sono sempre presenti gli essenziali cenni storici e archeologici delle localitá visitate, oltre alle vicende legate all’attualità dei luoghi e delle comunità incontrate: famiglie locali, operatori sociali, gestori di kibbutz, religiosi cattolici, ma anche ebrei o musulmani.

Il gruppo è composto da cinque ragazzi, tra i 15 e i 18 anni, pronti a mettersi in gioco e ad affrontare un grande viaggio portando con sé i loro diversi bagagli di esperienze. Impareremo a conoscere ciascuno di loro puntata dopo puntata. Molto diversi tra loro, tutti hanno peró un obiettivo comune: partecipando a 6 in cammino, i ragazzi hanno voglia di sorprendersi, di vivere esperienze che non lasciano indifferenti, di scoprire e di mettere in discussione la propria visione del mondo.
Il tutto viaggiando con poche cose nello zaino: un diario, una guida, il Vangelo e una videocamera.

A ricoprire il ruolo di guida o, meglio ancora, di compagno di viaggio di qualche anno più grande, Manolo Martini, un volto tv giá noto ai ragazzi per la sua partecipazione al programma Trebisonda. Manolo condurrá i ragazzi attraverso un viaggio fatto di scoperta e “cambiamento” e, al tempo stesso, nei momenti di svago, saprá coinvolgerli in partite di calcetto o nuotate nel Lago di Tiberiade.
Martini non sará solo un semplice accompagnatore, ma vivrá giorno per giorno l’esperienza dei ragazzi, “guidando” anche il pubblico a casa attraverso questa avventura straordinaria!

domenica 26 dicembre 2010

FESTA DI NATALE PER ALBERT. Inizio

Qualche amico mi ha chiesto di raccontare come inizia la storia di Albert. Eccola!

UN NATALE PER ALBERT


CAPITOLO PRIMO

Albert, vieni!”.

King, il fratello più grande, mi chiamava.

Ho salutato la mamma, il papà e gli altri miei nove fratellini, poi sono uscito di corsa fuori dalla capanna. Era mattino presto, ma nel mio paese africano c’era già caldissimo.

Tutti i miei amici erano sulla strada, che taglia il villaggio in due file di capanne di fango e che porta, in poco tempo, al mare.

Erano già tutti lì, ad ammirare la mia opera.

E’ finito…” hanno detto.

Già, ho lavorato tutta la sera” ho sospirato.

Che bello, sembra un tesoro, Albert.”

Il mio tesoro era un insieme di pezzi di latta, fil di ferro e bulloni arrugginiti, raccolti qua e là… un camion con rimorchio, un vero giocattolo, da trainare con una corda rubacchiata in una capanna.

Sei stato bravo Albert, è un bellissimo camion!” hanno ripetuto tutti.

Io sono arrossito di piacere sotto la mia pelle nera. Però, siccome è nera, non mi preoccupo quando arrossisco, perché tanto non se ne accorge nessuno!

Dai tiriamolo! Guardate come corre…”

Fammi provare! Fammi provare…!” gridava il più piccolo.

All’improvviso un rombo di motore ha interrotto il gioco.

Ehi, guardate, c’è Padre Joe! E’ arrivato! Cosa ci avrà portato?” hanno gridato i miei amici.

Padre Joe è un frate della vicina città, che arriva spesso nel mio villaggio e porta tante cose buone... Mamma dice che aiuta le famiglie del villaggio, perché ne abbiamo bisogno.

Salve ragazzi!” ha detto Padre Joe, saltando giù dal suo camioncino. Tutte le notti sognavo di avere un camioncino così, rosso…

Tutti volevano vedere il carico e facevano un gran chiasso.

Io invece ho sollevato il mio camion di latta verso Padre Joe:

Guarda!”

Bravo Albert…è un piccolo capolavoro…” ha osservato il frate stupito. “Se avessi tempo e fossi così bravo, potrei costruire tanti camion da regalare a tutti i miei piccoli amici per Natale.”

“ …Ma cos’è… Natale?” ho chiesto.

Natale è una festa, perché nasce un Dio Bambino.”

Anche quando nasce un fratellino si fa festa…Ma tu stai parlando di Gesù… vero Padre Joe?”

Oh sì…di Gesù.


da "Il Natale di Albert Natale" Edizioni Effatà
di A. Gatti
Illustrazioni di A. Vincenti

mercoledì 22 dicembre 2010

BUON NATALE!

da "IL NATALE DI ALBERT NATALE"
di A. Gatti - Edizioni Effatà

UN NATALE PER ALBERT

....COME GESU’

Padre Joe… tu abiti in una vera casa!” ho gridato, mentre mettevo la mia testa ricciolina dentro a ogni porta che dava sul corridoio centrale. Poi il nostro amico frate, che era appena entrato in una cucina, ha avvisato:

Albert, King… venite qui, qualcuno ha portato dei biscotti!”

Ma in quel momento non mi interessavano più i biscotti, nonostante la fame e la stanchezza. Mi ero ritrovato in una delle stanze, davanti ad un Presepe, ed ero rimasto a bocca aperta, silenzioso e immobile.

Padre Joe aveva lasciato King alle prese con i biscotti ed era dietro di me:

Albert!”

Al suo richiamo mi sono ripreso dallo stupore e ho notato:

Ci sono i pastori, gli angeli, le pecore, un bue e un asino e il Bambino… In una capanna…come la mia…”

Sì, Albert, Gesù è nato in una capanna come la tua.”

“… E avrà freddo questa notte, così, senza vestiti. Anche il mio fratellino appena nato ha freddo di notte e la mamma lo copre.”

Già, proprio come il tuo fratellino.”

E quella è la sua mamma, vero?” ho chiesto indicando la donna seduta accanto a Gesù.

Sì, si chiama Maria.”

Il suo papà non lo manderà con Keùssi sulla nave dei bambini venduti, vero?”

“… No, suo padre Giuseppe non lo manderà.”

E la sua mamma non piangerà e gli canterà la ninna nanna.”

Certo Albert, come faceva la tua mamma con te, quando eri piccolo.”

Proprio in quel momento qualcuno cantava.

Senti Padre Joe? Sembra proprio la ninna nanna che canta la mia mamma.”

Il mio amico non ha risposto, perché si era distratto guardando due persone che stavano sulla porta.

Albert, è proprio la tua mamma che sta cantando a Gesù la ninna nanna.”

In fondo alla stanza c’erano i miei genitori, proprio loro!

C’era la mia mamma e c’era il mio papà: erano venuti a prenderci!

Hanno fatto un viaggio faticoso. Sono partiti subito, quando hanno saputo che cosa vi era accaduto” spiegava Padre Joe, mentre con un salto ero fra le braccia della mamma.

Subito papà mi ha sussurrato, stringendomi stretto stretto:

Albert… non ti manderò più lontano a lavorare….Adesso ho capito.”

Guarda, cosa ti ho portato…” ha detto la mamma con la voce tremante, consegnandomi il camion di latta.

Ho fatto un altro dei miei salti e, al mio urlo di gioia, è arrivato anche King.

Albert ora può anche fermarsi alla nostra scuola e fra tre anni potrà già lavorare…” ha proposto Padre Joe.

Sì, voglio imparare a lavorare il legno, costruirò tante cose…camion e altri giocattoli per i bambini, posso restare papà? Farò qui la festa di Natale.”

Sì” ha detto papà “e potrà fermarsi anche King, se vuole.”

Dall’espressione degli occhi si capiva che King era d’accordo.

Prima di lavorare, però imparerete a leggere e a scrivere” ha precisato Padre Joe.

Anche Gesù sapeva farlo?” ho chiesto.

Sì, anche Gesù. A pensarci bene… anche Gesù lavorava il legno…”

Stessa capanna, stessa ninna nanna, stesso mestiere…era proprio un bambino come me” ho detto.

Poi ho aggiunto:

Posso chiamarmi ALBERT NATALE. Si può?… Si può, Padre Joe?”

Si può… Albert Natale!”

Ho guardato King che sorrideva divertito…

Hai sentito King? Ho due nomi adesso!”

Oh, sì Albert… Natale!”

Mamma Diana piangeva piano, piano, ma questa volta era un pianto di gioia.

Era proprio vero quello che diceva Padre Joe: ogni Natale porta con sé un miracolo nuovo!



lunedì 20 dicembre 2010

BOB DYLAN PER LORO


Una canzone. Perchè questa canzone mi riporta subito al desiderio di lasciarla nelle mani dei nostri figli, dei nostri ragazzi... perchè la cullino e la assaporino come si fa con un tesoro piano e tenero?
Dedicata alle mie figlie.
Video:
http://video.google.com/videoplay?docid=213612988709839454#

Forever Young di Bob Dylan

May God bless and keep you always
May your wishes all come true,

May you always do for others
and let others do for you.
May you build a ladder to the stars
And climb on every rung,
May you stay forever young.
Forever young, forever young,
May you stay forever young.

May you grow up to be righteous

May you grow up to be true,

May you always know the truth
And see the light surrounding you.
May you always be courageous
Stand up right and be strong,
May you stay forever young.
Forever young, forever young,
may you stay forever young.
May your hands always be busy

May your feet always be swift,
May you have a strong foundation
when the winds of changes shift.
May your heart always be joyful

May your song always be sung,
May you stay forever young.
Forever young, forever young,
May you stay forever young.

Per sempre giovane Che Dio ti benedica e ti custodisca sempre,
possano i tuoi desideri tutti avverarsi,
possa tu sempre aiutare gli altri e lasciare gli altri aiutare te.
Possa tu costruire una scala fino alle stelle
e salirvi gradino per gradino, possa tu rimanere per sempre giovane.
Sempre giovane, sempre giovane,

possa tu rimanere per sempre giovane.

Possa tu crescere e diventare onesto,

possa tu crescere e diventar sincero,

possa tu sempre conoscere la verità e vedere la luce
intorno a te.
Possa tu sempre essere coraggioso e
stare ben dritto in piedi con la testa alta,
possa tu rimanere per sempre giovane.
Sempre giovane, sempre giovane,
possa tu rimanere per sempre giovane.
Possano le tue mani sempre essere impegnate,
possano i tuoi piedi sempre essere veloci,
possa tu avere una base solida quando il vento dei cambiamenti soffia. Possa il tuo cuore sempre essere gioioso,
possa la tua canzone sempre essere cantata,
possa tu rimanere per sempre giovane.
Sempre giovane, sempre giovane,

possa tu rimanere per sempre giovane.

Pubblicata da Annamaria Gatti
gatti54@yahoo.it

mercoledì 15 dicembre 2010

VORREI UN NATALE



di Annamaria Gatti
fonte: www.educare.it, editoriale

Mi piacerebbe avere un Natale diverso, uno di quei Natali limpidi e sommessi, in cui Gesù rinasce davvero e il bue non si stanca di scaldare perchè è il suo mestiere e l'asino accompagna e non protesta, ragliando frasi sconclusionate.

Vorrei inciampare allegramente in un giorno di Natale in cui nessuno possa passare inosservato e tutti si sentano oggetto di cure e possano provare il piacere di occuparsi dell'altro.

E vorrei che fosse così ogni Natale e ogni giorno dell'anno.

Mi andrebbe bene un Natale libero e pulito, in cui anche il mio amico possa leggere ad alta voce la sua voglia di parlare e ridere e scherzare, senza segni e senza mediatori, che altri non capiscono. Finirebbe di disperarsi ogni momento.

Vorrei svegliarmi proprio in un Natale, ma che sia il giorno in cui ritrovano chi si è perduto, perchè nessun bambino e nessuna bambina possa scomparire senza lasciare traccia e attenzione da parte di tutti quelli che vivono lì attorno.

Io sogno un Natale dove il Bambino non si vergogni di arrivare e stenda un velo azzurro su tutte le sofferenze bambine, perchè siano più riconoscibili e tradotte, più visibili e chiare.

Raccoglierei volentieri il mio Natale fra le candide coltri d'ospedale, dove la storia scorre verso gli ultimi capitoli del libro bello e prezioso, senza perdere il sorriso seppur tragicamente nascosto nella tenera carezza. Le coltri si trasformerebbero in ali bianche di colombe sinuose e lievi, pronte a spiccare il volo senza tremori. E mi piacerebbe che tanti giovani potessero raccogliere e capire il senso della vita di quest'andare e chiudere l'epopea per aprirne un 'altra ancora più definitiva e vera.

Vorrei un Natale senza paure, dove i timori e le angosce vengano impugnati e purificati, dove la speranza si erga a unica legge di governo e perciò a guida di ogni azione per l'uomo e per il bambino.

Vorrei che questo Natale di sofferenza sbocci per tutti in un sentiero di pace e di grazia, di consapevolezza e di condivisione.

gatti54@yahoo.it

Coraggio, avanti, Natale è qui, è sempre.

venerdì 10 dicembre 2010

L'INCREDIBILE... a portata di cuore Un'altra favola per i grandi




Non servono parole per motivare il dono di questa favola .

Buona festa di Santa Lucia a Lodi,

la mia città,

a Verona e a Lonigo, dove vivo da parecchi anni!




FAVOLA DI SANTA LUCIA

di Giovannino Guareschi (1908-1968)

grande (davvero!)scrittore (vero!)

Cesarino si alzò e, prima ancora di lavarsi, prese il lapis blu e cancellò sul calendario un altro giorno. Ne rimanevano ancora tre che poi erano due in quanto il terzo era quello famoso. Mentre si lavava con l’acqua gelata, Cesarino d’improvviso ebbe un pensiero: “E la crusca?” Era una cosa importante. ma risultava anche logico che non ci avesse pensato perché fino all’anno prima, tutto si era svolto laggiù, al paese dove per trovare della crusca, bastava allungare una mano. Gli venne in mente il pane fatto in casa, e il profumo che usciva dal forno. Risentì il cigolio della gramola e pensò a sua madre. Uscì in fretta e passando dalla portineria, si fermò per consegnare la chiave alla portinaia: suo padre era andato via alle quattro perché, in quei giorni, c’era un sacco di lavoro per chi aveva un camion.

La strada era piena di gente che aveva una premura maledetta e la nebbia di quella fradicia mattina di dicembre era traditrice perché macchine e ciclisti saltavano fuori d’improvviso da ogni parte e bisognava stare attenti. Non poté pensare molto alla faccenda della crusca, ma quando fu a scuola, riprese a pensarci. Aveva dimenticato l’asino e adesso erano guai. Bisognava mettere sul davanzale, vicino alla scarpa, anche il sacchetto pieno di crusca per l’asino che portava le ceste dei regali. A non mettere la crusca, Santa Lucia si sarebbe offesa certamente.

Cesarino, quando alle dodici e mezzo lo lasciarono libero, corse subito alla panetteria e domandò un po’ di crusca. Ma di crusca non ne avevano. Ed era anche logico perché, in una città come Milano, a cosa potrebbe servire la crusca? Provò da un altro panettiere, poi da un terzo e, alla fine, perdette la speranza.

Arrivato a casa, trovò la chiave ancora in portineria: suo padre non era ancora arrivato e Cesarino mangiò da solo nella cucina fredda e in disordine. Il padre tornò la sera, ma non salì neppure in casa: lo chiamò dal cortile e assieme andarono alla trattoria dell’angolo.
La minestra calda diede a Cesarino tanta gioia da fargli dimenticare tutte le sue preoccupazioni ma, quando ebbe finito di mangiare, le preoccupazioni ritornarono a galla. Cesarino aveva una soggezione tremenda di suo padre che era un uomo cupo e di poche parole, quindi fece una fatica matta a entrare in argomento. Alla fine gli disse: — Ci vorrebbe un po’ di crusca. —

Il padre di Cesarino stava parlando con un uomo in tuta che era venuto a bere un bicchiere in compagnia: si volse sbalordito e domandò:

Crusca? E cosa te ne fai della crusca?
— Ci vuole per l’asino, — balbettò il ragazzo.
L’uomo in tuta si mise a sghignazzare e domandò di che asino si trattasse.
— L’asino di Santa Lucia, — spiegò Cesarino timidamente.
L’uomo in tuta sghignazzò ancora più forte, ma il padre di Cesarino gli strinse d’occhio poi, rivoltosi al ragazzino, gli disse brusco:
— Lascia perdere l’asino. Qui Santa Lucia non usa.
Il ragazzo lo guardò perplesso:
— Santa Lucia sul calendario c’è!
— C’è, ma non usa! — esclamò secco il padre.
— Sul calendario c’è anche Sant’llario allora: ma, qui, invece, usa Sant’Ambrogio. Ogni città ha i suoi santi. Qui è il Bambino che porta i regali. Qui usa il Bambino.
Il ragazzo guardò l’uomo in tuta, e quello gli confermò il fatto.
— Perbacco, è proprio così! I santi sono delle autorità provinciali e ognuno ha la sua provincia. Qui la faccenda è di competenza del Bambino.
Cesarino abbassò la testa, poi preoccupatissimo obiettò:
— Ma il Bambino non mi conosce: è soltanto sei mesi che sono a Milano.
L’uomo in tuta lo rassicurò:
— Stai sicuro che il parroco del tuo rione lo ha già informato che siete qui tu e tuo padre! Ad ogni modo, per essere più sicuro, scrivi a De Gasperi così lui glielo dice.
Altri due o tre che si erano avvicinati si misero a ridere e allora il padre intervenne e disse a Cesarinno:
— Adesso va a casa e mettiti a letto. Lascia la chiave sulla porta.
Il ragazzino uscì e il padre spiegò la storia a quello della tuta ed agli altri:
— Sono stupidaggini, ma non posso dirglielo così, in quattro e quattr’otto! È sua madre che gli ha messo in testa queste cretinate e, anche il giorno prima di morire, mi ha raccomandato: “Carlo, lascialo stare, il ragazzo. Lascialo così com’è. Quando sarà ora, capirà da solo. Non mi far dispetto quando sarò morta.”
L’uomo allargò le braccia:
— Ragazzi, se si tratta di far dispetto a un vivo, ci sto anche se c’è da scannarsi: ma non mi va di far dispetto a un morto. È soltanto sei mesi che è morta!
Quello dalla tuta scosse il capo:
— Sentimentalismi idioti, roba da medioevo! Intanto tu, per non far dispetto a un morto, fai dispetto a tuo figlio vivo perché gli lasci la testa piena di stupidaggini.
— Non ti preoccupare, — ribatté il padre di Cesarino. — Quando vedrà che né santi né Madonna gli portano più niente, si convincerà da solo.

* * *

Cesarino si svegliò presto, quella mattina. Cancellò ancora col lapis blu un altro giorno del calendario, ma aveva la testa piena dei ragionamenti della sera precedente e la cosa, invece di dargli gioia, lo angustiò. Adesso, il tempo passava troppo alla svelta. Riuscì a bloccare suo padre prima che uscisse:
— Chi è De Gasperi? — domandò.
— È uno che sta a Roma, — borbottò il padre.
— Pensa piuttosto a fare i tuoi compiti. che sarà meglio!
Roma doveva essere in capo al mondo e chi sa quanto tempo ci voleva perché una lettera arrivasse. Oramai era troppo tardi.
E poi a Cesarino interessava Santa Lucia. Bisognava trovare il modo di farlo sapere a Santa Lucia.
Aveva più d’un’ora davanti a sé, prima della scuola: riuscì a ispezionare quattro chiese, ma in nessuna c’era un’immagine di Santa Lucia. La conosceva benissimo e, se ci fosse stata, anche piccola, l’avrebbe subito vista.

Uscito da scuola Cesarino abbandonò le sue ricerche. Aveva perso un sacco di tempo e si trovava a mani vuote, senza neppure la crusca per l’asino. Pensò allora che se, invece di crusca, avesse riempito un sacchetto di crostini di pane, la cosa avrebbe funzionato ugualmente. Col pane vecchio trovato in casa, riuscì a combinare poco o niente. Aggiunse mezzo il suo della colazione di mezzogiorno e, siccome il pane era fresco e molliccio, lo tagliò a pezzetti e lo fece abbrustolire sul gas.

La sera, il padre rincasò tardi: aveva portato un fagottino di roba e mangiarono in cucina, senza parlare.Prima di addormentarsi, Cesarino ci mise parecchio tempo. Comunque il fatto del sacchettino pieno di crostini gli dava una relativa tranquillità.

Alle sei, quando suo padre se ne fu andato, Cesarino saltò giù dal letto. Ormai non c’era più niente da cancellare sul calendario e gli parve che la notte dovesse arrivare fra pochi minuti anche se si trattava di parecchie ore. Alle sette e mezzo uscì di casa e incominciò a camminare in fretta e camminò fino a quando non si trovò fuori dalla città, al margine di una grande strada piena di autocarri che andavano e venivano.
Gli era venuta una fame tremenda e non poté resistere: mangiò due o tre crostini dell’asino:
"Capirà...", pensò.

Riprese il cammino e continuò a camminare altre due ore. Poi il cuore gli diede un tuffo perché, fermo a far nafta a un distributore, vide un camion che portava sulla targa due lettere che Cesarino conosceva bene. E il muso del camion era rivolto anche per il verso giusto. Quando il camionista fu risalito e stava per chiudere la portiera, Cesarino si fece avanti. Il camionista lo lasciò salire e, due ore e mezzo dopo lo scaricò al Crocile. Qui bisognava prendere la strada della Bassa, altri trenta chilometri, ma Cesarino doveva arrivare. Prese a camminare ma, fatto un chilometro, dovette mangiare altri due crostini dell’asino. Quando Dio volle, passò un carro trascinato da un trattore e Cesarino saltò su. Il tran-tran del carro gli faceva venire un sonno maledetto; ma Cesarino resistette e non mollò: conosceva la strada, adesso e, al bivio del Pontaccio, saltò giù perché il carro aveva preso la strada di destra mentre a Cesarino serviva la strada di sinistra. A un certo punto, il ragazzino lasciò la strada e prese una carrareccia: il buio incominciava a diventare spesso, ma Cesarino ci sarebbe arrivato a occhi chiusi nel posto dove aveva in mente di andare. E così, si trovò ad un tratto davanti ad una casa buia e silenziosa e, più che vederla, l’indovinò.

Era la vecchia casa dove, fino a sei mesi prima, Cesarino aveva abitato coi suoi. Suo padre aveva sempre sognato di abbandonare il paese e così, mortagli la donna, aveva caricato un po’ di roba e il ragazzino sul camion, ed era andato a Milano dove aveva già dei parenti che lavoravano nei trasporti.
E la casa era rimasta lì, deserta e abbandonata.
Cesarino cavò di tasca la grossa chiave e, dopo aver lavorato un bel pezzo perché la serratura era piena di ruggine, si trovò nell’andito basso e buio.
Infilò la porta della cucina. Sentì l’odore del camino. Passò la mano sull’asse del camino, trovò un mozzicone di candela e un mazzetto di fiammiferi.
Quel po’ di luce gli fece sembrare ancora più deserta e abbandonata la vecchia casa ed ebbe paura. Poi pensò a Santa Lucia e gli venne l’idea che di sicuro, da qualche parte ci doveva essere della crusca.
Se trovava un po’ di crusca, avrebbe potuto mangiare i crostini del sacchetto. Ma la credenza era vuota e, anche negli altri posti, non c’erano che polvere e ragnatele.
Mangiò ancora un po’ di crostini dell’asino. Poi sentì suonare al campanile una quantità enorme di ore e gli venne l’orgasmo.

Per l’amor di Dio che Santa Lucia non lo trovasse sveglio! Si tolse la scarpa destra, la ripulì e, aperte le ante della finestra di cucina, la mise sul davanzale, come aveva sempre fatto e vicino depose il sacchetto dei crostini. Poi chiuse le imposte a vetri e salì su nella sua stanza, camminando con una scarpa sì e una no. I vecchi letti tarlati c’erano ancora, ma senza materassi. Nella camera della nonna il letto aveva il pagliericcio e Cesarino si buttò lì sopra. Non avrebbe voluto spegnere la candela, ma l’idea che la luce disturbasse Santa Lucia lo convinse a rimanere al buio. Non fece neppure a tempo ad aver paura perché la stanchezza lo sprofondò a capofitto nel sonno.

* * *

All’una di notte una motocicletta si fermò nella strada, davanti alla casa solitaria.
Scese un uomo intabarrato che traversò l’aia e, arrivato davanti alla porta, accese una torcia elettrica. Il cerchio di luce vagò sulla facciata e si fermò sulla finestra con gli antoni spalancati e con la scarpa e il sacchetto sul davanzale. L’uomo intabarrato rimase lì un bel pezzo a guardare quella scarpa. Poi ritornò sulla strada e, messa da parte la motocicletta, si incamminò verso il paese addormentato. Fu quella la notte che a Cibelli rimase impressa come la più strampalata della sua placida vita di bottegaio. Cibelli fu svegliato infatti all’una e mezzo da qualcuno che stava sulla strada e, affacciatosi, riconobbe chi lo chiamava e scese domandandosi che accidente volesse a quell’ora. E quando ebbe saputo quello che voleva esclamò:
— Carletto. l’aria di Milano ti ha fatto diventare matto?

* * *

Cesarino si svegliò di soprassalto alle nove del mattino e subito si cavà fuori dal pagliericcio dentro il quale s’era avvoltolato e corse giù in cucina a spalancare la finestra.
La scarpa era zeppa di fagottini e altri fagottini erano sul davanzale, vicino alla scarpa.

Cesarino portò tutto sulla tavola e già si apprestava a sciogliere le funicelle dei pacchetti, quando sentì arrivare nell’aia una motocicletta. Poco dopo, compariva sulla porta della cucina suo padre.
— Tutta la notte che ti cerco! — gridò l’uomo cavandosi fuori dal tabarro. — Da Milano in moto son venuto qui!
Cesarino lo guardò a bocca aperta.
— Quando siamo a casa regoliamo i conti, — urlò con voce tremenda il padre. — E se fai ancora una cosa così, ti ammazzo!
Cesarino scosse il capo:
— Non lo faccio più, — balbettò. — Ormai Santa Lucia lo sa che sono a Milano... Le ho messo un bigliettino dentro la scarpa, e il bigliettino lo ha preso...
Era una bella giornata di dicembre con un sole limpido e splendente: il padre, con un urlaccio uscì dalla cucina e tornò portando una gran bracciata di legna che buttò sul fuoco.

La fiamma divampò nel camino:

Scàldati. assassino! — urlò l’uomo agguantando Cesarino per una spalla e ficcandolo su una sedia, davanti al fuoco.
Poi uscì e tornò con due scodelle di latte bollente e una micca di pane fresco.

Mangia! — gridò l’uomo mettendogli fra le mani pane e scodella. — E lascia stare quelle stupidaggini! E rimettiti la scarpa!
Cesarino era in una confusione spaventosa per via del pane, del latte, dei fagottini aperti. di quelli ancora da aprire. E poi la fiamma gli imbambolava gli occhi. Intanto il padre mangiava cupo e accigliato a occhi bassi.
Poi non poté più resistere e si volse un momentino, e lei era lì, dietro di lui, e gli sussurrava:
— Da che ci siamo conosciuti questo è il primo regalo che mi fai. Carletto. Ma è un gran regalo... Non me lo guastare, Carletto, il mio ragazzo. Lascialo così...
Il padre ebbe un ruggito e, piantati due occhi feroci in faccia a Cesarino, urlò:
— E così, per colpa tua, io ho perso una giornata!
Invece non l’aveva persa per niente. E lo sapeva. ma non voleva confessarselo.


pubblicato da Annamaria Gatti



mercoledì 8 dicembre 2010

IL NATALE DI TOBIA, BAMBINO QUASI CATTIVO

di Annamaria Gatti
illustr. di Eleonora Moretti

Fonte: Città Nuova
"Tobia, riporta le pecore! Sei sempre con la testa fra le nuvole, ma a cosa pensi?" grida il vecchio Elia. "Arrivo, nonno" Non si può proprio vivere in pace!". Infastidito,Tobia raduna le pecore del gregge del nonno e si avvia verso il villaggio poco lontano. A Betlemme è quasi buio e Tobia rientra a casa, pronto per l'ennesima sgridata quotidiana. "Sei una vera disperazione" Oggi è venuta Ruth e mi ha detto che le hai rubato un cesto"". La mamma di Tobia piange e il bambino la guarda, poi strizza gli occhi, perché vorrebbe cancellare tutto quel dolore sul volto della sua mamma. E sente un nodo alla gola. Si siede per terra, in un angolo, dietro la macina. "Vai via! Meriteresti una bastonata, ma non c'è più tuo padre a darti la giusta lezione. Io non so più cosa fare!". Il bambino sente che il nodo alla gola si stringe sempre di più; esce di casa e, sconsolato, va a sedersi vicino al pozzo. "Tobia"" lo chiama Sara, una delle bambine del villaggio. "Cosa fai qui?", gli chiede mentre depone per terra un otre. Poi, raccogliendo con un gesto veloce l'ampia tunica azzurra, si accovaccia vicino a lui. "Non mi riesce proprio di far bene niente. Appena progetto una marachella" mi accorgo che l'ho già combinata, prima di poterci pensare un po', prima di capire cosa potrebbe accadere dopo" Mi manca il tempo per riflettere e così tutti quelli del villaggio mi cacciano, perché pensano che sono un porta guai. "Lo vedi? Tu" tu sei l'unica che mi si avvicina" sospira Tobia con le lacrime agli occhi. Sara sa che un bambino si vergogna nel farsi vedere a piangere, così aggiunge: "Però qualche volta le combini grosse, sai? Eppure io so che non sei cattivo. Per esempio oggi hai rubato il cesto di Ruth perché ne aveva bisogno la vecchia Ester, vero?". "Come lo sai?". "Me lo ha detto Ester: stamattina non sapeva come portare al mercato i pani" Ma poi ha detto che un ragazzetto l'aveva aiutata" E quello eri tu". Tobia sorride un po' e si pulisce il naso gocciolante con la manica. Poi pensa che davvero in fondo al cuore non sente cattiveria ma solo, qualche volta, un po' di paura, un vuoto, un buco nero nero, che deve riempire subito con qualcosa. Perché? E perché ogni volta che vede una fonte luminosa, gli sembra che quel buco si dissolva nel nulla?
IL BAMBINO SUL POGGIO

"Storie, storie" pensa a voce alta Tobia". "Quali storie?", chiede sorpresa Sara. "La storia della luce"". "Ah, vero, tu che insegui sempre una luce" L'altra notte eri tu che camminavi verso la stalla, vero? Ci sei stato?". "No, mi sono fermato a metà strada, ad osservare quel rudere, la stalla, voglio dire" Era una magnificenza" piena di luce!". "E il Bambino? Non l'hai visto allora?". "No". "Oh, che peccato" Il suo nome è Gesù. È così tenero ed è così bella la sua mamma!" - sospira Sara -.Vieni, andiamo a visitarlo. Guarda, ci sono dei pastori che tornano dalla stalla, sul poggio". "No, non vengo". "Perché no?" chiede incredula Sara. "Il Bambino è buono, il nonno dice che da grande sarà un re" È il più buono di tutti. Quando mi vede, se non mi caccia lui, mi cacceranno suo padre o sua madre"". Sara ha un moto di insofferenza. "Fai come vuoi, sei il solito testardo e stai diventando insopportabile anche a me"". La bambina ha ormai perso la pazienza, si alza di scatto, getta sui piedi del pastorello una manciata di terra, si ricopre il capo con il mantellino, afferra nervosamente l'otre e se ne va. La si sente brontolare ancora quando Tobia osserva le prime stelle accendersi nel cielo e si augura che Sara torni. In breve l'imbrunire si trasforma in notte e neppure la mamma lo richiama in casa. Tobia sa che dovrà riportare il cesto rubato e chiedere perdono, anche alla mamma. Sta per alzarsi, quando Ruth, la vicina derubata, gli va incontro con aria minacciosa. Tobia immagina già quel che dirà e quel che farà, perciò si alza di scatto come una saetta ed è già lontano, perché considera l'idea che Ruth è troppo grassa e non avrà la forza di inseguirlo.
Il cielo è uno scintillio e come una morbida coltre ripara il poggio su cui il Bambinello riposa. "Avrà freddo" commenta a voce alta Tobia. Il nonno aveva raccontato che un asino e un bue scaldavano la stalla. Più che una stalla era un rifugio. Però proprio lì, il giorno prima erano arrivate addirittura delle persone importanti, su cavalcature bardate a festa. "Forse sono principi"." aveva detto il nonno. Tobia li aveva visti e li aveva inseguiti di nascosto, quasi fino al poggio. Uno era di colore e uno molto vecchio.Aveva anche sentito uno di loro dire, con uno strano accento straniero:"Gaspare, ecco là, credo proprio che là sia il Messia che cercavamo"". Chissà cosa voleva dire. Il Messia sì, lo attendeva anche il nonno, ma Tobia non aveva osato chiedere di più. Erano cose da grandi!
UNA LUCE PER TOBIA

Tra un pensiero e l'altro Tobia non si accorge di aver camminato fino alla stalla, dove ora solo una debole fiammella toglie il luogo dalla morsa del buio. Il pastorello sbircia attraverso un'asse sconnessa. Accidenti, il bue è proprio lì davanti e Tobia non vede proprio un bel niente! Si sporge ad una finestrella, poco più di una fessura e vede. Vede quello che gli riempie il cuore di tenerezza, perché nella penombra della stalla distingue chiaramente un papà e una mamma, chini su un fagottino bianco, e poi lo sguardo del Bambino su di lui. È uno sguardo luminoso e intenso. Vorrebbe scappare ma, davanti a quegli occhi, le gambe sono pesanti e non si muovono; i piedi sembrano incollati per terra. Sulle mani sente cadere delle gocce tiepide: sono lacrime.Tobia sta piangendo. Si volta anche la mamma del Bambino. "Oh! Come assomiglia alla mia mamma!" pensa Tobia. Poi guarda il papà e sente per un attimo mancargli il respiro: se papà fosse lì, potrebbe proteggerlo, aiutarlo, difenderlo, come fa il papà del Bambino, che ha uno sguardo buono e forte e che adesso gli fa un cenno, per invitarlo ad avvicinarsi. Anche la mamma dice: "Entra, entra Tobia. Gesù ti stava aspettando". Tobia è un po' sorpreso. "Io" non posso, forse sono un po'
cattivo". Ma, senza accorgersene, Tobia si ritrova inginocchiato accanto al Bimbo, mentre la madre asciuga le lacrime del pastorello. Qualcuno sta anche accarezzandogli i capelli ricci ed arruffati. È il papà di Gesù; forse vuole proteggere anche Tobia che intanto si chiede dove sia finito il suo buco nero, quello che dava tanto dispiacere al suo cuore di bambino: non c'è più" Tobia sente anche le manine di Gesù sulla fronte, che forse tracciano un segno. La stanchezza lo prende e dolcemente, sulla paglia, accanto a Gesù, Tobia trova la sua giusta luce, mentre pensa che, da quel momento, la mamma non piangerà più per lui.

Pubblicato da A. Gatti

gatti54@yahoo.it

domenica 5 dicembre 2010

STORIA E ILLUSTRAZIONE INEDITA DA NON PERDERE! AH, DIMENTICAVO PER I GRANDI...SOPRATTUTTO


COME ANDARONO LE COSE...
d
i Vittorio Sedini
Fonte: Città Nuova
Illustrazione: Meraviglioso Natale del Bambino di Laura Cortini (grazie!)

“Carissimi angioletti – disse Gesù bambino – senza offesa, andate a cantare un po’ più in là. Bisogna proprio che nessuno sappia cosa sta succedendo qui!”.



Obbedienti come sempre (quasi tutti tranne uno, non so se sapete) gli angioletti se ne volarono più in là.
Poi chiamò al telefono i Re Magi e li pregò di lasciar perdere, di non scomodarsi, che il deserto è pericoloso, che ci sono i predoni eccetera eccetera. Questi risposero saggiamente “Ottimo consiglio, Signore, vuol dire che ci vedremo un'altra volta, magari in primavera. Sa, l'artrite, la cervicale, sul cammello non va mica tanto bene…” E non se ne fece nulla. Quanto ai pastori e alle pecore, fu più facile. “Sciò, sciò, care bestiole ! Scappate che arriva il lupo!”. Naturalmente i pastori se la diedero a gambe e le pecore… dietro!
A questo punto, se Dio volle, i dintorni della capanna, diventarono più che mai deserti e tranquilli. Sembrava una notte qualsiasi. Sfumata la festa se ne erano andati tutti ed era rimasto lì soltanto l’omino della polenta che aveva sperato fino all’ultimo in una serata di buoni affari. Deluso e un po’ stupito, si avvicinò al Bambinello e gli chiese “Ma cosa ti è saltato in mente? Perché hai fatto questo? Perché hai cacciato via tutti?”.
“Vedi amico – rispose Gesù Bambino – non volevo che a causa di questa notte così bella, tutti gli anni sotto Natale i posteri si cacciassero in un traffico pazzesco avvelenando se stessi e il prossimo. E che corressero in giro come pazzi diventando più cattivi invece che più buoni. Non volevo arricchire i fabbricanti di panettoni . Non volevo che i bambini venissero travolti dalla nevrosi della play station. Non volevo che uscisse il film di natale. Non volevo che quello strano vecchio vestito di rosso si infilasse proditoriamente nel mio compleanno…”. E continuò enumerando tutte le sciagure che ben conosciamo e che ci affliggono da novembre a gennaio, tutti gli anni.
L’omino della polenta ne tagliò cinque fette. Ne diede una al Bambinello, una a Maria, una a Giuseppe, una all’asino e una al bue. Ne tagliò una anche per sé e tutti insieme fecero una semplice ma indimenticabile cenetta. Come potremmo fare noi a Natale invece che strafocarci di mille porcellerie. Nessuno ce lo proibisce.